10 agosto 2007 – 10 anni fa la tragedia dei 4 bambini Rom: l’incendio di Pian di Rota e la politica dei roghi

Intorno alla mezzanotte tra il 10 e l’11 agosto del 2007, sotto un cavalcavia di Via Pian di Rota, una baracca prende fuoco. Muoiono tra le fiamme quattro bambini rom originari della Romania: Eva Clopotar, 10 anni, i suoi fratellini Danchiu di 8 e Nengi di 4, e un’altra bambina della stessa famiglia, Lenuca Carolea Lacatus di 6. Eva e Nengi erano sordomuti. Una quinta bambina riesce a salvarsi.

Gli operatori sociali raccontano che tre famiglie erano andate a vivere sotto quel cavalcavia dopo due sgomberi effettuati a causa delle proteste dei residenti, il primo da Via del Levante, il secondo dal Cisternino. Vivevano di elemosine raccolte al supermercato Pam di Corea.

I proprietari degli orti vicini alla baracca avevano avvertito i vigili della presenza dei bambini, ottenendo come unico suggerimento di denunciare eventuali furti. Ma furti nella zona non ce ne sarebbero stati.

Forte è il sospetto di un atto di xenofobia, e c’è anche una rivendicazione, ritenuta però poco credibile, di un gruppo razzista che si definisce “Gape”. Torna alla mente una rissa tra livornesi e rumeni avvenuta qualche tempo prima dalle parti della Stazione. Una ritorsione, forse? Ma l’ipotesi più accreditata dagli inquirenti e dalla stampa è quella dell’incidente: una candela o il fuoco usato per cucinare avrebbero incendiato la baracca. I genitori vengono arrestati con l’accusa di incendio colposo e abbandono di minore e incapace. Qualcuno dice di averli visti allontanare mentre divampavano le fiamme.

Il Livorno gioca un’amichevole a Pistoia con il lutto al braccio. Il sindaco Cosimi decreta il lutto cittadino, che comporterebbe la sospensione delle attività in programma per Effetto Venezia.

Una decisione forse affrettata, i commercianti si ribellano: aspettano per tutto l’anno una festa che rappresenta un’occasione irripetibile di guadagno, e non vogliono rinunciarvi. In alternativa propongono una sottoscrizione. Il risultato fu l’impressione di un lutto per 4 bambini morti bruciati che aveva diviso la città.

Il Tirreno dà fiato al razzismo più viscerale: pur di vendere qualche copia in più vale tutto e neanche il lutto arresta questa logica. Viene pubblicata una lettera a firma di un sedicente “Comitato Anti-ipocrisia” dove si legge: “Loro disprezzano noi ed il nostro modo di vivere e noi disprezziamo loro”. Un altro lettore a poche ore dalla tragedia sentenzia che è l’ora di “farla finita con la politica tardobuonista del multiculturalismo”.

I genitori arrestati sono analfabeti e non riescono a capire neanche di che cosa sono accusati.

Il 14 agosto vengono interrogati per undici ore nel carcere delle Sughere. Raccontano che si erano allontanati dalla baracca per salutare alcuni parenti, poi avrebbero udito insulti razzisti in italiano e ci sarebbe stato un assalto con bottiglie molotov. Ed effettivamente nella baracca vengono rinvenuti cocci di bottiglia anneriti.

“Si è capito che il giudice dà molto credito alla versione dei fermati” dichiara il pm Giaconi “Io mi inchino alle decisioni del tribunale, ma sull’agguato non c’è alcun elemento”.

Il 14 settembre Victor Lacatus, padre di Lenuca, per la disperazione tenta di impiccarsi in carcere con la cintura dell’accappatoio.

Due mesi dopo viene celebrato il processo ai genitori: patteggeranno la pena, verranno condannati a un anno con la condizionale e scarcerati.

Ma c’erano anche altre circostanze che avvaloravano l’ipotesi del rogo doloso: da circa un anno a Livorno era iniziata una serie di attentati incendiari che rimarranno senza colpevoli, per lo più a danno di rom o persone senza fissa dimora. Il 27 ottobre 2006 era stato appiccato il fuoco all’ex deposito della Coca Cola, rifugio di homeless, poi la sera di Natale era stata la volta della baracca di un homeless di origine slava, in Via Firenze. Tre giorni dopo ignoti cercavano di bruciare vivi alcuni senza casa sotto le logge del Palazzo Grande. Nel marzo 2007 veniva attaccato con materiale incendiario un rifugio sotto il cavalcavia della Cigna dove vive un livornese di 45 anni. La sua canina lo aveva svegliato e salvato, ma erano morti bruciati  molti suoi animali. Due settimane dopo erano andate a fuoco le Terme del Corallo, poi a luglio in Via Masi una pioggia di bottiglie incendiarie aveva distrutto una roulotte dove vivevano alcuni rumeni. Il Tirreno, non si sa in base a cosa, si affrettava ad escludere “motivazioni politiche o legati a contrasti di qualche tipo”.

E pochi giorni dopo il rogo di Pian di Rota, il 22 agosto, sarebbe stato bruciato un vecchio camper in Via dei Condotti Vecchi, di proprietà di un livornese che spesso vi trascorreva la notte.

Come sia andata veramente non si sa. Ma il 30 ottobre dello stesso 2007 il caso Reggiani spazza via qualsiasi possibilità di parlare della questione rom in modo sereno ed obiettivo.

Giovanna Reggiani, 47 anni, viene violentata e uccisa nei pressi della stazione di Tor di Quinto, a Roma, da un balordo che vive in un vicino campo nomadi. Stampa e politici gettano benzina sul fuoco e si assiste a toni da pogrom: l’allora sindaco di Roma, il piddino Veltroni, cerca di salvarsi dagli assalti dell’opposizione scavalcandola a destra: “Roma era la città più sicura del mondo prima dell’ingresso della Romania nell’UE”, il risultato sarà l’elezione di Alemanno a sindaco di Roma sei mesi dopo.

Tutta quella campagna elettorale (aprile 2008) si giocherà sulle espulsioni dei rom: è una gara a chi la spara più grossa, e vincerà la destra.

Ma purtroppo non sono solo chiacchiere: a leggere le cronache di questi ultimi dieci anni c’è da rabbrividire, oltre a maxiretate, identificazioni ed espulsioni i pogrom ci sono stati veramente e in una quantità tale da lasciare esterrefatti. Il filo conduttore ancora una volta è il fuoco.

Come il 13 maggio 2008 a Ponticelli (Napoli) la solita falsa accusa del tentato rapimento di un bambino (uno dei luoghi comuni più infami che si conoscano) fornisce il pretesto a gruppi camorristici e “comitati civici” per sgomberare a suon di bottiglie molotov un campo nomadi da un’area che guarda caso verrà interessata da una speculazione edilizia.

O come il 26 luglio 2008 quando un gruppo di fascisti a Pisa brucia un insediamento di cinque baracche sotto il Ponte della Cittadella dove vivono anche i Lacatus, reduci dalla tragedia di Livorno. Non ricevono nessun sostegno e vanno a dormire in un parco, all’aria aperta.

Nel dicembre del 2011 a Torino una ragazzina sedicenne, preoccupata per la reazione dei genitori al suo primo rapporto sessuale, accusa due rom di averla violentata: dopo una fiaccolata squadracce  razziste, con la partecipazione di gruppi ultrà della Juve, bruciano un campo rom nei pressi del nuovo stadio della società bianconera.

La lista sarebbe infinita. A soffiare sul fuoco i media, che non hanno mai rispettato i principi della Carta di Roma e quelli del codice etico sul rispetto delle minoranze etniche e linguistiche. In un rapporto del 2013 in appena otto mesi di osservazione si sono registrati 482 casi di informazione scorretta e 370 casi di incitamento all’odio (per lo più da parte di esponenti politici in cerca di facili consensi nel contesto creato dai media).

Interessante notare che in quel rapporto, per la carta stampata, la maglia nera andava al Corriere della sera, che tra edizioni locali e nazionali raccoglie il numero più elevato di segnalazioni (12,9%), seguito (udite udite) dal Tirreno (11%).

Poi ci sono i roghi “casuali”, dovuti alle condizioni igienico-sanitarie indegne in cui i rom continuano a vivere nonostante le promesse di integrazione. A questo proposito va ricordato che il livello di mortalità infantile nella comunità rom in Italia è lo stesso dell’Africa Subsahariana. Ma di diritti delle minoranze, nell’Italia devastata anche moralmente dal neoliberismo e dalle politiche di austerità, non si può più parlare: è pronta la terribile accusa di buonismo.

redazione, 10 agosto 2017

***

“Una sola città da genti diverse”, purchè non siano troppo diversi…

Agosto 2007-agosto 2017. La tragedia dimenticata dei 4 bambini rom.

Nella notte del 10 agosto del 2007 4 bambini rom morirono in un rogo a Pian di Rota.

La notizia giunse mentre a Livorno si svolgeva Effetto Venezia: non mancarono polemiche e tensioni fra l’amministrazione e i commercianti, molti dei quali contrari alla volontà del sindaco Cosimi di sospendere la festa per lutto. Fra l’indifferenza generale e il malcontento diffuso la sera successiva furono annullati gli spettacoli e i momenti ludici e le saracinesche rimasero abbassate.

Un mese dopo si svolsero i funerali al Duomo: a parte chi “doveva esserci” (istituzioni, qualche politico e mondo dell’associazionismo laico e confessionale) pochissimi i cittadini comuni. Alcuni, fuori dalla Chiesa, curiosavano per verificare se anche i genitori e i parenti rom piangessero la morte in modo “normale”.

Nei giorni successivi alla tragedia prese il sopravvento la voglia di esprimere opinioni negative sui rom, dando libero sfogo per lo più a frasi alimentate da odio e ostilità per pregiudizi e stereotipi ormai secolari, frutto anche della costruzione e della narrazione mediatica (i media locali, 10 anni fa, non dimostrarono grande capacità di uscire dall’uniformità del racconto).

Agosto 2017: cade l’anniversario dei 10 anni di quella tragedia. Malgrado questa commemorazione importante, non registriamo momenti di riflessione e di particolare attenzione.

Sebbene anche l’edizione di quest’anno di Effetto Venezia fosse dedicata al tema della multiculturalità e della diversità sfruttando ancora una volta i miti e le immagini da cartolina che tanto piacciono (e che poi fanno sempre più fatica a abbinarsi al presente e alla pratiche quotidiane), nessuno o quasi ha sentito l’esigenza e la necessità di dare spazio al ricordo di quella tragedia.  “Una sola città da genti diverse”, questo il motto fondativo della Città di Livorno che compare anche sulla prima moneta nel XVII secolo cioè il tallero e che abbiamo sentito spesso anche durante queste settimane per accompagnare la Festa, ma verrebbe da pensare purchè non siano genti troppo diverse quali i rom appunto. Solo l’associazione don Nesi/Corea, da anni impegnata sul territorio sul tema, ha portato un proprio contributo all’interno della programmazione cinematografica organizzata dal tavolo “De’ Movie” e dall’assessorato alla Cultura con la proiezione di un video – sintesi del progetto “I rom protagonisti si raccontano” (un anno di lavoro fra il 2016 e il 2017 dedicato a attività e iniziative con e per i rom e i cittadini livornesi).

Alla proiezione pochissimi i presenti, per lo più volontari e amici dell’associazione. Siamo consapevoli che il contenitore e la cornice di Effetto Venezia non si prestino molto a momenti di un certo tipo e diamo comunque atto che l’attuale amministrazione abbia accolto una proposta così audace. Resta il fatto che anche negli altri giorni dell’anno si fa di tutto per girarsi dall’altra parte o per non andare oltre il consueto circolo vizioso alimentato da pregiudizi e stereotipi.

Anche quest’anno, ne siamo certi, qualcuno porterà i fiori al cimitero dove è sepolta una delle vittime di quella tragedia, si mostrerà addolorato e commosso davanti ai fotografi e alle videocamere. Poi il giorno dopo continuerà il solito gioco, fra ordinanze contro i rom e l’assoluta mancanza di soluzioni e di proposte per migliorare le condizioni dei (pochissimi) presenti sul nostro territorio e il rapporto con i livornesi.

Continueremo a negare o a trascurare la memoria, come ancora in parte succede nei confronti del porrajmos, lo sterminio dei popoli rom e sinti nei lager nazi-fascisti.

Continueremo a considerare anche quei 4 bambini colpevoli. Colpevoli soprattutto di essere rom.

Livorno, 10 agosto 2017   Associazione don Nesi/Corea

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