Il 16 agosto vado a sentire Carl Brave x Franco126, il nuovo neorealismo musicale

Il 16 agosto, giovedì prossimo, andrò a vedere Carl Brave x Franco 126 a Forte dei Marmi, nello scenario di Villa Bertelli. Andrò insieme a qualche altro migliaio di persone in una villa bellissima dove al bar servono “bollicine” e delle ragazze vestite tutte uguali ti indicano la zona da dove vedere il concerto.

L’anno scorso ho visto Carl Brave in Fortezza, a casa mia,  a Livorno, insieme a poche centinaia di persone che sapevano tutte le canzoni, invitato dai ragazzi di Disco Rout, tra i pochi in città a guardare qualche metro avanti. Mi sono divertito ma ho derubricato il duo a simpatici menestrelli metropolitani, a un simpatico fenomeno prettamente romano. L’aspetto più interessante mi è sembrato, come a tutta la stampa di settore, il suo essere intersezione tra la sensibilità dei vari fenomeni trap e il nuovo pop italiano, la poetica del cantautore solitario immersa nei vicoli dei quartieri romani dove i turisti non vanno e che frequenti solo, per cercare qualcosa sul fondo di una bottiglia da 66, se hai qualche amico del posto.

Nel corso dell’anno i miei amici più attenti di me mi chiedevano “Ti piace Carl Brave? E’ bravissimo”. Si, mi piace. Mi piace che esista ma non ho tempo. Alla fine è solo un Calcutta per chi sta per strada. Ho voluto ascoltare Polaroid anche solo per il titolo perché quando c’è un riferimento fotografico in un artista che, anche se di lato, si muove nel mondo hip-hop, la testa va, inconsciamente o meno a quella foto di gruppo.
L’ho ascoltato distratto e l’ho rimesso nel cassetto fino al 2018.

Quest’anno è uscito Notti Brave. Il primo singolo è stato Fotografia con un featuring di Francesca Michielin, il mio vero guilty pleasure musicale. L’ho ascoltata con attenzione, anche perché non era possibile fare altrimenti. Nel 2018 Carl Brave suona al festivalbar qualche minuto prima di Biagio Antonacci presentato da Alessia Marcuzzi che strilla e le ragazzine che guardano amici sanno i pezzi a memoria.

E’ necessario sempre riprendere in mano qualcosa che proviene dai tuoi ambienti, in senso lato, quando esplode: anche solo per capire come sia possibile, al di la dell’evidente piacevolezza dei pezzi, che un immaginario piccolo diventi enorme.

Col senno di poi Polaroid si è rivelato un disco enorme. Non solo, come detto da tutti, per essere il punto di contatto tra mondi limitrofi e paralleli, accomunati solo dal fatto di farsi da se e di usare gli stessi strumenti (si diventa Carl Brave, ma anche Gemitaiz, su youtube, in cameretta e su instagram, non in studio di registrazione). Polaroid, ma anche Notti Brave, è un disco che contiene canzoni d’amore. Come un disco di Laura Pausini o della Michielin. Le canzoni d’amore sono la materia fondamentale della musica nazional popolare italiana. A Sanremo le canzoni d’amore però vivono in un non luogo idealizzato, un iperuranio di prati e camere da letto, cuori spezzati inconsolabili e rincorse a perdifiato sul mare. In Carl Brave ogni pezzo è il racconto istantaneo di una storia in un luogo vero e in una situazione vera. I fiori stanno tra i sampietrini, tra i cocci di bottiglia, i vicini sono zingari, ambulanti e qualche ubriaco. Non si passeggia sul mare ma si va in motorino, possibilmente contromano. Diventa, credo inconsapevolmente, un disco politico, nel momento in cui crea un racconto diverso da quello imposto: Carl Brave è l’antidoto mainstream alla narrazione mainstream della realtà.
E’, per far inorridire gli intellettuali, il nuovo neorealismo musicale.

Giovedì prossimo è necessario esserci, prima che sia troppo tardi. Il rischio di vedere Carl Brave come giudice ad X-Factor è reale o quantomeno realistico: non è un demerito, anzi, ma non è scontato che si riesca a sopravvivere al salto della barricata. E’ preferibile prendersi il meglio finchè siamo in tempo.

PS. Carl Brave esiste con Franco126. Il limite, piccolo, di Notti Brave è cercarlo in numerosi ospiti purtroppo non sempre all’altezza ma che si spendono facilmente. Ma la poetica di Carl Brave si completa col contrappunto di Franco126 che trasporta perfettamente l’idea che le persone hanno della borgata (troppi film, credo) negli anni dieci.

PPS. Spero stavolta di non essere il più vecchio.

Per Senza Soste, Luis Vega

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