20 settembre 1870, la breccia di Porta Pia. Quando il Papa si dichiarò prigioniero politico

Nel Risorgimento italiano fu molto forte l’impronta anticlericale e laicista (“libera Chiesa in libero Stato”)

Alle 5 di mattina del 20 settembre 1870 le truppe del Regno d’Italia al comando del generale Cadorna (circa 50mila uomini) cominciarono a cannoneggiare le mura di Roma nei pressi di Porta Pia. Poche ore dopo un tratto delle mura crollò e i bersaglieri entrarono nella città. A fronteggiarli c’era l’esercito papalino, composto da circa 15mila uomini tra dragoni pontifici, guardie svizzere e volontari provenienti da diverse nazioni. Per ordine del Papa opposero una resistenza quasi simbolica e si arresero subito dopo l’apertura della breccia. Il bilancio fu di 49 morti tra le truppe italiane e 19 tra quelle pontificie. La Francia, il più attivo protettore dello Stato Pontificio, era in quel momento in altre faccende affaccendata. Il 1° settembre era stata sconfitta dai prussiani nella battaglia di Sedan, Napoleone III era stato preso prigioniero ed era nata la Terza Repubblica.

Tra i vari staterelli in cui era divisa la penisola prima dell’unificazione, lo Stato Pontificio era uno tra i più arretrati: Gregorio XVI, predecessore di Pio IX, considerava il treno “opera di Satana”, il cardinale Lambruschini era contrario all’illuminazione a gas, e uno dei personaggi più noti e caratteristici di Roma era il boia Mastro Titta che aveva giustiziato più di 500 persone in quasi settant’anni di “onorata” carriera. I non cattolici non avevano diritti, e la segregazione degli ebrei nel ghetto ebbe fine solo dopo Porta Pia. Nel 1864 Pio IX nel Sillabo aveva condannato tutti i princìpi fondamentali del liberalismo (la libertà di pensiero, di stampa, di coscienza, di culto, la laicità dello Stato, la ricerca scientifica). Nel Risorgimento italiano d’altro canto fu molto forte l’impronta anticlericale e laicista (“libera Chiesa in libero Stato”) di origine liberale e massonica. Alla massoneria appartenevano figure di spicco del Risorgimento, quali Mazzini, Cavour, Cattaneo e Garibaldi, che definiva Pio IX “metro cubo di letame“ e la Chiesa cattolica “setta contagiosa e perversa”.

Il 2 ottobre 1870 si svolse il plebiscito per l’annessione di Roma al Regno d’Italia: i Sì riportarono una vittoria schiacciante anche perché le gerarchie cattoliche avevano dato indicazione di astenersi. Pio IX definì “ingiusta violenta, nulla e invalida” l’occupazione e si dichiarò prigioniero politico. Non accettò nessun accordo e nel 1874 proclamò il Non Expedit, cioè il divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica, che venne a cadere solo con la nascita del Partito Popolare di Sturzo nel 1919. I rapporti tra il Papato e lo Stato italiano si normalizzarono dieci anni dopo, grazie ai Patti Lateranensi stipulati con Mussolini, l’”Uomo della Provvidenza”.

Antonio Gramsci, poco incline all’anticlericalismo e molto attento ai rapporti con i cattolici, in un articolo del 1920 espresse un giudizio sprezzante della Presa di Roma: “Porta Pia non fu che un meschino episodio, militarmente e politicamente. Militarmente non fu che una grottesca scaramuccia. Fu veramente degna delle tradizioni militari italiane. Porta Pia rassomiglia – in piccolo – a Vittorio Veneto. Porta Pia fu la piccola, facile vittoria dell’aggressore enormemente superiore all’avversario inerme, come Vittorio Veneto fu facile vittoria contro un avversario che – militarmente – non esisteva più. Politicamente Porta Pia fu semplicemente l’ultimo episodio della costruzione violenta ed artificiale del Regno d’Italia. Tutto il resto è chincaglieria retorica”.

Di recente a celebrare Porta Pia è stata più che altro la galassia dell’oltranzismo cattolico e fascistoide in chiave filo-papalina. Nel 2008 il vice sindaco della giunta Alemanno ha ricordato gli zuavi pontifici caduti nella battaglia. Ma la palma della creatività spetta sicuramente a Militia Christi che nel 2013 ha organizzato l’incontro “Da Porta Pia alla legge contro l’omofobia: una breccia contro la famiglia”. Del resto Pio IX è stato beatificato da Wojtyla nel 2000, a ricordare simbolicamente le persistenti pretese vaticane di “dominio temporale”. Ora si attende la beatificazione di Mastro Titta.

Nello Gradirà

Articolo tratto da Senza Soste n.107 (settembre 2016)

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