Ascolti superficiali per giudizi nettissimi. I 10 dischi del 2017

Ascolto musica quasi esclusivamente per poter fare un bilancio annuale e relativa classifica. Ogni anno la stessa cosa, una fondamentale sfida tra varie fazioni. C’è chi segue il noto del radical chic di internet: carino il primo, merda il resto;  arrendersi di fronte all’evidenza che non nasceranno mai più nuovi Beatles o, per restare in tema, i nuovi Yo La Tengo. C’è chi ascolta tutto, segue attentamente Pitchfork, Bandacamp e i blog musicali di Vanity Fair alla ricerca della next next next big thing per poi, preciso come un orologio, tornare al nome grosso dell’anno appena passato, senza fantasia (quest’ anno toccato ai LCD Soundsystem).

Chi scrive fa parte della terza categoria: chi ascolta tutto superficialmente ma ama quasi tutto profondamente e sinceramente. La musica liquida (non importa se a pagamento o meno) è la nostra rivoluzione culturale: il nuovo video di Taylor Swift che ti resterà dentro dieci minuti (o dieci anni) e dopo un vecchio pezzo dei Marnero. Selena Gomez che canta male e in playback durante lo show annuale di Victoria’s Secret ridefinendo l’immaginario di una generazione e spezzoni di Bello Figo live che ridefinisce l’immaginario di un’altra generazione. Pochi secondi del nuovo pezzo di Coez che ti entra dentro come un virus (da debellare come un virus. Il punto più basso della musica cantautorale di sempre) e due ore di vecchi live dei Judas Priest, ammirando i vestiti BDSM.

Ogni anno qualcuno dice che il rock (o qualcos’altro) è morto o moribondo. E’ gente che a perso la capacità di sognare. Questi sono dieci, ma potrebbero essere mille e sono mille ogni anno.

London Grammar –  Truth is a beautiful thing

La musica pop estetica, prima che contenuto. Hannah Reid riesce a catalizzare tutto: una voce splendida e l’immagine perfetta, senza darlo a vedere. I London Grammar sono, per chi scrive, il miglior gruppo possibile soprattutto grazie a lei. In molti, dopo il primo disco, si aspettavano la consacrazione come band trip-hop da telefilm per le nuove generazioni.
Il tro inglese ha spinto l’acceleratore sul melodramma e il neo romanticismo. La colonna sonora per le scene finali dei film con Emma Stone. Praticamente perfetti.

Algiers – The underside of power

Questo IL disco dei nostri tempi. E’ la rabbia di un mondo dove i neri (tutti gli ultimi, tutti gli esclusi) continuano ad essere ammazzati per la strada. Fa coppia con Kendrik come manifesto della musica nera oggi. Un disco tesissimo e violento, post punk sposato col gospel. Se non fossi coinvolto con la musica pop patinata sarebbe il miglior disco del 2017.


Haim – Something to tell you

Negli Stati Uniti, musica tradizionale ed immaginario collettivo. Il pop rock da radio, da lunghi viaggi su strade polverose etc etc. Qualche eco funk per mettere il vestito giusto e far finta di muoversi. Due note dal sapore jazz per strizzare l’occhio al pubblico più adulto. I Fletwood Mac come unico, ingombrante e palese riferimento. Chi si intende davvero di musica direbbe che è un disco banale, semplice e senza particolari spunti. E’ un disco di canzoni, non serve sempre cercare il nuovo Pet Sounds (che sicuramente è già uscito e nessuno è stato in grado di scoprire). Da tenere fisso in autoradio, solo per stare bene.

Fever Ray – Plunge

Un nuovo di disco di Karin Dreijer un evento, a prescindere dalla qualità dello stesso. Molti (tutti) si aspettavano un disco oscuro e glaciale come l’esordio, catartico rispetto alle atmosfere dei The Knife. E’ uscito un folle disco electro pop, debitore nei confronti degli anni 80, più vicino a Shaking The Abitual del necessario. E’ un disco queer, una critica lisergica al turbo-capitalismo dei nostri giorni. La musica elettronica (un disco di musica elettronica) deve essere la nuova musica di protesta, anche (e soprattutto) se fa ballare. Lo capiremo troppo tardi, credo.

Halsey – Hopeless fountain kingdom

Al netto delle vendite (alte) non si capisce ancora se Badlands, il disco d’esordio del 2015, sia stato un grande disco elettro pop o un disco concettualmente indie che ce l’ha fatta. E’ probabile (sicuro) che l’ascoltatore saputello cerchi una giustificazione alt(r)a all’appassionarsi di musica mainstream che debutta in alto su Billboard. Io non ho questi problemi e amo Halsey senza farmi molte domande. Anche solo la partecipazione a Closer dei Chainsmoker potrebbe farla vivere di rendita (artistica) per sempre. HFK è un concept liberamente ispirato a Romeo e Giulietta e prodotto da gente come Cashmere Cat o Benny Blanco. E’ un concept album (un residuato degli anni 70) prodotto dai nomi grossi della musica mainstream USA. L’apoteosi del postmoderno che va al numero uno di Billboard. Da amare, anche solo come idea.

Nite Jewel – Real high

Ogni opinione è ovviamente soggettiva ma in genere dovrebbe mantenere, o almeno provare al farlo, una certa onestà intellettuale.  Non sono in grado di essere onesto o vagamente oggettivo con i lavori di Ramona Gonzalez: i suoi dischi, tutti, sono cose che mi porterei in un’ideale isola deserta.
Dal glo-fi di Good Evening siamo arrivati ad un cantautorato elettronico e funk, più introspettivo di quanto appaia. Ma non importa molto descriverlo o ascoltarlo: Nite Jewel il più bel progetto musicale degli ultimi dieci anni e Ramona la più importante cantautrice del decennio. Fine.

Tove Lo – Blue lips

La seconda parte di Lady Wood si mantiene sui livelli del predecessore, uno dei migliori dischi del 2016. Tove Lo anche nel 2017 resta l’artista più sessualmente esplicita e allo stesso tempo consapevole di entrare nelle classifiche e, di conseguenza, nelle camerette delle adolescenti in giro per il mondo. Blue Lips è più oscuro (nonostante Disco Tits sia un singolo da dancefloor perfetto, accompagnato da un delirante video, impensabile qualche anno fa quando la musica passava in televisione) e tratta la parte meno fisica del sesso e delle dipendenze. E’ la parte meno fisica ma più cruda. Probabilmente da gran parte del pubblico verrà visto come l’ennesimo disco electro pop che affolla il mercato: una colpa non vedere oltre.

Taylor Swift – Reputation

E’ curioso come l’ultimo disco di Taylor Swift sia stato oggetto di interesse da parte di tutta la stampa specializzata in musica alternativa (un tempo si diceva musica alternativa), tendenzialmente per parlarne maluccio. Ci sono oggetti che l’attento ascoltatore di musica deve saper manovrare: Lorde, Lana Del Rey, ANTI di Rihanna e, da quest’anno Taylor Swift. Taylor Swift è la figlia perfetta dell’America (America maiuscolo, quella che festeggia il 4 Luglio con commozione) che parla, solitamente, delle storie d’amore fallite e, in questo ultimo, di come il mondo la odi e non la capisca. Reputation è un compendio di Synth Pop, EDM e Trap prodotto come meglio non si potrebbe e l’ex American Sweetheart si è gradualmente trasformata in una Bad Girl, come consuetudine oggi. Non 1989 impossibile, quello era un disco perfetto) ma Taylor Swift resta il gold standard della musica mainstream mondiale: ci sono e ci saranno sempre artisti che eccelleranno più di lei nelle minuterie ma nessuno in grado di essere padrona del gioco come lei. Top di sempre.

Bomba Estereo – Ayo

Da venti anni i Bomba Estereo  suonano la Colombia nel nuovo millennio non semplicemente attualizzando la tradizionale cumbia ma portandola qualche passo avanti: dub, hip-hop, electro direttamente nei club dance e non (almeno non solo) alle feste autorganizzate. Ayo è la colonna sonora per una buona vita: l’importanza della natura, l’allineamento (anche spirituale per quelli a cui interessano queste cose) tra divertimento e consapevolezza di essere. L’ultimo lavoro regala una serie di pezzi perfetti per ogni festa e perfetti per essere ascoltati e offre un pezzo manifesto per il presente e per il futuro. L’affermazione di come la musica sia il più potente mezzo di aggregazione tra i popoli e come ognuno sia tutti quando condivide una pista da ballo. Non importa quale.

Chantal Acda – Bounce back

La cantautrice belga ha una voce meravigliosa, come poche se ne sentono. Poi si può discutere delle canzoni (un po’ meno belle delle precedenti), degli arrangiamenti (troppi) o dei testi. Alcune volte non servono effetti speciali, foto patinate o iperproduzioni: la bellezza della musica folk, una materia che quasi sconosciuta. Una canzone folk deve funzionare senza niente e quelle di Chantal Acda lo fanno, sempre, a prescindere della qualità del pezzo. E’ un dono di pochissimi. E’ il bello del folk: non c’è molto da raccontare, le canzoni solo li facili e impossibili da decifrare, non ci sono synth o altri artifici ad aiutare: c’solo chi suona e chi ascolta. E’ impegnativo per tutti.

Per Senza Soste, Luis Vega

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