Bottai non vince solo sul ring

LIVORNO- «Questa vittoria va al grandissimo Mario Bianchi, storico
barista dello stadio che sta passando un momento difficile, ci ha visto
crescere e "seminare danni", purtroppo anche se andiamo sulla luna e
ogni giorno produciamo tecnologia in armi, ancora ci dimentichiamo di
debellare mali secolari, è indecente». Comincia così l'intervista a
Lenny Bottai, reduce dalla nona vittoria da professionista. La maglia e
l'impegno sociale. «Sono montato sul ring con una maglia dedicata ai
lavoratori per ricordare tutte le famiglie che in questo momento
chiedono solo una dignità e un lavoro per costruire una vita senza
affanni. Questo distrugge la città e la società».
Allora Lenny, sei tornato sul ring e il risultato è sempre quello…
«Sì,
diciamo che stiamo andando oltre ogni previsione, mia e degli scettici
al momento del mio passaggio a 31 anni dopo 6 di stop».
Racconta come è stato l’incontro con Mottolese visto da dietro i guantoni.
«Spigoloso
e impegnativo, soprattutto a livello psicologico, ho cercato di
guadagnare terreno pian piano senza spazientirimi, aveva più esperienza
e non era facile, poi ho iniziato a infilare colpi isolati ma
importanti ed ho visto che stavo sicuramente meglio fisicamente. Alla
quarta c'è stato un clinch sporco, lui era già stato richiamato per
trattenute e ostruzionismo perchè evitava la corta distanza in tutti i
modi, ho messo due colpi interni e lui si è voltato accusando.
L'arbitro ha fermato il match ed ha visto la ferita, quindi decretato
il Kotc. Loro avrebbero voluto una decisione tecnica, che comunque non
mi avrebbe tolto la vittoria perché in vantaggio, ma comunque visto in
video se c'è un contatto tra le teste avviene prima dei colpi, che
vanno poi proprio su quel punto della ferita. Onestamente nel lavoro
ravvicinato e sporco ci può essere stato, ma l'errore di voltare le
spalle dopo i colpi gli poteva costare anche l'abbandono mentre io
avrei anche potuto colpirlo ancora. Per questo ho trovato assurde le
loro polemiche».
Alla vigilia c'era un po' di apprensione: temevi più l’importanza del match oppure l'allungo dell'avversario?
«Diciamo
che sapevo di dover fare un match diverso per la sua struttura e poi ho
avuto a puntino un blocco al collo e alla schiena che solo grazie al
mio fisioterapista Marco Zaccagna ho risolto, in parte, in extremis».
L'apporto dei tuoi sostenitori quanto conta?
«E'
una cosa fuori dal comune, per me è come essere nella Champions Legue,
questi sono roba da Madison...sconvolgono tutti i palazzetti ad ogni
trasferta...no seriamente parlando è imprescindibile il loro apporto,
anche perchè non sono tifosi, ma compagni di mille avventure e le
vittorie come le sconfitte ce le guadagnamo e lustriamo insieme».
C'era anche Igor Protti.
«Sì in trasferta per me, come se le cose si fossero capovolte...la sua visita prima del match è un amuleto».
Da
professionista hai messo insieme un ottimo bagaglio di esperienza.
Superato anche questo esame cosa ti aspetta? Insomma, cosa c’è dietro
"l'angolo"?
«Il nono incontro, diciamo che in un anno e
mezzo di attività non sono stato a guardare, soprattutto in diversi
match veri e non di rodaggio, poi bisogna procedere con umiltà
ricordando sempre da dove siamo partiti. In questo sport ci sono tanti
fattori che fanno giocoforza, io ci sono e procedo, anzi direi noi,
visto che non sono mai solo. Diciamo che qualcosa di importante per me
in questa città diventerebbe una bolgia? ma pensiamo al prossimo».
Il
pugilato è una grande metafora della vita, una specie di condensato.
Sul ring in tre minuti c’è un po' tutto: il rispetto per l'avversario,
il sacrificio, la fatica, la paura e il cuore. E' ancora questa la boxe
per te? Quella che ti dà la spinta a non fermarti?
«Tutto
quello che hai detto, il fatto che non si guadagna soldi nemmeno per
vivere e si fanno sacrifici che i calciatori nemmeno ci pensano la dice
lunga. Sono le emozioni che ti danno un risposta, finché ci sono quelle
e la voglia di misurarsi, di costruire, trasmettere e condividere si va
avanti a testa bassa, da buoni livornesi».
Stai anche per prendere la tessera di istruttore federale. A proposito, come va la palestra?
«Spero
in questo momento positivo di costruire qualcosa di importante, di
portare avanti buone idee e lavorare con questa disciplina nel sociale,
ho progetti definiti, lavorare con fasce a disagio, è vorrei
realizzarlo, che non rimanga un sasso lanciato nel vuoto. In tre anni
di palestra siamo riusciti ad avvicinare tanta gente, semplici amatori
ed agonisti, abbiamo tuttavia ancora poco spazio e poco tempo e non
tutte le richieste possono trovare risposta. Attorno a me e a questo
sport si è creata un importante attenzione di tanti concittadini,
dobbiamo trasformarla in qualcosa di concreto».
Enrico Paradisi
tratto da www.corrieredilivorno.it
22 settembre 2009
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