
Per la quinta volta la carovana di Sport sotto l’assedio
ha percorso in lungo e largo i territori palestinesi sottoposti all’occupazione
militare israeliana. Un movimento di circa duecento persone partite da tutta
Italia e non solo ha attraversato città, villaggi e campi profughi per
condividere momenti di sport e riflessione in una terra in continuo conflitto.
Tante le realtà incontrate dalla Cisgiordania fino ai centri arabi rimasti all’interno
dello Stato di Israele dopo il ‘48, ma ancora una volta la carovana non è
riuscita entrare nelle Striscia di Gaza nonostante la richiesta accurata e
tempestiva dei permessi. “Non c’è niente da vedere e nessuno da incontrare”
hanno risposto le autorità israeliane. E così il programma che prevedeva l’ingresso
in tre momenti differenti da Erez verso Gaza è stato accantonato e sono stati
mantenuti tre gruppi di carovane che hanno girato nei dintorni di Betlemme (Dheishee,
Nil’in, Hebron), a Jayyus, Qalqilya e Tulkarem e nei dintorni di Nablus (Al Faara,
Balata, Tubas) e Nazareth.
Senza Soste, come lo scorso anno, ha seguito direttamente la carovana. Di seguito il resoconto completo del viaggio estratto
dagli appunti delle cose viste, delle parole ascoltate, delle sensazioni provate.
You're in a military area. L’arrivo al Ben Gurion (1 aprile 2009)
La barba incolta e la pelle olivastra mi hanno
candidato per un breve colloquio con un agente di sicurezza israeliano dopo
pochi minuti dal mio sbarco notturno al 'Ben Gurion'. Per fortuna si e'
trattato solo di un'occasione per misurare i progressi dell'inglese che ho
tentato di rinfrescare in vista di questo viaggio, con sei
ore settimanali di lezioni in un mese. Il timbro verde accanto a quelli
rossi dello scorso anno, celebrano il mio definitivo ingresso in Israele. Un
taxi collettivo fuori dall'aeroporto di Tel Aviv accompagna i primi arrivati tra quelli che andranno a
formare la carovana di sport sotto l'assedio lungo
le highways riservate alle automobili di targa gialla. L'autista
esibisce tutta la sua abilita' nella guida, scorazzando come una
forsennato nella corsia di sorpasso. Uno sventolio di bandiere
israeliane si incontra spesso ai bordi della strada, cosi' come
carcasse di mezzi militari riadattati a monumenti autostradali. Prima di
partire l'autista ha tenuto a ribadire, ripetendolo
ossessivamente che e' d'accordo ad accompagnarci al check-point di
Betlemme, ma che non potra' andare oltre. A tempo di record arriviamo a
Gerusalemme e l'imbottigliamento alle porte della citta' ci permette di dare
uno sguardo agli ortodossi in abiti tradizionali che passeggiano verso la parte
vecchia mentre gli autobus di pellegrini ci affiancano e i lampeggianti di
un macchina della polizia ci precedono. Arrivati al check-point di Betlemme
veniamo scaricati. Noto non ci sono piu' le tradizionali scritte in tutte le
lingue che auguravano che la pace sia con te. L'ipocrisia multicolore che
decorava i pilastri di cemento invalicabili e' stata sostituita da un manifesto
con un paesaggio israeliano che non so riconoscere. Il giovane soldato di
guardia non fa caso al nostro scorrere impacciato tra i girelli metallici tra i
quali spingiamo con forza le nostre valigie. La soldatessa all'uscita ci
riserva la stessa indifferenza e i nostri passaporti non vengono degnati di uno
sguardo. E' notte e siamo i soli essere umani ad aggirarci in questo
hangar militare. I tassisti palestinesi radunati intorno a un piccolo
fuoco ci vengono incontro e ci accolgono sorridenti dopo aver conosciuto la
nostra meta. Pochi minuti di guida maldestra e siamo all'Ibdaa Center
nel campo profughi di Dheishee. Dopo gli abbracci di rito, con un piccolo
gruppetto torniamo a Betlemme nelle paninoteche cristiane ancora aperte.
Ordiniamo e aspettiamo fuori. Il negozio accanto e' una rivendita di liquori e
cioccolate e il giovane venditore ci inviata ad apprezzare lo stile italiano
col quale l'ha decorato. Giovani palestinesi fanno il via via per procurarsi
birre e dolciumi, mentre i soldati di una pattuglia dell'esercito
palestinese rallentano davanti all'ingresso, lanciano un'occhiata intimidatoria
e proseguono il loro giro di controllo. Tornati ad Ibdaa, una delle referenti
del gruppo ci informa che sono stati negati i permessi per entrare a Gaza
e che occorrerà ripensare il percorso della carovana. Un certo freddo comincia
a farsi sentire tra le stanze dell'Ibdaa. La primavera si fa ancora attendere.
I don’t know
why. Campo profughi di Dheishhe, Betlemme, Gerusalemme (2 aprile 2009)
Il te e i dolci imbastiscono il tavolo della colazione
all'Ibdaa. Accanto, nell'edificio delle Nazioni Unite, i bambini si godono la
ricreazione dondolando sulle altalene sotto gli occhi vigili delle maestre. La
mattina di sole la passiamo in giro per il campo profughi di Dheishee, 12.000
rifugiati in un fazzoletto di terra alle porte di Betlemme. Gli abitanti ci
danno il benvenuto e con alcuni ci intratteniamo sulla situazione del campo e i
motivi della nostra presenza.Dalla parte più alta del campo ci si affaccia su
un'enorme collina, che separa il sito archeologico di Erodiade da una colonia
israeliana in costante crescita. Gli scavi indicano la costruzione delle strade
ad uso esclusivo che il governo israeliano sta procedendo a costruire e che per
motivi di sicurezza dovranno essere protette da barricate di cemento che
avanzeranno a dismisura in territorio palestinese. Durante la passeggiata
incontriamo Awni, un signore dai capelli
bianchi che ci saluta nella nostra lingua. E' stato più volte in Italia e
ricorda diverse espressioni. Siede sotto un ulivo con un amico e ci racconta
che ha perso il lavoro qualche mese fa. Era impiegato presso una sinagoga di
Gerusalemme come responsabile di un centro per bambini. Durante la guerra di
Gaza, un giorno i soldati lo hanno fermato mentre esibiva
come consuetudine la
documentazione che certifica il suo lavoro in Israele. Gli hanno chiesto stranamente
di attendere. Poi è comparso un foglio. "Non puoi più entrare in
Israele". Il motivo nessuno glielo sa spiegare. E ora attende che le
autorità chiariscano il suo caso. Senza lavoro, con otto figli e il previsto
allargamento della sua casa lasciato a metà. Finito il giro, con un taxi
raggiungo Betlemme. Ammassati lungo le strade lastricate i venditori richiamano
i turisti cristiani in visita alla chiesa della Natività. File di polacchi
attendono emozionati l'ingresso mentre i palestinesi tentano di vendere
cartoline ricordo e dolci locali. Dopo qualche ora proseguo per Gerusalemme. Al
check-point mi precede un lavoratore palestinese a cui suona l'allarme al primo
tentativo di passare il metal detector. “Togliti la cintola”, gli ordina la
soldatessa. Esegue, ripassa e suona. Via
le scarpe. Suona, ma ormai non ha più niente addosso, perché cellulare, borsa e
monete sono passate sotto il macchinario già da diversi minuti. La soldatessa
lo invita a mostrare il permesso. Intanto passo io. Lascio gli oggetti metallici,
ma l'allarme suona. Guardo la soldatessa allargando le braccia. "Your
passaport." Glielo mostro. "Ok". L'uomo è sempre là a far
suonare l'allarme. Non può privarsi delle sue origini. Sarà la soldatessa a
decidere quando porre fine a quella frustrazione. Gli autobus per Gerusalemme
aspettano fuori dal check-point.
Poco prima di partire arriva il signore che mi
precedeva nei controlli. Pochi minuti e si addormenta, sbattendo più volte la
testa sul sedile anteriore. Una ragazza americana seduta al mio fianco estrae
dalla borsa una kefia e se la attorciglia al collo. Il bus parte oltrepassando le
file di bandiere con la stella di Davide apposte ai pali della luce: la
colonizzazione simbolica della città parte dallo spargimento di bandiere
israeliane in ogni posto possibile. Intanto famiglie di palestinesi ammassate
sui bordi della strada aspettano qualcosa che non sembra arrivare mai mentre un
soldato solitario passeggia armato sotto il sole e un artista dipinge tra gli
ulivi la casa che ha di fronte. Oltrepasso la porta di Damasco e entro nel suk
di Gerusalemme. Giro a caso nei vicoli e dai cartelli capisco di essere prima
nel quartiere musulmano, poi in quello armeno e infine in quello ebraico dal
quale raggiungo la terrazza sopra il Muro del Pianto. Passeggio saltellando tra
i tetti delle case, mentre in basso i bambini israeliani giocano a pallone in
un campo di cemento. Il 21 riporta a casa i lavoratori che hanno il permesso di
accedere a Gerusalemme. Un soldato israeliano si siede accanto al conducente e
scorta il pullman. Il viaggio è lungo e attraversa villaggi e dintorni di Betlemme.
Il muro comincia a fiancheggiare la strada e compare in tutta la sua evidenza
all'ingresso di Bet Jalla. Un signore accanto a me lo fissa e scuote la testa. Mi
invita ad osservare l’enorme costruzione che gli ricorda il muro di Berlino. E’
un danno per l’economia, per i contatti tra le persone, per la perdita di terre
da parte dei palestinesi. "…but the world accept
this, i don't know why, i don't know why". I don't know why.Sbagliare un rigore ad Al Ram. Il primo giorno
ufficiale di carovana (5 aprile 2009)
Dormono tutti pesantemente intorno a me. Sono le
3.27 e con un portatile di fortuna provo a raccontare dal letto a castello di
Al Feniq il primo giorno ufficiale di attività della carovana 2009 di
"Sport sotto l'Assedio". Il programma della giornata prevede gli
incontri di calcio maschile e femminile allo stadio Al Raam, il complesso costruito
a tempo record alle porte di Ramallah e
riconosciuto dalla Fifa. E' stato inaugurato alla fine dello scorso anno
dall'incontro tra la nazionale palestinese e quella giordana. La partita
maschile che sarà la prima a giocarsi avrà inizio alle 14, ma un gruppo
ristretto dovrà partire già dalla mattina presto per curare l'allestimento
degli striscioni e incontrare la delegazione della FIFA. Faccio parte di questo
piccolo gruppo, che una volta riempito un pullman da sette posti parte per
Ramallah, mentre nel salone dell'albergo si fa ancora colazione. Il tragitto
che consente di arrivare direttamente a Ramallah, senza dover superare il
check-point di Betlemme e cambiare mezzo, rivela molto di come si vive oggi in
Palestina. Viaggiando su strade simili a mulattiere attraversiamo i dintorni di
Betlemme e vediamo l'avanzamento delle colonie israeliane. L'obiettivo è
chiaro: circondare Betlemme di insediamenti e isolarla definitivamente
innalzando il muro nei punti dove ancora non è stato costruito. Il viaggio
prosegue attraverso stretti tornanti a strapiombo lungo i quali gli incuranti
tassisti palestinesi sorpassano i mezzi
più lenti. Incontriamo alcuni
check-point "mobili" che superiamo senza subire controlli. Alle porte
di Abu-Dis, un quartiere di Gerusalemme isolato dal muro, la distesa di cemento
comincia a serpeggiare al nostro fianco. Isola le poche zone della città
rimaste ai palestinesi e li esclude da porzioni di terra ricche di acque e di
terreni coltivabili. Prima di attraversare un villaggio urbano c'è ancora il
tempo di vedere comparire gli accampamenti dei beduini e distese di ulivi
tagliati. Il muro diventa sempre più ravvicinato e indica l'arrivo
all'affollato check-point di Kalandia. In pochi minuti siamo a Ramallah, dove
la macchina della FIFA ci aspetta alla piazza principale. Saliamo e andiamo
allo stadio, un complesso impressionante per il contesto locale. Il campo è in
erba sintetica e costruite intorno ci sono gradinata e tribuna. Dal palazzo in
pietra dietro alla gradinata scendono due lunghe bandiere palestinesi e in
mezzo una gigantografia di Yasser Arafat. Andiamo in giro a conoscere la
struttura accompagnati dallo staff della federazione palestinese e poi
cominciamo l'allestimento. Diversi striscioni richiamano il progetto di
"Sport sotto l'Assedio", altri rappresentano i contesti di provenienza
dei componenti della carovana. Il drappo "V", dono degli amici della
curva per il viaggio in Palestina è in posizione centrale proprio sotto il
faccione di Arafat. In campo intanto i bambini e le bambine di una scuola di
Ramallah provano una coreografia coi colori della bandiera palestinese mentre
la polizia locale arriva in forze allo stadio tra gli applausi degli
spettatori. La presenza della polizia palestinese è a garanzia dell'evento.
Nonostante l'incontro si svolga in territorio palestinese, è infatti Israele ad
avere il controllo militare dell'area e
richiede ingenti misure di sicurezza
durante i grandi eventi, intervenendo coi propri soldati in caso di mancanza di
forze. Il resto della carovana arriva con un certo ritardo, motivo di tensione
aggiunto per un evento di portata eccezionale per numero di presenze,
rappresentati istituzionali e allestimento. Scendiamo in campo per le 14.30 e
ci disponiamo in fila per l'ascolto degli inni nazionali. Prima parte l'inno
palestinese il cui motivo iniziale ha una forte somiglianza con quello
sovietico. Poi tocca all'inno italiano, che non ci suona particolarmente
gradito e ascoltiamo con il pugno chiuso alzato. La partita va a senso unico.
Davanti abbiamo la nazionale under 20 palestinese, che ci sovrasta rifilandoci
dieci gol senza subire un tiro di porta. Al 95' l'arbitro ci assegna un rigore.
Le facce smarrite dei compagni, distrutti da un partita passata a rincorrere
avversari imprendibili, mi convincono a prendermi la responsabilità del tiro.
Durante il riscaldamento avevo provato un rigore, cercando di piazzare la palla
dopo il movimento del portiere. Era andata bene, portiere da una parte e
pallone dall'altra. Decido che farò altrettanto. Il numero uno della nazionale
palestinese avanza verso il dischetto e compie un rito propiziatorio muovendo
le braccia in direzione della zolla bianca. Quando l'arbitro lo rispedisce in
porta appoggio il pallone a terra e preparo la rincorsa. Parto, ma lui non
si muove e io calcio più angolato possibile incrociando il tiro. Sbagliare un
rigore ad Al Ram non lo so spiegare. Migliaia di spettatori presenti, autorità
palestinesi e delegazione FIFA in tribuna, polizia locale in assetto
antisommossa e televisioni arabe che trasmettono in tutti i territori. Gli
avversari mi corrono subito incontro per consolarmi, l'arbitro decreta la fine
della partita dopo il susseguente calcio d'angolo, direzione che aveva preso il
mio tiro dopo che il portiere aveva allungato le dita fino al palo interno per
respingere il pallone. Allah Akbar, ho la conferma. Ci abbracciamo in mezzo al
campo con gli avversari palestinesi, salutiamo il caloroso pubblico e iniziamo
la premiazione. Dopo la partita maschile ha inizio quella femminile. Lo
spettacolo è lo stesso, le avversarie palestinesi sovrastano la nostra
formazione, dimostrando alcune individualità promettenti. All'uscita dello
stadio la folla si accalca attorno ai pullman, e dopo altri abbracci, foto e
scambi di doni andiamo in un ristorante di Ramallah. I soldati palestinesi
continuano a presidiare i nostri spostamenti e si posizionano armati in fondo
all'enorme sala dove avverrà la cena. Centinai e centinaia di giocatori e
giocatrici si mescolano nei tavoli e una serata indimenticabile ha inizio. Dopo
diverse ore, torniamo sui pullman scortati dai soldati e ci dirigiamo verso il
campo profughi di Dheishee. Il muro che circonda Ramallah ci accompagna nella
prima parte del viaggio, dove incontriamo nuovamente il check-point di Kalandia
paralizzato dal traffico notturno dagli automobilisti che tentano di tornare a
casa, ostacolati dalle vessazioni dell'esercito israeliano. Ripenso alle parole
delle persone conosciute nei giorni precedenti che mi chiedevano come l'Europa
si poneva verso l'oppressione israeliana nei loro confronti raccontandomi le
loro difficoltà quotidiane. Ma un'affermazione sul comportamento di Israele non
rilascia spazi di replica. Ramallah-Betlemme è un viaggio attraverso
un'affermazione inspiegabile: muri, check-point, insediamenti, ulivi tagliati e
pozzi d'acqua requisiti sfilano lungo il tragitto. Affermano qualcosa che non
si può spiegare. Come sbagliare un rigore ad Al Ram.Altri link della giornata:
L’unica democrazia del Medio-Oriente. La partenza
verso Nablus (6 aprile 2009)
La mattina del secondo giorno di carovana inizia
con l'incontro al “Mehawar Center” di Beit Sahur un centro per donne vittime di violenze nei Territori Palestinesi. La struttura
e'stata fondata nel febbraio 2007 con i contributi del governo italiano e il
sostegno della banca mondiale, dell'ONU e dell'associazione "Differenza
donna". Scopo del centro e' rafforzare la protezione delle donne e delle
famiglie vittime di violenze domestiche. E' un luogo pubblico e conosciuto,
protetto dal ministero delle attività sociali e dall'autorità palestinese. La
scelta di essere visibili, seppur rischiosa, risponde all'esigenza di
sviluppare una sensibilizzazione e una cultura sul problema della violenze su
donne e bambini. Dalla sua nascita il centro ospita le vittime di violenze e
può accogliere fino a 45 persone, femmine di qualsiasi età e bambini fino a 12
anni. L'assistenza e' gratuita e viene impartita sotto varie forme, da quella
legale a quella medica. Lo stupro domestico e' la violenza più frequente e in
quei casi si cerca di evitare il reinserimento delle vittime nella famiglia di
origine e attraverso dei corsi di formazione, si cerca di far acquisire delle
competenze lavorative alle donne a seconda delle loro richieste. In questo modo
le donne possono rendersi indipendenti dal punto di vista economico e quando
decidono di lasciare la struttura sono sostenute nella ricerca di un posto dove
vivere, anche se non e' semplice. Le regole "comunitarie" non
guardano con favore la possibilità per le donne di vivere autonomamente. L'occupazione israeliana acuisce una situazione già di per sé difficile: gli
alti tassi di disoccupazione, la limitata mobilità e le conseguenti
frustrazioni aumentano la possibilità che questi abusi accadano. Dopo
l'incontro la carovana si divide in tre gruppi. Io sono rientrato nel gruppo
che viaggerà per il nord della regione, per un giro che comprende la visita all'ex prigione di Al Faara, i campi profughi di Al Balata e Jenin e la città
di Nazareth. Trascorro il viaggio dormendo e mi risveglio all'arrivo al
check-point di Al-Huwara che permette l’accesso a Nablus. Il passaggio per i veicoli e' controllato
da quattro soldati armati: uno si occupa dei documenti, gli altri tengono sotto
tiro gli automobilisti. Ogni veicolo e' accuratamente perquisito. Un uomo con
una macchina rossa scende lentamente dal mezzo, mostra i documenti poi sempre
lentamente apre le portiere e il bagagliaio. La soldatessa gli intima di aprire
anche il cofano del motore mentre i soldati lo tengono continuamente sotto
tiro. Ripartirà solo dopo svariati minuti. Intanto il militare di grado superiore
in servizio al check-point sale sul nostro pullman, verifica la nostra
provenienza e la nostra meta, chiede un accendino e scende. Si consulta
con altri soldati e risale. La targa del nostro pullman pare non sia
autorizzata a passare. I nostri coordinatori si attivano immediatamente perché
in caso di conferma del diniego dovremmo scendere nel piazzale e tentare di
ripartire con un local transport. Nell'attesa i soldati israeliani mostrano un
saggio dell'unica democrazia del Medio-Oriente. Un carretto spinto da padre e figlio
piccolo viene fermato e dopo una lunga discussione il padre è costretto ad
allontanarsi. Il superiore
armato si piazza davanti al bambino rimasto solo e
lo interroga. Dopo qualche minuto il padre ritorna e fa dei gesti verso una
donna che corre dall'interno verso il check-point. Molto agitata raggiunge il
punto di raccolta dei soldati ai quali mostra il contenuto della borsa mentre
il bambino le si aggrappa subito alle gambe. I soldati proseguono nelle loro
richieste mentre la donna non trattiene le lacrime. Il superiore, occhiali
rayban e berretto, si stacca dal gruppo per chiamare a gran voce un vecchio con
la kefia. Gli si avvicina con fare intimidatorio e lo rimprovera di qualcosa
mentre con uno scarpone gli sale su un piede e glielo schiaccia. Poi lo fa
passare e il vecchio spinge il suo carretto malmesso oltre il check-point.
Tocca a un altro ragazzo. Appena ce l'ha di fronte il superiore lo strattona e
lo colpisce con un pugno sulla spalla. Lo minaccia di qualcosa e lo spinge
verso l'entrata del check-point. Dopo l'ennesima intimidazione, si allontana
per rispondere a una telefonata, torna verso il nostro pullman e ci domanda se
siamo quelli della squadra di football. Lo siamo. "Ok, you can
enter". Nel tardo pomeriggio arriviamo nell'ex carcere di Al Faara, oggi
un complesso sportivo costruito grazie ai contributi della comunità
internazionale. Il paese che si trova non molto distante da Nablus, è oggetto
di frequenti visite notturne da parte dell'esercito israeliano che penetra nelle
case terrorizzando e arrestando gli abitanti. Rahid, direttore del centro ci
accompagna nella visita della struttura. Dal 1967 e' stata gestito dagli
israeliani in seguito all'occupazione, diventando un centro di interrogatori e
di detenzione amministrativa. Migliaia di palestinesi, giovani universitari e
attivisti politici sono stati rinchiusi nelle piccolissime celle di questa
struttura, dove gli israeliani non si sono risparmiati tecniche di tortura e
abusi. Tra i 1200 e 1500 prigionieri sostavano giornalmente nella struttura,
all'inizio per 18 giorni ma anche per mesi, una volta riarrestati. Chi ci parla
e' stato rinchiuso per cinque volte. Ogni detenuto perdeva il proprio nome e
veniva identificato attraverso un numero scritto in lingua ebraica. Le
forniture di cibo e l'acqua permettevano a mala pena la sopravvivenza e un
dottore e una medicina curavano ogni malattia. Dopo gli accordi di Oslo il
carcere e' stato abbandonato. La sera ci riuniamo in assemblea e ascoltiamo i
racconti di chi nel corso degli anni ha visitato Nablus, una delle città più
attaccate dall'esercito israeliano e in cui e' sempre stata forte la resistenza
all'occupazione. Durante la notte mi sembra di sentire continuamente il rumore
degli spari. I sogni si abituano presto alla democrazia israeliana. Prigioni e prigionieri. Al Faara e la Valle del Giordano (7 aprile
2009)
Una bella
mattina di sole accompagna le nostre escursioni a Tubas e nella Valle del
Giordano. Gli autisti dei pullman faticano a trovare strade percorribili a
causa dei continui blocchi delle forze armate dell'Autorità palestinese. E'
infatti il giorno della visita del primo ministro Salam Al-Fhaydi. Ogni
paese ha mobilitato i propri referenti politici e si è diretta all'appuntamento
con il chiaro intento di ottenere finanziamenti che possano risollevare l'economia
locale. A Tubas percorriamo la strada del mercato e veniamo invitati a bere tè
e caffè in uno dei locali di ritrovo del paese: una stanza senza pavimento con
le pareti ingrigite dove resiste un'immagine incorniciata di Arafat. Gli
avventori ci offrono le loro sedie, mentre il gestore si organizza per
preparare cinquantuno caffè. I bambini come consuetudine ci circondano per
chiederci i nostri nomi e la nostra provenienza con le poche frasi
d'inglese imparate alla scuola elementare. Ripartiamo diretti alla Valle
del Giordano. L'area è stata requisita dal 1967 dagli israeliani per
impiantarci campi di addestramento militare. L'ingresso è limitato per i
palestinesi che in questa zona coltivavano i propri terreni. Il passaggio è
possibile solo attraverso un check-point costruito a fianco di una delle
divisioni più ostiche dell'esercito israeliano. Siamo costretti a scendere dai
pullman e passare uno per volta dai tornelli del check-point. Nell'area
esistono sette campi di addestramento militari ma per gli abitanti rimasti,
circa 100.000 non ci sono condotte dell'acqua né elettricità. Gran parte dei
terreni occupati appartiene al Vaticano, che li ha lasciati in usufrutto ai
palestinesi. Scendiamo per andare a vedere la famosa fonte d'acqua calda della
valle mentre nello spiazzo antistante gli agricoltori locali hanno parcheggiato
i trattori e attendono il primo ministro per presentargli le loro richieste.
L'ultima tappa della nostra escursione è in una montagna che permette la vista
dei confini naturali di Israele, Giordania e Libano. Durante la sosta un
vecchio pastore attraversa i campi con l'asinoe le pecore al seguito. Nel
pomeriggio scendiamo in campo per la seconda partita del nostro gruppo. Una
telefonata ci aveva informato delle sconfitte rimediati dagli altri nel campo
di Jayyus. E' il momento di riprendersi. Gli avversarsi sono una squadra
alquanto improvvisata di ragazzini e uomini appesantiti nel fisico, che
scendono in campo con le maglie che ricordano i sessanta anni di anniversario
della Nakba. Presuntuosi, lenti e macchinosi rimediamo l'ennesima pesante
sconfitta nonostante un finale all'arrembaggio ci permette di alleggerire il
risultato e di segnare i gol che fissano il punteggio sul 7-4. In serata
attraversiamo a piedi le poche case di Al Faara per dirigerci a un incontro con
un palestinese appena uscito dalle carceri israeliane. La strada dove abita è
allestita con le bandiere delle organizzazioni politiche che celebrano il suo
ritorno. Ci accoglie nella sua sala e visibilmente emozionato e intimidito
dalla nostra numerosa esperienza ci racconta l'esperienza dei suoi cinque anni
avvenuta per gran parte del tempo in un carcere israeliano nel deserto del
Negev. La situazione dei prigionieri politici è estremamente difficile: cibo e
vestiti scarseggiano e il trattamento sanitario è nullo. La fornitura di acqua
è sospesa per 4 ore al giorno: siamo nel deserto dove il calore raggiunge
temperature molto alte e occorre continuamente abbeverarsi. I prigionieri
vengono contati 4 volte al giorno: la prima alle 5 di mattina (quando a causa
dell'escursione termica fa molto freddo), poi alle 12 con un caldo
insopportabile e altre due volte. Ogni sei persone è presente un ventilatore. I
trasferimenti da un carcere a un altro sono continui e servono per rompere le
relazioni e i legami di solidarietà tra i detenuti. I prigionieri politici sono
spesso detenuti nelle stesse celle con detenuti comuni israeliani. Nel suo carcere c'erano
circa 3000 prigioneri di cui 150 bambini sotto i 16 anni. La sua pena è stata
scontata solo in parte in quanto oltre ai 5 anni di detenzione, deve scontare
un periodo di libertà vigilata di altri 5 anni, in un paese in cui quasi ogni
notte gli israeliani penetrano per compiere interrogatori e arresti. Dopo circa
mezz'ora di discussione decidiamo di non insistere con le domande e lasciare
che il prigioniero possa godersi a pieno la sua ritrovata libertà senza dover
rivivere tutti i particolari della sua esperienza, conclusa appena sei giorni
prima. Dopo un giro in paese torniamo all'ex prigione per la cena dopo la quale
veniamo accolti dai rappresentati del comitato popolare di Al Faara. Palestine
is a school of resistence. Da qui non si passa. Il campo profughi di Balata (8 aprile 2009)
BalataCamp è un campo
profughi alle porte della città di Nablus, abitato da 23000 persone ammassate
in 2.5 km quadrati. La carovana viene accolta dai volontari dell’ “Happy
Childhood Club ”, una struttura polifunzionale che aggrega i bambini del campo che
rappresentano circa il 50% degli abitanti. Dopo una breve presentazione in
palestra cominciamo la visita a piedi del campo. La mancanza di spazio vitale è
evidente: percorriamo vicoli e strade strettissime dove passiamo uno alla volta
raschiando i muri. Il campo ha dato molto alla resistenza contro gli israeliani
e i manifesti dei martiri sparsi ovunque ne sono una chiara testimonianza. Ogni
pochi giorni l’esercito penetra nel campo per compiere arresti e abusi nei
confronti degli abitanti. Gli israeliani temono però la capacità di difesa dei
palestinesi, pertanto sono soliti bombardare le porte delle case e agire con
grande decisione. All’ora di pranzo le strade si popolano di bambini in uscita
dalla scuola e noi facciamo ritorno al centro dove le volontarie hanno
preparato ottimi piatti a base di riso e pollo. Nel primo pomeriggio ci
spostiamo dall’altra parte della strada dove sorge la chiesa ortodossa all’interno
della quale si trova il pozzo di Giacobbe. Visitiamo la chiesa e scendiamo a
vedere il pozzo costruito 4000 anni fa. Il responsabile dell’edificio religioso
ci spiega che è stato è il luogo del famoso incontro tra Gesù e la samaritana.
Oltre a rievocarci l’episodio, ci rivela tutta la profondità del pozzo, circa
quaranta metri, facendo delle dimostrazioni con l’acqua, chiaramente santa... La
chiesa, presidiata dagli ortodossi, riveste un significato particolare in
quanto luogo conteso da cattolici e ebrei. Ogni sabato quest’ultimi si recano a
pregare, imponendo il coprifuoco alla popolazione di Balata. Alla fine della
visita torniamo al centro per assistere agli spettacoli di dabka e breakdance
organizzati dai ragazzi e dalle ragazze di Balata. Il pomeriggio prosegue con
gli workshop di fotografia e animazione e le attività del Living Theatre . Alcune
donne della carovana si ritagliano uno spazio con le volontarie del centro per
un confronto sui progetti dell’associazione. Marhouf, coordinatore dei
volontari internazionali ci concede un’intervista dove ci spiega la strategia
israeliana nel territorio. Ci rivela l’esistenza di un progetto per isolare Nablus costruendo un muro a partire
dalla zona est della città. Ciò significherebbe distruggere definitivamente
quella che un tempo era la capitale economica del paese, già colpita dalle
pesanti limitazioni alla mobilità dei cittadini palestinesi causate dai
check-point israeliani. Con Maroof prendiamo un taxi per una brevissima visita
a Nablus. Piove e il tempo non è sufficiente per addentrarsi nella città
vecchia, così ci dirigiamo in una collina dove la città si distende davanti ai
nostri occhi. Maroof ci indica i quartieri principali ed Ein Beit al-Ma', il
primo campo profughi messo in piedi nella West Bank dopo la Nakba del ’48. Dopo
pochi minuti siamo già sulla via del ritorno. Ci ripromettiamo di tornare con
più calma dopo la carovana o alla prossima occasione. L’autobus ci aspetta
davanti al centro e dopo un caloroso saluto alle volontarie dell’ “Happy
Childhood Club”, si riparte. Pernottiamo all’interno di una struttura del
ministero dell’agricoltura palestinese nell’area di Jenin. Siamo completamente
isolati. La terza intifada. Jenin e l'ingresso in Israele (9 aprile 2009)
I pullman sfilano
accanto a un cavallo colorato, una scultura costruita da artisti tedeschi con
pezzi di automobili e casa distrutte: siamo a Jenin. La testa dell’animale è
rivolta verso l’ospedale dove lavorava come medico uno dei tanti martiri della resistenza.
Il comitato popolare del campo di Jenin, 15.000 abitanti per 1 km quadrato, ci
accoglie per il benvenuto. All’incontro sono presenti i rappresentanti delle
espressioni politiche locali e uno dei
leader della resistenza. Non si può che partire dal ricordo dell’aprile
2002, quando l’esercito israeliano in una missione di rastrellamento distrusse
il 60% del campo profughi. L’Human Rights Watch denunciò le seguenti violazioni
dei diritti umani: 140 case di-strutte e altre 200
rese inabitabili; 52 morti
di cui 22 civili; civili usati come scudi umani, 8 giorni di totale chiusura
del campo all'accesso di medici, ambulanze e della Croce Rossa Internazionale. Jenin
non cedette subito. La popolazione rimase all’interno del campo eludendo l’ordine
di evacuazione imposto dall’esercito israeliano. Una forte resistenza armata si
oppose agli israeliani che subirono la perdita di 24 soldati durante i primi
tentativi di invasione del campo. Per 11 giorni Jenin rimase isolata. “Poi -
racconta il leader dell’Intifada – con un dispiegamento di armi capaci di far
saltare il mondo hanno raso al suolo un’intera area”. La tassa di sangue è
stata enorme. Le incursioni continuano tutt’oggi e la popolazione vive in preda
a gravi forme di stress psicologico. Molte case sono state ricostruite e il
club per giovani, il centro per donne, bambini e disabili completano l’offerta dei servizi offerti dal comitato popolare.
Nel campo si cerca oggi di ricreare una generazione capace di resistere
ai futuri attacchi. Al termine dell’incontro usciamo per un giro. L’aria è
pesante, i manifesti e le insegne dei martiri sono sparsi ovunque. La maggior
parte delle pareti è bucherellata da fori di proiettili. Le case dalle pareti
bianche sono quelle appena ricostruite mentre le altre sono quelle che hanno
resistito all’attacco. Intorno alla moschea alcuni carretti di frutta danno il
senso di un mercato. Visitiamo una
scuola con le pareti tappezzate dai disegni inviati dai bambini di Gerusalemme
ai coetanei di Jenin: un susseguirsi di scene di guerre, muri e filo spinato,
corpicini stilizzati macchiati di rosso, carri armati coi soldati che
fuoriescono vittoriosi dal mezzo lasciando intorno cumuli di macerie. E’ questo
l’immaginario infantile dei bambini assediati dall’occupazione. “Uno dei
percorsi di resistenza è basato sulla forza pacifica del teatro”. Siamo
all’interno del Freedom Theatre , uno degli spazi più significativi di Jenin,
fondato negli anni ’90 da Arna Mer
Khamis, una donna israeliana di Haifa che decise di trasferirsi nei Territori
Occupati per creare un sistema educativo alternativo per i bambini la
cui vita era disturbata dall'occupazione israeliana. Il gruppo teatrale
che
avviò impiegava bambini di Jenin, e li aiutava ad esprimere le loro rabbie quotidiane,
le frustrazioni, l'amarezza e la paura. A parlarci è il figlio Juliano, regista
del documentario “Arna’s children”. Il teatro dopo la morte della madre
interruppe la sua attività e fu distrutto dagli israeliani nel 2002. Qualche
anno dopo con l’arrivo a Jenin del pacifista ebreo svedese Jonatan Stanczak si ricomincia a
lavorare per la riapertura. Jonatan contatta Zakariya Al Zubeidi leader delle
Brigate Al-Aqsa e insieme decidono di rimettere in piedi il progetto che riapre
i battenti nel febbraio 2006. Oggi sono diverse le attività portate avanti dal
teatro ma le difficoltà sono enormi. L’offensiva israeliana nella West Bank è
sempre più forte e in questo momento vulnerabile Hamas avanza. Il teatro è una
realtà di rottura con alcune tradizioni locali pertanto non è molto gradito da
chi conserva una mentalità piuttosto chiusa all’interno di Jenin. Le minacce al
posto sono frequenti e si teme seriamente un’azione scellerata simile a quella
che ha colpito il centro musicale Al Kamandjâti, dato alle fiamme nel marzo
scorso. “Stiamo
preparando la terza intifada – ci informa Juliano lasciando tutti a bocca
aperta – we’re going to start a new intifada by poetry, theater, art, humans
rights, pacific demonstrations against the wall. Questo vogliamo costruire.
Questo è quello che Israele non può uccidere.” Dopo l’incontro ci dirigiamo
verso Nazareth. La città si trova in territorio israeliano per cui dobbiamo
passare il confine attraverso il check-point di Barta’a. Le strade intorno sono
bloccate, dobbiamo lasciare il pullman e metterci in coda a piedi. L’attesa è
lunghissima. Bagagli alla mano veniamo chiamati cinque alla volta dalla voce di
un autoparlante. Superiamo il primo tornello poi percorriamo a piedi un
tragitto intorno al terminal fino all’ingresso nell’area chiusa. Dentro la fila
è enorme e si scorre molto lentamente. Un musulmano si ritaglia un angolo per
pregare. I tornelli elettronici non fanno passare più di tre persone alla
volta. La fila è enorme e ci toglie un’ora. Dopo il secondo tornello comincia
il controllo delle borse, seguito dai raggi x. Occorre entrare in una cabina e
seguire le indicazioni di una voce che proviene da un autoparlante. Si entra
nella cabina e si tengono le mani sollevate per alcuni secondi mentre la
macchina a raggi x esegue l’operazione al termine della quale la solita voce
indica il numero della porta d’uscita per il recupero delle valigie. Non è
ancora finita e sono già diverse ore che siamo ammassati in questo hangar in
cui tutto suona continuamente e i militari gestiscono a proprio piacimento la
durata e la rigidità dei controlli. L’ultimo passaggio è attraverso le cabine
per il controllo dei documenti. Poi è quasi finita. Una disumanità senza
eguali. Usciamo percorrendo tra le reti un lungo tratto tenuti sotto tiro dai
militari appostati nelle torri di controllo. Benvenuti nella democrazia
israeliana. A Yaffa, vicino Nazareth, era previsto l’incontro di calcio con una
squadra locale ma il passaggio del check-point ha praticamente prosciugato il
tempo e ormai il programma è saltato. Riusciamo ad arrivare al campo in tarda
serata e per poter giocare comunque la partita dobbiamo per forza ridurre a un
tempo di 25’ senza neanche la possibilità di riscaldamento. Abbiamo le gambe
pesanti e siamo tutti alienati dall’esperienza
appena trascorsa. Nonostante tutto ce la giochiamo e veniamo battuti di misura
(1-0). L’accoglienza al centro sportivo
Olympia Yaffa è molto calorosa. In quest’area vivono gli arabi rimasti nei
confini dello stato di Israele dopo il ’48. Con un piccolo gruppetto esco per
un giro nei dintorni. Una ragazza incontrata al nostro arrivo ci invita a
conoscere la sua famiglia. Frequenta l’ultimo anno di scuola superiore a Yafa.
Passiamo la serata a mangiare i dolci appena sfornati dalla madre e bere birra
e anice allungato con l’acqua che zii e fratelli ci versano di continuo. Una
fetta di anguria ci addolcisce la bocca prima di andare a dormire. Che almeno
la notte sia un umano passaggio.
rese inabitabili; 52 morti
di cui 22 civili; civili usati come scudi umani, 8 giorni di totale chiusura
del campo all'accesso di medici, ambulanze e della Croce Rossa Internazionale. Jenin
non cedette subito. La popolazione rimase all’interno del campo eludendo l’ordine
di evacuazione imposto dall’esercito israeliano. Una forte resistenza armata si
oppose agli israeliani che subirono la perdita di 24 soldati durante i primi
tentativi di invasione del campo. Per 11 giorni Jenin rimase isolata. “Poi -
racconta il leader dell’Intifada – con un dispiegamento di armi capaci di far
saltare il mondo hanno raso al suolo un’intera area”. La tassa di sangue è
stata enorme. Le incursioni continuano tutt’oggi e la popolazione vive in preda
a gravi forme di stress psicologico. Molte case sono state ricostruite e il
club per giovani, il centro per donne, bambini e disabili completano l’offerta dei servizi offerti dal comitato popolare.
Nel campo si cerca oggi di ricreare una generazione capace di resistere
ai futuri attacchi. Al termine dell’incontro usciamo per un giro. L’aria è
pesante, i manifesti e le insegne dei martiri sono sparsi ovunque. La maggior
parte delle pareti è bucherellata da fori di proiettili. Le case dalle pareti
bianche sono quelle appena ricostruite mentre le altre sono quelle che hanno
resistito all’attacco. Intorno alla moschea alcuni carretti di frutta danno il
senso di un mercato. Visitiamo una
scuola con le pareti tappezzate dai disegni inviati dai bambini di Gerusalemme
ai coetanei di Jenin: un susseguirsi di scene di guerre, muri e filo spinato,
corpicini stilizzati macchiati di rosso, carri armati coi soldati che
fuoriescono vittoriosi dal mezzo lasciando intorno cumuli di macerie. E’ questo
l’immaginario infantile dei bambini assediati dall’occupazione. “Uno dei
percorsi di resistenza è basato sulla forza pacifica del teatro”. Siamo
all’interno del Freedom Theatre , uno degli spazi più significativi di Jenin,
fondato negli anni ’90 da Arna Mer
Khamis, una donna israeliana di Haifa che decise di trasferirsi nei Territori
Occupati per creare un sistema educativo alternativo per i bambini la
cui vita era disturbata dall'occupazione israeliana. Il gruppo teatrale
che
avviò impiegava bambini di Jenin, e li aiutava ad esprimere le loro rabbie quotidiane,
le frustrazioni, l'amarezza e la paura. A parlarci è il figlio Juliano, regista
del documentario “Arna’s children”. Il teatro dopo la morte della madre
interruppe la sua attività e fu distrutto dagli israeliani nel 2002. Qualche
anno dopo con l’arrivo a Jenin del pacifista ebreo svedese Jonatan Stanczak si ricomincia a
lavorare per la riapertura. Jonatan contatta Zakariya Al Zubeidi leader delle
Brigate Al-Aqsa e insieme decidono di rimettere in piedi il progetto che riapre
i battenti nel febbraio 2006. Oggi sono diverse le attività portate avanti dal
teatro ma le difficoltà sono enormi. L’offensiva israeliana nella West Bank è
sempre più forte e in questo momento vulnerabile Hamas avanza. Il teatro è una
realtà di rottura con alcune tradizioni locali pertanto non è molto gradito da
chi conserva una mentalità piuttosto chiusa all’interno di Jenin. Le minacce al
posto sono frequenti e si teme seriamente un’azione scellerata simile a quella
che ha colpito il centro musicale Al Kamandjâti, dato alle fiamme nel marzo
scorso. “Stiamo
preparando la terza intifada – ci informa Juliano lasciando tutti a bocca
aperta – we’re going to start a new intifada by poetry, theater, art, humans
rights, pacific demonstrations against the wall. Questo vogliamo costruire.
Questo è quello che Israele non può uccidere.” Dopo l’incontro ci dirigiamo
verso Nazareth. La città si trova in territorio israeliano per cui dobbiamo
passare il confine attraverso il check-point di Barta’a. Le strade intorno sono
bloccate, dobbiamo lasciare il pullman e metterci in coda a piedi. L’attesa è
lunghissima. Bagagli alla mano veniamo chiamati cinque alla volta dalla voce di
un autoparlante. Superiamo il primo tornello poi percorriamo a piedi un
tragitto intorno al terminal fino all’ingresso nell’area chiusa. Dentro la fila
è enorme e si scorre molto lentamente. Un musulmano si ritaglia un angolo per
pregare. I tornelli elettronici non fanno passare più di tre persone alla
volta. La fila è enorme e ci toglie un’ora. Dopo il secondo tornello comincia
il controllo delle borse, seguito dai raggi x. Occorre entrare in una cabina e
seguire le indicazioni di una voce che proviene da un autoparlante. Si entra
nella cabina e si tengono le mani sollevate per alcuni secondi mentre la
macchina a raggi x esegue l’operazione al termine della quale la solita voce
indica il numero della porta d’uscita per il recupero delle valigie. Non è
ancora finita e sono già diverse ore che siamo ammassati in questo hangar in
cui tutto suona continuamente e i militari gestiscono a proprio piacimento la
durata e la rigidità dei controlli. L’ultimo passaggio è attraverso le cabine
per il controllo dei documenti. Poi è quasi finita. Una disumanità senza
eguali. Usciamo percorrendo tra le reti un lungo tratto tenuti sotto tiro dai
militari appostati nelle torri di controllo. Benvenuti nella democrazia
israeliana. A Yaffa, vicino Nazareth, era previsto l’incontro di calcio con una
squadra locale ma il passaggio del check-point ha praticamente prosciugato il
tempo e ormai il programma è saltato. Riusciamo ad arrivare al campo in tarda
serata e per poter giocare comunque la partita dobbiamo per forza ridurre a un
tempo di 25’ senza neanche la possibilità di riscaldamento. Abbiamo le gambe
pesanti e siamo tutti alienati dall’esperienza
appena trascorsa. Nonostante tutto ce la giochiamo e veniamo battuti di misura
(1-0). L’accoglienza al centro sportivo
Olympia Yaffa è molto calorosa. In quest’area vivono gli arabi rimasti nei
confini dello stato di Israele dopo il ’48. Con un piccolo gruppetto esco per
un giro nei dintorni. Una ragazza incontrata al nostro arrivo ci invita a
conoscere la sua famiglia. Frequenta l’ultimo anno di scuola superiore a Yafa.
Passiamo la serata a mangiare i dolci appena sfornati dalla madre e bere birra
e anice allungato con l’acqua che zii e fratelli ci versano di continuo. Una
fetta di anguria ci addolcisce la bocca prima di andare a dormire. Che almeno
la notte sia un umano passaggio.L’autodistruzione del ’48.
Yafa, Malol e Nazareth (10 aprile 2009)
La mattina siamo accolti dai
responsabili della struttura sportiva di Yafa. Il direttore
ci rivela il suo dispiacere per il passaggio disumano al check-point e il
mancato svolgimento del programma previsto ma allo stesso tempo è felice che la carovana abbia potuto
condividere per un momento quello che le persone passano ogni giorno.
All’incontro partecipano i ragazzi e le ragazze della scuola superiore. In
questa zona abitano gli arabi rimasti dentro i confini dello Stato di Israele.
Non ci parlano apertamente di occupazione ma di certo la popolazione araba si
sente fortemente discriminata. In questa città arabi ed ebrei sono separati, in
altre convivono. “Se vuoi vivere qua devi conoscere l’ebraico - ci dicono - non
ci sono scuole in arabo, né università e i programmi sono differenziati e molto
più difficili per gli arabi, perché si cerca di limitarne l’ascesa scolastica”.
La mattinata prosegue con la
visita ai villaggi distrutti nel ’48. Per
nascondere le rovine al loro posto sono stati piantati alberi di pino che
formano un’enorme boscaglia verde. Ci rechiamo a Malol. La zona è presidiata
dal’esercito che non gradisce la visita degli internazionali. Uno dei capisaldi
della storiografia israeliana si basa sul fatto che nel ‘48 l’abbandono dei
villaggi da parte dei palestinesi sia stato spontaneo e non causato dalle
azioni militari dell’esercito. Una targa in lingua ebraica che troviamo lungo
il cammino testimonia proprio la volontà di ribadire la visione israeliana dei
fatti del ’48, che omettendo l’occupazione e la conseguente distruzione, ricorda
che il villaggio è stato abbandonato spontaneamente. Le uniche rovine rimaste
in piedi sono la chiesa ortodossa e la moschea. Del villaggio originale sono
rimaste solo le pietre che indicano la disposizione delle case. Alcuni sentieri
di ciottoli rappresentano le strade di un tempo. L’area definita di interesse
archeologico è attorniata da un campo militare israeliano. La visita è accorta
perché in ogni momento l’esercito può irrompere e costringerci ad allontanarci.
Il pomeriggio ci concediamo un vero e proprio momento di relax nelle piscine
popolari di Nazareth. Il cartello all’ingresso ricorda che è vietato l’accesso
alle armi. In contemporanea gli attori del Living Theatre rimasti al centro
sportivo hanno realizzato un laboratorio con alcune studentesse dell’High
Scholl di Yaffa. Ci ritroviamo tutti per cena dopo di che ci dirigiamo verso
Nazareth in pullman. E’ venerdì santo e le strade della città sono bloccate
dalle file di macchine che accorrono per la processione. I vicoli del centro
sono affollati e l’atmosfera, gli abiti e gli atteggiamenti sono completamente
diversi da quelli incontrati nei territori. Il centro storico di Nazareth è
molto suggestivo e rispetta l’architettura di una vecchia città araba. I nostri
accompagnatori ci portano in un caffè del centro storico, un bel locale arredato
con la semplicità e il calore degli spazi arabi. Fuori c’è una corte che viene
allestita per lo spettacolo “Not in my name” del Living Theatre. E’ svolto in
tre lingue, inglese, arabo e italiano con la partecipazione delle ragazze che
hanno preso parte al work-shop del pomeriggio. Leggono dei testi e recitano
nella scena finale. Dopo lo spettacolo, applauditissimo, si esibisce un gruppo
hip-hop locale. Un genere che si sta diffondendo moltissimo tra i giovani
palestinesi: rabbia da metter in rima non gliene manca. Rientriamo tardi, nonostante
le strade continuino a essere affollate. La polizia israeliana controlla i
movimenti all’uscita della città. Not in my name.
visita ai villaggi distrutti nel ’48. Per
nascondere le rovine al loro posto sono stati piantati alberi di pino che
formano un’enorme boscaglia verde. Ci rechiamo a Malol. La zona è presidiata
dal’esercito che non gradisce la visita degli internazionali. Uno dei capisaldi
della storiografia israeliana si basa sul fatto che nel ‘48 l’abbandono dei
villaggi da parte dei palestinesi sia stato spontaneo e non causato dalle
azioni militari dell’esercito. Una targa in lingua ebraica che troviamo lungo
il cammino testimonia proprio la volontà di ribadire la visione israeliana dei
fatti del ’48, che omettendo l’occupazione e la conseguente distruzione, ricorda
che il villaggio è stato abbandonato spontaneamente. Le uniche rovine rimaste
in piedi sono la chiesa ortodossa e la moschea. Del villaggio originale sono
rimaste solo le pietre che indicano la disposizione delle case. Alcuni sentieri
di ciottoli rappresentano le strade di un tempo. L’area definita di interesse
archeologico è attorniata da un campo militare israeliano. La visita è accorta
perché in ogni momento l’esercito può irrompere e costringerci ad allontanarci.
Il pomeriggio ci concediamo un vero e proprio momento di relax nelle piscine
popolari di Nazareth. Il cartello all’ingresso ricorda che è vietato l’accesso
alle armi. In contemporanea gli attori del Living Theatre rimasti al centro
sportivo hanno realizzato un laboratorio con alcune studentesse dell’High
Scholl di Yaffa. Ci ritroviamo tutti per cena dopo di che ci dirigiamo verso
Nazareth in pullman. E’ venerdì santo e le strade della città sono bloccate
dalle file di macchine che accorrono per la processione. I vicoli del centro
sono affollati e l’atmosfera, gli abiti e gli atteggiamenti sono completamente
diversi da quelli incontrati nei territori. Il centro storico di Nazareth è
molto suggestivo e rispetta l’architettura di una vecchia città araba. I nostri
accompagnatori ci portano in un caffè del centro storico, un bel locale arredato
con la semplicità e il calore degli spazi arabi. Fuori c’è una corte che viene
allestita per lo spettacolo “Not in my name” del Living Theatre. E’ svolto in
tre lingue, inglese, arabo e italiano con la partecipazione delle ragazze che
hanno preso parte al work-shop del pomeriggio. Leggono dei testi e recitano
nella scena finale. Dopo lo spettacolo, applauditissimo, si esibisce un gruppo
hip-hop locale. Un genere che si sta diffondendo moltissimo tra i giovani
palestinesi: rabbia da metter in rima non gliene manca. Rientriamo tardi, nonostante
le strade continuino a essere affollate. La polizia israeliana controlla i
movimenti all’uscita della città. Not in my name.Cemento armato. I campi
profughi di Aida e la festa finale a Dheishee (11 aprile 2009)
Dopo il nostro risveglio sul pavimento
della palestra dell’Olympia center ci avviamo all’incontro con il sindaco di
Yafa, esponente del partito comunista. Ci ringrazia per la nostra presenza e si
augura che la carovana mantenga la visita della sua città anche in futuro. A
fine incontro lo seguo fino all’ufficio personale e gli declamo solennemente i
saluti della città di Livorno, “i bring you the greetings from Livorno, the
city where in 1921 the italian communist party was born”. Mi guarda stranito e
mi congeda con un sorriso e una stretta di mano. Con questo appuntamento si
conclude il viaggio al nord del
gruppo B della carovana. Ci muoviamo con gli
autobus per tornare al campo di Dheishee dove ci ritroveremo con gli altri
gruppi per una festa collettiva. Dopo qualche ora di viaggio arriviamo a
destinazione. Nel campo è in pieno svolgimento la realizzazione di un murales
con un pallone che abbatte il muro e la scritta “Free Gaza”. Altri preparano
una mostra fotografica che racconta le aspettative e i sogni dei bambini e
delle bambine del campo. Con un altro gruppo vado a trovare i responsabili
dell’asilo di Aida, l’altro campo profughi di Betlemme a ridosso dal muro di
sicurezza israeliano. Beit’Awaa, Al-Mismiga, Al-Jura, Al –Dwelma, Abu Ghosh,
Al-Ramla, Rafat alcuni dei villaggi di
provenienza degli abitanti del campo sono disegnati sulle pareti d’ingresso.
Anche qui doveva essere dipinto un murales, ma gli abitanti hanno detto
chiaramente di non volerlo, perché il muro non deve essere più abbellito ma
abbattuto. Qualche anno fa anche Banksy, il famoso writer di Bristol,
ricevette la stessa risposta dopo aver mostrato agli abitanti i suoi graffiti.
Giriamo un po’ per il campo le cui condizioni sono molto più critiche rispetto
a Dheishee: la povertà è dilagante e per la prima volta i bambini ci vengono
incontro cercando di elemosinare
qualche shekel. Raggiungiamo l’asilo
all’esterno del quale ci invitano a disegnare il murales previsto inizialmente
sul muro. La struttura è piuttosto fatiscente: al pian terreno c’è un ingresso,
la stanza giochi per i bambini e un internet point. Al piano superiore, sulla
terrazza all’aperto i bambini si dondolano su un’altalena mentre altri giocano
a pallavolo immaginandosi un campo attorno a un filo dell’elettricità. Un
“sali-scendi” occupa metà dello spazio e giocare senza sbatterci contro è
veramente difficile. Il pallone poi finisce continuamente nelle case accanto e i
bambini si arrampicano sui tetti per andarlo a riprendere. Scendo trattendo la commozione e vado a visitare la parte del campo a ridosso del muro oggetto
delle attenzioni di molti artisti internazionali. Intorno una fabbrica
distrutta, cumuli di macerie, spazzatura e carcasse di animali morti. Torniamo
ad Ibdaa per la festa. Sul palco ballerini e ballerine di dabka mettono in
scena una rappresentazione sull’identità del popolo palestinese. Poi è il
momento dei gruppi rap che mandano in delirio il pubblico. I bambini dell’Ibdaa
conoscono a memoria i testi e si muovono
ballando sulle sedie con uno stile degno degli afro-americani di Harlem. Gli
attori del Living Theatre concludono la serie degli spettacoli proponendo “Not
in my name” anche stavolta coinvolgendo i ragazzi palestinesi che hanno
partecipato allo workshop pomeridiano. “Bella ciao” cantata da arabi e italiani
insieme conclude la festa. Prima di cena con una fotografa del gruppo vado a
salutare Awni, il palestinese rimasto
senza lavoro dopo che Israele gli ha negato l’ingresso a Gerusalemme. Mi rivela
che ogni giorno i bambini con cui ho giocato a pallone al mio arrivo a Dheishee
gli hanno chiesto quando sarei tornato. Ci salutiamo con un abbraccio e la
promessa di ritrovarci presto. Dalla terrazza della sua casa si vedono
nell’oscurità le colline dove ogni tanto fanno capolino gli israeliani
sventolando bandiere arancioni. Una mattina potrebbe svegliarsi e trovare
l’invasor.
gruppo B della carovana. Ci muoviamo con gli
autobus per tornare al campo di Dheishee dove ci ritroveremo con gli altri
gruppi per una festa collettiva. Dopo qualche ora di viaggio arriviamo a
destinazione. Nel campo è in pieno svolgimento la realizzazione di un murales
con un pallone che abbatte il muro e la scritta “Free Gaza”. Altri preparano
una mostra fotografica che racconta le aspettative e i sogni dei bambini e
delle bambine del campo. Con un altro gruppo vado a trovare i responsabili
dell’asilo di Aida, l’altro campo profughi di Betlemme a ridosso dal muro di
sicurezza israeliano. Beit’Awaa, Al-Mismiga, Al-Jura, Al –Dwelma, Abu Ghosh,
Al-Ramla, Rafat alcuni dei villaggi di
provenienza degli abitanti del campo sono disegnati sulle pareti d’ingresso.
Anche qui doveva essere dipinto un murales, ma gli abitanti hanno detto
chiaramente di non volerlo, perché il muro non deve essere più abbellito ma
abbattuto. Qualche anno fa anche Banksy, il famoso writer di Bristol,
ricevette la stessa risposta dopo aver mostrato agli abitanti i suoi graffiti.
Giriamo un po’ per il campo le cui condizioni sono molto più critiche rispetto
a Dheishee: la povertà è dilagante e per la prima volta i bambini ci vengono
incontro cercando di elemosinare
qualche shekel. Raggiungiamo l’asilo
all’esterno del quale ci invitano a disegnare il murales previsto inizialmente
sul muro. La struttura è piuttosto fatiscente: al pian terreno c’è un ingresso,
la stanza giochi per i bambini e un internet point. Al piano superiore, sulla
terrazza all’aperto i bambini si dondolano su un’altalena mentre altri giocano
a pallavolo immaginandosi un campo attorno a un filo dell’elettricità. Un
“sali-scendi” occupa metà dello spazio e giocare senza sbatterci contro è
veramente difficile. Il pallone poi finisce continuamente nelle case accanto e i
bambini si arrampicano sui tetti per andarlo a riprendere. Scendo trattendo la commozione e vado a visitare la parte del campo a ridosso del muro oggetto
delle attenzioni di molti artisti internazionali. Intorno una fabbrica
distrutta, cumuli di macerie, spazzatura e carcasse di animali morti. Torniamo
ad Ibdaa per la festa. Sul palco ballerini e ballerine di dabka mettono in
scena una rappresentazione sull’identità del popolo palestinese. Poi è il
momento dei gruppi rap che mandano in delirio il pubblico. I bambini dell’Ibdaa
conoscono a memoria i testi e si muovono
ballando sulle sedie con uno stile degno degli afro-americani di Harlem. Gli
attori del Living Theatre concludono la serie degli spettacoli proponendo “Not
in my name” anche stavolta coinvolgendo i ragazzi palestinesi che hanno
partecipato allo workshop pomeridiano. “Bella ciao” cantata da arabi e italiani
insieme conclude la festa. Prima di cena con una fotografa del gruppo vado a
salutare Awni, il palestinese rimasto
senza lavoro dopo che Israele gli ha negato l’ingresso a Gerusalemme. Mi rivela
che ogni giorno i bambini con cui ho giocato a pallone al mio arrivo a Dheishee
gli hanno chiesto quando sarei tornato. Ci salutiamo con un abbraccio e la
promessa di ritrovarci presto. Dalla terrazza della sua casa si vedono
nell’oscurità le colline dove ogni tanto fanno capolino gli israeliani
sventolando bandiere arancioni. Una mattina potrebbe svegliarsi e trovare
l’invasor. Forse ci riuscirà la
murga. Gerusalemme (12 aprile 2009)
E’ l’ultimo giorno di carovana e ci spostiamo
tutti insieme a Gerusalemme, centro del mondo in questa domenica di Pasqua.
Entriamo nella città vecchia attraverso la porta di Erode: un vecchio impegnato
con gli amici in un partita di dadi in uno dei tanti ritrovi del quartiere solleva
lo sguardo e ci saluta in italiano. E’ un autista spesso impegnato nel
trasporto di gruppi italiani e ha imparato diverse parole nella nostra lingua.
Lo lasciamo alla sua partita e alle boccate di narghilè e proseguiamo per Burj Al Luq Luq, un centro di supporto giovanile attivo da anni a
Gerusalemme est. La struttura che comprende un campo di calcio in terra battuta
rischia da anni la demolizione. Sono sei le case della zona che la municipalità
di Gerusalmme ha previsto di abbattere e una è stata tirata giù la settimana
scorsa. Il centro è stato poi messo
sotto sopra dai militari durante le manifestazioni per “Gerusalemme capitale
della cultura araba”, un’iniziativa promossa dall'Unesco per favorire la cooperazione
culturale nel mondo arabo. A seguito del divieto di manifestazioni annunciato
dal ministro della Sicurezza interna di Israele, gli agenti hanno interrotto
alcuni raduni e iniziative, arrestando diverse persone. Il centro Luq Luq
promotore di alcuni eventi che per la sicurezza dei partecipanti non venivano
annunciati pubblicamente è stato attaccato a causa della leggerezza di qualcuno
che ha messo su una mailing list l’appuntamento. I soldati israeliani hanno
impedito il ritrovo e danneggiato la struttura. Per questo motivo ci chiedono
di rivedere parte delle iniziative previste per la giornata. La carovana oggi a
Gerusalemme, in una delle giornate più “calde” dell’anno, avrebbe voluto
testimoniare la propria solidarietà a Gaza sostenendo uno striscione durante la
festa finale alla porta di Damasco. I referenti del Luq Luq dopo un primo
parere favorevole hanno deciso che i rischi per la carovana e per la propria
struttura sono enormi: l’intervento dei soldati sarebbe immediato e lontano dai
nostri occhi il centro subirebbe ulteriori attacchi nei giorni successivi.
Riprendiamo il discorso sull’associazione. E’ attiva dal 1991 all’interno del Bab
Hutta, quartiere musulmano all’interno della città vecchia. Obiettivo dei
volontari è quello di combattere l’abbandono scolastico, la diffusione della
droga e limitare i matrimoni in età adolescenziale. Dopo la presentazione
scendiamo in campo per l’ultima partita della carovana. Durante gli incontri
precedenti molti giocatori hanno subito infortuni muscolari per cui i reduci si
contano sulle dita di una mano. Fortunatamente si gioca in un campo a cinque.
La squadra va subito sotto di diverse reti ma poi si riorganizza e rimonta fino
al pareggio. Poi lo sbandamento finale che provoca l’ennesima sconfitta,
nonostante una prestazione nel complesso positiva. Dopo la partita maschile,
scendono in campo le donne che disputano due incontri. Durante le partite trovo
il tempo per visitare la Spianata delle Moschee. Per i non musulmani l’accesso
è limitato dalle 13.30 alle 14.30 e i controlli da parte dell’esercito
israeliano sono particolarmente rigidi. Il sabato per
garantire la sicurezza dello
shabbat è la Spianata delle Moschee è chiusa. Dopo circa mezz’ora di fila e
controlli sono all’interno dell’Al-Ḥaram
al-Sharīf (Nobile Santuario) e passaggio davanti agli edifici più
suggestivi della religione musulmana: la Moschea Al-Aqsa e la Cupola
della Roccia. A ridosso delle mura di contenimento famiglie arabe
cercano spazi d’ombra per mangiare e rilassarsi, mentre i bambini rincorrono il
pallone sfidando il caldo. Torno con la carovana per la visita alla struttura
del comitato afro-palestinese, che sorge proprio a ridosso di una delle uscite
della Spianata delle Moschee. Nato nel 1983, il comitato raccoglie
afro-palestinesi originari del Chad, del Niger e del Sudan. Pochi minuti di
presentazione e parte un’incredibile festa: dallo stereo rimbomba una sorta di
primitive techno, che afro-palestinesi e italiani ballano freneticamente nei
sotterranei della Spianata delle Moschee. Fuori i cattolici percorrono in
corteo la basilica del Santo Sepolcro e per tre volte girano intorno alla tomba
di Gesù. Nel tardo pomeriggio ci spostiamo davanti alla porta di Damasco. La
murga abbinando danze e percussioni guida il gruppo e fa partire i
festeggiamenti finali della carovana. Centinaia di bambini e bambine palestinesi
ballano nell’anfiteatro, i soldati israeliani appoggiati alle mura ci
controllano annoiati mentre gli ebrei in ambiti tradizionali allungano il passo
intimoriti e prendono altre strade. Ci raggiungono alcuni attivisti israeliani del
gruppo “Anarchici contro il muro”. Dopo l’esibizione del Living Theatre che
ripresenta lo spettacolo “Not in my name” la festa finisce. Ci dirigiamo verso
la porta di Erode, per raggiungere più agilmente il Luq Luq. Gli animatori
della murga fanno da battistrada percorrendo le strade che circondano le mura.
Gli automobilisti bloccano il traffico incuriositi, qualcuno ride
e suona il clacson, altri si lamentano del rumore. Gli ebrei sugli autobus
chiudono i finestrini e si rimettono a sedere, mentre qualche bambino tenta di
affacciarsi. Poi il traffico si normalizza, gli ambulanti riprendono a spingere
i carretti e i taxi sfrecciano carichi di persone. Che tutto non torni come
prima.Altri articoli e resoconti
18 aprile 2009
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