L'Acquifero Guaranì è il terzo bacino più grande del mondo e il primo per capacità di ricarica. Potrebbe dissetare l'intero pianeta per 200 anni. Ma l'ecosistema amazzonico è minacciato dalle coltivazioni intensive. E dagli interessi di chi vede nelle risorse idriche il business del futuro
Difficile immaginare la bocca dell'Inferno come un luogo saturo d'acqua. Nella Garganta del Diablo, il punto più caratteristico e suggestivo delle Cascate di Iguazù, incastonate nella porzione di foresta amazzonica attorno alla triplice frontiera tra Brasile, Argentina e Paraguay,
la classica iconografia dantesca delle lingue di fuoco, del magma
incandescente, e dei vapori asfissianti è rovesciata. Non per questo
l'effetto è meno terrificante. C'è il fiume. Non il mitologico Lete, né
una colata di lava vulcanica. È l'inquietante e grandioso Iguazù in un
momento straordinario di piena. C'è il fragore, ma non quello delle
grida dei dannati. Sono 1.800 metri cubi d'acqua al secondo che si
schiantano sulle rocce dopo un salto di 80 metri. C'è vapore, ma non
sulfureo. È il liquido che si eleva dopo l'urto dell'acqua con la
roccia basaltica e satura l'aria in prossimità delle cascate. C'è
oscurità, ma non quella degli inferi. È una formazione nuvolosa che
nasconde la luce del giorno sulla verticale esatta delle 'fauci di Satana', e che sta per scatenare una violenta tempesta tropicale.
Lo spettacolo prodotto dalla contemporanea collisione di tanti elementi
idrici in un punto specifico è colossale e sembra avvertire l'uomo ad
avere un maggiore rispetto verso una risorsa, l'acqua, che può essere
allo stesso tempo fonte di vita e di morte. Mai come oggi l'ammonimento
che viene dalle 'Cataratas' suona appropriato. Qui è infatti
l'epicentro e la manifestazione eclatante dell'esistenza di una delle
più grandi e importanti riserve d'acqua dolce nel mondo: l'Acquifero Guaranì,
oggi al centro di forti interessi commerciali e strategici, e
minacciato da un serio pericolo di contaminazione e di estinzione. Con
una estensione stimata approssimativamente in 1.200.000 chilometri
quadrati e un volume pari a circa 55 mila chilometri cubici è il
Guaranì il terzo acquifero più grande del mondo, ma è considerato il
primo in quanto a capacità di ricarica. Alcuni studi, realizzati in
base a modelli matematici, indicano che sarebbe in grado di fornire
l'intero pianeta di acqua potabile per i prossimi 200 anni.
Viaggiando per le terre sovrastanti il Sag, Sistema Acquifero Guaranì,
non è difficile avvertire le opportunità offerte da questa inestimabile
risorsa, e i pericoli insiti nel suo sfruttamento inappropriato. Non
lontano da Iguazù, lungo la strada che costeggia il Paranà verso la provincia di Corrientes, all'altezza della città di Posadas,
si assiste a una progressiva trasformazione del paesaggio idrico e non.
Il corso naturale del fiume, con le sue sponde articolate e irregolari,
inizia a perdere forma. La sponda opposta, il vicino Paraguay,
improvvisamente scompare. Il fiume diventa mare, un immenso mare color
verde. Eppure l'Oceano Atlantico è a centinaia di chilometri, e il
Pacifico è al di là delle Ande.
Si tratta dell'enorme bacino formatosi a monte della centrale idroelettrica di Yaciretà,
che in idioma guaranì significa 'il luogo dove brilla la luna'.
Millecinquecento chilometri quadrati di terra inondati per alimentare
l'energia di gran parte dell'Argentina e del Paraguay. Quarantamila
persone evacuate. Gigantesche opere di consolidamento, trasformazione e
distruzione in corso da vent'anni. Paesaggi surreali e, molto spesso
desolazione: la luna stessa. È l'immagine del progresso che trasforma e
violenta la natura oltre ogni limite. "Se fosse stata proposta nel
2000, Yaciretà non sarebbe mai esistita", ammette Pedro Etchegoin,
incaricato delle relazioni pubbliche della diga, consapevole che gli
standard ecologici attuali non permetterebbero un tale 'ecomostro'
neanche qui. Oggi, per compensare i danni prodotti, l'E.B.Y., l'ente
bi-nazionale che amministra la diga, ha creato tanti ettari di riserve
naturali quanti quelli di terre inondate.
Quella del fiume non è l'unica mutazione che si presenta lungo lo
stesso cammino. La lussureggiante e rigogliosa vegetazione tropicale
che circondava le cascate ha fatto spazio adesso a una ordinata e
interminabile foresta di eucalipti e abeti, prodotto della piantagione
intensiva di alberi da legna ad accrescimento rapido. Alberi precoci
sì, economicamente vantaggiosi anche, ma per questo assolutamente
voraci d'acqua del sottosuolo.
A Sud di questa regione si trovano invece le paludi degli 'Esteros de Iberà',
20 mila chilometri quadrati di natura quasi incontaminata e in buona
parte inaccessibile, che contengono una delle maggiori ricchezze
planetarie in termini di biodiversità. Qui ha deciso di ritirarsi
l'imprenditore milionario statunitense Douglas Tompkins che,
abbandonata una carriera di successo nel campo tessile, si è convertito
all'ecologia 'conservazionista'. Dopo aver acquisito centinaia di
migliaia di ettari nella Patagonia cilena ed argentina, Tompkins
possiede una buona porzione anche di queste terre. Il fatto che un
comune denominatore di tutti i suoi possedimenti sia l'abbondanza
d'acqua, sotto forma di ghiacciai o paludi, ha destato sospetti sulle
reali intenzioni che soggiacciono a una filosofia ecologista che
pretende di privatizzare al fine di preservare. Tompkins non si
scompone di fronte alle accuse di alcuni politici nazionalisti locali
che lo accusano di essere un agente della Cia, o di chi sospetta che si
stia portando via l'acqua. "Ormai mi addormento ogni notte pensando che
pazzia si inventeranno domani", ha dichiarato. Dice che alla sua morte
donerà ai rispettivi Stati i suoi possedimenti cileni ed argentini,
anche se non si capisce perché, se non si fida dell'amministrazione
pubblica di oggi, dovrebbe fidarsi di quelle future.
Le coltivazioni intensive sono uno dei grandi problemi che perturbano
con certezza già da oggi l'equilibrio idrico del Sag e stanno
compromettendo la qualità dell'acqua. Brasile, Paraguay e Uruguay, i
paesi in cui l'Acquifero si trova a una profondità minore, attingono
direttamente da qui le risorse per irrigare milioni di ettari di campi
coltivati a soia transgenica. Anche i cinesi, a corto d'acqua, vengono
a coltivare soia qui.
Solo oggi si sta cercando di quantificare esattamente l'entità dello
sfruttamento cui è sottoposto il bacino sotterraneo Guaranì ed il suo
livello di contaminazione. E neanche qui mancano le polemiche. Gli
studi scientifici più avanzati che si sono prodotti sul Sag, sono
infatti frutto di un lungo progetto di investigazione iniziato nel 2003
e finanziato quasi interamente dalla Banca mondiale, il Progetto
Acquifero Guaranì. La cui realizzazione è però affidata a istituti
geofisici tedeschi, olandesi e norvegesi, nonché all'Organizzazione
Internazionale per l'Energia Atomica. L'economista italiana Cristiana
Gallinoni, autrice di uno studio approfondito sullo sfruttamento delle
risorse idriche in Argentina, ed in particolare sull'Acquifero Guaranì,
non è la sola ad essere scettica sulle finalità ultime del Pag: "Le
informazioni principali sono adesso in mano straniere, l'acqua viene
considerata da Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e dalla Banca
mondiale non come un diritto umano da garantire, bensí come una merce,
da preservare per finalità economiche". Il coordinatore argentino del
progetto, l'ingegnereJorge Santa Cruz,
difende il lavoro svolto e sostiene che "le informazioni raccolte e già
pubblicate sono un prezioso strumento in mano alle amministrazioni
locali". Ma il punto debole si trova forse proprio qui, nelle
amministrazioni locali, province e municipalità dei quattro Stati
sudamericani, che gestiscono settorialmente questa risorsa.
Considerando la posta in gioco, si tratta di un potere discrezionale
enorme in mano a figure politiche spesso di secondo piano i cui
scrupoli di fronte a ingenti offerte private per l'acquisizione di beni
altrimenti pubblici sono praticamente nulli. Il fatto che in una terra
così ricca di acqua molti soffrano per la sua scarsità, testimonia
comunque una gestione inappropriata da parte delle autorità locali. Più
di 130 milioni di persone in America Latina non ricevono acqua potabile
nelle proprie abitazioni. L'inferno può essere un bicchiere d'acqua
sporca, o anche semplicemente vuoto.
tratto da http://espresso.repubblica.it
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