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NO TAV: un movimento costituente e un modello di democrazia partecipata

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notav_27-6-2011_1Simbolicamente il cantiere di Chiomonte (una sorta di galleria esplorativa), teatro degli scontri di queste ultime ore, assume un grande significato per le lotte che da anni il movimento No Tav sta portando avanti in Val di Susa: la sua apertura rappresenterebbe nell'immaginario collettivo il reale inizio della Torino-Lione.
Questo spiega la spinta autoritaria ed “energica” voluta dai vertici nazionali, sollecitati pure dai governi locali e dalle forze politiche in modo bipartisan, in primis dal PD che da sempre sostiene – dal livello nazionale a quello locale - il progetto.

Il movimento No tav è stato e continua ad essere un importante laboratorio di costituzione di “soggettività cooperanti”, andando ben oltre la specifica questione dell'alta velocità e del suo confine territoriale. Dopo la presa di Venaus del dicembre 2005 il movimento ha acquisito spessore e significato simbolico, collegandosi ed aprendosi a tematiche più generali, assieme ad altre mobilitazioni su territori e beni comuni (dal No Dal Molin al No Ponte, dai tanti focolai accesi contro grandi opere invasive ed inquinanti come discariche ed inceneritori alla difesa dell' acqua pubblica).
Una dinamica per così dire “costituente” che ci aiuta a capire la fase che stiamo vivendo e il nesso lotta-organizzazione.
In questo senso va definito il termine di comunità: una realtà non data ma autocostituitasi nella lotta e con la lotta. Grazie essenzialmente alla messa in gioco collettiva di corpi e menti.
Un laboratorio permanente di apprendimento, elaborazione e diffusione, un lavoro “anonimo” e sempre più capillare, che è partito dai fondamenti: i costi per il territorio e per la salute a fronte di vantaggi sociali ed economici inesistenti per la collettività. Una sorta di analisi costi- benefici rovesciata contro il mondo degli affari e della politica partitica, trasversalmente ai due poli. E quindi: a chi giova il Tav? Chi lo finanzia? E soprattutto Chi decide? Facendo emergere il modello di privatizzazione proprio delle grandi opere con tutte le caratteristiche (tutti gli investistimenti a carico dello stato, lavori assegnati senza gare d'appalto a grandi aziende private, sistema di subappalti basati sul lavoro precario, sovrasfruttato e pericoloso ecc.). Un classico esempio di capitalismo finanziarizzato, ossia di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti.


Anche per queste caratteristiche standardizzate e canoniche la lotta No Tav è sì una lotta locale ma non localistica. In gioco c'è il territorio non come riappropriazione egoistica di una comunità, ma come bene comune che rimanda ai nodi cruciali della produzione e ripartizione della ricchezza sociale più in generale.

Si è fatta strada quindi la consapevolezza di rispondere non solo alla “grande opera” ma alla crisi di legittimità dei poteri istituzionali e alla crisi della rappresentanza politica. Anzi si è messo a nudo la base materiale dell'attuale crisi della politica: il nesso stato-banche-grandi imprese-cordate politiche.
La resistenza collettiva e la difesa del territorio si sono consolidate grazie alla certezza di agire legittimamente contro una legalità arbitraria e “muscolare” dello stato e dei partiti. Questa affermazione di un' “altra legalità” ha dovuto quindi rompere i limiti della legge statale esercitando il suo diritto-potere di resistenza sul territorio, affermando di fatto una sorta di “ius resistentiae”.

Ed ecco emergere un'altro bene comune difeso dal movimento: la democrazia partecipata.
Si è sviluppata una piena autonomia dalle organizzazioni e dalle rappresentanze istituzionali, all'interno di una pratica democratica effettiva ed autorganizzata, con proprie modalità, proprie “istituzioni”, propri circuiti comunicativi e quindi la pratica quotidiana di una “democrazia del controllo” sulle istituzioni politiche locali.
Questo ha inevitabilmente provocato un mutamento pure della dimensione spaziale: i luoghi di aggregazione sono diventati i presidi sul territorio, le piazze, le scuole, i cortili. Luoghi aperti e percorsi da individui che cooperano con un'attività multiforme rivolta all'obiettivo ricostruendo legami sociali contro l'atomizzazione. In Val di Susa si sono sbarazzati della soggettività quiescente e delegante.

Altro elemento di grande interesse che caratterizza il movimento No Tav è la sua composizione fortemente radicata sul territorio ma trasversale socialmente e politicamente.
In questi anni si è consolidata la messa in connessione di semplici individui rimasti privi delle appartenenze tradizionali e delle identità di classe proprie del vecchio ciclo industriale fordista in esaurimento, rimasti senza difese organizzate di fronte ad un modo di produrre che si è fatto ancor più distruttivo.
La critica dei No Tav è emersa spontaneamente dal basso contro l'idea di sacrificare la vita della gente a un'enorme ed inutile piattaforma logistica per il traffico merci e di trasformare un territorio in uno “spazio di flussi” aperto. Si è andata sedimentando un'opposizione al carettere distruttivo di un modello di sviluppo che non seduce e che sempre di più disloca su due fronti opposti guadagni e perdita senza poter proporre uno “scambio” politico ed economico al lavoro operaio e/o alla piccola impresa, come avveniva in parte nelle precedenti fasi, in compensazione dei danni alla vita sociale e all'ambiente.

Democrazia e partecipazione: un nesso indissolubile e un binomio inscindibile dalla conoscenza e dai saperi diffusi.
Il No Tav ha messo in campo tutto questo: conoscenze tecniche, conoscenza del territorio e competenze gestionali autonomamente acquisite, capacità di autogoverno o comunque partecipazione tesa ad accrescere o realizzare un controllo da basso dei processi economici e delle scelte politiche. Tutto intimamente e necessariamente legato ai processi di partecipazione.
Un “know how” del tutto estraneo alle pratiche e alle competenze della maggioranza delle amministrazioni locali o delle società di servizi pubblici locali - pubbliche, private o miste – che spesso coltivano il tema della “responsabilità sociale dell'impresa” o pubblicano i loro bilanci sociali in carta patinata solo per imbellettare il loro operato. Ma che sono del tutto impreparate a misurarsi con processi collettivi di presa in carico di una gestione condivisa dei beni comuni affidati oggi alle loro amministrazioni.

Da questo “humus culturale” sono nate, in seno al movimento No Tav, ricerche, indagini e dossier sulla sostenibilità del progetto dal punto di vista dei trasporti e dei flussi di merci (sconfessando la necessità dell'opera), sulle condizioni di vita di una popolazione che sarebbe condannata a vivere dentro un cantiere, per di più altamente nocivo (come dimostrato da una recente inchiesta del coordinamento medici valsusini), per i prossimi quindici anni.

In sintesi e in conclusione, con il movimento No Tav emerge che la risorsa principale è rappresentata da una lotta sulla riproduzione della vita sociale che deve difendere qualcosa come bene comune. Si è fatta strada l'idea che la vita – in questo caso il territorio, la salute, la mobilità, il potere di decidere, saperi diffusi e critici – non solo va contrapposta come limite alla voracità del mercato e al mito della crescita infinita, ma che va difesa in quanto possibilità di riproduzione consapevole e collettiva contro la sua privatizzazione.

Quello che vale per la Val di Susa vale dappertutto. Democrazia e partecipazione vengono costruiti intorno o attraverso saperi che non possono prescindere da una conoscenza specifica del territorio: quella che solo chi ci vive e lavora può possedere. Proprio questo elemento territoriale, all'interno di una visione globale (il vecchio motto “pensare globalmente, agire localmente”) radica la pratica di una vera democrazia partecipata.


Livorno, 28 giugno 2011

Stefano Romboli - Cittadini Ecologisti

 


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