Alimenti‘legalmente’ radioattivi: basta innalzare le soglie (istituzionali e non biologiche) per decreto ed il gioco è fatto. La lobby nucleare è riuscita a far modificare i regolamenti internazionali per ottenere l’autorizzazione alla presenza di inquinanti radioattivi nei generi alimentari. Già, ma chi se n’è accorto? La ratifica di queste modifiche è stata siglata -nella disattenzione generale- a Roma, nel luglio del 2005. Il risultato è che la normativa emanata dall’Agenzia per la promozione del nucleare civile (AEN-NEA) prevede che i limiti di contaminazione degli alimenti saranno considerati accettabili senza alcuna limitazione temporale e che la loro applicazione verrà estesa alla situazione di crisi della gestione dei rifiuti delle centrali stesse. “La logica non sarà più di tollerare per un periodo limitato una dose di radioattività nel caso di incidente grave, ma di autorizzare definitivamente la presenza di inquinanti radioattivi nei nostri alimenti” ha denunciato Corinne Castagnier del Criiad (Commissione di ricerca e informazione indipendente sulla radioattività) di Parigi. Trattandosi di sostanze notoriamente cancerogene e mutagene, l’Aiea non poteva tacere sulla questione dei rischi. Di fatto la nuova direttiva (Codex Alimentarius: nome in codice “ALNORM 04/27/12”) qualifica gli alimenti la cui radioattività non supera i limiti descritti come “sicuri per la consumazione umana”.
“Il problema emerge quando si verificano i calcoli”, spiega l’esperta Castagnier “Ci si rende infatti conto che le dosi di rischio fissate dall’Aiea superano da 100 a 2000 volte la soglia ritenuta accettabile dagli autori del progetto di normativa. Non siamo più nell’ambito della soglia di rischio irrilevante ma bensì a livelli di pericolo decisamente inaccettabili”.
Ed ecco l’antefatto. Il Ministero della Salute italiano, con un decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 28 ottobre 2004, aveva avviato un programma di monitoraggio sugli alimenti provenienti dal Kosovo e dalla Bosnia Erzegovina alla ricerca di due contaminanti chimico-fisici: uranio e arsenico. Recita la normativa in vigore: «Visto il decreto del Ministero della salute del 22 ottobre 2002, ed in particolare l’articolo 3, comma 1, che prevede l’adozione di un programma per il controllo delle sostanze alimentari importate dai territori della Bosnia-Herzegovina e del Kosovo; Visto il medesimo art. 3, comma 2, in base al quale il predetto programma prevede sia l’effettuazione di controlli all’importazione, a sondaggio e a solo titolo conoscitivo, diretti ad accertare la presenza di eventuali contaminanti chimico-fisici, sia l’individuazione, con il supporto tecnico dell’Istituto superiore di sanità, delle matrici alimentari da sottoporre ai controlli, delle frequenze degli stessi e le procedure operative da seguire per campionamenti ed analisi». Si tratta di un monitoraggio in particolare su funghi, cereali, altri vegetali, prodotti lattiero-caseari e prodotti ittici.
Questa iniziativa, a così grande distanza dal termine del conflitto, pone alcune domande inquietanti. Il Ministro della Salute è a conoscenza dei nuovi sviluppi sulla questione uranio impoverito e sulla cosiddetta ‘Sindrome dei Balcani’ (causa di morti sospette di militari ritornati dalla missione in Kosovo e Bosnia) oppure si tratta solo del solito ritardo burocratico italiano? Certo è che se da queste analisi si riscontrasse la presenza di uranio e arsenico negli alimenti ciò significherebbe che la radioattività in Bosnia e Kosovo è a tutt’oggi molto elevata, con gravi rischi per le popolazioni balcaniche. E anche per quella dei Paesi che importano da Bosnia e Kosovo derrate alimentari. Chiamato in causa sugli accertamenti in corso il Ministro della salute, Ferruccio Fazio, tace: non è dato conoscere l’eventuale livello di pericolo. Allora, i bombardamenti con proiettili all’uranio impoverito nell’ex Jugoslavia hanno causato forti contaminazioni? «Per ammissione stessa della Nato solo in Kosovo sono stati scagliati 31 mila proiettili anticarro ad uranio impoverito dagli aerei A 10, per circa 9 tonnellate» si legge nell’interrogazione parlamentare numero 3-06303, presentata il 27 settembre 2000 (seduta 778).
Nel 2010, secondo il rapporto ICE-MAE, l’Italia si è classificata al 4° posto nella classifica dei principali partners commerciali della Bosnia, al 3° posto tra i principali Paesi importatori, con un flusso pari a 227,9 milioni di euro (+30,1% rispetto al primo semestre del 2009), di cui 3.729.021,60 di euro in prodotti cosmetici. Per quanto riguarda il Kosovo, l’Italia, sempre secondo i dati 2009 di ICE-MAE, è il primo partner commerciale, con importazioni per un valore di 86.728.321 euro, 3% di verdure e ortaggi.
CONSEGUENZE MORTALI
Un’indagine dell’Unep (agenzia dell’Onu) in Bosnia ha riscontrato livelli di radioattività nelle zone colpite con proiettili all’uranio impoverito: percentuali ritenute in quell’occasione non pericolose per la salute umana. Pekka Haavisto, responsabile di quella missione partita nel 2002, aveva tenuto a precisare che “in ogni caso si era intervenuti tardi e che quindi le analisi fatte in quell’occasione poco potevano dire rispetto ai tassi di contaminazione raggiunti negli anni precedenti”. Nelle zone della Bosnia Erzegovina colpite dai proiettili all’uranio il tasso dei tumori ha subito un notevole incremento, anche se i dati statistici non possono essere precisi, poiché i registri del conteggio dei tumori precedenti al conflitto sono andati perduti. Perché il decreto del ministero della Salute cita anche l’arsenico? Nel 1999 venne bombardato il petrolchimico di Pancevo dal quale venne rilasciato arsenico. Questo episodio non sembra comunque giustificare la ricerca di questo elemento nelle derrate alimentari provenienti da altre zone come la Bosnia e il Kosovo.
Al mosaico delle verità mancano senz’altro alcune tessere fondamentali. Ad ogni modo il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità (numero 7/8, luglio/agosto 2003, vol. 16) ‘Uranio impoverito e linfomi di Hodgkin nei soldati italiani in Bosnia e Kosovo…’ segnala «l’importanza di proporre nelle opportune sedi internazionali, campagne di monitoraggio nei territori in cui siano utilizzati proiettili all’uranio impoverito, allo scopo di rivelare a tempi lunghi eventuali contaminazioni delle popolazioni civili residenti e dell’ambiente (possibile presenza futura di questo inquinante nell’acqua e in genere nella catena alimentare). In effetti, i rischi per la popolazione residente possono scaturire, a medio e lungo termine, dalla contaminazione del suolo e delle falde acquifere. La prima può causare un’esposizione da inalazione per risospensione, mentre ambedue possono dar luogo a esposizione da ingestione (trasferimento dell’uranio alla catena alimentare)». E ancora si legge nel notiziario dell’ISS: «ulteriore importante raccomandazione è quella di promuovere, a livello nazionale e internazionale, ricerche sugli effetti dell’esposizione a uranio impoverito e di svolgere ricerche approfondite sulle possibili altre cause di aumentata incidenza di linfomi».
LAGHI NUCLEARI
I servizi segreti bosniaci hanno scoperto da anni un traffico di scorie e materiali radioattivi organizzato dalle truppe francesi appartenenti alla missione di pace Nato in Bosnia-Erzegovina. Attraverso le missioni IFOR e SFOR la NATO ‘esportava’ grandi quantità di rifiuti radioattivi, che venivano poi gettati nei laghi della Erzegovina. A renderlo noto è stato il quotidiano croato ‘Vecernji list’. La Bosnia Erzegovina è disseminata di scorie radioattive. Viene così alla luce uno dei segreti più pericolosi sullo smaltimento illegale, che le guerre balcaniche e lo stesso Trattato di Dayton hanno occultato negli anni. Dopo la scoperta di depositi radioattivi che si trovavano anni prima della guerra nel palazzo dell’attuale Parlamento della Bosnia ed Erzegovina, nonché ad Hadzici e Han Pijesak come risultato del bombardamento ad uranio impoverito della NATO, sono state individuate ‘abbastanza casualmente’ altri siti di stoccaggio a Zenica e in altri luoghi della Bosnia. Tuttavia, osserva ‘Vecernji list’, questi sono molto più che incidenti. I servizi segreti bosniaci sembra abbiano scoperto anni fa un traffico di scorie e materiali radioattivi organizzato dalla stessa missione di pace Nato in Bosnia-Erzegovina, attraverso la quale la Francia ‘esportava’ grandi quantità di rifiuti radioattivi, che venivano poi gettati nei laghi della Erzegovina. Il quotidiano spiega che “il segreto di Stato dei rifiuti radioattivi” comincia con la firma degli Accordi di Dayton (ndr: l’ Accordo di Dayton, o più precisamente il General Framework Agreement for Peace -GFAP- fu stipulato il 21 novembre 1995 nella base Wright-Patterson Air Force di Dayton, Ohio -USA), quando la Erzegovina diventa un settore della divisione multinazionale sud-est, sotto il comando dell’esercito francese. È qui che la Francia ha la brillante idea di trovare una comoda soluzione al suo annoso problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi prodotti dalla sua industria nucleare, che spesso si presta ad essere oggetto di ‘tratte’ illecite verso i Paesi del Sud-Est Europeo (Mezzogiorno d’Italia compreso).
Così dal momento dell’arrivo della IFOR in Bosnia Erzegovina, e negli anni successivi, viene attivata nella regione della Erzegovina l’unità speciale dell’esercito francese per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi, composto solo da agenti di origine Maori provenienti dalla Polinesia francese e dalla Nuova Zelanda.
Occultando i trasferimenti di materiali nelle missioni di pace IFOR e SFOR, gli agenti francesi facevano sbarcare le navi contenenti rifiuti radioattivi nel porto montenegrino di Bar (di fronte alla costa pugliese), per poi trasportare il carico scortato con un sproporzionato contingente francese sino a Stoca, dove i container con i rifiuti venivano riempiti con colate di cemento.
Secondo alcune testimonianze dei servizi di intelligence bosniaca, i blocchi cementati venivano gettati mediante elicotteri in tre laghi della Erzegovina, ossia ovvero Busko, Ramsko e Jablanicko. Le forze francesi, in questo modo, hanno nascosto nella Bosnia centinaia di blocchi, come testimoniato dalla popolazione del luogo che assisteva nel cuore della notte a continui voli a bassa quota di elicotteri che sganciavano poi il materiale pericoloso. Anche i pescatori locali evitano da anni i tre laghi trasformati in cimiteri nucleari. Le zone di stoccaggio venivano ampiamente selezionate, depositando i blocchi in fondali di grande profondità con adeguate attrezzature. Come descrive un ex membro del SIS (Security-Information Services), e in seguito a un FOSS (Servizio federale di sicurezza e intelligence), è stata pianificata una grande operazione segreta di smaltimento di spazzatura radioattiva. Gli stessi servizi di intelligence hanno scoperto questa operazione, ma l’intervento della politica ha evitato che la comunità internazionale fosse travolta da uno scandalo definendo così ‘illegale’ la presenza della IFOR e SFOR. Il dramma post-bellico, la guerra e l’esilio, l’indifferenza e la stessa paura delle autorità locali e dell’aeroporto internazionale, hanno trasformato questi tre laghi della Erzegovina in una discarica mortale. Ed è così che la storia del materiale radioattivo in Bosnia-Erzegovina è divenuto un ‘segreto di Stato’, in quanto tutti i tentativi degli ex funzionari della intelligence sono stati vanificati di volta in volta, nonostante tutti fossero a conoscenza dell’esistenza del problema del traffico di scorie nucleari verso i Balcani.
TUMORI IN ASCESA
Un forte aumento, fino anche al 200 per cento, dei casi di cancro nelle zone del Kosovo più colpite dai bombardamenti della Nato di 12 anni fa. Lo ha denunciato il quotidiano serbo ‘Politika’, che critica la totale mancanza di reazioni da parte di Belgrado. “Kosovo, piccola Hiroshima”, titola in prima pagina il giornale belgradese, che cita un libro della studiosa Mirjana Andjelkovic-Lukic, esperta in armi ed esplosivi al Centro tecnico-scientifico dell’esercito serbo e vedova di un militare ammalatosi proprio in queste circostanze. Il saggio racconta infatti di alcuni alti ufficiali serbi, morti di cancro dopo aver effettuato nel 2000 ricerche sul terreno per indagare sui risultati dei bombardamenti della Nato. Dal 2000 ad oggi sono state fatte rilevazioni in 112 località: secondo i documenti citati nel libro il livello radioattivo dei raggi gamma e beta è due volte superiore alla norma. La zona a più alta contaminazione radioattiva da uranio impoverito, secondo una cartina pubblicata da ‘Politika’, è quella del Kosovo occidentale, dove sin dall’inizio del dispiegamento stazionano le truppe italiane inquadrate nella Kfor. Un team di medici guidato dal professor Naboisha Srbljak, dell’ospedale principale di Kosovska Mitrovica, ha indagato sul territorio di tale località dove è stato riscontrato un “drammatico aumento” dei casi di tumore, “fino al 200% in più rispetto a prima dei bombardamenti”, scrive il giornale.
In alcune zone i casi sono cresciuti addirittura di quattro volte. Mentre infatti fino a prima dei raid Nato su 300 mila persone in Kosovo i malati di cancro erano dieci, dopo i bombardamenti tale rapporto è salito a 20 casi su 60 mila. ‘Politika’ -che cita il caso del Ministero della Difesa italiano condannato a risarcire un ex militare italiano ammalatosi di cancro dopo una missione in Somalia- afferma che il professore Srbljak ha inviato i risultati delle ricerche all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ma che finora non vi è stata alcuna reazione. “Anche la Serbia tace al riguardo”, ha aggiunto amareggiato l’articolista. I bombardamenti della Nato contro obiettivi militari in Serbia e Kosovo durarono 78 giorni dal 24 marzo al 10 giugno 1999.
‘DISASTRO NUCLEARE’
“È fondamentale creare le condizioni per prevenire il trasferimento illegale di sostanze radioattive in Bosnia”, dichiarava nel 2008 a Sarajevo il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Mohammed el-Baradei. I francesi hanno approfittato del caos seguito alla guerra in ex Jugoslavia e delle missioni di ‘pace’ per disfarsi delle loro scorie nucleari. “Uno speciale battaglione d’Oltralpe” – secondo il racconto di un ex agente segreto “attendeva le navi, cariche di rifiuti radioattivi, nel porto montenegrino di Bar. In questa città, distante poche decine di chilometri dall’area bosniaca sotto il comando di Parigi, arrivavano i rifornimenti destinati alla Nato. Ma questi carichi speciali venivano trasportati via terra con una scorta di ingenti proporzioni fino alla base francese di Stolac”. Qui i fusti radioattivi -secondo lo 007- venivano poi ricoperti da tonnellate di calcestruzzo, fino a formare dei pesanti blocchi quadrati. In seguito i cubi di cemento carichi di scorie venivano trasportati in elicottero, appesi a degli speciali cavi d’acciaio, verso la loro destinazione finale. L’obiettivo erano tre laghi situati sempre nell’area sotto il comando francese: Busko, Ramsko e Jablanicko. Secondo Jovan Savic, capo del settore prevenzione radiologica e chimica della Protezione civile bosniaca: “La situazione è critica, troviamo di continuo fonti radioattive, ma per ora è meglio lasciare tutto così”. A Goranci, a meno di venti chilometri da Mostar, i bosniaci hanno rivelato l’andirivieni di camion militari francesi che scaricavano materiali in una cava. Anche alle miniere di Jajce, a ovest di Sarajevo, aleggia il sospetto di ‘smaltimento’ di scorie da parte di militari Sfor. E si citano vagoni ferroviari radioattivi arrivati a Zenica oltre che di varie fonti trovate intorno a Sarajevo. Tra queste, il monte Igman, da cui proviene l’acqua potabile della capitale. Nel comune di Gradiska le truppe ungheresi sono state accusate di traffico illecito di rifiuti. L’allora Ministro della Sanità Ivo Komljenovic aveva disposto delle indagini in seguito alla morte di 45 persone. Nei pressi del fiume Sava, i soldati magiari avevano costruito un deposito. I residenti hanno raccontato che il cantiere era sorvegliato da un numero di soldati insolitamente elevato, che impedivano a chiunque di avvicinarsi. A trenta metri dalla base di atterraggio degli elicotteri ungheresi le radiazioni misurate andavano da 80 a 130 nanosievert. Scavando 50 centimetri è salita a 170, fino ad arrivare a 220 nanosievert a un metro di profondità. Livelli di inquinamento che attentano alla salute umana, tanto che tra i residenti i tumori si sono moltiplicati a dismisura.
tratto da http://costruendo.lindro.it/2011/04/08/uranio-e-arsenico-negli-alimenti-importati-da-bosnia-e-kosovo
aprile 2011
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