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7 novembre: 94° anniversario della Rivoluzione Sovietica

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lissitzky

Vogliamo celebrare il 94° anniversario della Rivoluzione Sovietica ricordando due tra i più famosi esponenti dell'arte rivoluzionaria di quel periodo, ingiustamente dimenticata o sottovalutata. Qui a sinistra il dipinto "Con il cuneo rosso batti i bianchi", manifesto del 1920 di El Lissitzky, pittore, fotografo, architetto e grafico (1890-1941). Il triangolo rosso rappresenta l'Armata Rossa e il cerchio bianco ('figura indifferente e molliccia') i controrivoluzionari, mentre la sezione bianca a sinistra del quadro rappresenta il bene e il nero -a destra- il male e le tenebre.

Qui sotto il poema 150.000.000, scritto nel 1921da Vladimir Majakovskij (1893-1930), considerato una delle voci più importanti della Rivoluzione. Che ben lungi dal grigiore burocratico che oggi le si vuole attribuire, è stata soprattutto un grande movimento  di liberazione da tutte le catene sociali e culturali la cui "spinta propulsiva" è tutt'altro che esaurita (red.) 

Link: Rivoluzione d'ottobre: la cronologia degli eventi

Link: Libri, link, film sulla rivoluzione sovietica

 

150.000.000

VLADIMIR MAJAKOVSKIJ, Poemi

150.000.000 è il nome dell’artefice di questo poema.

Ritmo è il proiettile.

Rima è il fuoco che brucia di edificio in edificio.

150.000.000  parlano per bocca mia.

Quest’edizione è stampata

con la rotativa dei passi

sulla velina dei selciati.

Chi interrogherà la luna?

Chi chiederà i conti al sole:

perché

fate voi le notti e i giorni?

Chi darà il nome all’autore geniale della terra?

Così,

anche questo

mio

poema

non ha nessuno per autore.

E sua sola idea è:

brillare per il domani che sorge.

.     .      .      .      .      .      .      .      .      .       .      .       .       .

È per questo

che oggi

gli occhi del mondo intero

sono sopra di noi,

che gli orecchi di tutti sono tesi

a  cogliere  il nostro minimo segno;

è per vedere questo,

è per ascoltare queste parole :

è

la volontà  della  rivoluzione,

gettata oltre l’ultimo confine,

è

il meeting

delle carcasse di macchine,

delle  genti  e  dei  corpi di animali,

sono

mani,

zampe,

chele,

leve

alzate là,

dove  l’aria  si  dirada,

intrecciate in un giuramento unanime.

I poeti

che innalzano la loro voce celeste,

dimenticateli,

ascoltate questi canti:

«Siamo  venuti  attraverso  le  capitali,

tra  la  tundra  ci  siamo  aperti  il  passo,

abbiamo  marciato  nel  fango  e  nelle  pozze.

Siamo  venuti  a  milioni,

milioni  di  lavoratori,

milioni  di  operai  e impiegati.

Siamo  venuti  dagli  alloggi,

siamo  evasi  dai  depositi,

dai  passaggi  illuminati  dagli  incendi.

Siamo   venuti    a     milioni,

milioni  di  oggetti,

mutilati,

rotti,

devastati.

Siamo  scesi  dalle  montagne,

siamo   venuti   strisciando   dalle   foreste,

dai   campi    rosi  dagli  anni.

Siamo   venuti,

a   milioni,

milioni  di  bestie

inselvatichite,

abbrutite,

affamate.

Siamo   venuti :

milioni

di    senzadio,

di      pagani 

  di      atei;

battendo

la     fronte,

il    ferro    arrugginito,

i    campi :

tutti,

con fervore,

diremo  a  Dio  la  nostra  preghiera.

Scendi,

non  da  un  morbido

letto stellato,

dio  di  ferro,

dio  di  fuoco,

dio,  non  Marte,

né  Nettuno,  né  Vega,

dio  di  carne :

dio-uomo!

Dalle  secche  delle  stelle

ormai libero,

terrestre,

fra noi

scendi,

appari!

Non  colui

«che è nei cieli».

Ora,

sotto  gli  occhi  di  tutti,

faremo

anche  noi

i nostri

miracoli.

Noi  ci  impenniamo,

pronti  a  batterci

in  tuo  nome

nel  fumo

e  nel  tuono.

Le  nostre  gesta  saranno

più  difficili  di  quelle  del  creatore,

che  ha  riempito

il  vuoto  di  cose.

Noi  dobbiamo

creare   il  nuovo

con  l’immaginazione

e  anche  dinamitare  il  vecchio.

Sete,  versaci  da  bere!

Fame,  dacci  da  mangiare!

È  tempo

di  lanciare

i  corpi  in battaglia.

Più  fitte  le pallottole

sopra  i  codardi!

Sul  mucchio  dei  fuggenti

scoppi  di  mitraglia!

Sì,  così!

Dal  fondo  delle  anime!

Con  fuoco,

fiamma,

ferro

e  luce,

brucia,

scotta,

taglia,

distruggi!

Le  nostre  gambe

sono  passaggi  fulminei  di  treni.

Le  nostre  braccia

sono  ventagli  che  spazzano  i  campi.

Le  nostre  pinne  sono  piroscafi.

Le  nostre  ali  sono  aeroplani.

Marciare!

Volare!

Navigare!

Rotolare!

Controlliamo  il  registro  dell’universo  intero.

Questo  oggetto  è  utile:

va  bene,

può servire.

Inutile:

al  diavolo!

Una crocetta nera.

Noi

ti annienteremo,

universo romantico!

Non  più  fede:

nell’anima

elettricità,

vapore.

Non  più  poveri:

intascate  le  ricchezze  dei  mondi  interi!

Uccidete  il  vecchiume!

I crani che servano da portacenere!

Tolto  via il vecchiume,

dopo  selvaggia  disfatta,

un nuovo  mito

tuonerà  nel  mondo.

Tempo-barriera:

ti forzeremo  coi  piedi.

Mille  arcobaleni

coloriranno  il cielo.

In  un  mondo  nuovo  si  schiuderanno

le  rose e  i  sogni insozzati dalle  rime  dei  poeti.

Tutto è  fatto

per  il  piacere

dei  nostri  occhi

di  bambini  cresciuti!

Noi sapremo

inventare

rose nuove:

rose  di  capitali  con  petali  di  piazze.

Voi  tutti

che  portate  impresso

il  marchio  dei  tormenti,

venite  dunque  dal  carnefice  d’oggi.

E  voi

saprete

che  gli  uomini

possono  essere  teneri,

come  l’amore

che  lungo  un  raggio  sale  fino  a  una  stella.

L’anima  nostra

sarà   la   foce-unione   dei   Volga   dell’amore.

Che  l’acqua  conduca

un  altro  o  te,

ciascuno  sarà  inondato  da  uno   sguardo  luminoso.

Lungo

ogni  più  fine  arteria

noi  lanceremo

i  battelli  fantastici  delle  invenzioni  poetiche.

E  così  come  noi  ne  abbiamo  scritto,

sarà  il  mondo,

e  mercoledì,

e  ieri,

e  oggi,

e  sempre,

e  domani,

e  così  di  seguito

nei  secoli  dei  secoli!

Per  un’estate

di  cent’anni,

combatti,

canta:

«Questa  sarà  la  battaglia

finale,

la  decisiva! ».

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