Un compagno nella storia della sinistra livornese

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Mi piace ricordare Alfredo Bicchierini raccontando di come lo conobbi e di come ci trovammo a condividere lo stesso percorso politico nella seconda metà degli anni sessanta, una stagione forse poco nota alle giovani generazioni di oggi ma che fu alla base dei cambiamenti del successivo trentennio. Un ricordo “storico” dunque perché non vada del tutto persa la memoria di quel momento magico che segnò per sempre Alfredo come tanti altri di noi.
Le guerre nel Vietnam (a partire dal 1964) e in Palestina (1967), la segregazione razziale negli USA, le lotte di liberazione in Africa produssero l’indignazione delle masse giovanili in tutto il mondo occidentale da Berkeley a Berlino. Anche a Livorno ci furono mobilitazioni e manifestazioni che favorirono la saldatura fra gli studenti e i lavoratori. In particolare una pattuglia di giovani portuali fra cui Vivaldi., Bellandi, Langella, Nardini, Dik, Alceste (di questi ultimi non ricordo il cognome) e soprattutto Alfredo cercavano un rapporto con gli studenti comunisti per rafforzare la pressione che si esercitava dentro il partito per una politica meno attendista e moderata e perché in polemica con la CLP che “tradiva” ai loro occhi il vincolo di solidarietà con i combattenti antimperialisti. Dal nostro porto transitavano infatti armi e merci destinate a sostenere gli impegni americani su quei fronti. Ma Alfredo e quei suoi compagni di lavoro non accettavano la logica aziendale che la direzione della CLP, pur formata da comunisti e socialisti, sosteneva per adempiere agli obblighi assunti col comando SETAF di Camp Darby. Al termine di uno spettacolo della compagnia Nuova Scena (che faceva capo a Dario Fo e Franca Rame) nel teatro I Quattro Mori, di proprietà della stessa CLP, durante il consueto dibattito che si apriva tra gli attori e il pubblico, Alfredo io ed altri osammo criticare pubblicamente quella politica che sacrificava la solidarietà internazionale in favore delle logiche di mercato. Luciano Traversi, allora segretario della sezione Porto del PCI, da bravo stalinista scrisse alla Federazione affinché ci censurasse ma non fu accontentato. La resa dei conti arrivò più tardi. Intanto nell’autunno del 1968 mentre il maggio francese era già finito da un po’, in Italia la crescita del movimento di contestazione allo stato presente delle cose continuava e davvero sembrava che all’orizzonte si schiarisse una prospettiva di profondo cambiamento.
Ma facciamo un passo indietro. Per Alfredo tutto era partito anni prima con la morte sul lavoro del babbo. Dopo un primo impiego da operaio navalmeccanico - aveva cominciato in cantiere come scaldachiodi - e la passione per il clarinetto e l’apprendistato nelle lotte contro l’Ansaldo era entrato nell’aristocrazia operaia livornese, rappresentata dalla CLP. Ma questo non gli aveva fatto perdere il radicalismo contro i padroni, anzi il fatto che la CLP fosse una cooperativa lo spingeva ad una maggiore severità.Pardo Fornaciari ed io provenienti dalla FGCI e da Nuova Resistenza (un movimento giovanile che si era formato nel 1961) invece eravamo studenti Tutti e tre militavamo nel PCI e tutti e tre criticavamo da sinistra la sua linea politica. Criticavamo soprattutto l’immobilismo, il difensivismo, la logica dettata dal realismo togliattiano che sembrava ignorare se non addirittura temere l’onda montante dei giovani che chiedevano di abbandonare gli indugi e le prudenze quando non le ambiguità e le degenerazioni che due decenni di gestione del potere locale avevano prodotto. Così in città i poteri forti rossi – la CLP, la Federazione e il Comune – ci sembravano inadeguati a raccogliere la bandiera del cambiamento che nel nostro paese dal 1960 sventolava sempre più forte. Forse per questo in Italia il maggio non durò un mese ma un decennio e oltre. A Livorno il maggio era iniziato nel marzo 1960 con lo scontro con i parà della Folgore, impregnati di cultura fascista, e la celere, scontro innescato da una comune rissa per una questione di ragazze ma che presto virò verso uno scontro di valori e di convinzioni politiche. Ma nel luglio successivo partì da Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, scelta dai fascisti del MSI per il loro congresso, quel movimento che prese il nome dalle magliette a righe che indossavano molti dei giovani dimostranti di allora. Ci furono i morti nelle piazze ma anche la vittoria con la caduta del governo Tambroni sostenuto dal MSI. Da allora Alfredo come altri giovani comunisti cominciò un percorso alimentato dai fermenti delle lotte di liberazione che molti popoli ingaggiavano contro le potenze coloniali. Dal Vietnam a Cuba il contesto internazionale mai più, successivamente, sarà così rilevante nella formazione di una coscienza rivoluzionaria e internazionalista di un’intera generazione. Alfredo e noi maturammo le nostre convinzioni in quella stagione e le portammo all’interno del PCI con l’intento di contribuire a far scoppiare la contraddizione fra ciò che succedeva nel mondo e la gestione del potere a livello locale e, più in generale, dell’opposizione nel Parlamento. Avevamo la speranza che l’attenzione nei confronti dei giovani e dei movimenti di decolonizzazione che il PCI aveva manifestato fino ad allora favorisse l’apertura di credito per una radicalizzazione delle lotte e per un rinnovamento della classe dirigente di quel partito. Speranza che si rivelò presto essere un’illusione e che portò gli apparati cittadini a chiudersi sempre di più per paura di perdere le posizioni di potere acquisite. Contro quel potere e quella chiusura Alfredo lottò fino allo scontro fisico (l’ambiente portuale non era certo un collegio di educande e l’apparato del PCI e della CLP aveva i suoi pretoriani) e fino a quella resa dei conti già rinviata: l’espulsione dal partito condivisa con noi due. Ci spingeva la convinzione che non ci fosse altra strada che tentare di rompere la rigidità del cosiddetto centralismo democratico, retaggio della lotta clandestina antifascista, cercando di aggregare in una nuova unità tutti coloro che, pur partendo da esperienze e matrici culturali diverse, volevano contribuire alla costruzione di uno schieramento in grado di avviare passi verso un cambiamento reale e sostanziale del paese a cominciare dalla nostra città. Se ci fossimo limitati a criticare dall’interno e magari, qualche volta, anche pubblicamente la linea del partito saremmo stati forse tollerati. Ma da comunisti indipendenti, senza richiedere l’avallo della Federazione, avevamo osato aprire un centro di confronto con una sede propria in un fondo in via Pompilia. Si chiamava Iniziativa operaia e lì si confrontavano salesiani come don Gelsomino e anarchici come Paolo Braschi, simpatizzanti della Quarta Internazionale e socialisti lombardiani, comunisti come Alfredo, noi, Mario Lorenzini e maoisti come Lido Lazzerini e tanti altri: portuali, operai, studenti, preti operai e giovani che si avviavano nel mondo del lavoro come Cantini, Catelani, Gamba, Gervasi. Quella scelta fu fatale per noi tre; molti anni dopo, solo il crollo del muro di Berlino e dell’impero sovietico avrebbero spinto ciò che restava del PCI a percorrere una strada simile a livello nazionale ma tutta verticistica e nella direzione opposta.
L’espulsione non solo ci isolò dal partito – non dai tanti compagni che rimasero a condurre una battaglia interna condividendo l’anno dopo la sorte del gruppo de il manifesto, cacciati con la radiazione, provvedimento, a termini di Statuto, più lieve del nostro. Erano Giani, Chelli, Bolognini, Pelagatti, Sinatti, lo stesso Lorenzini, per dirne solo alcuni – ma ci isolò anche rispetto alle azioni intimidatrici della polizia.. Pochi mesi dopo a notte fonda nel passaggio fra il 12 e il 13 dicembre 1969, armati di tutto punto, carabinieri e questurini suonarono alle porte di Alfredo, di Pardo e mia con un mandato di perquisizione del sostituto procuratore della Repubblica Pier Aldo Tani, unici in tutta Livorno. La mattina era scoppiata la bomba alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano, si apriva la strategia della tensione che avrebbe insanguinato il paese per un quindicennio. Gonfio di rabbia per la ingiustizia patita e per lo spavento prodotto nella moglie e nei figlioletti, fermo nella sua radicalità irriducibile Alfredo, come del resto noi, non si lasciò però irretire dalle sirene dell’estremismo che condusse alcuni fino alla degenerazione criminosa dell’esperienza armata. In un cammino che lo ha visto sempre in prima fila nella sinistra libertaria e internazionalista di questa nostra città ha continuato fino in fondo a praticare il confronto delle idee, l’organizzazione dei movimenti , la condivisione delle esperienze dei giovani come quelle dei settori meno tutelati della popolazione, la lettura e lo studio costanti, rifuggendo dalle scorciatoie organizzativistiche e sostenendo invece l’opera lenta ma rispettosa della maturazione soggettiva premessa della coscienza collettiva
Marcello Lenzi
tratto da Senza Soste n.38 (maggio 2009)