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Cosa significa essere comunisti oggi

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pcibella.jpgdi Franco Marino

Perché manifestare nel 2007 l’orgoglio di vivere nella città dove nacque il Partito Comunista d’Italia?

La domanda è difficile ma la risposta può essere semplice. Perché oggi più che mai c’è bisogno di organizzare un’opposizione e una tutela alle fasce deboli della popolazione contro un potere costituito sempre più difficile da individuare ma sempre più forte. I comunisti nel secolo scorso ci riuscirono con risultati alterni, individuando la lotta di classe e la presa del potere come le chiavi della battaglia politica.

E’ vero, oggi non può essere così perché il potere politico è completamente soggiogato dal potere economico privato e perché di “cosa pubblica” da gestire e redistribuire ormai non è rimasto quasi niente; tutto è stato svenduto dall’acqua all’energia al patrimonio immobiliare. Le banche e le multinazionali sono i veri governi che decidono le nostre sorti, chi va al potere deve solo intraprendere percorsi già segnati e far rispettare regole già prestabilite dai cosiddetti poteri forti (economici, finanziari e religiosi).

La svolta di Bertinotti che abbandona il vecchio conflitto di classe verso il fantomatico “socialismo della persona” sta proprio in quest’ottica: rassicurare i poteri forti, garantire proteste pacifiche, colorate ma inefficaci e legalitarie.

Essere comunisti oggi è complicato e adesso che i partiti che si definiscono tali abbandonano tutta una serie di riferimenti culturali e di prassi consolidate e vincenti, sembra ancora più difficile.
Il nostro non è un grido nostalgico, un appiglio a modelli passati. Sappiamo che le società cambiano travolte da nuovi processi produttivi, plasmate da nuove tecnologie, condizionate dal mondo delle telecomunicazioni.

Essere comunisti oggi significa intraprendere la strada dell’organizzazione popolare dal basso e della conflittualità sociale per riappropriarsi di quei diritti erosi negli ultimi 25 anni.

Essere comunisti oggi significa occupare e requisire i palazzi della grande speculazione finanziaria di Ricucci, Coppola, Caltagirone e restituirli a chi ne ha bisogno; organizzare le lotte contro la precarietà sul lavoro legandole ai meccanismi che rendono precaria la vita (costo della casa, intermittenza del reddito, durata del permesso di soggiorno, carovita); creare reti di solidarietà politica e sociale verso tutti quei soggetti che il sistema liberista tende ad escludere (nuovi poveri, giovani precari, migranti); difendere le conquiste del movimento operaio (statuto dei lavoratori, potere d’acquisto, pensioni, scala mobile) e dei movimenti degli anni ’60 e ’70 (legge sull’aborto e sul divorzio, equo canone).

Essere comunisti oggi significa credere che libertà significhi prima di tutto libertà dal bisogno e che democrazia significhi distribuzione delle risorse e dei saperi al contrario di tutti quei pensieri che considerano libertà la facoltà di comprare, licenziare, inquinare, mandare i figli alle scuole private senza rendere conto a nessuno e democrazia l’esercizio del voto e della delega una volta ogni tanto, con la speranza che poi l’elettore torni sul proprio divano a vedere qualche reality.

Il “socialismo della persona” può attendere in una società in cui i bisogni primari sono un lusso in mano ai privati e non una garanzia collettiva e le risorse sono ormai patrimonio di grandi aziende calcolatrici di profitto.

Il video del corteo e il concerto della Banda Bassotti (20 gennaio 2007)


(a cura di www.lavorincorso.livorno.it)

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