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George Jackson, il rivoluzionario con il sangue agli occhi

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"La rivoluzione è un imperativo, un atto cosciente di disperazione dettato dall’amore".

21 agosto 1971. Dal penitenziario di San Quentin, a nord di San Francisco in California, le autorità annunciano che George Jackson è stato ucciso mentre, armato di pistola, tentava l’evasione dal braccio di massima sicurezza. La notifica di un destino segnato. Militante tra i più attivi e teoricamente preparati del Black Panther Party (BPP), principale movimento rivoluzionario afroamericano, George Lester Jackson era nato a Chicago il 23 settembre del 1941 da una famiglia proletaria residente in uno dei quartieri storici della città, in parte ghetto residenziale, in parte zona industriale. Dopo il trasferimento con la famiglia nei caseggiati popolari di Troop Street, comincia la sua “cattiva condotta”. E per un giovane nero, cresciuto nel ghetto, tra lavori occasionali e sottopagati, “la prima rivolta è sempre il crimine”. Nel ’56 a Los Angeles va incontro alla prima esperienza carceraria per furto con scasso e rapina. E’ condannato a un anno di reclusione nel minorile di Paso Robles. Dichiarò che “la primissima volta fu come morire”, ma trovò la forza di resistere alla capitolazione imposta dal sistema repressivo carcerario. A 18 anni fu accusato di aver rubato 70 dollari da un distributore di benzina: d’accordo con il suo avvocato si dichiarò colpevole nella speranza di ottenere un verdetto blando. Contrariamente alle sue previsioni fu rispedito in carcere con una condanna a tempo indeterminato, da un anno a vita. E da lì, Jackson, non è mai uscito. Il carcere chiudendo per sempre la porta alle sue spalle, gliene apre un’altra, quella della formazione politica e della lucida presa di coscienza sulla condizione dei “dannati della terra”. Legge i testi di Marx, Lenin, Trockij, Engels e Mao, e ne è “redento”. “Durante i primi quattro anni non studiai altro che economia e discipline militari”. Si distacca dal catechismo rivoluzionario e elabora un dettagliato piano strategico per assaltare le roccaforti del potere politico. “Per lo schiavo la rivoluzione è un imperativo, un atto cosciente di disperazione dettato dall’amore. È aggressiva, non è fatta con cautela o distacco. È audace, sfacciata, violenta, è un’espressione di gelido e sprezzante odio! Difficilmente potrebbe essere altrimenti senza far nascere una contraddizione fondamentale. Se la rivoluzione, specialmente in Amerika, non è un’arma efficiente di difesa/attacco, se non è un caricatore che il popolo può mettere nel suo mitra subito, allora per la stragrande maggioranza degli schiavi è priva di senso. Se la rivoluzione è legata a un’imperscrutabile “politica a lungo termine” non può diventare rilevante per chi si aspetta di morire domani. Non si possono assegnare rigide scadenze a un “processo” che si definisce liberatorio se le persone a cui è destinato temono la morte ogni giorno. Se chi propone la rivoluzione non impara a distinguere e a tradurre la teoria in pratica, se continua a discutere su come risvegliare e incanalare le forze motrici coscienti della rivoluzione, l’idea rivoluzionaria sarà l’idea perdente, verrà rifiutata.” In questo deciso passaggio non è solo. In carcere conosce altri rivoluzionari neri e aderisce al Black Panther Party come membro del comitato centrale clandestino. L’attività politica e la difesa costante degli abusi subiti dai prigionieri scatenano la controffensiva carceraria. Passa più di sette anni in isolamento. Il 13 gennaio 1970 per placare una rissa tra bianchi e neri nel carcere di Soledad un secondino apre il fuoco e uccide tre detenuti neri. Un’ora dopo una guardia bianca fu trovata morta. Le autorità carcerarie trovano l’occasione per accusare del fatto George Jackson e alcuni compagni. La montatura diventa un caso di dibattito nazionale. Jackson capisce che la sua fine è vicina. Racconta la vicenda nel libro “I fratelli di Soledad”. Come previsto, circa un anno dopo, a San Quentin, è ucciso da un secondino. I detenuti affermano che George ha sacrificato la sua vita per salvarli da un massacro legalizzato. Catherine von Bülow assiste ai funerali e con Genet, Deleuze, Defert e Foucault pubblica nella collezione «Intolérable» del GIP una demolizione di quanto pubblicato dall’informazione americana dal titolo inequivocabile “L’assassinio di George Jackson”. Una settimana prima della sua morte, dal carcere erano usciti clandestinamente i suoi scritti politici, che saranno pubblicati postumi nella raccolta “Con il sangue agli occhi”. A distanza di quarant’anni la sua rilettura sulla condizione della “colonia nera” è ancora capace di dire qualcosa sulle guerre civili delle tante colonie imprigionate nelle metropoli contemporanee.

Orlando Santesidra

da Senza Soste n.62 luglio-agosto 2011)

21 agosto 2011

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