Il debutto in società del volume è avvenuto venerdì scorso, il 29 gennaio, in un’aula piena della facoltà di Psicologia, non lontano dai segni lasciati dalla Pantera nel cortile e nelle aulette ancora abitate dai collettivi. Più che una presentazione canonica s’è trattato di un convegno, un’assemblea aperta, con interventi che s’alternavano ai documenti video (dei registi Leonardo Celi e Daniela Ughetta) in una dimensione attenta a intrecciare memoria e attualità, non a caso l’attuale collettivo di Psicologia ha preparato uno degli interventi centrali sulle affinità e le divergenze tra Onda e Pantera; e ha gestito la logistica e l’accoglienza dell’evento. E’ stato ricordato da più di una voce che fu un movimento capace di riappropriarsi di luoghi e di risorse negate (si pensi ai fax o alle fotocopiatrici ma, in generale, agli immensi spazi delle cittadelle universitarie anche allora gestiti in maniera privatistica dai “baroni”), di innovazione di pratiche politiche e comunicative. La vicenda del logo, raccontata da Fabio Ferri, grafico pubblicitario da sempre interno ai movimenti, è emblematica di quel percorso che, sebbene finì drammaticamente dopo 48 ore di presidio ininterrotto sotto Montecitorio che non riuscì a bloccare il varo della riforma Ruberti, diede inizio a una resistenza di lunga durata che per vent’anni ha inceppato la macchina bipartisan della privatizzazione e rallentato la mutazione genetica dell’università. Non solo, quella generazione - che stentò a trovare alleati mentre occupava le università - si riversò senza tornare a casa innovando la forma centro sociale, fornendo linfa alla nascente Rifondazione, per ritrovarsi nelle ondate no global e no war di dieci anni dopo. «Bella, sensuale, inafferrabile, combattiva», dirà Ferri, la Pantera fu in grado di usare i media e non esserne stritolata (cosa che forse il movimento no global non sarebbe riuscito a fare). Fu capace di «autonomia culturale», ha sintetizzato Tano D’Amico, fotografo e straordinario narratore, e da essa si sprigionarono «piste in controtendenza (il teatro di strada, le occupazione neoruraliste, il lavoro tra i migranti, ndr)», ha aggiunto Roberto De Angelis, docente allora come oggi, che si domandò come mai un movimento di tale portata scoppiasse per una riforma che pochi conoscevano e che sembrava di là da venire: «I movimenti sembrano scosse telluriche, nascono dall’effetto di accumulazione», è la risposta che a offerto all’uditorio. Un’altra domanda ha viaggiato lungo i vari interventi: se fosse un movimento riformatore (come sostenuto da Daniela Volpini, allora occupante con la Fgci, oggi docente a Psicologia) o piuttosto controculturale e di radicale critica sociale. Il libro di Nando Simeone serve anche a cercare questa risposta: «Fu un movimento anticapitalista in maniera istintiva - ha detto l’autore - cos’altro può significare il tentivo di sottrarre il sapere al mercato?».
Checchino Antonini
tratto da www.ilmegafonoquotidiano.it
1 febbraio 2010
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