Da alcuni anni “la nuova scuola” di storici israeliani (tra cui Benny Morris, Ilan Pappè, Avi Shlaim, Tom Segev, Simha Flapan e altri) sta portando alla luce i reali avvenimenti cha hanno accompagnato la nascita dello stato di Israele. Ciò che hanno potuto ricostruire con l’analisi delle fonti documentarie degli archivi è qualcosa che è stato cancellato dai libri di scuola. I palestinesi stessi che ancora vivono all’interno dei confini dello stato sionista ne sono venuti a conoscenza solo grazie alle testimonianze orali di nonni e genitori, perché i testi dove studiano sono sottoposti all’approvazione, e alla censura, governativa. Scrive lo storico israeliano Ilan Pappè nel suo libro “La pulizia etnica della Palestina”: “Tra febbraio e dicembre 1948 l’esercito israeliano ha occupato sistematicamente i villaggi e le città palestinesi facendo fuggire con la forza la popolazione e nella maggior parte dei casi distruggendo case, devastando le proprietà e portando via i loro averi e ricordi. Durante questa pulizia etnica ogni volta che vi è stata resistenza da parte della popolazione questa è stata massacrata”. E ancora: “Perché la pulizia etnica sia efficace è necessario cancellare quel popolo dalla storia, dalla memoria. Gli israeliani sono molto bravi a fare ciò. Sulle rovine dei villaggi palestinesi costruiscono insediamenti per i coloni”. Il monito ai palestinesi è chiaro: “Ora il territorio è nelle nostre mani e non c’è possibilità di mettere indietro l’orologio”. “Oppure costruiscono spazi ricreativi che sono l’opposto della commemorazione: vivere la vita, godere nel divertimento e nel piacere. E’ uno strumento formidabile per un atto di “memoricidio””.
In tutto il mondo, anche in numerose città italiane, il 15 maggio si commemora la “Nakba”, la catastrofe in arabo. Perché ciò che è stato non venga rimosso e perché le ragioni di questo popolo non vengano oscurate dagli interessi del profitto dei grandi poteri economici internazionali, gli sponsor che permettono ad Israele di esistere per il ruolo di “gendarme” che esso assolve in una delle zone strategicamente più importanti del pianeta.
I sionisti ancora oggi basano le proprie pretese sullo slogan lanciato dal leader storico del movimento, Israel Zwangli che definì la Palestina “una terra senza popolo per una popolo senza terra”. Gli israeliani non conoscono la storia e ignorano la cultura palestinese. A scuola imparano che quella è la loro terra e che prima che ci arrivassero fosse disabitata. Ma prima del 1948 i palestinesi occupavano più del 90% delle terre e ora dispongono solo del 10%. Spesso, per legittimare l’esistenza dello stato di Israele si fa riferimento alla risoluzione dell’ONU del 29 novembre 1947 che stabiliva la suddivisione del territorio in due stati, senza peraltro prendersi cura di chiedere il parere da chi ormai ci viveva da 1500 anni. Viene però in genere ignorata la risoluzione ONU 194 del 1948 in cui si affermava il diritto dei rifugiati palestinesi di tornare nelle loro terre di origine, avere la restituzione della proprietà e il risarcimento per le perdite e i danni subiti. Tutt’oggi lo stato di Israele impedisce ai profughi palestinesi di esercitare il diritto al ritorno nelle proprie case.
Secondo l’UNRWA (agenzia ONU per i rifugiati) ci sono al momento 4 milioni e mezzo di profughi palestinesi distribuiti in 59 campi profughi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania, costituendo la più grande comunità al mondo di rifugiati e da più lungo tempo, ormai 65 anni. Vivono in condizioni pessime da ogni punto di vista: salute, accesso all’acqua, alimentazione, lavoro, istruzione, con scarse o nulle possibilità di inserimento nei paesi ospitanti e dipendendo permanentemente dagli aiuti della comunità internazionale. Le loro condizioni sono addirittura peggiori dei 4 milioni di loro connazionali che vivono nei territori occupati, 80% dei quali sono al di sotto della soglia di povertà o del milione e mezzo costretto nella “più grande prigione a cielo aperto al mondo” che è oggi la Striscia di Gaza. Questi sono gli effetti dell’occupazione israeliana, cominciata nel ’47 e ancora oggi operante, la Nakba appunto, come la chiamano i palestinesi.
Paradossale, inquietante e lugubremente ostile suona la recente affermazione di uno dei massimi dirigenti dei servizi di sicurezza israeliani: “Dimentichiamoci il passato e andiamo avanti”, quando l’oscuramento dei fatti del passato è strettamente funzionale al perpetuarsi dell’ingiustizia di oggi.
Sempre lo storico ebreo Ilan Pappè in una relazione di fronte al parlamento britannico nel 2010 dichiarava: “Tutte le risorse dello stato di Israele vengono canalizzate per vendere a tutto il mondo e alle persone che vivono lì la propria versione dei fatti. Il sionismo è un progetto di mistificazione che ha avuto molto successo, ma si può combattere contro l’inganno anche quando non si può combattere contro l’occupazione”. La Nakba si perpetua ogni giorno nel mancato riconoscimento dei diritti essenziali dei palestinesi, nell’attacco continuo alle loro condizioni di sopravvivenza e dignità, nella disinformazione calata dall’alto che li dipinge come carnefici quando sono invece le prime vittime. Dal 17 aprile scorso oltre 2000 detenuti palestinesi, prigionieri politici, sono in sciopero della fame. Dopo quasi 70 giorni di digiuno Bilal Diab (27 anni) di Jenin è entrato in coma, e anche Taher Halahla (33 anni) di Hebron versa in gravissime condizioni.
Insieme a loro, nelle carceri israeliane sono attualmente imprigionati altri 4700 palestinesi detenuti politici, tra cui molte donne e minori, spesso reclusi senza processo e altrettanto spesso sottoposti a tortura, senza che i maggiori network internazionali e testate giornalistiche ritengano importante far conoscere questa realtà.
Venerdì 18 maggio alle 19.30 presso la Ex Caserma occupata in Via del Fante iniziativa di commemorazione della Nakba, con proiezione di materiale e dibattito.
Vedi anche l'iniziativa a Pisa del 15 maggio 2012
Ex Caserma Occupata Del Fante – Comitato per la Palestina Livorno –
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