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Piero Ciampi, trent'anni dopo

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Moriva a Roma 30 anni fa il grande anarchico della musica italiana e uno dei suoi più fulminanti talenti, Piero Ciampi.

piero_ciampi.jpgUn vero poeta, più di ogni altra cosa. Con i suoi testi struggenti, in cui mise a nudo soprattutto se stesso, il cantante livornese ha raccontato travagli interiori, lo smarrimento e l’incapacità di vivere proprio in un momento – gli anni ‘60 e ‘70 – in cui la musica italiana stava diventando “impegnata”. Ciampi, grande amico di Gino Paoli (che, poco dopo la sua morte, ha inciso un intero album con le sue canzoni), Mimmo Locasciulli, Carmelo Bene e Paolo Villaggio, fu una personalità controcorrente, decisamente anticonformista, anti-ideologica, a tratti indecifrabile.
Il suo più chiaro autoritratto è la canzone Ha tutte le carte in regola (“Ha tutte le carte in regola per essere un artista, ha un carattere melanconico, beve come un irlandese”). Ma uno scorcio intenso della sua fame di vita, del suo istinto autodistruttivo, si intravede nelle parole che accompagnano una delle sue rare apparizioni televisive (in uno speciale che gli dedicò la Rai, Piero Ciampi, no! , del 1977). Quando, prima di cantare la splendida Il giocatore , Ciampi racconta così il protagonista del pezzo: “Il giocatore è un mostro. Egli riesce a giocare al mattino, al pomeriggio, alla sera. Non lavora mai, perde sempre eppure ha sempre il denaro per giocare. Perché ha sempre se stesso”.
Come “il giocatore”, Piero Ciampi ha consumato la propria esistenza senza badare a spese e morendo a 45 anni. Magrissimo e asciutto come i veri, grandi etilisti (e lui lo era senza dubbio), elegante e amante delle sigarette (si era preparato da sempre per la cirrosi epatica, ma alla fine prevalse il cancro alla gola), il figlio di Umberto Ciampi, piccolo commerciante di pellami, è un ragazzo inquieto. Si iscrive all’Università di Pisa (facoltà di Ingegneria), ma abbandona gli studi e torna a Livorno. Poi va a Pesaro per la leva e si fa notare per la frequentazione assidua di locali notturni, la rissosità, il talento poetico. E’ nel 1957 che Ciampi inizia il suo vagabondaggio. Senza una lira, si trasferisce a Parigi, la città degli artisti per antonomasia, dove canta per locali e diventa noto con un nomignolo: “Piero l’italianò”. Nel 1959 torna a Livorno. Povero, come era partito.
Sono gli anni in cui nasce la “canzone d’autore ”proprio sul modello francese. E Ciampi firma i primi dischi con il nome “Piero Litaliano” (senza l’apostrofo e senza l’accento), ma non ha ancora trovato la propria dimensione. Inquieto, riprende a girovagare per mezza Europa. Va a Barcellona, Stoccolma, in Irlanda (dove si sposa con la prima moglie Moira). E tra un viaggio e l’altro inizia a frequentare sempre più spesso Roma (romana sarà la seconda moglie Gabriella, detta Mira, citata nella canzone Il vino). Il 1970 è l’anno della vera svolta artistica di Ciampi. In quell’anno conosce quello che diventerà il “suo” musicista, Gianni Marchetti. Con lui, Ciampi darà vita a un sodalizio inossidabile. Marchetti è un compositore soprattutto di colonne sonore, ma come Ciampi è un outsider.
Nel periodo in cui risuonano striature “beat” nelle note di Piccioni, Umiliani, e anche di Morricone, Marchetti resta affezionato alle orchestrazioni della musica leggera degli anni ‘50 (anche se non del tutto scevro dalle influenze dell’epoca). L’intesa artistica con Marchetti farà prendere il volo alla poetica di Ciampi. Che racconterà tanti amori falliti (In un palazzo di Giustizia), spesso incastonati in autoritratti amari (Te lo faccio vedere chi sono io). A modo suo, Ciampi racconterà anche la società italiana del dopo boom. A cui, ovviamente, non si adatterà mai. Emblematiche Il lavoro e Andare camminare lavorare. Il 19 gennaio 1980 fa moriva Piero Ciampi. Cantautore geniale, cui ancora la storia non ha reso piena giustizia (ma va ricordato l’ottimo Premio musicale a lui intitolato, a Livorno). Forse perché, davvero, Ciampi è stato un battitore libero. Un indipendente assoluto.

Una di quelle personalità che, in fondo, ci interrogano con tale profondità da farci dubitare di tutte le nostre certezze.

Elisa Battistini,

da Il Fatto Quotidiano del 19 Gennaio 2010
 

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