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Racconti di Resistenza: le testimonianze di due antifascisti

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resistenza_continuaParlare di “resistenza contro il nazismo ed il fascismo” fra disoccupazione, perdita dei diritti lavorativi e non, perdita di una cultura libera, o quanto meno pubblica, sembra  un qualcosa di sbagliato, o per lo più, di un qualcosa che oggi non è concepito come priorità.

Non si parla solo della cosiddetta “memoria”. Non è una carrellata delle morti che il fascismo e il nazismo causarono. Si parla di storia, una storia che è la nostra. Una storia che si ripercuote nel nostro presente.. cambiando nome, cambiando logo, cambiando portavoci… ma la sostanza poi è sempre la medesima “odio e schifo verso coloro che non sono come noi”.

I libri di storia, quelli in uso nelle scuole, sono sempre meno folti della così detta “resistenza”. Una resistenza che vedeva non solamente i partigiani e le partigiane sulle montagne, con fucili e munizioni, ma che vedeva in prima linea anche tutte le persone che rifiutavano la tessera del partito fascis e che resistevano alla dittatura.

Saper raccontare la storia significa non perderla. Significa non ripeterla, significa combatterla ogni qual volta si ripresenti. Cancellare le pagine di storia, significa cancellare tutti quei volti che hanno combattuto, ognuno a suo modo, per arrivare ad una sorta di libertà. E significa ancor di più riproporre sempre, con estrema facilità, tutti gli orrori del passato.

Emma Menicagli, 82 anni, Antifascista:

manellassi_cesare_menicagli_emma- Cosa ti ricordi del fascismo?

“Tutto ciò che mi ricordo del fascismo non me lo ricordo con gli occhi di una bambina. Avevo nove anni…ma avevo smesso di essere bambina. Vivevo tutto questo con la mente di una persona adulta. Mi ricordo che il sabato c’era il corteo, e i bambini e le bambine che andavano a scuola, dovevano sfilare per la città (nel mio caso per il paese) indossando il vestitino composto da: camicia bianca con sopra applicato il fascio littorio, gonnella nera e scarpine. Mia madre non voleva né che io indossassi quell’uniforme né che io sfilassi nel corteo e la maestra mi sgridava sempre per questo. Un giorno arrivò in casa nostra il segretario del partito fascista e rivolgendosi a mia madre disse: “O li procuri il vestito o non la mandi più a scuola”

- Tua madre allora cosa decise di fare?

Mia madre fu obbligata a farmi il vestito. Ma lo portai poche volte. A scuola mi ricordo che la maestra e i miei amici parlavano molto spesso di Mussolini e del fascismo in generale. Io invece non ne parlavo mai. In casa mia si parlava del fascismo, solo in senso negativo! Mia madre e mio padre avevano rifiutato la tessera, eravamo tutte e tutti antifascisti e mi ricordo che i miei genitori mi dicevano sempre: “Emma stai zitta! Non dire ciò che si dice in casa! A scuola, quando parlano di Mussolini e del fascismo non dire MAI nulla…va bene?”

Avevo paura. Io sapevo che cosa facevano i fascisti alle persone che andavano contro di loro. A Fauglia c’era un fascista tremendo. Era un dottore, si chiamava “il Corda” e lui picchiava. Faceva del male a tutti coloro che si schieravano contro il fascismo, e che manifestavano questo ideale.  Poi c’era un altro fascista, e aveva il mio stesso cognome “Menicagli", ma non era mio parente e nemmeno mi somigliava. LUI ERA UN FASCISTA, NOI NO. “

- Dunque nessun componente della tua famiglia aveva la tessera?

“No, nessuno. Ma senza la tessera la vita non era semplice. A noi ci fecero chiudere il mulino. Era la nostra unica fonte di guadagno. I fascisti ci fecero chiudere tutto, ma un signore di Fauglia ce lo fece riaprire. Mio padre dava il pane a tutte le persone e quando passò la guerra noi si rimase senza un chilogrammo di farina“

- E come facevate a produrre il pane?

“Si cuoceva il grano.  Poi ospitavamo anche gli sfollati. Mi ricordo che si ospitò per tanto tempo una famiglia livornese, Nocchi Tina e Bruciato Alberto. Nella nostra casa lei partorì! Che bella! Dette alla luce una meravigliosa bambina. Si rimase in contatto per tanto tempo con questa famiglia. Le persone aiutavano le altre persone con ciò che potevano e noi si aiutavano con il pane e con la casa. Il fascismo era tremendo… i fascisti erano tremendi…. Ma noi si Resisteva. “

- Qual è il ricordo o i ricordi, che ti hanno segnato la vita?

“Non potrò mai scordarmi le SS. Non potrò mai scordarmi la loro violenza, la loro voce, non potrò mai scordarmi come si rivolgevano a noi e non potrò mai scordarmi cosa mi hanno fatto. Era, ora non mi ricordo con precisione, verso la metà di  luglio del ’44 ed ero in braccio a mio padre, quegli schifosi cercavano i partigiani, e da noi ce ne erano un po’ ma nessuno e nessuna parlava. C’era chi sapeva e c’era anche chi non sapeva dove fossero nascosti. Rimane il fatto che nessuno parlava. Io, come dicevo, ero in braccio a mio padre e si avvicinò uno di loro, un SS e mi strappò da mio padre. Mi urlò di tornare a casa e me lo portò via.   Io corsi verso casa. Correvo e piangevo. Arrivai a casa e raccontai tutto a mia madre. Mia madre prese il congedo di mio padre, perché lui fu obbligato ad andare in guerra.  Chiese dove avevano portato mio padre e gli altri uomini e ci dissero che li avevano portati al “PALLOTTOLAIO”. Il pallottolaio era il posto dove ci si giocava a boccie, li avevano messi tutti in fila ali argini del pallottolaio. Io piangevo e vedevo mio padre in fila con tutti gli altri. Liberarono alla fine tutti gli uomini”

- Pensi che sia stato grazie al tuo congedo, che tuo padre tornò a casa?

“Quello stesso giorno, quegli schifosi  presero altri ragazzi come quelli di Nugola. Un paio li fucilarono al Botteghino mentre vicino Crespina presero i Partigiani. Il congedo forse tornò utile per la nostra famiglia, ma non per tutti. Eppure quel giorno li liberarono tutti solo perché riuscirono a prendere i Partigiani. Loro volevano fare paura, volevano terrorrizzare e ci riuscivano. Ma noi si Resisteva e si aiutavano le altre persone. Un altro ricordo è di quando mi puntarono la pistola alla testa. Fu sempre un’ SS, il loro capo. Rastrellavano e portavano via tutti, per cercare i Partigiani, per il gusto di uccidere, di torturare e per fare paura. Mio padre scappò sui monti, insieme ad altri uomini. Poco tempo prima, forse quattro ore prima, ero nella piazza di Acciaiolo, in collo a mio padre. Mi vide il capo delle SS. Mi guardò. Poi cominciarono a cercare tutti gli uomini. E io ero a casa. Arrivarono a casa mia. Lui mi urlò : “Dov’è tuo padre!” Sfilò la pistola e me la puntò alla testa.”

- E tu?

“Se pur fossi una bambina, rimasi zitta, non cominciai neanche a piangere. Ero ferma immobile di fronte a questo tedesco, di fronte alla sua pistola puntata alla mia testa. Mia madre era rimasta più lontana. Prese dal fienile (dove tenevamo Scanno, il nostro cavallo) una forca e cominciò ad urlare verso il tedesco. Lui aveva una pistola eppure ebbe paura. E mia madre come lo rincorreva con la forca!!!!! Ahahahahaha! Ora ci rido… lì non c’era proprio nulla da ridere”.

- Come dicevi prima, non hai avuto il tempo di essere bambina…

“Esatto, noi non abbiamo avuto il tempo di essere bambine e bambini. Vicino casa mia c’era un ospedale dove arrivavano i tedeschi. Li vedevo arrivare a pezzi. Eppure non mi faceva alcun effetto. Ero piccola ma non mi faceva nessun effetto. Vidi anche diversi ragazzi morti, me ne ricordo tre: uno americano e due tedeschi. Erano morti, e io li passai accanto, non avevo paura. Mi ricordo delle cannonate, mi ricordo delle bombe. Una volta ci bombardarono e mio nonno era uscito per andare dal parrucchiere! Dentro di me dissi “me l’hanno ammazzato” dissi a mia madre che volevo andarlo a cercare,  presi Scanno e scesi in paese. C’era molta polvere, un gran fumo misto polvere e in quel casino me lo vidi spuntare! Montò sul cavallo e si tornò a casa. Alla stazione di Acciaiolo c’era il treno blindato. Su questo treno c’era fissato  un cannone che riusciva a sparare fino a Rosignano e anche sui monti pisani. Lo portavano fuori solo la notte, il giorno lo nascondevano nella galleria d’Orciano”.

- Avevi paura delle bombe?

“A distanza di anni ho capito che chi mi faceva veramente paura erano le persone, erano le SS, erano i fascisti. Le bombe quando si riuscivano a superare non facevano, almeno a me, così tanta paura. Però non tutti i soldati erano cattivi. Bisogna ricordaci che sia per i tedeschi sia per gli italiani c’era l’obbligo di presentarsi come militare, come c’era l’obbligo per la tessera. Non tutte le persone avevano la forza di ribellarsi. Non tutte le persone non avevano così tanta paura. La paura è normale provarla… soprattutto quando siamo sotto dittatura e ti tolgono tutto. Una volta si rifugiarono vicino casa mia dei militari tedeschi, loro non erano cattivi. Uno andando via mi disse “ho una bambina della tua stessa età - piangendo- noi non ci rivedremo mai più” e andò via. Non lo sentii come una persona cattiva, anche perché non era un SS. Mi ricordo inoltre che ci fu una grande solidarietà da parte delle persone verso i militari italiani. Mi ricordo che l’8 settembre, quando ci fu l’armistizio, i tedeschi cercavo i militari italiani e molti di loro cercavano rifugio in casa delle gente per spogliarsi e abbandonare l’uniforme. Uno si spogliò anche a casa nostra.  Tutte le persone davano aiuto, ormai eravamo abituati ed abituate ad aiutarci a vicenda! Così lasciò l’uniforme a casa nostra. i tedeschi andavano a casa delle persone, arrivarono anche da noi e quando ci urlarono di chi fosse l’uniforme, mia madre urlò: “Di mio marito, è stato Obbligato a fare il militare! “. Andarono via. Il fascismo era schiavitù totale. Il fascismo ti portava via tutto. I fascisti, e ce n’erano di convinti, erano cattivi come leSS. Non c’era alcuna differenza“

- A distanza di così tanti anni, quando senti notizie di idee e di azioni fasciste e razziste, quando vieni a conoscenza di elogi verso il fascismo… tu… TU COSA PROVI?

“Eh, tanta rabbia una rabbia immensa. Sarà che la mia famiglia è sempre stata comunista, sarà che mio padre anarchico mi ha sempre insegnato il rispetto, sarà che mia madre quando si formò il Partito Comunista a Livorno, sfilò in prima fila nel corteo che si tenne qui ad Acciaiolo con la bandiera rossa in mano, sarà soltanto perché il fascismo va combattuto sempre, e non tollero il contrario”.

***

Mantellassi Cesare, 85 anni, Antifacista:

- Il tuo ricordo del fascismo, della guerra… quale è?

“Sono nato nel ’27, ho vissuto tre guerre: quella d’Africa, quella di Spagna e la terza Guerra Mondiale. La mia famiglia è sempre stata una famiglia antifascista, a scuola ricordo che ci obbligavano ad indossare la divisa ma io non ricordo di averla mai avuta tanto che ho una foto dove tutti hanno il berretto fascista e io invece indosso quello alla marinara! Tutti i componenti della mia famiglia non avevano la tessera e questo però significava molto. Senza tessera il lavoro era “precario” o meglio inesistente. Io avevo undici anni e facevo l’apprendista da un meccanico a Torretta Vecchia, il mio paesino”

- Dunque tutta la tua famiglia era antifascista?

“Sì esatto, e mio padre ci teneva molto a farmi conoscere la verità e  a farmi conoscere la storia. Mi ricordo che a Castell’Anselmo c’era un prete, e dato che il dopo scuola era obbligatorio, mio padre decise di mandarmi a fare il dopo scuola da lui. Lui era antifascista e nelle ore pomeridiane ci insegnava la storia. All’inizio rimasi perplesso quando capii che la storia raccontata da lui era diversa dalla storia che ci raccontavano a scuola. Mi ricordo che rimanevo ore a domandarmi “ma chissà qual’ è quella giusta!”. Decisi di dar retta al prete. La mia famiglia mi ha sempre insegnato i principi del comunismo e mi ha aiutato ad avere una cultura, o quanto meno, la voglia di conoscere. O ho la quinta elementare eppure nella mia vita ho divorato un milione di libri perché al mio tempo per me era impossibile farlo. Più che diventavo grandicello più che mi avvicinavo ad una figura nella mia famiglia “Macchiavello” , fratello di mio zio. Lui era un militante. Era un partigiano.”

- Cosa ha significato per te “Macchiavello”?

“Prima di tutto, lui come accennavo prima, era un antifascista dichiarato, tanto che quando venivano i “pezzi grossi del fascismo locale, regionale,etc Macchiavello veniva preso e incarcerato e poi lo rilasciavano. Era perseguitato dai fascisti. Era comandante della terza  Brigata Garibaldi, la stessa brigata a cui appartenevano quei ragazzi ammazzati sia sotto Nugola Vecchia sia al Botteghino. Machiavello e Frangioni (un altro compagno), portavano a casa nostra  i volantini. Erano volantini a strisce bianche, rosse e verdi con alcune parole d’ordine come “libertà” o “combattiamo contro il fascismo”, “combattiamo per la libertà” e così via…Io li nascondevo sotto il marmo di un mobiletto.” Insieme a Machiavello si portavano a cinque ragazzi, cinque partigiani armati che si erano dati “alla macchia”.

- Come funzionava? Come facevate a portarglieli?

“Noi ci davamo un orario ogni volta e fissavamo un giorno. A tale ora in tale giorno i ragazzi si facevano trovare in un punto del bosco. Ma non solamente noi lo sapevamo, lo sapevano altre famiglie antifasciste. E questi ragazzi trovavano sempre il cibo, l’acqua e un po’ di vestiti. Insomma ciò che serviva per sopravvivere“

- Quanto tempo restavate con i ragazzi?

“Poco, giusto il tempo per parlare e per dare il materiale. Non potevamo essere scoperti, sia per noi sia per loro. Tutto questo veniva fatto prima del coprifuoco. Potevamo già portare sospetto, figuriamoci se uscivamo durante il coprifuoco. Ci avrebbero scoperti di sicuro, ci avrebbero perquisiti e ci avrebbero trovato i volantini. Tutto doveva essere fatto durante il giorno. Anche le nostre riunioni, al Bar di Torretta, erano fatte durante il giorno”.

- Come si svolgevano le riunioni?

“Il bar era molto diverso da adesso, sulla destra c’era un cucinotto e dietro questo cucinotto c’era una stanza con un biliardo. Noi facevamo finta di giocare a biliardo per parlare, o altrimenti ci si riuniva. Si parlava dei ragazzi alla macchia, dei volantini, delle nostre mosse e della nostra resistenza non armata, che comunque era un dovere portare avanti”.

per Senza Soste, Irene C.

24 aprile 2012

***

“ LA STORIA SIAMO STATI NOI… IL PRESENTE SIAMO NOI”

Mi sono imbattuta in tantissime date, in tanti nomi, sinceramente non sapevo come raccontare ciò che sapevo… penso che la miglior decisione sia trascrivere ciò che ho potuto ritrovare scritto in archivi e in atti. Questo materiale ho potuto averlo grazie a un fascicolo, stampato in occasione del “Trentesimo della resistenza e della Liberazione” del comune di Collesalvetti (sindaco al tempo Mantellassi Cesare).

Un grazie particolare alla famiglia Traxler, che mi ha permesso di fotografare il luogo dove rinchiusero diversi  giovani partigiani, e dove li uccisero.

CANCELLARE LA STORIA  E LE SUE TESTIMONIANZE …SIGNIFICA RIPETRLA.

Dall’archivio parrocchiale di Nugola:

lapide_ville_traxler_guberti_mario-_lugli_ferdinando9 marzo 1944. Questa notte sono stato chiamato (Don Gastone Del Vecchio) da un interprete del comando tedesco per amministrare i Santi Sacramenti a due giovani italiani :

Guberti Mario

Lugli Ferdinando

Condannati a morte per diserzione.

Li ho confessati, comunicati ed assistiti dalle 3,30 alle 6 del giorno ) 9 marzo in una stanza della fattoria Traxler. Alle 6 con due macchine da sottotenente italiano l’una e l’altra da un civile italiano, sotto il comando di un ufficiale tedesco, siamo partiti da Nugola Vecchia diretti a Crespina, dove verso le ore 7 avvenne la esecuzione capitale dei due suddetti giovani.  Dietro ordine del comandante tedesco le due salme furono trasportate e sepolte nel cimitero di Nugola.

La popolazione apprese subito la tristissima notizia e le due tombe furono coperte di fiori.

25 giugno del 1944. Questa notte nei pressi di villa Traxler sono stati trovati uccisi tre italiani, due vestiti in borghese e uno in divisa militare del Battaglione di San Marco.

Un cartello diceva che erano tre giovani partigiani uccisi dai tedeschi. Furono lasciati sul posto per tre giorni. Finalmente si poterono rimuovere, ed incassati in tre bare, furono accompagnati dal sottoscritto ( Don Gastone) e dal dott. Giuseppe Di Egidio al nostro camposanto, dove avvenne la inumazione.

28 giugno del 1944. Questa sera, verso le ore 19,30 un altro soldato italiano rimasto sconosciuto, è stato ucciso dai tedeschi mentre tentava di scappare da un automobile tedesca.

E’ stato sepolto in un campo fra Nugola Vecchia  e Nugola Nuova, vicio alla strada che va al cimitero.

18 luglio del 1944. Oggi alle ore 16 le fanterie americane sono entrate  a Nugola, accolte festosamente dalla popolazione.

La gioia non è piena perché i tedeschi domenica 16, durante il bombardamento, sono andati nei rifugi ed hanno portato via una trentina di nugolesi. Qualcuno ha potuto fuggire.

***

In ricordo ai partigiani uccisi della terza Brigata Garibaldi.

Il 20 giugno del 1944, nelle prime ore del mattino, vennero catturati , al Cisternino , 8 agenti del P.S. che si stavano congiungendo alla terza Brigata Garibaldi. Portando sul loro camion armi e viveri, accogliendo l’appello lanciato dal C.L.N. ( comitato di liberazione).

Il piano era quello di alleggerire la pressione sulla prima linea, impiegando sulle retrovie gli invasori, favorendo così una più rapida avanzata delle truppe alleate.

Partirono due camion dalla caserma di Livorno per raggiungere le formazioni partigiane della terza Brigata. Uno dei quali aveva alcuni problemi. Quello non estremamente funzionante passò dalla zona di Guasticce e si ricongiunse con la terza Brigata Garibaldi , l’altro camion doveva percorrere la via degli Archi , arrivare a Torretta Vecchia e dirigersi verso i Bagni di Casciana per andare Chianni e ricongiungersi infine con la Brigata. Ma arrivati al Cisternino fu fermato da un blocco di fascisti e nazisti. Mostrarono i loro documenti, e dopo qualche minuto capirono che si trattavano di partigiani.

Li fecero scendere dal camion  e li separarono:

Tre di loro li uccisero sotto nugola, altri furono fucilati nei pressi del Botteghino.

Il prefetto di Livorno ordinò la fucilazione immediata.

L’imputazione mossa contro di loro, oltre che di resistenza alle truppe tedesche, fu di aver cercato di trasfersi con armi e munizioni alla terza brigata Garibaldi.

I giovani uccisi furono:

- Vittorio Labate

- Cannata Giovanni

- Tomietto  Orlando

- Bucci Nicola

- Petrucchi Umberto

- Marinai Orlando

- Copernico Washington

- Citro Francesco

Ragazzi che rifiutarono l’obbligo a chinare la testa verso il Fascismo e il Nazismo. Giovani che hanno combattuto per la libertà…fino all’ultimo.

A loro va il nostro più forte grazie , e noi spetta il compito di lottare… per vivere nella libertà, nella giustizia, nell’uguaglianza e nel rispetto.

ORA E SEMPRE RESISTENZA.

Irene Carmassi

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