Nella notte del 17 novembre, circa 400 antifascisti amici di Ivan "Vanja" Khutorskoy, ucciso con un colpo di pistola alla nuca dai neofascisti russi, si sono riuniti nella stazione della metro "Tsvetnoy Boulevard" organizzando un presidio per raccoglier fondi a sostegno alla famiglia di Ivan. La polizia, giunta sul posto poco dopo, ha disperso la folla, cercando di arrestare chiunque cercasse rifugio nella metropolitana. La risposta degli antifascisti è giunta immediata: un gruppo si è diretto verso l'ufficio di "Young Russia" (Rossiya Molodaya), organizzazione con numerosi collegamenti con i neonazisti e che ha apertamente collaborato con "Russkiy Obraz" (Russian Way), struttura collegata agli assassinii dell'avvocato Stanislav Markelov e della giornalista Anastasia Baburova.
L'omicidio di Ivan è solo l'ultima, in ordine temporale, delle centinaia di aggressioni che ogni anno sono organizzate dai sempre più numerosi skin neonazisti: obiettivi privilegiati esponenti dell'antifascismo e minoranze etniche. Con il crollo dell'Unione Sovietica, i giovani si sono trovati in una Russia sempre più allo sbando, che ha visto crollare i luoghi dell'educazione sovietica (le Dom Kultury e le Dom Pionierov) e che si è trovata immersa in una crisi economica gravissima: la disoccupazione diffusa e la sempre crescente rabbia verso gli immigrati, visti come usurpatori di posti di lavoro, hanno portato così molti giovanissimi ad accrescere le fila di movimenti skinhead di estrema destra. I neonazisti si ergono a difensori della razza slava, che ritengono "la più antica delle razze bianche": le loro azioni si concentrano infatti contro tutti gli stranieri che vivono nelle città russe, soprattutto caucasici e africani, ex abitanti dell'URSS provenienti da Turkmenistan o Tagikistan, ma anche giapponesi, cinesi, coreani. Gli ultimi dati del Centro per i Diritti della Persona, un'associazione partner della Fondazione Helsinki di Mosca che si occupa dello studio di xenofobia e razzismo, parlano di una presenza di almeno 50 mila skinhead in Russia, contro i circa 70 mila che si registrano in Europa e in America, e di una media annuale di 40 attacchi mortali. Le forze dell'ordine e le istituzioni moscovite tendono a minimizzare l'entità delle aggressioni, spesso derubricandole a semplici risse tra bande o ad azioni teppistiche, e di fatto sono le prime a portare avanti atteggiamenti razzisti e xenofobi: solo alcune settimane fa una ventina di parlamentari ha firmato una lettera scritta su carta intestata della Duma che richiedeva la messa al bando di tutte le organizzazioni ebraiche accusandole di estremismo e incitamento all'odio razziale.
In risposta al crescente fenomeno neonazista in Russia si sono andate a creare numerose organizzazioni antifasciste, nate a partire dal 1999 all'interno del movimento red skin e intorno a grossi eventi, quali i concerti punk-oi. Il movimento antifascista russo, formato inizialmente a poche decine di persone, diventa di massa a partire dal 2005, quando a San Pietroburgo viene messa in piedi la prima mobilitazione antifascista pubblica. Le iniziative portate avanti dagli antifascisti russi non si limitano solo al ricordo dei compagni uccisi (se ne contano almeno sei negli ultimi tre anni, ma il numero sale esponenzialmente se si contano anche gli omicidi ai danni di immigrati, almeno ottanta nel 2007): essi scendono per le strade della propria città per monitorare il territorio ed opporsi ai neonazisti, organizzano dei veri e propri servizi d'ordine a difesa dei partecipanti a concerti e manifestazioni pubbliche, mobilitazioni in difesa degli arrestati, pubblicano riviste e stanno creando una vera e propria rete che coordini tutte le varie realtà antifasciste, dai redskin alle varie tifoserie antifasciste.
tratto da www.infoaut.org
27 novembre 2009
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