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Morto Giovanni Ventura, con l'infamia della strage

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piazza_fontanaAd ogni "anima bella" che muore giornali e tv sprecano dispiacere e parole, anche laddove a spirare è un fascista stragista. E' il fastidio percepibile dallo sfogliare i quotidiani questa mattina, che riportano la notizia della morte di Giovanni Ventura, fascista veneto di Ordine Nuovo: la sintesi della vita del defunto amico fraterno di Franco Freda e la timida esposizione del dispiacere tramite dichiarazioni e convenevoli; in più editoriali ritorna la doverosità della pietà... dovremmo aver pietà per uno degli artefici di una stagione infame di sangue?! dovremmo aver pietà per chi non ne ha affatto avuta facendo saltare in aria 17 vite con la bomba di piazza Fontana!?

Altro ritornello dell'occasione è quello della sfuggente possibilità di arrivare alla verità per la strage del 12 dicembre 1969. Il reframe del dispiacere sotto la forma della sete di verità giudiziaria. Ma il nostro paese non ha dovuto e non può attendere le sentenze dei tribunali per scovare verità e colpevoli: tutto è fissato nella memoria viva e fervente di chi ha combattuto e combatte per la trasformazione sociale e politica di un paese sobbalzato nel dolore della strage in quella sera del dicembre '69, di chi non si accontenta e non si lascia abbindolare dal burocratismo giudiziario e delle sue rimozioni così come della natura connaturale delle sue istanze. La verità storica su piazza Fontana è conclamata, così come il disprezzo per coloro che ne furono gli artefici e gli esecutori, tra questi Ventura, che muore con addosso l'onta di una delle nostrane stragi fasciste più orrende e infami.

Un buon articolo sulla figura mostruosa di Giovanni Ventura è quello uscito oggi
sul Manifesto.

tratto da www.infoaut.org
6 agosto 2010
***

Silenzio di tomba

Giovanni Ventura se ne è andato senza dire la verità sulla bomba di Piazza Fontana. Costretto a tacere dalle trame di stato e dalla malattia che l'aveva colpito. Protagonista insieme a Freda della stagione stragista, è morto lunedì a Buenos Aires, dove era arrivato nel '79, in fuga dal processo di Catanzaro

Giorgio Boatti per Il Manifesto

Muoveva solo gli occhi. Colpito da una distrofia muscolare che nel giro di tre anni ne aveva minato il fisico, ultimamente non poteva più comunicare se non chiudendo e aprendo gli occhi. Giovanni Ventura, il co-fondatore con Franco Freda della cellula padovana di Ordine Nuovo collocata al crocevia della stagione stragista culminata con la bomba di Piazza Fontana, anche avesse voluto, prima di andarsene, dire la verità su quell'insanguinato pezzo della nostra storia non ne sarebbe stato più in grado.

È morto lunedì scorso a Buenos Aires, la capitale argentina dove Ventura era arrivato nel 1979 al tempo dei generali, in fuga da Catanzaro. Nella città calabrese la Corte di Cassazione aveva catapultato il processo per la strage milanese del 12 dicembre 1969 ritenendo che la città calabrese offrisse le «migliori garanzie di controllo da parte dell'autorità di polizia».

Tempismo perfetto

Il 16 gennaio del 1979 Ventura, in soggiorno obbligato, elude invece tranquillamente il controllo della polizia e fa rotta verso il Sud America con tempismo perfetto. Il ministro dell'interno Rognoni fa saltare il capo della polizia e il responsabile della Digos locale ma, intanto, l'ex-libraio di Castelfranco Veneto è approdato nel suo nuovo rifugio. Al sicuro dalla sentenza che giungerà di lì a qualche settimana, quando, il 23 febbraio, i giudici di Catanzaro infliggeranno a lui, a Franco Freda e all'agente del Sid Guido Giannettini, l'ergastolo.

Sentenza che il 20 marzo 1981 verrà mutata in appello quando i tre saranno assolti per insufficienza di prove dall'imputazione di strage ma, al tempo stesso, i due fondatori della cellula padovana verranno condannati a quindici anni di reclusione per associazione sovversiva e per gli attentati dell'aprile del 1969 alla fiera campionaria e dell'agosto dello stesso anno ai treni. Azioni terroristiche, addebitabili in modo inconfutabile alla cellula padovana, che preparano l'ultimo atto del trittico stragista che si concluderà a dicembre con la bomba di piazza Fontana. Di fatto con un nuovo processo che verrà celebrato, per volontà della Cassazione, a Bari, nel 1985, arriverà per Freda e Ventura una nuova sentenza assolutoria per la strage. Una deliberazione che in base al principio del «ne bis in idem», ovvero non si può essere processati due volte per la stessa imputazione, li metterà al sicuro da altri guai giudiziari.

Anche quando con le successive inchieste, come quella caparbiamente perseguita dal giudice milanese Salvini in un isolamento che non fa onore al Palazzo di Giustizia di Milano di quegli anni, giungeranno nuovi elementi probatori contro la cellula padovana e i suoi principali esponenti. Ma ormai Ventura aveva messo l'Atlantico tra sé e il proprio passato. A Buenos Aires gestiva un ristorante, si era fatto una famiglia e non aveva nessuna voglia di riandare agli anni in cui era stato uno dei primattori della pianificazione terroristica che aveva avuto la sua base in quel di Padova.

A un passo dalla verità

Eppure ogni volta che si era stati a un passo dalla verità sulla strage del 12 dicembre la figura di Giovanni Ventura prendeva corpo e aleggiava, assieme a quella di Freda, sugli eventi che si stava cercando di ricostruire. Già a tre giorni dalla strage, il 15 dicembre 1969, un testimone - compagno di collegio di Ventura e suo amico sin dai tempi in cui frequentavano il convitto Pio X di Borca di Cadore - bussa alla porta di un avvocato per deporre la propria verità. A parlare, dopo mille dubbi di coscienza, è un timido professore cattolico. Si chiama Guido Lorenzon e Ventura - in uno dei flussi di incontenibile loquacità che ne fanno oltre che un operativo dentro la trama del terrore anche un inquieto e straziante personaggio della provincia veneta, quella fissata in certi film di Germi - gli ha rivelato non pochi passi della pianificazione bombarola. Nonché dei camuffamenti con cui ha cercato di dare una copertura di sinistra alla propria navigazione cospirativa.

Contro Lorenzon si scatenerà una sorta di linciaggio psicologico e sui dati che ha porto si alzeranno non poche paratie sino a quando, con l'intervento deciso della magistratura di Treviso, e poi l'azione continuerà con i giudidi di Padova e di Milano, non si tireranno le dovute conseguenze. Sino al primo arresto di Ventura e del suo sodale Freda.

Offerta d'evasione

Forse il momento in cui Ventura è stato più vicino a dire quello che sapeva - e certamente è molto, se non tutto - sulla trama stragista è nel marzo del 1973, quando in carcere a Monza, viene lungamente interrogato dal giudice D'Ambrosio. Il giudice milanese con un lavoro certosino ha prodotto una serie di reperti che fanno cadere il castello difensivo del librario, la spudorata ostentazione con cui giunge a non riconoscere la propria voce nelle registrazioni telefoniche che lo accusano. D'Ambrosio incalza. Produce prove. Ventura è in difficoltà e chiede al giudice una tregua. È il momento in cui la madre di Giovanni Ventura affermerà - secondo un testimone - «Se Giovanni parla non lo vedrò più».

Ma qualcuno è all'opera per rafforzare il silenzio dell'accusato. Sono gli uomini del Sid, il servizio segreto militare che in una sua diramazione operativa, la società cinematografica romana Turris, sta già provvedendo ad ospitare, e poi a esfiltrare dall'Italia, elementi della cellula padovana che potrebbero essere interrogati dal magistrato.

Qualcuno ha un piano per Ventura. Gli si fa avere in cella una chiave che - appurerà il magistrato - è in grado di aprire le porte delle celle della sezione maschile del carcere di Monza. Gli troveranno anche una bomboletta, analoghe ad altre in possesso del Sid, che dovrebbero servire per neutralizzare le guardie in vista di un'evasione.

Ma all'ultimo momento Ventura non si fida di questi preparativi. Forse teme più di essere in balia dei suoi «soccorritori» che della magistratura alla quale racconta l'incredibile versione di essersi avvicinato a Freda, e alla cellula nera, per «tenerne d'occhio» le attività. Non verrà creduto e, alla fine, si porterà l'imputazione di strage davanti ai giudici di Catanzaro. Prendendo il volo, lui e le sue verità indicibili ma niente affatto misteriose, col solito perfetto tempismo. Quasi che un angelo custode vigilasse sugli artefici della trama terroristica. Così da farli uscire indenni dalla bufera. Tenendo, in cambio, le labbra sigillate. Fino alla morte.
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