Razzismo e società italiana
È opinione diffusa, e prevalente nel circuito di informazione giornalistica e televisiva odierna, che il razzismo in Italia sia un elemento sostanzialmente estraneo all’identità nazionale. Gli opinionisti che si spingono a proiettare lo sguardo indietro nel tempo concedono al massimo il riconoscimento dell’aberrazione delle leggi del 1938, salvo addebitarne la responsabilità non tanto al fascismo quanto ad una specie di imposizione dell’alleato nazista; così facendo attribuiscono implicitamente al razzismo di Stato la natura di parentesi che, essendo il risultato di una forzatura esterna, una volta dissolto l’agente responsabile non poteva altro che chiudersi nel 1945 senza strascichi.
Questa visione comoda e autoassolutoria pone le sue fondamenta su due
elementi portanti del passato nazionale, uno sociopolitico e uno storiografico.
Quello sociopolitico è la mancata defascistizzazione della società italiana
seguita alla liberazione. Più che in altre nazioni europee i governi usciti
dalla guerra hanno rapidamente restaurato il senso di normalità della vita
nazionale rinunciando all’epurazione di grandi e piccoli responsabili del regime
e delle sue nefandezze e quindi stendendo un velo di innocenza o di limitata
gravità sulle decisioni che avevano aperto ferite che ancora bruciavano
tragicamente. L’elemento storiografico è costituito dall’interpretazione di
quegli anni emersa dalla scuola moderata che si raccoglieva attorno a Renzo De
Felice e che a metà degli anni Settanta, a partire dall’Intervista sul
fascismo del 1976, è divenuta progressivamente egemone nella trasmissione
massmediatica del passato fascista, dichiarato «immune dal cono d’ombra
dell’Olocausto».
Contrapposta a questa interpretazione consolatoria del
razzismo fascista se ne è però sviluppata un’altra che ha mostrato la presenza
nella società dell’epoca di elementi sia antiebraici che discriminatori nei
confronti degli africani. Per questi storici tali elementi radicati nella
società italiana furono riattivati dalla scelta del regime di varare una
legislazione razzista e antisemita tra il 1937 e il 1938; tale scelta risulta
coerente con la natura del regime e dell’ideologia fascista, gerarchizzante e
bisognoso di creare nemici che permettessero di agire nel senso
dell’omogeneizzazione del proprio corpo sociale. Questa tendenza storiografica
quindi, da una parte attribuisce al fascismo una sostanziale natura
gerarchizzante predisposta a sviluppare classificazioni, individuare nemici e
produrre esclusioni rigide anche a base culturale o biologica; dall’altra
ritiene che la società italiana del XX secolo fosse carica di elementi di
pregiudizio radicati nel senso comune e nel mondo culturale che furono il
materiale su cui Mussolini poté contare nel momento del varo delle leggi
razziste. Inoltre da questa interpretazione consegue logicamente che, con la
caduta del fascismo, nella società italiana rimasero in circolazione sia gli
effetti di cinque/sette anni di razzismo istituzionale, sia tutto il substrato
di pregiudizio che aveva preceduto le leggi e che a quel punto, necessariamente,
non poteva che ritornare nella clandestinità culturale e sopravvivere
sottotraccia.
In questa contrapposizione di paradigmi e nell’egemonia del
primo sta, credo, anche la ragione per cui negli ultimi vent’anni è stato
costantemente minimizzato il significato di ciò che lentamente si è verificato
nella nostra società: episodi di razzismo diffuso, invettive violente contro
nomadi e contro stranieri, intolleranze contro i costumi religiosi e culturali
non cattolici, omofobia. Tutto ciò culmina, quest’anno, con una azione di legge
che ci riporta compiutamente in una nuova età di razzismo di Stato, cioè
razzismo decretato per legge contro persone – gli stranieri privi di permesso di
soggiorno, i cosiddetti «clandestini» – che sono sottoposte a procedimenti
penali e restrizione di diritti per la loro condizione e non per atti
commessi.
Cos’è il razzismo
Spesso alla base del misconoscimento della valenza razzista in episodi di
discriminazione e violenza sta un problema di definizione. Perché consideriamo
razzista la schedatura dei nomadi o degli stranieri presenti in Italia
attraverso la rilevazione delle impronte digitali? Perché l’onorevole Brutti
(che la propose nel 2000 per gli immigrati) e l’onorevole Maroni (che l’ha
realizzata nel 2008 per i nomadi) non la considerano tale? In questo saggio la
definizione di razzismo, che ho utilizzato per muovermi con uguale metodo tra i
documenti degli anni Trenta del Novecento e tra quelli di oggi, è la seguente: è
razzista l’ideologia che opera 1) la traduzione in chiave naturalistica di
caratteristiche determinate storicamente, oppure 2) l’attribuzione di valore a
diversità naturali, cioè la gerarchizzazione operata sulla base di tali
diversità; tali operazioni sono finalizzate entrambe a legittimare forme di
esclusione e/o di subordinazione del gruppo umano così “costruito”. Risultato
paradigmatico della prima operazione logica è l’antisemitismo che inventa la
“razza ebraica” sulla base di una determinazione storica religiosa; la seconda
operazione porta invece al razzismo cosiddetto coloniale, che attribuisce, ad
esempio, al colore della pelle un valore di superiorità (bianco) o inferiorità
(nero) che tali caratteristica in sé non ha.
Ovviamente il razzismo è una
pratica mutagena, che cambia continuamente forma adattandosi al contesto in cui
si sviluppa. Cambia talmente da poter rinunciare all’uso del termine che le dà
il nome – razza, ormai impresentabile dopo gli avvenimenti del Novecento – senza
per questo perdere la capacità di operare secondo le logiche descritte qui
sopra. Così oggi nessuno (quasi) dei promotori della rilevazione delle impronte
digitali agli “zingari” userebbe per la comunità nomade il nome “razza”;
tuttavia la costruzione “etnica” della comunità zingara avviene come se il
nomadismo fosse una caratteristica naturale e non maturata storicamente, e la
sua schedatura attraverso strumenti di polizia criminale come la rilevazione
delle impronte, rientrano evidentemente nel campo analitico delineato con la
nostra definizione.
Così, servendomi di questi strumenti metodologici che
ritengo funzionali, ho provato ad indagare un settore particolarmente importante
nella società contemporanea, luogo di educazione per tutti i cittadini e di
trasmissione di elementi culturali e di civilizzazione: la scuola italiana.
Dapprima ho esaminato gli anni del regime fascista, quelli del primo razzismo di
Stato; poi ho provato ad usare la stessa lente ponendomi di fronte alla
vorticosa serie di novità che nell’ultimo anno hanno minato l’idea che la scuola
sia un diritto inalienabile della persona, ponendo le premesse per introdurre
restrizioni, ghettizzazioni, discriminazioni, paure: la scuola italiana di oggi,
del secondo razzismo di Stato. Con la convinzione che la storia del passato e la
testimonianza, attiva ed impegnata, del presente possono trarre reciproco
vantaggio.
La scuola del regime
La persecuzione razzista del fascismo
Nei primi anni del regime a scuola il tema della razza non fu trattato in
modo differente rispetto a come veniva tratteggiato nella scuola prefascista. La
suddivisione delle popolazioni della terra in razze gerarchizzate tra loro in
base alla “civiltà” e la collocazione del “bianco” al di sopra delle altre razze
era un elemento scontato per l’antropologia del tempo, un luogo comune
culturale. Era logico quindi che emergesse qua e là, soprattutto nei passi
dedicati all’argomento sulle pagine di geografia dei testi per le scuole
elementari, medie e superiori. Solitamente, nella scuola elementare, il compito
dell’alfabetizzazione era svolto con evidenza iconografica da una tavola
composta dai disegni o dalle foto antropologiche delle tre (o quattro o cinque,
a seconda della suddivisione) razze principali. Nella tavola erano illustrati i
rapporti: il bianco al centro oppure in alto, accanto ad elementi del progresso
scientifico o di “civilizzazione culturale” come i vestiti; invece gli altri
soggetti, più o meno accompagnati da elementi svalorizzanti, erano collocati in
posizione subordinata. Informazioni sulla collocazione geografica completavano
le brevi trattazioni.
Di tanto in tanto tra i testi affioravano anche
elementi di pregiudizio antigiudaico, ma la loro presenza era sporadica e legata
alla tradizione cristiana e alla sua forte pervasività nella cultura nazionale
rafforzata dalla riforma Gentile che aveva posto l’insegnamento della dottrina
cristiana cattolica «a fondamento e coronamento della istruzione
elementare».
Il punto di svolta rispetto al razzismo va collocato in
corrispondenza dell’invasione dell’Etiopia. In quegli anni infatti l’importanza
del fattore razziale nella definizione dell’identità fascista e italiana crebbe
tanto da divenire un elemento strategico nella politica identitaria del regime.
In un brevissimo lasso di tempo (1935-1937) si assistette all’introduzione di
una legislazione gerarchizzante e separatista in colonia e al varo di una
campagna di stampa antisemita nel territorio nazionale. Progressivamente, e con
vincolo di legge dal 1938, la scuola fu «bonificata» dalla presenza fisica e
culturale degli ebrei mentre i principi del razzismo divenivano leggi dello
Stato ed entravano come temi irrinunciabili nella preparazione dei curricoli e
dei libri di testo.
Gabriele Turi faceva notare già anni fa che nell’autunno
del 1938 il fascismo intervenne sulla scuola, sull’università e sulla cultura
imponendo normative più razziste di quelle coeve in vigore nella Germania
nazista. Possiamo inoltre aggiungere che la macchina burocratica, in altri
momenti così difficile da avviare in Italia, in questo caso diede prova di
un’efficienza superiore alla media, sollecitata da un ministro che sicuramente
aveva profuso il massimo impegno per mostrarsi zelante in questa materia.
Giuseppe Bottai, infatti, ministro in carica dell’Educazione Nazionale, era
stato il più solerte tra gli uomini di regime a prendere provvedimenti
antiebraici. Nella scuola fascista le azioni di censimento e di discriminazione
iniziarono ancor prima che l’antisemitismo fosse divenuto legge di Stato o
direttiva ufficiale del governo.
Nell’università fin dal 3 agosto fu vietata
la partecipazione di docenti universitari ebrei a convegni all’estero e dal 6 fu
vietata l’iscrizione di studenti ebrei stranieri. Nella scuola statale il 6 fu
inviata la circolare che segnalava l’uscita della rivista «La difesa della
razza» e ne ordinava la lettura e il commento, mentre il 9 si vietava il
conferimento di supplenze agli insegnanti ebrei e veniva disposto il censimento
di tutto il personale dipendente per appurare l’appartenenza o meno alla razza
ebraica. Il 12 era la volta dei libri di testo, con la proibizione di quelli di
autori ebrei e il 18 toccava agli studenti ebrei stranieri essere esclusi anche
dalle scuole elementari e medie. Tutte queste misure, prese vorticosamente in
agosto, trovarono una prima sistemazione e un ampliamento significativo con il
regio decreto legge del 5 settembre Provvedimenti per la difesa della razza
nella scuola fascista in base al quale fu vietato agli studenti ebrei di
iscriversi a scuola e università e ai docenti si esercitare nelle scuole
statali, disponendo la sospensione di quelli in servizio a partire dal 16
ottobre. La sospensione era estesa anche a presidi e direttori didattici nonché
al personale di vigilanza. A questo punto mancavano solo i dettagli e le
rifiniture, ma l’eliminazione della scuola della presenza ebraica era stata
decretata.
Successivamente con circolare fu specificato che gli insegnanti
sospesi, per evitare che prendessero inizialmente servizio nelle classi e che
quindi si creasse l’effetto emotivo dell’interruzione del rapporto con gli
alunni dopo le prime due settimane di scuola (che iniziava in ottobre) dovevano
essere collocati al di fuori della didattica in attesa che maturassero i tempi
della sospensione dal servizio.
Così la maggior parte degli studenti e dei
professori ebrei non iniziò neppure la scuola che fin dall’apertura dell’anno
scolastico si ritrovò privata dalle persone definite ebree in base alla
normativa in elaborazione.
Nell’ottobre del 1938, al Gran Consiglio del
Fascismo, Bottai stesso si oppose in maniera intransigente a qualsiasi
attenuazione dei provvedimenti e la campagna antiebraica nella scuola fu portata
avanti in maniera inflessibile anche negli anni successivi. Il Rdl 1779 del 15
novembre infatti oltre a raccogliere le norme sulla scuola in un unico testo
completò il quadro decretando la dispensa dal servizio (il licenziamento) per
tutto il personale già sospeso: al termine saranno cacciati circa 279 tra
presidi e professori di scuola media, un numero imprecisato di maestre e maestri
elementari e alcune migliaia di studenti. La scuola italiana nel giro di poco
più di un’estate era stata “purificata” ed era diventata una scuola “di razza”.
L’educazione razzista del fascismo
Lo zelo di Bottai fu efficace anche nell’intervenire sui contenuti della
scuola, uniformandoli ai nuovi principi razzisti. Qui le strade, perseguite
parallelamente fin da agosto del 1938, furono due: «bonificare» il sapere
scolastico del tempo da quelle che venivano definite «influenze semite» e
sostenere innovazioni nei contenuti scolastici in linea con le nuove idealità
razziste.
Bonifica. Il 12 agosto fu inviata ai provveditori la circolare che
aveva come oggetto il «divieto di adozione di libri di testo di autori ebrei» e
dettava le prime indicazioni ai provveditori e ai presidi per procedere alla
immediata sostituzione dei libri proibiti adottati nello scorso mese di maggio.
Questo ambito di intervento prettamente censorio fu sviluppato nel tempo
nell’ambito delle pubblicazioni scolastiche intrecciandosi alla più generale
campagna, già avviata dallo stesso Mussolini nel mese di aprile dello stesso
anno, che intendeva eliminare dalla circolazione «gli scrittori ebrei,
ebraizzanti, o comunque di tendenze decadenti». In particolare nell’ambito dei
libri scolastici la censura passò dalla proibizione dei testi di autori ebrei a
interventi di revisione più minuziosi poiché, come precisato in una successiva
circolare di luglio 1939,
dovrà curarsi l’eliminazione non solo dei brani di scrittori o poeti di razza ebraica ma anche di tutte le citazioni ed in genere i riferimenti al pensiero di autori ebrei
Nuovi contenuti razzisti. Il 6 agosto, sempre 1938, fu inviata ai Provveditori un’altra circolare dedicata alla diffusione della neonata rivista «La difesa dalla razza» nelle scuole che
dovrà […] essere conosciuta, letta, divulgata e commentata da tutti i presidi, direttori,ispettori e insegnanti della scuola media ed elementare, sia dei grandi che dei piccoli centri; ogni biblioteca scolastica dovrà esserne provvista e tenerla a disposizione del corpo insegnante, il quale ne assimilerà e propagherà l’altro spirito informatore.
Le indicazioni del Ministro però andavano oltre sottolineando la necessità di porre i contenuti razzisti al centro dell’insegnamento e delineando un primo improvvisato “curricolo razzista” per i diversi gradi di scuola:
Nella scuola di primo grado, coi mezzi acconci alla mentalità dell’infanzia, si creerà il clima adatto alla formazione di una prima, embrionale coscienza razzista, mentre nella scuola media il più elevato sviluppo mentale degli adolescenti, già a contatto con la tradizione umanistica attraverso lo studio delle lingue classiche, della storia e della letteratura, consentirà di fissare i capisaldi della dottrina razzista, i suoi fini e i suoi limiti. La propagazione della dottrina continuerà, infine, nella scuola superiore dove la gioventù studiosa, col sussidio delle cognizioni umanistiche e scientifiche già acquisite, potrà approfondirla e prepararsi ad esserne, a sua volta, divulgatrice e animatrice.
Di questo secondo filone di interventi tesi a sollecitare e prescrivere un
curricolo razzista ne analizziamo qui solamente due: il Secondo libro del
fascista e il volumetto Per la difesa della razza dell’Istituto
tecnico Riccati di Treviso.
Il Secondo libro del fascista è una
sorta di manuale scolastico specifico sul razzismo per gli alunni delle scuole
medie, pubblicato per la prima volta nel 1939, ad un anno di distanza dal
Primo libro del fascista dedicato a Mussolini, alla rivoluzione fascista
e alle organizzazioni di regime. Il ministero fece ingente opera di propaganda
attraverso ripetute circolari affinché si arrivasse ad una «diffusione
possibilmente totalitaria dei due volumi». Il contenuto procede per brevi
capitoli articolati in frasi semplici e assertive: inizia dalla classificazione
della specie umana in razze, chiarisce l’appartenenza della stirpe italiana alla
razza ariana, la superiorità dell’arianesimo sulle altre razze, la necessità di
difenderne purezza e supremazia e l’identità tra nazione e razza. Poi passa ad
un florilegio di citazioni del duce su «razza» e «stirpe», attestando quanto la
retorica e il linguaggio fascista fossero intrisi del lessico razzista fin dagli
anni Venti, anche se l’intento propagandistico di retrodatare tout court
la scelta del razzismo di stato di quindici anni non è certo condivisibile a
livello storiografico. A questo punto il testo si diffonde in un lungo elenco
delle opere del fascismo «per la razza», poi affronta il tema degli «ebrei»,
quello del «razzismo coloniale», elenca le principali leggi razziste e conclude
con un paragrafo riassuntivo intitolato Che cosa devo sapere sulla razza
e articolato per brevi domande e risposte secondo lo stile dei testi di
catechismo di fine Ottocento. Vediamo un breve saggio di quest’ultima parte:
D.[domanda] A quale razza appartieni? R.[risposta] Appartengo alla razza ariana. / D. Perché dici di essere di razza ariana? R. Perché la razza italiana è ariana. / D. Qual è la missione della razza ariana? R. La razza ariana ha la missione di civilizzare il mondo, e di farne incessantemente progredire la civiltà. […] D. Perché il Regime Fascista ha preso i provvedimenti riguardanti gli ebrei? R. I provvedimenti razziali del Regime sono stati presi per tutelare la purezza del sangue italiano e dello spirito italiano e per difendere lo stato contro le congiure dell’ebraismo internazionale. […] D. Qual è il primo dovere dell’Italiano che vive sui territori dell’Impero? R. Il primo dovere dell’Italiano che vive sui territori dell’Impero è quello di mantenere il prestigio di razza, mostrandone costantemente la superiorità agli indigeni.
L’aspetto che mi pare più importante da mettere in evidenza riguarda l’elenco
di iniziative prese dal regime per la razza. In questo caso il fascismo non
mostra la dimensione persecutoria del suo razzismo, quella rivolta contro ebrei
e africani, bensì quella “positiva”, rivolta a sostenere la “razza eletta”, a
rafforzarla, ad inquadrare i suoi soggetti più a rischio, a mantenerla sana.
Leggiamo in sintesi l’elenco che compare in questo libretto: educazione al
costume guerriero e virile; sostegno alla maternità e all’infanzia, sostegno
alla politica demografica attraverso l’incoraggiamento dei matrimoni;
organizzazione delle bonifiche e del «ritorno alla terra», battaglia del grano
ecc.; lotta contro le malattie sociali come malaria, tubercolosi, lue;
assistenza e previdenza sociale; fondazione del dopolavoro; incremento
all’educazione fisica; istituzione delle organizzazioni giovanili; … Vediamo
subito che all’interno del «sostegno alla razza italiana» rientra più o meno
tutta quanta la politica sociale del fascismo attuata dalla presa del potere per
l’organizzazione e il controllo delle masse: il disciplinamento del tempo
libero, l’educazione nazionale, l’educazione bellicista, fino a comprendere
tutta a medicina sociale e le iniziative di profilassi sanitaria. Noi sappiamo
bene che, ad esempio per quanto riguarda l’associazionismo, le organizzazioni
del regime (ONB, GIL, Dopolavoro) erano rimaste le uniche a poter essere
operative e che le altre organizzazioni, da quelle di diverso segno politico a
quelle religiosi come lo scoutismo, furono perseguitate e vietate: non dobbiamo
mai dimenticarlo di fronte alla “messa in scena del regime”. Inoltre non bisogna
smettere di ricordare, a generazioni sempre più affaticate dai revisionismi, che
la ginnastica per ottenere un soldato obbediente da un bambino disciplinato è
qualcosa di radicalmente diverso dalla riscoperta del corpo e del gioco in
libera relazione con i propri coetanei. Al di là di queste forse scontate
premesse però, quello che sta dietro ed emerge da questa lista è l’esistenza di
una politica si difesa e di sostegno alla stirpe nazionale che il fascismo
faceva da tempo… E che la propaganda di questa azione - che oggi possiamo
chiamare “bio-politica” - definiva il popolo italiano destinatario delle
profilassi con i termini di «stirpe» e «razza» in maniera spesso indifferente.
Fu poi nel 1936-37 che il regime, a seguito della conquista dell’Etiopia,
varò la prima campagna di propaganda e la prima legge “razzista” nei confronti
degli africani. A quel punto la scelta del razzismo di Stato divenne operativa
anche nel territorio del regno contro gli ebrei in un contesto in cui era
possibile riconnettere tutti questi elementi maturati nel tempo all’interno di
una visione organica del razzismo fascista.
La riorganizzazione di tutta la
politica educativa, assistenziale, medica e sociale del fascismo all’interno
della teoria della razza non era difficile né incoerente. Inoltre questa
politica, considerata in sé e depurata dagli aspetti persecutori del razzismo,
poteva apparire meritoria o perlomeno apprezzabile agli occhi di chi, ad
esempio, in quegli anni andava a scuola e non aveva un padre comunista o
socialista a casa che gli suggeriva uno sguardo critico. Intendo dire che il
regime quando varò le leggi razziali, riuscì a concentrare il “lavoro sporco”,
la cacciata dei professori e degli alunni ebrei, durante l’estate, coinvolgendo
direttamente poche persone: erano sufficienti i presidi e i segretari, più
legati gerarchicamente alle catene di comando politico. Quando la scuola riaprì,
il curricolo razzista poté dispiegarsi in gran parte sugli aspetti “positivi”,
di sostegno e esaltazione della razza bianca, che in tutta evidenza risultano
umanamente meno critici per le coscienze e costituiscono facili corroboranti
dell’immagine di sé dell’italiano. Così diviene forse più pensabile una parte
della risposta alla domanda che continuiamo a farci dal dopoguerra: come fu
possibile? Fu possibile anche per questa articolazione dei due versanti –
persecutorio verso gli ebrei e gli africani, di tutela verso gli «ariani» –
della politica razzista nella scuola.
Questo ragionamento mi pare riceva
conferma anche dagli interventi inclusi nel volumetto Per la difesa della
razza, pubblicato nel 1940 dall’Istituto tecnico Riccati di Treviso. Si
tratta di un opuscolo che raccoglie gli intendimenti didattici sul «problema
razziale» di venti docenti dell’istituto espressi tra novembre e dicembre del
1938 in seguito ad una richiesta del Preside che li sollecitava citando la
circolare del 6 agosto sulla rivista «La Difesa della Razza». Sono passati solo
due mesi dall’inizio della scuola e dalla cacciata di professori e studenti
ebrei dopo mesi di campagna di stampa martellante. Leggendo i testi ci colpisce
immediatamente la durezza dell’antisemita convinto, l’insegnante Bazza di
Materie letterarie che promette: «Parlerò pure del massimo dei pericoli per la
nostra razza: gli Ebrei e perché oggi si cerchi di segregarli da noi». Ma esso è
l’unico che citi esplicitamente gli ebrei. Anche alla maggior parte degli altri
insegnanti lo zelo certo non manca, ma è indirizzato in modo diverso: sembra che
nessuno senta il bisogno di citare gli ebrei, l’espulsione è già stata attuata,
non è compito loro; molti insegnanti avranno pensato: “meglio così, posso non
sporcarmi le mani”. Quello che invece il ministero chiede a tutti i docenti è di
articolare l’impianto generale del razzismo, spiegare la coerenza del sistema di
tutele e discriminazioni, fornire elementi di sostegno all’idea che la razza
italiana o ariana è superiore, che la superiorità ha radici nella storia, che il
prestigio di razza va difeso e sostenuto anche dal singolo individuo inquadrato
nell’organicità del fascismo. Perciò ognuno dà il suo contributo a partire alla
sua materia.
Così non mancano le lezioni specifiche di teoria
antropologico-biologica della razza come quelle proposte dall’insegnante di
scienze (dalla classificazione dei grandi gruppi razziali alle leggi fasciste),
spiegazioni normative come quelle proposte dal docente di diritto («le norme per
la difesa della razza nel nuovo codice civile») o esercitazioni pratiche come la
fisiognomica descrittiva dei caratteri fisici della razza italiana proposta
dell’insegnante di disegno. Ma la costellazione del razzismo fascista è più
complessa. Altre materie molto tecniche trovano l’occasione per gettare un ponte
tra politica razzista e politica economica del fascismo: l’imprenditoria
autarchica per l’insegnante di ragioneria e tecniche commerciali, le case
popolari per l’insegnante di costruzioni, la bonifica e la battaglia del grano
per l’insegnante di agraria. I docenti di materie letterarie ripercorrono la
storia e la letteratura nazionali esaltando le radici romane (otto interventi),
la citazione dei geni italici (cinque, compresi i due docenti di matematica),
del cristianesimo (quattro, compreso ovviamente l’insegnante di religione), del
Risorgimento (due). Nell’ambito delle loro discipline la storia è individuata
come la materia più duttile allo scopo (otto) seguita da geografia (sei) e
lingua italiana (quattro). Addirittura c’è lo spazio per avere cautele nei
confronti della tenera età degli allievi, per cui nei corsi inferiori si
preferisce soprassedere al discorso sugli incroci (tre) poiché lo si ritiene non
ancora consono alla loro psicologia. Per essi invece viene sollecitata
l’educazione fisica (esaltata, si badi, non dagli insegnanti della GIL, che non
partecipano al libretto, ma dai docenti di materie letterarie) come dovere al
fine di dare corpo alla superiorità della razza italiana.
Le colonie e le
popolazioni africane sono citate da cinque insegnanti e si percepisce che
l’argomento richiama il grande tabù che si sente scorrere in alcuni di questi
testi: quello dell’«incrocio», degli «ibridismi», le «contaminazioni», gli
«imbastardimenti» e la paura di perdita della purezza razziale.
La maggior
parte degli insegnanti non preannuncia lezioni specifiche, assicura invece che
ne parlerà «appena se ne presti l’occasione, o provocando io stesso questa
occasione» o «il sottoscritto […] prenderà lo spunto da qualche lezione di
italiano e più ancora di storia» o ancora «ho avuto cura sin dal principio
dell’anno di cogliere e di sviluppare quegli elementi e quegli spunti che
dall’insegnamento delle varie materie mi sono stati offerti man mano». Alcuni si
rendono conto che, in fondo, il razzismo lo insegnano da tempo, come
l’insegnante di agraria che si accorge della continuità e coerenza di tante
misure prese dal regime negli anni precedenti: «In armonia alle direttive del
Regime ho da più anni illustrato ed illustro le leggi e i provvedimenti che il
Governo fascista emana per formare la coscienza di razza e per la difesa della
razza».
In definitiva, quindi, nella scuola fascista “arianizzata” del 1938 c’è spazio per essere razzisti secondo la propria disposizione e competenza, si può essere attivi propagandisti antisemiti ma anche mentori della grandezza di Roma o dell’importanza dell’educazione fisica. Tutto rientra nella costellazione. Se allora poteva parere meno compromissorio parlare di “Cesare” anziché di “perfidi ebrei”, oggi non possiamo ricostruire quel contesto senza riconoscere la complementarità di contenuti di una campagna razzista che nella scuola non trovò resistenze proprio perché ogni indole trovò il suo ruolo o il suo modo di girarsi dall’altra parte:
Vorrei ricordare l’amico fraterno Giorgio Foà. Condivisi con lui il banco del liceo classico “Romagnosi”, sezione B, negli anni scolastici 1936-37 e 1937-38. All’inizio dell’anno Giorgio non venne a scuola: le leggi razziali lo volevano escluso da quel liceo che fino ad allora aveva frequentato con buon profitto. Ci fu un sussulto nei nostri cuori? L’ignobile provvedimento ci apparve in tutta la sua gravità e in tutte le sue tremende implicazioni? Io credo di dover ammettere per amore di verità che indifferenza e apatia contraddistinsero il nostro comportamento di allora: né dalla bocca dei docenti un pur minimo accenno all’infame reiezione ebbe a sortire, segno evidente dello sfascio ideale e morale che la dittatura aveva provocato in tante coscienze. (2)
Scritto da Gianluca Gabrielli
1) Militante dei Cobas della scuola. I contenuti del suo saggio sono stati
presentati in occasione del convegno Trasformazioni dello Stato e della
società: deriva autoritaria e mobilitazione reazionaria, Massa Carrara,
18-19 aprile 2009 e alla Scuola estiva sul razzismo “Un'idea” del XV
Meeting Internazionale antirazzista, Cecina (Li), 15 luglio 2009.
2)
Giovanni Timossi, Vice Presidente dell’Istituto storico della Resistenza di
Parma, intervento al convegno Le leggi razziali e la persecuzione antiebraica
in Italia, 16 dicembre 1988.
(CONTINUA)
tratto da www.carmillaonline.com
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