BL: “Livorno e CoopLand, un matrimonio in crisi?”

Ipercoop_Livorno_02Da tempo sappiamo che i conti dell’Unicoop Tirreno non tornano e il piano di razionalizzazione dei nuovi vertici aziendali prevedono tagli rilevanti del personale nei punti vendita diffusi in Italia. Non entriamo nel merito delle indiscrezioni legate ai numeri: certo che il numero prospettato – si parla di 480 esuberi a tempo pieno che per i sindacati si tradurrebbero in 600 dipendenti part time – merita grande attenzione e inevitabile preoccupazione. In particolare ci preoccupa la ricaduta negativa che ci sarebbe per la città di Livorno, già duramente colpita, da tempo, dalla precarietà occupazionale e dalle perdite dei posti di lavoro in vari settori.

L’economia livornese e le trasformazioni urbanistiche per molto tempo si sono legate a doppio filo con l’ex grande proletaria che ha goduto di rispetto, credibilità e di ampia attenzione, tanto da renderla egemonica nel tessuto livornese. Anche a Livorno è stato praticato il “modello Emilia Romagna”, territori dove l’intreccio fra il mondo Coop e il governo del territorio in generale è così forte da arrivare a condizionare e determinare scelte rilevanti per la gestione complessiva delle città. Un mondo che si è rinnovato nel tempo, cambiando la propria natura fino ad assumere il ruolo di modello di “neocapitalismo di sinistra” costruito sul blocco monolitico Legacoop-Unipol-CGIL e PCI/PDS/DS/PD con qualche sfumatura nel tempo e a seconda dei territori.

Non a caso le Coop di consumo in tutta Italia si sono intrecciate con la finanza (nel 2014 dalla vendita delle merci esposte sugli scaffali hanno ricavato 47,1 milioni di euro mentre dalla finanza 210 milioni!), che spesso permette di risanare i bilanci delle attività industriali in negativo. Un business fondato su 3 concetti base: principi mutualistici, fiscalità di favore e azioni in borsa.

Dopo aver condizionato e caratterizzato l’economia livornese e le trasformazioni urbanistiche di Livorno (si prendano tutte le grandi operazioni Porta a Terra, Porta a Mare, Levante) con importanti ricadute positive in termini di occupazione (pur contribuendo in modo pesante a rendere ancora più precario l’equilibrio e la sopravvivenza dei piccoli negozi di quartiere e di prossimità), da anni a Livorno Unicoop Tirreno non assume più nessuno e nei nuovi punti vendita realizzati nell’ultimo decennio si è sempre fatto ricorso al personale interno già esistente.

Adesso ci troviamo davanti a questa minaccia di esuberi che non può lasciare indifferente una città che ha appunto favorito, in lungo e largo, la presenza di questa azienda. Ogni posto di lavoro perso merita attenzione, rispetto, preoccupazione e impegno per recuperarlo. E BuongiornoLivorno sarà, come sempre, dalla parte dei lavoratori. Ma i posti persi dal mondo Coop a Livorno – sebbene inseriti in un contesto più ampio, strutturale e legato alla scelte e alle dinamiche dell’azienda sul piano nazionale – sarebbero accompagnati da processi politici molto severi e non ci troveremmo davanti solo a affaristi e imprenditori che decidono di chiudere un’attività in nome del profitto: qui sarebbero chiamati in causa una classe politica e amministrazioni che anche su questo avrebbero fallito e che non possono in alcun modo pensare di governare nuovamente un territorio come questo.

Direttivo Buongiorno Livorno

17 gennaio 2017

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