“L'Argentina è un paese in cui regna l'ordine. Io non ho visto alcun prigioniero politico”. Pensieri e parole di Berti Vogts, capitano della nazionale tedesca all'epoca dei mondiali argentini. Un'affermazione, se vogliamo, ineccepibile, dal momento che la triade Videla-Massera-Agosti, rispettivamente capi dell'Esercito, della Marina e dell'Aviazione, mantenevano da oltre due anni il Paese pulito e ordinato. Anzi, ripulito. Ripulito da un'intera classe composta da militanti politici orientati a sinistra, studenti, sindacalisti, operai, giornalisti, perfino qualche prete percepito come “pericoloso”. Ordinato perché questi prigionieri politici non era possibile vederli in giro, rinchiusi com'erano nei 365 centri di detenzione nascosti nel sottosuolo di Buenos Aires oppure sprofondati negli abissi dell'oceano, lanciati da aerei militari in volo.
Ad avallare i mondiali in casa dei dittatori furono eminenti politici e vertici dirigenziali del calcio mondiale la cui storia personale si intreccia molto bene con quella di coloro che stavano guidando il paese latinoamericano. “Finalmente il mondo potrà vedere la vera immagine dell'Argentina”, disse il presidente della Fifa Joao Havelange, un personaggio le cui attività hanno svariato tra vendita d’armi e speculazioni finanziarie ma che ha fatto fortuna grazie a Coca-Cola e Adidas, sponsor generosissimi che comprarono la presidenza del Comitato Olimpico Internazionale del suo amico Samaranch, ex camicia azzurra nella Spagna franchista. “Questo paese ha un grande futuro, a tutti i livelli”, ebbe invece il coraggio di dire Henry Kissinger, l'allora segretario di stato statunitense che durante i mondiali fu ospite d'onore dei militari. Un personaggio che, tra le molte malefatte commesse, ha sulla coscienza l’organizzazione, in combutta con la Cia, del colpo di stato in Cile, oppure l’invasione di Timor Est da parte di Suharto e il conseguente massacro di 200.000 cittadini (un terzo della popolazione) o di aver organizzato e diretto la prima fase dell’olocausto in Cambogia precedentemente alla presa di potere da parte di Pol Pot (un milione di morti totali). Il tutto mentre il governatore militare della giunta di Buenos Aires, Iberico Sant-Jean, affermava: “Prima uccideremo tutti i sovversivi; poi i loro collaboratori; poi i loro simpatizzanti; quindi chi rimarrà indifferente. Infine uccideremo gli indecisi”.
E l'Italia come reagì? Bene sul campo, come vedremo in seguito, male - all'italiana verrebbe da dire - fuori, presso il governo e le istituzioni. “D'altra parte – scrive Daniele Scaglione nel suo splendido Diritti in campo (Ega editore, 2004, 10 €) - tra i militari che governano il Paese vi erano personaggi molto legati all'Italia, come Massera, Agosti, Lambruschini, Graffigna, Viola, Galtieri. L'ammiraglio Massera era membro della P2 e giocava a tennis col nunzio apostolico Pio Laghi; il generale Videla cavalcava insieme a Enrico Carrara, l'ambasciatore italiano a Buenos Aires. Videla e Massera, inoltre, dopo qualche mese andranno in Italia a incontrare il presidente del Consiglio Andreotti e il ministro della Difesa Malfatti: sarebbe stato scortese chieder loro conto di certe questioni, anche se centinaia degli 'scomparsi' erano italiani”.
Sul campo, invece, l'Italia fu la vera rivelazione del torneo. Terminò il girone iniziale a punteggio pieno sconfiggendo anche i padroni di casa e costringendoli ad affrontare la corazzata Brasile nel girone successivo. Gli azzurri uscirono in semifinale battuti dalla migliore squadra del mondiale: l'Olanda. L'Argentina, superato il girone come seconda classificata, si trovò all'ultima partita della seconda fase a dover superare il forte Perù con almeno 4 reti di scarto. Vincerà per 6-0 tra mille sospetti e due certezze. La prima: Videla e Kissinger fecero visita allo spogliatoio del Perù prima dell’inizio della partita. La seconda: i narcos colombiani del cartello di Cali proposero ai giocatori del Perù, a forza di dollari, di scendere in campo “morbidi”.
La finale è tra i padroni di casa e la meravigliosa Olanda, una delle formazioni più forti della storia del calcio ma nel cui palmares, scherzo del destino, non compare alcun trofeo internazionale di rilievo. Intanto la nazionale di casa approdò alla finale e l'Argentina tutta, ebbra di entusiasmo, attendeva con trepidazione il successo finale.
In finale l'arbitro italiano Gonnella fischia a senso unico tollerando il gioco violento degli argentini sui più tecnici olandesi. Al vantaggio dei padroni di casa siglato dal capellone Kempes (tollerato solo perché fuoriclasse), replica Poortvliet a dieci minuti dal termine. Ma al 90° Rensenbrink colpisce il palo dalla lunga distanza col portiere argentino Fillol ormai battuto. Nei supplementari la spunterà l'Argentina con due reti di Kempes e della futura ala destra viola Daniel Bertoni. Ma cosa sarebbe successo se il tiro di Rensenbrink fosse entrato in porta? Ancora Scaglione: “Dopo la sconfitta i giocatori olandesi non parteciparono alla premiazione. Non volevano incontrare il capo del paese ospitante che, secondo il protocollo, consegna il trofeo ai finalisti. Avevano già deciso prima che non avrebbero stretto le mani a Videla. Ma se la palla calciata da Rensenbrink fosse finita in rete, dal dittatore argentino avrebbero dovuto ricevere la coppa destinata ai campioni del mondo. Avrebbero mantenuto il loro impegno? Se sì, il trofeo sarebbe rimasto nelle mani del generale, che senza scomporsi l'avrebbe passata a un attendente o forse appoggiata con delicatezza a terra, nel silenzio generale del Monumental”. Ne avrebbe parlato tutto il mondo, aggiungiamo noi, e forse la storia di quel paese sarebbe cambiata, o magari la dittatura avrebbe avuto fine prima. “Ma il tiro di Rensenbrink – continua Scaglione – finì sul palo”.
Mario Kempes, capocannoniere del torneo, dopo la finale evitò di farsi coinvolgere nelle celebrazioni. Agli amici più stretti confidò che c'era poco da festeggiare. Un brindisi veloce con la squadra e poi via a Rosario dai genitori, dove arriva alle sette del mattino. Un saluto, un caffè e va a letto.
Intanto in Argentina si continuava a morire. Anzi, a sparire. Alla fine i desaparecidos saranno almeno 30 mila. Nel 1982 si registra la cocente sconfitta argentina contro l'Inghilterra nella guerra per il controllo delle inutili isole Falkland-Malvinas. Lo stesso anno, qualche mese dopo, si va alle elezioni. Secondo alcuni perché i militari non erano in grado di sopportare la figuraccia rimediata in un conflitto che avevano presentato come una valorosa battaglia patriottica. Secondo altri, e forse hanno ragione loro, perché in sei anni erano riusciti a raggiungere l'obiettivo prefissatosi con il tacito assenso degli Stati Uniti: far sparire quasi un'intera generazione e scongiurare il pericolo marxista. Il radicale Alfonsìn vincerà le elezioni, darà vita ad una commissione che porterà alla luce gli innumerevoli crimini commessi e avvierà una campagna di epurazione dell'esercito. Ma nei fatti cercherà di tenere basso il livello di tensione facendo approvare leggi che garantiranno la totale impunità ai golpisti. Neanche con Menem, che lo sostituirà nel 1989 cambieranno le cose.
Sostiene Jorge Valdano, fuoriclasse argentino degli anni '80, che forse “l'unica responsabilità del calcio è quella di possedere una straordinaria forza di coesione sociale”. Nel suo Paese, trent'anni fa, quella forza è stata usata dai fascisti torturatori e assassini come propaganda di regime per il mondo intero. Ma non è certo una novità, forse è solo l'esempio più eclatante e famoso in oltre cent'anni di storia del calcio. “Un'abitudine antica e diffusa – scrive il giornalista Giorgio Porrà nella prefazione al libro di Scaglione – quella di cavalcare fuoriclasse per ottenere consenso. Hitler odiava le olimpiadi, eppure a Berlino si affrettò a guadagnare la tribuna alle prime medaglie tedesche. Mussolini disprezzava il ciclismo, ma non esitò ad impadronirsi del talento di Bartali, trionfatore al Tour”. Idem potremmo dire di Ceausescu, Arkan, Pinochet e, perché no, aggiungiamo noi, di Berlusconi.
“Tutte facce della stessa medaglia – prosegue Porrà – quella della crudeltà e del disonore. Calcio imbottito di sanguinario fanatismo. Svilito a trastullo per potenti deviati. Usato per drogare le masse, per celare stragi di Stato”.
Tito Sommartino
tratto da Senza Soste n.27 (giugno 2008)
| < Prec. |
|---|














