Lacrime di coccodrillo
Questa mattina due editoriali de Il Tirreno fotografavano la situazione della Livorno calcistica e facevano i conti di uno stadio sempre più vuoto e di una passione sempre più svanita. Un'analisi per larghi tratti condivisibile che punta l'indice sulle responsabilità della società e di Spinelli in primis, sulle assurde leggi repressive, sui tifosi stessi soggetti a mode e alla sindrome della pancia piena. Probabilmente se certi articoli e certe analisi fossero state fatti prima, a questo punto non saremmo a descrivere l'avanzata di un deserto ma si sarebbe potuto discutere e intervenire prima. Anni di articoli di Lulli e Massone e di servilismo acritico nei confronti della non-società Livorno calcio e sul sistema calcio in generale, hanno contribuito a creare incapacità di reazione e rassegnazione secondo il famoso adagio: "Non critichiamo sennò viene Pomponi".
Le analisi del Tirreno però, passando dal parallelismo con l'Ipercoop e finendo il dominio televisivo sul calcio, mancano di dare una risposta che a mio avviso è il nocciolo della questione: Quale funzione ha il calcio? Per chi è lo spettacolo/passione?
Il calcio è uno sport solo nominalmente, è un fenomeno sociale, uno strumento aggregativo, un'eredità storica della mobilitazione popolare. Uno spettacolo e una passione che coinvolge milioni di persone nel mondo e che spesso è strumento di diplomazia politica o di condivisione di linguaggio fra persone distanti migliaia di chilometri.
Il calcio ha acquisito dunque una tale importanza che è diventato anche un concentrato di affari tanto che si è trasformato in un'importante industria soggetta a regole di mercato e terreno fertile per tutti quegli avvoltoi che vogliono trasformare la passione in ricchezza da estrarre. Quindi per rispondere alla domanda che ci siamo posti, il calcio ha ormai una funzione di grande spettacolo circense, soprattutto televisivo, con i soldi che fanno da carburante al posto dei valori e dove il tifoso e l'appassionato sono diventati clienti di un sistema. In Italia poi c'è un'altra aggravante: la mancanza di credibilità del sistema fatto di corruzione a livello dirigenziale e di calciatori visti come divi ricchi che ormai non rappresentano più quella sorta di eroe sportivo per i propri tifosi (se non per i clienti ammaestrati a comprare gadget del proprio idolo).
Allora perchè ci sorprendiamo che un mondo fatto di "clienti" non sprigioni più la passione di un tempo quando la gente allo stadio ci andava anche per affermare una propria identità e un proprio protagonismo? Gli stadi sono stati scientificamente svuotati dai tifosi organizzati delle curve, ovvero gli ultras, e ora si rimpiange coreografie, colori, eccessi e pathos dei tempi che furono? Ma non è solo un problema di curve. Negli altri settori il tifoso di lungo corso è stato spostato sui divani di casa con un'operazione di marketing altrettanto scientifica. La scusa ufficiale sono gli stadi brutti, la pioggia, il freddo...Ma perchè, prima i tifosi l'acqua e il freddo non li prendevano? Le società di calcio hanno scelto chiaramente di privilegiare la cultura del cliente da divano e il popolo è andato in quella direzione, soggetto com'è ai condizionamenti della Tv e delle novità del mercato. E' diventato anche nei confronti del calcio un sogetto passivo, così come lo è quando è al lavoro, a fare shopping o quando guarda la televisione.
Esiste un modo per poter resistere senza essere travolti dagli affari del mercatro televisivo e pubblicitario nel calcio e la conseguente disaffezione? Se un modo ci poteva essere era quello di mantenere un alto livello di identità e di identificazione con la squadra e la società e di promuovere un protagonismo attivo dei tifosi nella diffusione di tale identità e nelle decisioni della società. Quelle realtà, provinciali o giù di lì, che hanno mantenuto questo livello di identità e partecipazione hanno mantenuto una buona parte di tifosi. Quando si pensa a squadre come l'Athletic Bilbao o il S.Pauli non sono certo paragonabili al Livorno, ma sono quelle squadre dove i concetti di identità e partecipazione sono più forti per tanti motivi.
Ripartiamo da qui dunque per tornare al Livorno calcio: identità e partecipazione. La curva del Livorno è stata nei primi anni duemila per almeno 5 anni un condensato di identità (politica e sociale) e di identificazione (nella squadra) a fronte di una città intera che partecipava alle vicende della squadra e dei suoi "eroi". Una miscela esplosiva il cui protagonismo ha iniziato a preoccupare gli apparati repressivi, informativi e politici della città. Il Tirreno stesso che ora si straccia le vesti per una passione che non c'è più, è stato il complice principale di chi voleva smantellare una situazione che dava noia, che univa generazioni e che dava un determinato input politico e sociale. Sono state fatte campagne di criminalizzazione indegne che hanno piano piano affossato una curva prima a livello territoriale e poi a livello nazionale con i decreti Maroni. Ma il grosso era stato ormai fatto "in casa". Per anni si è parlato della curva come fattore di allontanamento della gente dallo stadio, con le famiglie penalizzate dalla prepotenza curvaiola. Per anni si è parlato di una curva che metteva in cattiva luce Livorno e i livornesi mentre alla luce dei fatti era probabilmente l'unico luogo pubblico dove i livornesi si incontravano in massa, si confrontavano con una dimensione collettiva e si davano un'identità autonoma e un priotagonismo sociale, specialmente a livello giovanile. Quella di oggi è la Livorno dell'individualismo, dei fondini, delle play station e delle droghe passatempo.
Passiamo poi al concetto di partecipazione. Basta dire la parola Spinelli per capire che sono due concetti opposti. Il cliente si è formato anche così, comprendendo che in ogni caso il Livorno è un gioco in mano al suo padrone e che il tifoso poco può incidere sulla storia della sua squadra che sempre sarà soggetta agli umori e alle voglie di uno solo. Senza considerare che la società dilettantistica Livorno calcio non si è mai nemmeno interessata a promuovere qualcosa per i propri tifosi, nemmeno per quelli più docili, fino ad arrivare ad abolire le amichevoli estive di qualità e la presentazione della squadra. E' inutile poi stare a rimembrare i mercati di gennaio dove una squadra da zona Uefa veniva smantellata, gli allenatori esonerati sul più bello, le uscite di proposito dalla Coppa Italia e quella scongiurata dalla Coppa Uefa (il tentativo di non qualificarsi nemmeno fu vanificato da Calciopoli che ci buttò in Europa). Perchè è bene ricordare che il nostro apice, cioè Barcellona, ce lo hanno regalto Lucarelli e i suoi compagni di squadra contro la volontà della società.
Naturalmente non si può omettere che i livornesi abbiano le loro colpe: soggetti a mode, passivi, imborghesiti, provinciali ecc....Tutto vero. Ma nessuno ha fatto sì che nel momento di massimo splendore si pensasse anche al dopo. Anzi, si è fatto di tutto perchè ciò accadesse e che Livorno continuasse nel suo tran-tran quotidiano, privo di balzi e privo di conflitti.
Quindi l'ultima domanda viene spontanea: di cosa ci si sorprende? Noi di niente, perchè queste cose le dicevamo anche anni quando avvertivamo che lo stadio era un terreno di sperimentazione repressiva sui fenomeni di massa e sui tumulti e che il Daspo e le varie tessere si sarebbero presto allargati ad altri contesti. Oppure quando i professoroni dicevano che andare allo stadio era da lelli e che bisognava andare in piazza a fare politica. Peccato, che quando c'era la curva piena, c'erano anche le piazze molto più piene di ora. Di ciò Il Tirreno non può che esserne contento, purtroppo per loro però quando era all'apice la curva da loro tanto odiata, nella settimana di attesa di Livorno-Verona, avrebbero venduto molte più copie...Ahimè, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.
Per Senza Soste, Franco Marino
29 novembre 2011
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