Il caldo abbraccio del Vescovo Giusti a Matteo Salvini

“Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato” (Matteo 25, 31-46).

Non è difficile giustificare in modo neutro (verrebbe da dire “pretesco”) la concessione di una sala per un’iniziativa politica: “la sala è a disposizione di tutti, basta che l’incontro si svolga con toni civili e rispettosi, tutte le forze politiche hanno diritto di parola ecc. ecc.”.

In questo caso però la concessione della sala della diocesi per il comizio di Matteo Salvini, dopo che nessun’altra location livornese era risultata disponibile, non può avere, e non ha, carattere neutro.

Intanto bisogna sottolineare che il caporione leghista e suoi accoliti non useranno affatto toni civili e rispettosi: il comizio sarà l’ennesima occasione per offendere e provocare tutti coloro riconducibili a gruppi comunisti o antagonisti, per incitare all’odio e alla discriminazione razziale e saranno sicuramente presenti gli esponenti di gruppi politici neofascisti che secondo la nostra costituzione non solo non dovrebbero avere spazio ma non dovrebbero neanche esistere.

Ma quello che dovrebbe rappresentare il maggior motivo di preoccupazione per i gestori della sala è che molto probabilmente durante il comizio verranno espressi giudizi poco teneri verso le gerarchie cattoliche.

La Lega da tempo ha messo da parte le celebrazioni dei miti neopagani alle sorgenti del Po, e oggi sbandiera le sue “radici cristiane”, ma con  Salvini è protagonista da anni di una continua polemica contro il Vaticano -e soprattutto con papa Bergoglio- per le sue posizioni favorevoli all’accoglienza degli immigrati e alla solidarietà con gli “ultimi”.

Bergoglio non è certo sospettabile di simpatie di sinistra, ma la Chiesa ha capito che non può permettersi di perdere altro terreno nei Paesi del Sud del mondo (soprattutto a vantaggio delle sette evangeliche) e rivolge più attenzione ai fedeli latino-americani, africani o asiatici che non ai quattro bigotti che frequentano le chiese dalle nostre parti. Questi ultimi si sentono scaricati ed ecco che nelle manifestazioni leghiste da un po’ sono comparse magliette anti-Bergoglio.

Insomma, tra la Lega e la Chiesa non esiste certamente un rapporto idilliaco. Tra i bersagli preferiti dei leghisti il segretario della Conferenza episcopale monsignor Galantino, reo di essersi schierato a favore dello ius soli, e il direttore del quotidiano Avvenire. Galantino, da parte sua, l’aveva appoggiata piano: “Sull’immigrazione sentiamo affermazioni insulse di piazzisti da quattro soldi che parlano pur di prendere voti”. E ultimamente si sono moltiplicate le polemiche tra la Lega e i preti più sensibili alla tematica dell’immigrazione.

Tutto questo evidentemente alla Diocesi livornese non interessa. Pecunia non olet? Il vescovo Giusti per i 350 euro dell’affitto della sala è disposto a chiudere un occhio? È vero che il prelato  pisano in tutti questi anni passati alla guida della chiesa livornese si è fatto notare più come amministratore oculato che come teologo di spessore, ma qualche biglietto da cento è davvero poca cosa anche per lui.

Allora è legittimo pensare ad altri motivi: intanto il responsabile della parrocchia di Via della Madonna è quel Don Placido Bevinetto noto per la sua vicinanza al cattolicesimo integralista e in particolare al cosiddetto gruppo “Lepanto” (nome che si richiama alla battaglia del 1571 tra la flotta cristiana e quella dell’Impero Ottomano). Talmente rigido da interrompere le manifestazioni musicali (musica classica peraltro) nella chiesa dell’ospedale per ragioni di protocollo, non ha trovato nulla di strano nella richiesta della Lega.

A Livorno non è l’unico religioso che condivide una visione “tradizionalista”: citiamo anche il parroco di Montenero Giustarini, in passato al centro dell’attenzione per aver organizzato al santuario processioni che hanno registrato l’adesione di gruppi di estrema destra (Forza Nuova, Militia Christi).

A proposito di Montenero, il vescovo-architetto Giusti si è occupato forse più di vicende edilizie come quella dell’Aula Mariana (polemizzando a più riprese con la Soprintendenza alle Belle Arti) che di questioni religiose, ma spesso ha fatto cenno a presunti miracoli avvenuti al santuario, spesso sfidando il senso del ridicolo (come nel caso di malati liberatisi “inspiegabilmente” da un tumore dal quale statisticamente si guarisce nel 95% dei casi).

Anche questo particolare conferma che la Chiesa livornese tende pericolosamente a una religiosità piuttosto retriva, e potremmo ricordare il grande spazio mediatico che si sono conquistati il sedicente “Padre Nike”, al secolo Maurizio De Sanctis, parroco a La Rosa, organizzatore di pellegrinaggi a Medjugorie e promotore di iniziative antiabortiste, e don Medori, parroco di Sant’Andrea da sempre portatore di istanze securitarie che rischiarono di sfociare nelle cosiddette ronde.

Da parte sua il vescovo Giusti ha sempre avuto con la politica un rapporto “bulimico”: in questi anni non c’è argomento sul quale si sia astenuto dall’intervenire, si occupa infatti di sicurezza sociale, di sport (ricordiamo ad esempio un intervento a favore dello stadio unico tra Livorno e Pisa), di cultura, di edilizia popolare e di lavori pubblici. Si è espresso a favore del nuovo ospedale e una volta ha riferito addirittura “del colloquio che ha avuto con l’amministratore delegato della società autostradale: in ballo 3-4 miliardi di investimenti”. (sett 2011). Gli argomenti sono spesso di una banalità disarmante (i livornesi che non vogliono lavorare ecc.) ma la stampa riporta ogni esternazione come se provenisse da un premio Nobel per l’economia.

Giusti anziché il vescovo è sembrato spesso il segretario del PD locale, ma non vorremmo che dietro la vicenda della sala concessa al caporione leghista ci fosse una strizzatina d’occhio alla parte più reazionaria della base cattolica, o magari la voglia di tenere buoni rapporti con un’area che i più danno vincente alle prossime elezioni.

In tutti i casi, una dimostrazione di estraneità dalla tradizione di una città tradizionalmente solidale che per il prelato pisano e i suoi collaboratori probabilmente si trasformerà in un autogol.

redazione, 20 febbraio 2018

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