Caporalato digitale: i costi umani della Gig economy

protesta_torino_foodorazcsccscBig Bill Haywood – tratto da http://www.communianet.org

Due anni fa, Erik Brynjolfsson, direttore del Center for Digital Business del MIT di Boston, pubblicava un libro dal titolo “The Second Machine Age”, la seconda era delle macchine. In un’intervista per L’Espresso, Brynjolfsson chiariva che si trattava di un rimando alla prima era delle macchine, quella che comunemente è definita come Rivoluzione industriale. Se la prima aveva soppiantato la forza muscolare umana grazie all’uso dei motori, la seconda era starebbe facendo lo stesso con le nostre capacità cognitive e mentali. L’avvento di questa nuova è stato accompagnato in larga misura da sentimenti di ottimismo rispetto alle possibilità di sviluppo e di crescita per l’economia, ma gli effetti sul mondo del lavoro sono tangibilmente negativi.

Nel 2011 la società di consulenza McKinsey ha elaborato una serie di dati su un campione di 13 paesi, per dimostrare come l’avvento di Internet abbia provocato un aumento della produttività delle imprese e la disponibilità di spesa per i consumatori. Secondo McKinsey, se era vero che l’avvento di internet avesse distrutto dei posti di lavoro, la stessa innovazione tecnologica aveva però contribuito a crearne 2,6 di nuovi.

Un dato difficile da verificare. Tuttavia, al di là del dato numerico, dovrebbe essere un’operazione sempre utile e necessaria indagare la qualità di questi posti di lavoro.

Il numero corrispondeva a un aumento positivo in termini assoluti dell’occupazione o dietro quei posti di lavoro si registrava un fenomeno di semplice scomposizione in altre 2,6 posizioni meno retribuite e meno tutelate?

Analizzando i dati di 13 paesi, fra cui l’Italia, la società sosteneva che internet produceva ricchezza in termini di crescita economica, produttività delle imprese e disponibilità di spesa per i consumatori. Tuttavia, lo stesso Brynjolfsson ha constatato come la ricchezza di questa nuova economia non sposti nulla in termini di disuguaglianze sociali, anzi. Non solo i profitti restano appannaggio dei pochi potenti ai vertici, ma in molti casi questo tipo di aziende gode di trattamenti fiscali vantaggiosi che vanno a incidere negativamente sui bilanci in rosso degli Stati in tempi di crisi, già alle prese coi tagli al welfare e agli investimenti pubblici in questo decennio. In cui la crisi del debito ha imposto parole d’ordine come il risanamento del deficit a qualsiasi costo (sociale). Secondo la denuncia di Oxfam, queste compagnie avrebbero intascato un totale di 1.400 milioni di dollari, una cifra che equivale all’intero Pil di Spagna, Messico e Australia.

“Essere attrattivi per gli investimenti stranieri nel Paese”, è il leit motiv dei governi europei. Una retorica accompagnata da un processo di detassazione progressiva nei confronti delle big company, in modo più o meno uniforme sul territorio europeo. E la detassazione non basta: il nuovo fronte della competizione è ora spostato sul basso costo della forza lavoro, che il governo italiano considera un vanto. È di appena due settimane fa la gaffe del governo per la brochure ospitata sul sito investinitaly.com (portale dell’Ice che reca il logo del Ministero dello Sviluppo Economico) e distribuita a Milano durante la presentazione del piano nazionale Industria 4.0 che invitava gli imprenditori stranieri a investire in Italia, “dove gli stipendi sono più bassi della media europea”.
Fra questi giganti troviamo moltissime aziende leader mondiali nell’informatica o nei servizi informatici, come Apple, Microsoft, Google. Alcune fra le grandi protagoniste di questa seconda era delle macchine, in cui lo svuotamento dei posti di lavoro della classe media è accompagnato dalla sostituzione delle persone con l’automazione o con le App (applicazioni per smartphone e tablet) ed è destinata a provocare una grave lussazione, i cui effetti sono in parte già dati ed evidenti.

Una specie di nuovo caporalato, i cui intermediari diventano le App e le piattaforme digitali, quello che Sacha Lobo ha definito Plattform-Kapitalismus. Se l’avvento della sharing economy era stato salutato con favore per le possibilità di condivisione del consumo, si è visto come nei peggiori dei casi, l’economia della condivisione non sia esattamente un’area di azione con motivazioni sociali e ambientali, ma appannaggio monopolistico dei giganti digitali che conoscono un solo obiettivo: la crescita e il profitto.

Oggi possiamo affermare che l’aspetto sociale centrale del modello del Plattform-Kapitalismus sia il lavoro. Le piattaforme che rendono possibile la condivisione delle prestazioni non mettono fine agli intermediari, ma costituiscono la loro presa del potere in termini assoluti. Essi controllano l’accesso e i processi di un intero modello di business, lo fanno mascherati dalle piattaforme digitali, con le quali determinano il gioco e le sue regole. Collegano domanda e offerta e utilizzano il mezzo di comunicazione e connessione più potente al mondo: la rete internet. Grazie alla capillarità che la rete consente loro, la politica interna dei prezzi si riflette all’esterno e può essere generalizzata.

Economia della condivisione?

Il successo delle App si lega al fiorire della cosiddetta “economia della condivisione”, nata con l’intento di condividere il consumo “io do qualcosa in cambio di qualcos’altro”, in linea coi movimenti open source per l’informatica. Ben presto molti operatori (Uber, Airbnb, etc) hanno sussunto questo concetto di condivisione, fino a trasformarlo in un eufemismo che in realtà copre un vero e proprio sistema di sfruttamento della forza lavoro.

Il caso di Foodora rientra appieno nel filone della gig econonomy (gig in inglese significa “lavoretto”), il modello del capitalismo delle piattaforme, spesso confuso col modello della condivisione noto come sharing economy.

Nel modello della gig economy il rapporto di lavoro a tempo indeterminato è azzerato e sostituito dalla precarizzazione totale: l’offerta di prestazioni lavorative, prodotti o servizi avviene solo on demand, quando c’è richiesta. In sostanza, i lavoratori di Foodora (così come di Uber, Deliveroo e altri operatori del settore) lavorano a cottimo.

“L’uso della forza-lavoro è il lavoro stesso” scriveva Marx, azzerando con molto anticipo ogni discorso sul lavoro come “bene comune”. Il la

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