Catalogna: “Rompere con il 1978, eredità del franchismo”

"Pubblichiamo la traduzione di un intervento di Santiago Lopez Petit sulla crisi ispano-catalana. Invitiamo chi sia disponibile a tradurre dallo spagnolo all'italiano di contattarci, ringraziando anticipatamente. Forniremo piano piano un ventaglio di testi che riassume tutte le posizioni più importanti in campo".

Ci sono momenti in cui la realtà si semplifica. Ed è venuto il momento di soppesare quanta verità e quanta menzogna esiste nelle argomentazioni che pretendono di difendere l’unità della Spagna o di proclamare l’indipendenza della Catalogna. Non è necessario ritornare all’anno 1714 né sommergerci nelle rimostranze più recenti.

Quando si invoca “La Legge dell’Ordine”, immediatamente tutto si chiarisce ed ogni posizione resta perfettamente definita nello scacchiere. È quando coloro che fino ad oggi erano restati in silenzio, proprio perchè ci esce dalle nostre viscere, che sappiamo da che parte stare: sempre contro chi desidera imporre l’ordine che ristabilisce l’autorità. Conosciamo bene una frase forgiata in Francia prima della rivoluzione del 1948, che diceva: “La legalità uccide”.

Effettivamente stiamo contro lo Stato spagnolo e la sua legalità, malgrado per poterlo manifestare dobbiamo allontanare le bandiere che ci affogano; ma anche contro gli inni che assordano e impediscono di ascoltare coloro che, insieme, parlano. Sarebbe magnifico affermare che alla legalità dello Stato spagnolo si contrappone la legittimità di un popolo. Disgraziatamente non è così, e non ci ingannino i partiti indipendentisti. La legittimità che loro difendono è stata costruita ovviando almeno la metà dei catalani, si è decretata sulla base di espedienti giuridici molto discutibili e approfittando l’uso della violenza terrorista da parte dei Mossos dopo i recenti attentati. Quando un opinionista disse che durante qualche ora la Catalunya ha avuto un autentico Stato, aveva proprio ragione. È Hobbes in tutta la sua purezza: abbandono il diritto a governarmi e firmo un patto di sottomissione a cambio della sicurezza che mi viene offerta.

Alla fine e come sempre, la paura e la morte, il desiderio di tranquillità e l’ordine della ragione, stanno dietro la nascita dello Stato. Ed allora, poveraccio quel popolo che fa di un commissario di polizia un suo eroe! E che  invece di “assassinare” usa la parola “abbattere”. Il merito indiscutibile dell’indipendentismo è quello di aver svelato il mito dello Stato di Diritto. Risulta divertente ascoltare in questi giorni i politici catalani difensori dell’ordine accusare lo Stato spagnolo di essere uno “Stato di polizia e repressore”. O lamentarsi delle ore che sono stati fermati nei commissariati. Ma che cosa si credevano? No, non esiste nessuno Stato di eccezione. C’è quel che da diverso tempo coesiste perfettamente: lo Stato-Guerra e il fascismo postmoderno. Lo Stato-Guerra che, con la scusa del terrorismo, si schiera oltre qualsiasi norma giuridica, mentre perseguita implacabilmente tutti quelli che segnala come suoi nemici. Terrorista e sedizioso. Il fascismo postmoderno che neutralizza politicamente lo spazio pubblico ed espelle i resi sociali. A proposito: è stato il partito CiU che piantò il seme della Legge Mordaza nel luglio del 2012 nel Parlamento spagnolo.

Il proto-stato catalano che, così come tutti gli Stati, si è costruito con l’inganno e la gestione della paura, da anni cerca di trasformare il popolo catalano in una autentica unità politica. In questo senso ogni chiamata dell’11 settembre è servita finora per pulire e addomesticare un desiderio collettivo di libertà che non può essere raccolto in un’unica voce. L’operazione politica è stata questa: il Govern (catalano) decide chi è il suo popolo e nella misura in cui riesce a trasformarlo in un’unità politica, ovvero, in un “noi” contro di “loro”, acquisisce una legittimità che gli permette di negoziare con lo Stato spagnolo. In realtà, l’indipendentismo egemonico non desidera nessun cambio sociale realmente profondo. Invoca alla disobbedienza al Governo per poi obbedire al Govern. “Dalla legge alla legge”, ci assicurano. Nel fondo, le élite dirigenti sempre si capiscono tra loro visto che l’ombra del capitale è molto lunga. Per questo motivo, in questa guerra nella quale ci hanno messo, la cosa più probabile è che ogni opponente realizzi quel che da lui ci si aspetta. Il Governo dirà che ha difeso lo Stato di Diritto fino alla fine, ed ovviamente, in maniera proporzionata. E il Govern affermerà che, nelle condizioni attuali, si è arrivati così lontani come mai si era riusciti ad arrivare. È difficile pensare che la logica del proto-Stato catalano condurrà oltre la rottura patteggiata che dovrebbe concretizzarsi in una riforma della Costituzione.

In mezzo a tutto, la situazione comunque resterà completamente aperta. Quando le strade si riempiono di persone e davanti a loro si alza uno Stato prepotente, incapace di autocritica e che ignora qualsiasi forma di mediazione, può succedere qualsiasi cosa. E realmente è così. Nessuno sa cosa succederà perchè si è venuta a creare una situazione inedita: votare si è trasformato in una sfida allo Stato. Per molti di noi il voto non è mai stato portatore di cambi reali. Ora però, il fatto stesso di voler votare diviene qualcosa di simile a un gesto radicale e trasgressore. È strano quel che sta accadendo. Certamente molte persone si emozionano e si tappano sotto la bandiera indipendentista. Però siamo tanti che in questo momento andiamo e restiamo all’intemperie. Anche se non abbiamo nessuna bandiera sappiamo che dobbiamo esserci. Non abbiamo paura, però ci resta difficile dimenticare. Questa fiducia nei dirigenti politici che mandarono a sgomberare brutalmente una piazza Catalunya occupata e che furono i primi ad applicare misure neoliberali. Nell’anno 2011 circondammo il Parlament proprio per impedirlo. Ed ora dovremmo fonderci in un abbraccio con loro?

Quando Felipe Gonzalez afferma che “la situazione in Catalunya è quel che più mi preoccupa negli ultimi quaranta anni” è un buon segno. Le forze politiche indipendentiste sono state capaci di inquietare a un potere centralista e repressivo che ha secoli di esperienza. Non è facile abbatterlo e la sua reazione alla difensiva lo dimostra. Dobbiamo riconoscere dunque la forza di questo movimento politico, la sua capacità di organizzazione e di mobilitazione. Ma lo Stato spagnolo non concederà mai l’indipendenza della Catalunya. Per ottenerla, prima di tutto dobbiamo romperlo e per avanzare in questo processo di liberazione l’indipendentismo catalano ha bisogno di molti più appoggi. In definitiva, opporsi allo Stato spagnolo con la volontà di essere un altro Stato, non solo è poco interessante, è anche semplicemente perdente. Al contrario, immaginare una Catalunya che instancabile  resta come la anomalia qual’è, questo si che può lentamente minare la legalità neofranchista ed inoltre costituire un avamposto di qualcosa di imprevedibile in Europa.

Se vogliamo che il diritto a decidere non resti un’istanza vuota, e che il 1 ottobre non sia la fine ma un inizio, dobbiamo smetterla definitivamente con la divisione “noi/loro” stabilita esclusivamente in termini nazionalisti. Catalunya da sola non potrà mai incontrarsi con se stessa. La repubblica catalana unicamente può nascere in fratellanza con la repubblica del resto dei popoli che vivono in questa penisola.

Votiamo allora, per rompere il regime del 1978, eredità del franchismo. Votiamo perchè votare in questo momento costituisce una sfida allo Stato e questa sfida ci farà sentire un poco più liberi. Però non dimentichiamoci mai il grido del “nessuno ci rappresenta”, non dimentichiamo che la lotta di classe continua ad agire in quel che apparentemente è omogeneo.

Santiago Lopez Petit

9 ottobre 2017

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