Senza Soste

Thursday, Sep 02nd

Last update:03:01:08 PM GMT

You are here:

COMUNICAZIONE E MEDIA

Assange: santo o furbo?

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

wikileaksCome ogni telenovela che si rispetti, anche in quella che ruota attorno al sito Wikileaks e al suo fondatore Julian Assange, non poteva mancare un coté pruriginoso. Assange, australiano di circa quaranta anni, è un ex studente di Fisica e Matematica all’Università di Melbourne, ed ex-white-hat hacker (cioè, hacker “buono”) riciclatosi nell’ultimo lustro come “apostolo della trasparenza”. E’ il fondatore e responsabile ultimo di quanto viene scritto su Wikileaks, un sito che pubblica informazioni segretate.

Julian si è recentemente trasferito dalla Gran Bretagna in Svezia, a suo dire per poter sfruttare meglio le tutele che il sistema giuridico di quel Paese offre ai cosiddetti whistleblowers (da noi si direbbe, con incongruo neologismo porno-cinefilo, “gole profonde”, o anche “spifferatori”). Peraltro, al fine di poter restare con una certa tranquillità in quel Paese, Assange (un extra-comunitario) ha avuto bisogno dell’”aiutino” di Aftonbladet, un tabloid di sinistra di Stoccolma che, secondo il New York Times, gli avrebbe offerto un posto di columnist al fine di poter provare davanti alla occhiuta burocrazia svedese, l’esistenza di un regolare impiego retribuito nel Paese.

Sfortunatamente la nuova patria di Julian non non si è rivelata molto generosa con lui: la notte dello scorso venerdì, infatti, un giudice svedese gli ha notificato l’equivalente di un avviso di garanzia per due presunti stupri commessi ai danni di un’attivista trentenne e di un’artista poco più che ventenne. In un’intervista all’Aftonbladet, (una fonte del tutto neutrale nei suoi confronti, visto che è anche il suo attuale datore di lavoro) Assange ribadisce che, in Svezia ed altrove, egli si è limitato ad avere rapporti sessuali solo in circostanze in cui fosse indiscutibile il pieno consenso di entrambi (?) gli interessati. E spinge l’acceleratore, già premuto da blogger e simpatizzanti vari, di un possibile “sporco trucco” ordito ai suoi danni dal Pentagono (che indubitabilmente non lo deve amare molto, dopo il discutibile exploit della pubblicazione a fine luglio su Wikileaks di 77.000 documenti “top-secret” redatti dall’esercito americano sulla guerra in Afghanistan).

Certo, la teoria del complotto paga sempre, specialmente se la (presunta) vittima si è autoattrobuita la patente di Giusto tra i Giusti, ma questa volta sembra che la realtà sia un po’ diversa: non solo il giudice incaricato del caso, la signora Eva Finne, sentita dal New York Times ha escluso alcuna interferenza “esterna” nel caso, ma una persona che il NYT descrive come caro amico svedese di Assange, si è detta “più che sicura” che alla radice della denuncia delle due donne vi siano sopratutto questioni personali tra i tre interessanti - altro che complotto internazionale, qui si tratterebbe, di una storia di letto e gelosia finita nel peggiore dei modi. Fortunatamente per Assange, l’accusa di stupro è stata ritirata quasi immediatamente, anche se, per la cronaca, non sono ancora cadute le accuse per molestie sessuali - un reato che in Svezia può comunque comportare anche un anno di carcere.

Bisogna riconoscere che, senza Wikileaks, non sarebbe stato possibile conoscere le agghiaccianti immagini di un attacco aereo effettuato nel luglio 2007 da un elicottero USA in un quartiere di Baghdad, costato la vita a 12 persone (10 civili inermi e due giornalisti della Reuters sui quali si sono abbattuti migliaia di colpi senza alcuna ragione: il video dimostra chiaramente come il cosiddetto “ingaggio” con i presunti “insurgent” è stato poco meno di eccidio a sangue freddo). Furono infatti le persone di Assange a pubblicare lo scioccante documento sul sito www.collateral.murder.com, che a tutt’oggi costituisce il più grande e prezioso successo del sito.

Alle misteriose entità che si nascondono dietro al collettivo Wikileaks si devono anche altri scoop di grande importanza sociale e politica, come la pubblicazione dei manuali operativi delle truppe americane nel campo di detenzione di Guantanamo, un corposo dossier sulla corruzione del governo kenyota, un ampio dossier sottratto alla setta Scientology, e le prove del coinvolgimento della banca svizzera Julius Baer in attività di riciclaggio di denaro sporco.

Assieme ad altri materiali di relativa utilità, quali la lista delle installazioni militari americane in Iraq (utile se si voglia scoprire il numero di pianoforti a coda, di PlayStation e di BMW 735 in dotazione alle forze di occupazioni statunitensi), alcune e-mail personali di Sarah Palin e le prove dell’evasione fiscale dell’attore afroamericano di pellicole d’azione, Wesley Snipes.

Tuttavia, vi sono almeno altrettante ragioni per emettere un giudizio severo sugli standard professionali dell’organizzazione dell’ex-hacker australiano. Ad esempio, dopo la pubblicazione del dossier sull’uccisione di 500 membri dell’opposizione in Kenya a fine 2008, due avvocati legati a Wikileaks sono stati freddati nel centro di Nairobi in pieno giorno: segno che le garanzie di non tracciabilità delle fonti, tanto sbandierate dalla organizzazione di Assange, non sempre funzionano come dovrebbero.

Ancor prima, Wikileaks, in un accesso di trasparenza, ha ritenuto di pubblicare la lista nera dei siti internet bloccati della polizia australiana: molti di questi ultimi, si è scoperto, erano dedicati alla pedopornografia. Al di là dell’assurdità dell’accusa con cui è stato incastrato il ventiduenne tedesco, titolare formale del dominio Wikileaks (diffusione di pornografia infantile...), conseguenza di un grottesco sillogismo giuridico, resta il fatto che, nel raggiungimento di un difficile equilibrio tra trasparenza e deontologia, qualcosa nei processi interni della creatura di Assange non ha funzionato come avrebbe dovuto...

La pubblicazione dei 76.000 documenti top-secret sulla guerra in Afghanistan, poi, è stata un vero autogol: innanzitutto, è stata venduta ai media come una operazione congiunta tra Wikileaks e i giornali The Guardian, The New York Times e Der Spiegel, cosa che non è vera e che ha irritato i giornalisti delle tre testate: a loro è spettato infatti un duro lavoro di analisi e di editing finalizzato a rimuovere dai documenti i nomi dei civili citati nelle fonti come simpatizzanti delle forze di occupazione, cosa di cui Assange non si è minimamente preoccupato.

In effetti, secondo un report del Wall Street Journal, diverse organizzazioni umanitarie (Amnesty International, Campaign for Innocent Victims in Conflict, Open Society Institute, Afghanistan Independent Human Rights Commission e l’ufficio di Kabul dell’International Crisis Group) avrebbero firmato un documento di protesta destinato a Wikileaks che contiene il seguente invito: “Preghiamo caldamente i vostri dipendenti di analizzare con attenzione tutto il materiale messo online, al fine di rimuovere tutti i riferimenti ad informazioni che possano condurre all’identificazione di persone”.

Sempre secondo la ricostruzione dei fatti data dal WSJ, Assange ha replicato candidamente chiedendo alle organizzazioni che hanno protestato di dargli una mano a purgare i documenti che lui ha messo online.. Questa risposta sarebbe forse sufficiente per calare una pietra tombale sulla professionalità di Assange. ma non è tutto: quando Amnesty gli ha chiesto di organizzare un colloquio telefonico per discutere della questione, pare che Assange abbia risposto sprezzante: “Ho altro da fare che perdere tempo con gente che preferisce non fare altro che pararsi il culo”.

In definitiva, sembra appropriato il commento di Steven Aftergood, firma del blog della Federation of American Scientists' Secrecy News: “Dal mio punto di vista, la trasparenza è solo uno strumento per ottenere qualcos’altro, ovvero una vita politica più robusta, istituzioni responsabili e censurabili, occasioni di impegno sociale e politico. Per loro (le persone di Wikileaks) la trasparenza e l’esposizione di informazioni sembrano essere il fine ultimo”.  Amen.

Mario Braconi

tratto da www.altrenotizie.org

29 agosto 2010

Ultimo aggiornamento Martedì 31 Agosto 2010 15:59

A proposito della rete che ci spia: intervento di un lettore

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 7
ScarsoOttimo 

Ho letto l’articolo che avete pubblicato “Quello che la rete sa di te” e vorrei fare un breve intervento in proposito.

spia-sat1E’ vero, purtroppo oggi funziona così per tutto, la tecnologia ai livelli a cui è arrivata permette ai signori del marketing guadagni più facili potendosi avvalere facilmente delle nuove tecnologie per effettuare indagini di mercato sempre più mirate e dettagliate. Quello che è sempre esistito ma che un tempo era molto più difficile da ottenere oggi in rete è una passeggiata. Il tutto riferito ad un IP però, al massimo ad un nome al quale è registrato il nostro computer, se è registrato. Ma su Google, o Yahoo, io non vado ad auto-creare una scheda con tanto di tutti i dati personali molto dettagliati e comprensivo di foto, non sottoscrivo il fatto che possano usare a piacimento ogni cosa che scrivo, ogni foto che inoltro ai miei amici. Se lo facessero e venissi a saperlo potrei avvalermi del diritto alla tutela della mia privacy.

Su facebook, invece, questo è un qualcosa che accetto con l’iscrizione, la ragazza che si è trovata  la foto“venduta” per pubblicizzare un sito pornografico non ha potuto fare niente! La cosa è infinitamente più grave, non so se riuscite a cogliere la differenza, perché c’è e non è da poco. Lì si accetta che ogni cosa che si  pubblica, ogni documento, ogni foto, ogni pensiero, non ci appartiene più. Appartiene a Facebook che può farne ciò che vuole. Il fatto che vengano spiati i miei gusti è gravissimo. Il fatto che sia io ad accettare di lavorare gratis per un sito che guadagna su ciò che io faccio, che vende qualunque dato che io volontariamente fornisco e aggiorno alle multinazionali e che oltretutto rende tutti iper-vulnerabili (hai voglia di impostare quanto possibile per la tutela della privacy!) è ben diverso. 

Un'alta cosa: io ho comunque l’abitudine di cancellare tutti i cookies e la cronologia di ogni mio accesso in rete ogni volta che mi disconnetto. Ci sono programmi che fanno questo. E comunque il mio pc è registrato con uno pseudonimo e niente dati personali. Ci navighiamo in molti, quindi i gusti non sono poi così mirati e attendibili. Su facebook è una vera schedatura, non facciamo le pecore! So bene che ormai facebook ha preso tutti, o quasi. E che molti se ne fregano altamente di tutti gli aspetti negativi che impersona questo social(!!!)network (dei quali vorrei soffermarmi a parlare ma non è questo il momento, mi dilungherei troppo), mentre altri, probabilmente più sensibili a certi argomenti, sentono il bisogno di giustificare a loro stessi, in qualche modo, il fatto che anche loro ne facciano parte, forse per  auto-convincersi che in fondo non stanno andando contro gli ideali in cui credono, tanto se anche google ci spia, e google bene o male lo usano tutti, possiamo anche stare su facebook! No, è qui che dobbiamo avere il coraggio di andare fino in fondo ed ammettere che si parla di due cose diverse!  In ogni cosa oggi possiamo trovare del marcio. Ma facebbok supera davvero i limiti della decenza, i lati negativi sono innumerevoli e chi vuol vedere la realtà lo sa bene. E se ne facciamo parte, sottoscriviamo di voler lavorare per lui, per ciò che rappresenta e per ciò che c’è dietro. Questo è. Un’adesione volontaria, non facciamoci fregare!  

Tutto ciò per dire che è vero, ormai ci spiano ovunque, in ogni campo, in tutti i modi possibili. Evitiamo almeno di collaborare, di essere complici di un qualcosa che ripeto, non è una “spiata”, è un’ auto-schedatura mondiale dettagliatissima.  

Inviato a Senza Soste da Alessandro Porciani

27 agosto 2010

Quello che la Rete sa di te

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

google_privacyNessuno ti conosce meglio di Google. Se pensavi di usare quella home page colorata come un diario segreto, ti sbagliavi. Le idee politiche, i gusti letterari, cinematografici, sessuali, la religione, le passioni, la banca dove incassi lo stipendio e le e-mail che mandi a tua moglie e alla tua amante. Google sa tutto, perfino dove sei. Lo sa perché ti spia attraverso un buco della serratura gigantesco, fatto di siti internet, software e cookies (piccoli file testuali usati, fra l’altro, per “tracciare” l’attività di chi naviga).

Dopo di che ti scheda: il tuo profilo rimane conservato per un anno e mezzo in un database infinito, ramificato in 450mila server sparsi nel pianeta. Lo rivelano due inchieste di Repubblica e del Wall Street Journal. Il motivo di tutto questo? Il modo migliore per fare soldi è vendere pubblicità, la pubblicità migliore è quella che ti conosce. Il problema del target non esiste più, in qualsiasi sito tu vada troverai inserzioni di prodotti e servizi che ti calzano a pennello.  Lo chiamano "behavioral advertisement": violento, invadente, dannatamente efficace.

Il percorso è stato lungo. Per anni Google resiste alla tentazione di usare metodi aggressivi nella raccolta di dati a fini pubblicitari, ritenendo che possa rivelarsi un boomerang a livello d'immagine. Ma il rapido emergere di concorrenti abituati a tracciare l'attività online degli utenti, per poi rivenderne gli identikit, costringe Google a cambiare politica. A poco a poco i due fondatori, Sergey Brin e Larry Page, si convincono della possibilità di sfruttare l'enorme quantità di dati a loro disposizione senza per questo fare un torto agli utenti. "I fondatori ritengono in questo modo di poter migliorare l'esperienza degli utenti sul web - sostiene Alma Whitten, capo del Privacy Council dell'azienda - ciò che va bene per il consumatore, va bene per l'inserzionista".

In verità, il signor Page ci mette parecchio ad abbandonare le sue posizioni: fino all'ultimo continua a professare il "contextual targeting", che consiste nel pubblicizzare su una pagina web un prodotto coerente con l'argomento trattato nella pagina stessa. Risultato: fino al 2006 Yahoo massacra Google sul mercato della pubblicità online. I top-manager di Mountain View non si danno pace e nel 2007 riescono a far acquistare all'azienda la DoubleClick, impresa regina della pubblicità visuale su Internet. Più di tre miliardi di dollari per far amare i cookies a Mr. Page.

Finalmente Google inizia a istallare i ‘file spioni’ sui pc dei suoi utenti, ma ancora per qualche mese evita di usarli. Nuove resistenze dai vertici. Stavolta non da Page, ormai convertito, ma da Brin. Nel corso di un meeting leggendario fra i dipendenti di Mountain View, i due tycoon arrivano a urlarsi in faccia. Alla fine prevalgono le ragioni della ‘pubblicità personalizzata’. Il servizio parte a marzo del 2009, riservato a un ristretto gruppo di facoltosi inserzionisti.

Se per anni il sito più potente è stato quello con il maggior numero di visitatori, oggi non è più così: il vero leader è quello con il database più ricco. E Google è invincibile. Non solo ha il maggior numero di account schedati, ma anche il maggior numero di informazioni per singolo utente. Nel 2009 l'azienda ha vinto la medaglia d'oro per il fatturato, con 23,7 miliardi di dollari. Più del triplo dei guadagni di Yahoo, medaglia d'argento. Ma la minaccia più seria per Google non viene dagli altri motori di ricerca; il vero nemico è Facebook. Il social network più importante della rete è in grado di vendere pubblicità con target dettagliatissimi dei suoi utenti (più di 500 milioni di persone).

Bisogna correre ai ripari: Google sta già progettando il suo nuovo servizio di social network. Non solo, l'azienda di Mountain View intende copiare da "Facebook" anche qualcosa di più specifico, il bottoncino "Mi piace". Chiunque abbia un profilo in rete lo conosce, anche se di solito lo considera un particolare insignificante, un quadratino su cui cliccare distrattamente per comunicare a qualche centinaio di amici cose come "mi piace il crème caramel", "mi piace lady Gaga". Non è una sciocchezza, ma una vera e propria miniera d'oro. Riuscite ad immaginare quali formidabili profili da "behavioural advertisement" si possano creare con informazioni del genere?

In ogni caso, l'attentato alla nostra privacy non è mortale. Esiste perfino un margine di discrezione. Ad esempio, Google non utilizza i dati raccolti da uno dei suoi servizi per inseguirvi con pubblicità personalizzate in qualsiasi angolo sperduto del Web. E' vero, se avete un account Gmail, Google non si fa problemi a ficcare il naso in quello che scrivete e che ricevete, ma solo per spiattellarvi la pubblicità più azzeccata la prossima volta che aprirete la stessa pagina di Gmail.

Non è questa una gran consolazione e Google lo sa, per questo si affretta ad assicurare che "la maggior parte" delle informazioni raccolte non sono associate all'utente tramite il nome, ma attraverso un codice numerico. Si fa fatica a capire quale dovrebbe essere la parte rassicurante: anche se compariamo sotto forma di numeri, in realtà il nostro anonimato è lasciato al buon cuore di chi ci controlla. Per risalire al nostro nome non ci vuole davvero un hacker; basta un nostro accesso in Facebook o nella posta elettronica e il gioco è fatto.

Com’era prevedibile, la rete è piena di post in difesa di Re Google. Si dice che nel mondo di internet i dati che ti riguardano non sono di tua proprietà finché non ti preoccupi di proteggerli. In effetti, un modo per impedire ai siti di “tracciarti” esiste, ma scoprire quale si è lasciato alla tua abilità. L’obiezione più ragionevole è però quella che pone l’accento sui rapporti economici: se siti come Google, Facebook o Yahoo non avessero fatto pubblicità personalizzata, non avrebbero mai avuto i milioni di dollari necessari a sviluppare i servizi di cui tutti noi oggi godiamo.

Una contropartita c’è, quindi. Ma il punto è che la maggior parte degli utenti non aveva compreso di dover dare qualcosa in cambio.  E’ facile prendersela con l’insipienza di molti frequentatori del Web: navigare senza sapere cos’è un cookie - si dice - è come iniziare a fumare senza sapere che fa male. Peccato che sui pacchetti di sigarette sia almeno scritto a caratteri cubitali che “il fumo uccide”, mentre sotto il logo colorato di Google nessuno ha mai specificato “ti sta guardando”.

Carlo Musilli

tratto da www.altrenotizie.org

21 agosto 2010

Google, Verizon e la neutralità

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

internet_morteAlla fine, dopo averne negato l'esistenza per diversi giorni, Google e Verizon hanno reso pubblica la loro proposta comune, destinata per ora ai legislatori statunitensi, circa l'ennesima riforma della rete telematica mondiale. I due colossi già in passato avevano parlato insieme di net neutrality, alimentando un forte dibattito. L'impegno (dichiarato) è a favore di una Internet aperta e di continui investimenti per le infrastrutture di banda larga. Tuttavia, una parte del documento, reso finalmente pubblico, non convince affatto: le proposte relative alla banda larga mobile, così come presentate da Google, a parere di alcuni rischiano di uccidere proprio la net neutrality.

Il documento rappresenta la visione comune delle due aziende per una futura riforma della normativa sulla Rete, una visione della net neutrality apparentemente ideale per quanto riguarda la rete fissa, ma molto meno per quella mobile: infatti entrambi si trovano d'accordo nel riconoscere la diversa natura delle due infrastrutture, riconoscendo a quella wireless la necessità di dover rimanere più libera da controlli in quanto appena nata e ancora in fase di mutamento. Potrebbe restare implicito che tutti i controlli a garanzia della neutralità sulla rete fissa non debbano valere per quella mobile su cui, per esempio, Google potrebbe garantirsi il diritto ad una maggiore velocità di transizione di dati semplicemente stipulando un accordo ad hoc con Verizon.

Dal punto di vista del controllo dei contenuti che vi scorrono, invece, la proposta dei due colossi parte dall'ottica che la net neutrality e gli altri principi che vigilano sulla Rete - e garantiscono la possibilità per gli utenti di accedere liberamente a tutti i contenuti legalmente disponibili - debbano poter essere maggiormente tutelati.

Nel testo presentato, Google e Verizon affermano inoltre un nuovo principio, volto a bandire le pratiche discriminatorie, che servirebbe, si legge, a garantire l'effettiva tutela del libero accesso, cioè ai contenuti legali online. Dovrebbe quindi tutelare sia contro i blocchi dell'accesso a determinati contenuti legali, sia alle "priorità a pagamento" rispetto al traffico Internet: i provider di banda larga fissa, insomma, non potrebbero bloccare, degradare e concedere favoritismi, circa particolari traffici di dati, rallentandone alcuni (come per esempio il P2P) rispetto ad altri.

La parte della proposta che maggiormente ha fatto dibattere gli osservatori, tuttavia, è quella in cui Google parla delle condizioni da riservare alla banda larga mobile, da trattare diversamente da quella fissa per quelle che chiamano "intrinseche caratteristiche di mercato": l'unico principio che vi si dovrebbe applicare sarebbe quello della trasparenza, con il Governo a vigilare sulla naturale evoluzione di questo nascente settore. Insomma, le due aziende, secondo molti osservatori, avrebbero ritagliato uno spazio ad hoc per la banda larga mobile, tale da escludere potenzialmente futuri operatori interessati ad entrare nel mercato, distorcendo di fatto il mercato statunitense della rete wireless.

Tuttavia, a ben guardare, un po' tutto il testo presentato da Google e Verizon è disseminato di lacune adatte a far muovere liberamente le due grandi aziende negli spazi bianchi della futura normativa, e solo loro due. Lacune che saltano all'occhio dei soli addetti ai lavori e non del grande pubblico degli utenti della rete. Soprattutto in Italia, sono decisamente pochi quelli che hanno colto uno degli aspetti più importanti di Internet: la sua relazione con l'innovazione. Tutti sono testimoni dello straordinario flusso di innovazioni prodotto grazie alla Rete in questi anni, ma in pochi hanno finora colto le ragioni di fondo che hanno reso possibile tutto questo.

Come racconta il professor Juan Carlos De Martin, docente presso il politecnico di Torino, queste ragioni non sono legate "a un’improvvisa maggior ingegnosità di informatici e imprenditori, ma piuttosto al fatto che per la prima volta gli innovatori avevano a disposizione una rete di telecomunicazione strutturalmente - potremmo dire: costituzionalmente - diversa dalle reti precedenti". Una rete che ha come caratteristiche la semplicità e l'apertura.

Semplicità perché Internet è una rete stupida, che si limita a smistare i bit il più velocemente possibile; quindi, per introdurre un nuovo servizio non è necessario aggiornare tutta l’infrastruttura di rete, come invece occorre fare nella telefonia, ma basta rendere disponibile il software del servizio stesso. Apertura perché non occorre chiedere il permesso a nessuno per pubblicare, e magari fare innovazione, su Internet: basta avere una buona idea, un computer e una connessione.

Apertura vuol dire però anche un'altra cosa: per il principio della neutralità tutti i bit vengono trattati allo stesso modo, che siano una mail o un film. "Questa rete", continua il professor De Martin, "strutturalmente aperta, senza guardie ai cancelli, ha reso possibile una stagione d’innovazione senza precedenti, permettendo sia ad aziende affermate di evolvere, sia a brillanti innovatori di creare dal nulla applicazioni di grande successo, quando non addirittura nuovi mercati."

Il documento presentato da Google, il colosso della rete, e da Verizon, lo storico monopolista telefonico nordamericano erede della Bell, chiede ai legislatori di includere in qualsiasi normativa relativa a Internet nove punti a loro avviso ritenuti essenziali. Mentre la maggior parte di tali punti è in linea con l’ideale di una rete Internet aperta e non discriminatoria, i due punti di cui si è parlato sopra stanno invece sollevando pesanti sospetti.

Il primo punto riguarda l’esenzione dai vincoli di non discriminazione per l’accesso a Internet senza fili, richiesta giustificata con poco evidenti caratteristiche di unicità dell’accesso senza fili. Se si considera che é proprio tramite l’accesso senza fili che si sta concentrando il maggior tasso di sviluppo di Internet, ci si rende conto che ciò che Google e Verizon stanno chiedendo di esentare dal rispetto del principio di non discriminazione è buona parte del futuro stesso di Internet e dei loro bilanci aziendali.

Il secondo punto riguarda la possibilità di offrire servizi online aggiuntivi. In pratica, a quel che è possibile capire, la creazione di un Internet-premium che si affiancherebbe, con modalità tutte da definire, a Internet tradizionale per offrire - ovviamente a pagamento - servizi per i quali non varrebbe il principio di non discriminazione, con la morte della neutralità della rete. Servizi che hanno la faccia di canali preferenziali a pagamento per chi ha le capacità di accaparrarseli.

Oggi la barriera all’ingresso della rete, e dell'innovazione, è bassissima. Se si ha l'idea buona, un computer e una connessione, si può fare facilmente innovazione in Rete. Domani non si sa, si potrebbe essere costretti ad affrontare una giungla contrattuale causata dal dover negoziare, con ogni fornitore d’accesso Internet, come e a che prezzo raggiungere i suoi utenti sulla rete a pagamento. Avendo come unica alternativa quella di rimanere sulla vecchia Internet; quindi, di offrire la propria innovazione con minori prestazioni rispetto ai concorrenti, che magari saranno multinazionali nate quanto Internet era davvero neutrale.

Attenderemo, nelle prossime settimane, eventuali chiarimenti da parte di Google e Verizon. Quel che è certo è che, per ora, nel loro documento ci sono due parte eccezionalmente controverse. Ed è solo l'inizio, perché in generale è chiaro che per la Rete si sta per chiudere una prima fase della sua storia, caratterizzata dalle decisioni prese quarant’anni fa dai suoi inventori. Nei prossimi mesi starà a noi decidere se continuare a preservare, anche con forza, l’apertura, e la neutralità, di Internet anche per le prossime generazioni, o se lasciare un trattamento privilegiato alle multinazionali come Verizon.

Alessandro Iacuelli

tratto da www.altrenotizie.org

12 agosto 2010

Niente può fermare la guerra

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

wikileaksC'è ancora molto rumore negli Stati Uniti attorno a Wikileaks. Il sito, rilasciando recentemente miglia di comunicazioni militari statunitensi, ha provocato un discreto scandalo, ma ancora di più ne ha provocato la diffusione di un grosso file (della dimensione 1,4 gigabyte) denominato "Insurance", assicurazione. Il file è criptato con una chiave a 256 bit, una password di oltre cinquanta caratteri per forzare la quale, provando tutte le combinazioni possibili e mettendo al lavoro una decina di computer molto veloci, occorrerebbe un tempo molto superiore alla stessa età del pianeta terra.

Un'impresa che sembra al di sopra delle pur notevoli possibilità di computo a disposizione dei servizi segreti americani, che infatti hanno un diavolo per capello e che devono a questo punto trovare un sistema alternativo alla "forza bruta" per aprirlo, analizzarlo e comprendere cosa contenga e quanto sia pericoloso per gli Stati Uniti e la loro reputazione.

Il file, inoltre, è già stato scaricato da migliaia di utenti, rendendo vana ogni ipotesi d'intervento basata sul sequestro, il sabotaggio del sito, azioni di polizia o aggressioni militari ai danni di Wikileaks e dei suoi server. Per questo si sprecano le accuse al comportamento "irresponsabile" di Wikileaks e di chi lo gestisce, in particolare del suo fondatore Julian Assange.

Un'agitazione francamente difficile da comprendere, dato che la recente diffusione delle comunicazioni tra i militari americani è passata quasi inosservata e del tutto priva di conseguenze significative. Pur provando e dimostrando che i militari americani hanno commesso e occultato gravi crimini di guerra, che ne hanno discusso tranquillamente tra loro senza che nessuno sollevasse grosse obiezioni e perfino che i soldi dei contribuenti americani foraggiano i servizi pachistani che fanno il doppio gioco ai loro danni.

Nessuna conseguenza: ufficiali e media americani hanno reagito dicendo semplicemente che nei documenti diffusi non c'era niente che non si sapesse già, subito seguiti dai media occidentali che sostengono lo sforzo bellico, rapidi a dar voce a fidati editorialisti che si sono affrettati a confermare che non ci fosse niente di nuovo. Il tutto si è esaurito in una fiammata di un paio di giorni con gran parte dell'opinione pubblica che non è stata neppure  raggiunta dalla  notizia, visto che degli imbarazzanti dettagli si è discusso molto meno che del "pericolo" rappresentato da Wikileaks per i "nostri ragazzi" al fronte. Wikileaks è stata velocemente indicata come la parte criminale nella faccenda e dei crimini di guerra e delle prove rappresentate dalle stesse comunicazioni statunitensi non si è proprio discusso.

Stessa sorte per la clamorosa inchiesta che poche settimane prima aveva pubblicato il Washington Post, dimostrando che negli Stati Uniti è stato dato il nulla-osta per trattare dati segreti e quasi un milione di persone e che questi sono per la maggior parte dipendenti d'imprese private, arruolate dal governo per spiare principalmente gli americani e le loro comunicazioni. La scoperta di un tale outsourcing della sicurezza nazionale che; unito a una spesa mostruosa per tener su tutta la baracca e al fatto che tutto il sistema sia orientato più alla sorveglianza degli americani che verso eventuali minacce straniere; avrebbe in teoria dovuto scuotere la "terra degli uomini liberi" e invece è scivolato via come se niente fosse.

In un caso e nell'altro non c'è stato dibattito, nessun politico ha levato la sua voce per dirsi scandalizzato e i due scandali non hanno provocato nemmeno una modesta indagine del Congresso. Eppure i numeri e le spese in gioco sono di dimensioni impressionanti, ed è evidente che da un lato si è dimostrato che il governo degli Stati Uniti spia senza tregua i propri cittadini e dall'altro che i militari americani hanno commesso numerosi crimini di guerra e altri crimini per occultarli. Niente, nessuno scandalo; solo diffusa indifferenza a parlar d'altro. Le uniche reazioni emerse sono state quelle di fastidio verso chi ha diffuso le notizie e l'abbozzo di un processo pubblico nei loro confronti.

E se negli Stati Uniti funziona così negli altri paesi occidentali, il nostro su tutti, la situazione è ancora peggiore. Chi avesse confrontato i maggiori quotidiani d'oltreoceano e i nostri nei giorni scorsi non avrebbe potuto fare a meno di notare la clamorosa differenza nel trattare la notizia dell'uccisione di un gruppo di medici occidentali e non in Afghanistan. Per i quotidiani statunitensi sono stati uccisi dieci medici, dieci volontari impegnati nel portare cure nei luoghi meno accessibili dell'Afghanistan.

Chi li abbia uccisi non è chiaro e, visto che a rivendicare l'azione sono stati due gruppi diversi di guerriglieri, resta aperta ogni ipotesi. Per i maggiori quotidiani italiani invece è stato semplicemente un massacro di medici "cristiani". Nessuna delle testate che spesso criticano la presenza di Emergency in Afghanistan come presenzialismo incosciente, animato da motivazioni politiche che affondano nell'antiamericanismo ha osato scrivere nulla del genere.

Ecco perché anche l'innovativa e meritoria opera di Wikileaks non servirà a niente. Il controllo esercitato dal potere sui media occidentali e sul discorso pubblico è talmente pervasivo che alla "soppressione dell'informante nativo" (cit.) Spivak); che censura completamente le voci degli abitanti dei paesi travolti dalle "nostre" guerre o vittime delle "nostre" politiche; si aggiunge la garanzia del dirottamento del dibattito pubblico dove non può far danni, anche quando le notizie capaci di dare scandalo riescano a giungere ai media e a bucare la propaganda bellica spinti da fonti autorevoli e occidentali come il Washington Post o certificate da prove incontestabili come i documenti militari americani diffusi da Wikileaks. Non succede niente, neanche quando ci si trova di fronte a un fallimento epocale certificato, come la guerra in Iraq.

Una guerra della quale nel nostro paese non dibatte più nessuno ormai da anni e che, anche negli Stati Uniti, sembra un capitolo chiuso, nonostante la situazione sul terreno sia molto peggiore di quella che era a un anno dall'invasione e nonostante le truppe americane siano destinate a restarvi per anni, a dispetto degli assurdi proclami che hanno annunciato il disimpegno americano e a dispetto del fatto che tutte le cifre di pubblico dominio restituiscano il quadro di un paese distrutto che a distanza di mesi dalle ultime elezioni, definite ovunque in Occidente "un successo", è addirittura ancora privo di un governo.

Un'evidenza che dovrebbe portare gli esperti alla revisione della dottrina del "Nuovo Modello di Guerra Occidentale" (cit. Martin Shaw), che prevede il controllo di tre campi di battaglia perché l'Occidente possa andare alla guerra: quello bellico in senso stretto, quello economico e quello mediatico. Da quello che abbiamo visto dal 2001 in poi e da quello che possiamo trarre dall'esperienza empirica, bisogna invece concludere che l'Occidente può anche andare alla guerra e perderla, che può anche portare alla rovina le proprie economie a seguito dello sforzo bellico o di concomitanti politiche economiche fallimentari, ma che fino a quando il potere politico ed economico domineranno incontrastati il campo di battaglia mediatico, non ci sarà alcuno ostacolo alla continuazione delle guerre in corso o allo scoppio di altre guerre in futuro.

Mazzetta

tratto da www.altrenotizie.org

12 agosto 2010

Pagina 1 di 29