Saturday, Feb 04th

Last update:01:30:00 PM GMT

You are here:

COMUNICAZIONE E MEDIA

La “spiritualità” di Fidel e la pochezza de La Repubblica

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 4
ScarsoOttimo 

La Repubblica ci “riprova”. Stavolta giggioneggia sulla presunta conversione di Fidel Castro alla religione cattolica alla vigilia del viaggio del Papa a Cuba. Ma le fonti sono inattendibili. “Fidel Castro è un portatore di spiritualità che non va confusa con la religione” afferma il prof. Luciano Vasapollo che ha incontrato sia Fidel Castro che Papa Ratzinger.

fidel_intervistaE' quasi un tic nervoso quello de La Repubblica. Periodicamente sul quotidiano “liberal” escono articoli su Cuba che fanno disinformazione sofisticata e magari cercano anche lo scandalo. Oggi è il turno di una intera pagina, annunciata già dalla prima, in cui Marco Ansaldo e il noto “esperto” di Cuba Omero CIAi giggioneggiano su una presunta conversione di Fidel Castro alla religione cattolica. Un articolo fondato su poco o nulla ma che alla vigilia del viaggio del Papa a Cuba, prevista per marzo, dovrebbe suscitare un qualche interesse. Le fonti citate da La Repubblica a sostegno dei propri articoli sono Alina Castro, la figlia di Fidel che vive però a Miami, non vede e non sente il padre da moltissimi anni e si presta a tutte le operazioni politiche e mediatiche contro Cuba. Chi scrive l'ha affrontata anni fa in un dibattito televisivo su Sky, ricavandone una pessima impressione. I rappporti tra padri e figli sono una sfera molto particolare e molto privati, ma quando vengono usati per finalità politiche, i risultati sono piuttosto penosi. Detto in soldoni: Alina Castro è la persona meno indicata e meno informata per conoscere il pensiero del padre. L'altra fonte evocata, ma non citata, da La Repubblica è il Vaticano, un luogo dove la discrezione e la riservatezza sono elemento fondativo e dove solo vaticanisti assai più esperti di Marco Ansaldo riuscivano a districarsi tra le righe, le parole e soprattutto i silenzi.
Abbiamo chiesto un commento su questa vicenda al prof. Luciano Vasapollo. Docente dell'Università La Sapienza di Roma, impegnato politicamente da sempre e soprattutto su ciò riguarda la solidarietà con il processo rivoluzionario cubano. Il prof. Vasapollo ha incontrato diverse Fidel Castro e, recentemente insieme al direttore di “Jesus” la rivista dei Paolini, ha incontrato anche Papa Ratzinger consegnandogli una lettera sulla vicenda dei Cinque Cubani ancora prigionieri negli Stati Uniti. Nell'ultimo anno ha illustrato la storia dei Cinque cubani in diverse conferenze tenutesi in alcune parrocchie della Capitale. Insomma, uno che conosce bene Cuba e la Chiesa Catolica sia “in alto” che in basso.
“Fidel Castro è un portatore di spiritualità che non va confusa con la religione” ci spiega il prof. Vasapollo “Si tratta di un sistema di valori etici che trascendono dalla religiosità”. “Anche io sono ateo ma sono un protatoredi spiritualità, infatti è un errore ritenere che solo la religione possieda il monopolio dei valori etici”.
Ma questa notizia della conversione di Fidel Castro può avere qualche fondamento? “Fidel Castro, l'ho incontrato diverse volte e posso confermarlo, è un uomo di profonda cultura, ha studiato presso i gesuiti e conosce in modo approfondito la religione, anche quella cattolica, e ne sa distinguere gli elementi positivi da quelli negativi. Per chi vuole conoscere questo aspetto dell'elaborazione di Fidel Castro, suggerisco di leggere il libro edito anche in italiano “Fidel Castro, la mia fede” pubblicato e ristampato ben tre tre volte dalle edizioni Paoline. Il direttore di Jesus, Mons. Tarsia ha incontrato diverse volte Fidel Castro in preparazione del viaggio di Papa Woytila a Cuba.
Ma perchè proprio adesso La Repubblica si presta a queste operazioni di manipolazione mediatica e culturale verso Fidel Castro? “Ogni volta che un Papa va a Cuba si aprono polemiche di questo tipo che cercano di demonizzare Cuba anche quando non c'è motivo. Il governo cubano ha avuto sempre grande rispetto per le religioni, inclusa quella cattolica che è maggioritaria – ma non esclusiva – tra i credenti a Cuba” spiega il prof. Vasapollo “Personalmente ho incontrato decine di comunisti e compagni cubani che sono cristiani, alcuni cattolici, altri protestanti o battisti, metodisti etc.”. Una constatazione, quella del prof. Vasapollo, che possiamo confermare avendo incontrato in Italia e a Cuba anche gli esponenti del Cec (il Consiglio Ecumenico di Cuba) che coordina le varie chiese nell'isola, tra essi molti , oltre a straordinarie personalità come il reverendo e teologo Raul Suarez,  sono anche militanti o iscritti al partito comunista.
Secondo te quali aspettative ci sono sul prossimo viaggio del Papa a Cuba? “Recentemente Raul Castro ha ribadito che “attendiamo con grande rispetto e felicità il Papa a Cuba, come capo di stato e come capo della comunità cattolica”. Secondo il prof. Vasapollo il viaggio di Papa Ratzinger “rafforzerà le relazioni tra Cuba e il Vaticano e il popolo cubano parteciperà con orgoglio aegli eventi previsti per la visita del Pontefice”. Infine, ci tiene a sottolineare il prof. Vasapollo, occorrerebbe maggior cautela e rispetto quando si entra nella sfera privata anche di un personaggio pubblico e storico come Fidel Castro, una accortezza e una qualità che i giornalisti di Repubblica non sembrano dimostrare.

Sergio Cararo

tratto da www.contropiano.org

2 febbraio 2012

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Febbraio 2012 11:16

Copyright, la SOPA del Belpaese

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

Approvata la proposta d'emendamento al Decreto legislativo 70/2003 portata alla Camera dall'On. Fava. Gli hosting provider verrebbero obbligati a rimuovere i contenuti illeciti sulla semplice segnalazione di soggetti privati

censura_laptopRoma - A mostrare il segnale di via libera è stata la Commissione Politiche Comunitarie, che ha approvato la proposta d'emendamento al disegno di legge recante "disposizioni per l'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee - Legge comunitaria 2011".

Ovvero l'iniziativa presentata alla Camera dei Deputati dall'On. Gianni Fava (Lega Nord), per introdurre una nuova forma di responsabilità a carico dei cosiddetti hosting provider. Che verrebbero in sostanza obbligati a rimuovere determinati contenuti online sulla base delle richieste inviate "dai titolari dei diritti violati dall'attività o dall'informazione".

Apparirebbe una versione tricolore del famigerato Stop Online Piracy Act (SOPA), il disegno di legge anti-pirateria che tante proteste ha scatenato in terra statunitense. Al comma 1-b dell'Articolo 16 - Responsabilità nell'attività di memorizzazione di informazioni, Hosting - del Decreto legislativo 70/2003 verrebbe aggiunta una cruciale precisazione.

"Dopo le parole autorità competenti sono inserite le seguenti: o di qualunque soggetto interessato": spiegando meglio, gli hosting provider si ritroverebbero a dover rimuovere i contenuti illeciti non soltanto su segnalazione delle autorità competenti, ma anche di qualsiasi detentore dei diritti, ovvero un qualsiasi soggetto privato portatore di interessi.

"Si sta, per un verso, ipotizzando di privatizzare la giustizia consentendo a chiunque di ottenere la rimozione di un contenuto dallo spazio pubblico telematico senza neppure passare da un giudice, semplicemente minacciando un fornitore di hosting di un'eventuale azione di responsabilità", ha spiegato l'esperto Guido Scorza.

"Per altro verso, si sta subdolamente cercando di porre a carico dei fornitori di hosting un obbligo di sorveglianza in relazione ai contenuti pubblicati dagli utenti - ha continuato l'avvocato - trasformandoli in sceriffi della Rete, ruolo che non gli compete e che, come ormai universalmente accettato in ambito europeo, è bene non abbiano".

Mauro Vecchio

tratto da http://punto-informatico.it

21 gennaio 2012

AddThis Social Bookmark Button

La chiusura di Megavideo, opera dell'Fbi

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

megaupload_closedL'Fbi chiude Megavideo, sito di file sharing tra i più noti del mondo, e arresta in Nuova Zelanda il proprietario, che è cittadino tedesco e finlandese

Un bell'ingorgo di problemi giuridici transnazionali che gli Stati Uniti, con l'abituale attitudine imperiale, ha bypassato procedendo all'arresto per proprio conto.

Ci sarebbe da chiedersi che c'entra la sicurezza degli Stati Uniti con lo scambio gratuito di film o file musicali tra privati cittadini. Ma sarebe da ingenui: la sicurezza degli Usa è la certezza del profito delle sue multinazionali. Niente altro,

Ci sarebbe pure da eccepire che, in effetti, "dal punto di vista del consumatore" - sempre chiamato in causa quando bisogna reprimere uno sciopero o un diritto dei lavoratori, o quando si vuole privatizzare un servizio pubblico - è molto preferibile lo scambio gratuito usa-e-getta piuttosto che l'acquisto oneroso. Ma chissenefrega del consumatore, rispondono le major: se ha i soldi, paga e guarda il film, altrimenti ciccia! tratto da www.contropiano.org

Link: Anonymous “vendica” MegaUpload tramite un link maligno

Link: Chi ha paura di Megavideo?

Link: La proprietà è una cosa antica. E' l'accesso che fa i profitti

***

Cosa significa la chiusura di Megavideo nel mondo della rete

E’ stata l’Fbi ha decretare la chiusura di Megavideo.com e Megaupload.com, dove gli utenti conservano file di dimensioni troppo grandi da mandare via mail e li condividono in via riservati, arrestando il fondatore, Kim Schmitz, più noto come Kim DotCom e altri tre manager della società.

L’accusa è di aver inflitto un danno di 500 milioni di dollari per mancati profitti ai detentori dei copyright e ora gli indagati rischiano 50 anni di carcere. L’arresto del fondatore è avvenuto in Nuova Zelanda, una delle due residenze di Kim Schmitz che ha doppia cittadinanza tedesca e finlandese. Le accuse per lui sono di pirateria e riciclaggio di denaro.

Ma subito si è scatenata la protesta in rete e a sostegno del sito sono intervenuti gli hacker legati ad Anonymous che hanno bloccato i siti del dipartimento di Giustizia statunitense e delle grandi major musicali e cinematografiche.

La chiusura di Megavideo è il primo atto di una battaglia in corso negli States sul web, dove il Congresso sta dibattendo sul Sopa, la legge contro la pirateria online e che nei giorni scorsi aveva già provocato la protesta di Wikipedia e altri siti americani, fra cui Google, Yahoo, Facebook e Twitter.

Nonostante la chiusura, Megavideo ha già tentato di tornare ‘all’attacco’ con un nuovo dominio Megavideo.bz. Il sito web all’indirizzo megavideo.bz è stato, però, segnalato come sito di phishing, siti che inducono gli utenti a rivelare informazioni personali e finanziarie, spacciandosi spesso per istituzioni affidabili, come delle banche, prosegue il messaggio.

tratto da Business online

***

Anonymous rivendica gli attacchi dopo la chiusura di Megaupload.com

WASHINGTON - Gli hacker di Anonymous hanno rivendicato gli attacchi informatici a diversi siti americani, tra cui quelli del Dipartimento di Giustizia Usa e dell'Fbi, per rappresaglia alla chiusura del sito Megaupload.com, ordinata ieri dalle autorità americane per violazione del diritto di autore.
Su un blog, il collettivo di hacker ha scritto: «Noi di Anonymous abbiamo lanciando il nostro più grande attacco contro i siti governativi e dell'industria discografica». Oltre ai siti dell'Fbi e del Dipartimento della Giustizia sono stati attaccati anche quelli dell'Associazione dei discografici americani (RIAA) e della Universal Music. Gli hacker hanno affermato di aver preso di mira anche il sito della Casa Bianca e quello dell'autorità francese per la protezione delle opere d'arte su internet (Hadopi), precisando su uno dei loro account Twitter che oltre 5.600 persone hanno partecipato all'attacco.

«La giornata di ieri è stata epica», ha scritto Anonymous, già responsabile in passato di attacchi ai siti di Visa, MasterCard e della società di pagamento PayPal, in risposta alla decisione di bloccare i versamenti al sito WikiLeaks.

tratto da Diariodelweb

***

La proprietà è roba antica. È l'accesso che fa profitti
Megaupload era l'ultimo segreto di Pulcinella del web. Un sito nato alcuni anni fa per consentire l'archiviazione e lo scambio di file di grandi dimensioni attaverso la Rete, si era trasformato silenziosamente ma inesorabilmente in una specie di Paradiso del download: una quantità inimmaginabile di musica, cinema, telefilm, libri, persino giornali, disponibile al prezzo di pochi click a un qualsiasi utente in ogni parte del mondo, nemmeno troppo esperto.
Mettiamola così: uscire a comprare un disco, andare al cinema, attendere che la tv della propria nazione acquistasse, doppiasse e mandasse in onda una serie di telefilm americani, sono gesti che appartengono a un passato nemmeno troppo lontano ma che ormai appare irrecuperabile, se non come nostalgia un po' snob. Si calcola che 50 milioni di utenti usassero ogni giorno Megaupload. A vederla dal loro punto di vista (e dal nostro), le conseguenze dell'esistenza di una simile cornucopia di suoni e immagini sulla cultura planetaria, l'estetica, la memoria, l'immaginario, sono ancora difficili da immaginare.
Con un'operazione senza precedenti l'altra sera l'Fbi ha chiuso Megaupload, coivolgendo le polizie di otto paesi, da Hong Kong al Canada. Le accuse a fondatori e gestori del sito ruotano attorno alla tragressione delle leggi sul diritto d'autore. Così, la guerra mondiale che da tempo oppone le grandi industrie della comunicazione (Hollywood, le case discografiche, insomma le major o quel che ne rimasto) e la Rete ha segnato un punto a favore delle prime. Seppure la coincidenza venga smentita dell'Fbi non si può dimenticare che il giorno prima la Rete aveva dato vita a un vero e proprio sciopero contro le leggi a difesa del copyright in discussione al Congresso americano.
E' una guerra senza fine, dura e incarognita, che dura da almeno dieci-quindici anni. Ma ancora, se la prendiamo dal punto di vista dell'utente, la notizia «buona» è che esistono almeno un centinaio di Megaupload nella Rete, e che sono ancora in funzione. Anche stasera un ragazzetto di Reggio Calabria potrà scaricarsi il disco nuovissimo della band straindipendente di Portland. O una signora di Varese dopo una giornata di lavoro si vedrà l'ultima puntata del telefilm americano trasmessa solo ieri dalla tv di quel paese. Non stiamo parlando di hacker col piercing al naso, e gli occhi stravolti dalla notti passate davanti al pc. Parliamo di noi.
E' davvero una buona notizia? Ci sono mille e una obiezioni al tentativo delle major della comunicazione di tenere in piedi il modello di business che - in buona sostanza - le ha fatte prosperare per tutto il secolo scorso. E cioè pretendere che gli oggetti culturali non possano circolare «liberamente», anche dopo averne pagato il prezzo. Un prezzo, quasi sempre, fuori da ogni logica di mercato. Ugualmente, c'è una specie di positivo fatalismo internettiano che ci ha abituato ad attendere con fiducia la prossima mossa della Rete in questa strana guerra, certi che sarebbe stata vincente. Dieci anni fa si scaricava da Napster. Poi, finito Napster sono arrivati i peer-to-peer come Limewire e Emule. Megaupload e i suoi fratelli venivano subito dopo che le leggi (come l'Hadopi francese) sconsigliavano di condividere troppi file contenuti nella memoria del proprio pc.
Il modello di business delle major è finito, non ha più senso. Affidare alle stesse major il compito di farci entrare nel futuro della comunicazione e della cultura non ha senso, se non altro per quel briciolo di punk, fai-da-te, di cybercomunismo che è rimasto conficcato nella cultura del Rete, pure quella rispettabile di oggi. A proposito, la figura dell'inventore di Megaupload, Kim Schmitz detto Dotcom, un ex hacker tedesco che appare nelle foto come specie di villain ciccione da cinema, col garage pieno di Rolls Royce, uno che si era comprato coi soldini di chi voleva migliori prestazioni dal sito la villa più bella e costosa di Auckland, non è altrettanto inquietante? D'accordo, la cultura fa paura, la cultura può e sa essere sovversiva, e nulla da dire sull'attacco di Anonymous ai siti dei responsabili del blitz dell'altra sera. Ma siamo davvero certi di affidare il futuro delle forme culturali planetarie a figure del genere?
Operazioni come dell'Fbi l'altra notte servono soltanto a incrudelire una guerra che le major hanno perduto da un pezzo. La questione vera è un'altra: vincerà la sfida tra vecchia comunicazione e Rete chi riuscirà a trovarne un nuovo modello di business. Che salvaguardi i diritti d'autore (come ha detto una volta Pete Townshend degli Who: «a quelli che scaricano i miei pezzi gratuitamente direi allora vieni a rubarmi in casa, fai prima!»), ma salvaguardi anche quelli degli utenti, non chiuda insomma la cornucopia della Rete perchè indietro non si può tornare. Esempi ce ne sono. L'I-tunes di Steve Jobs ha dimostrato che è possibile scaricare contenuti protetti da copyright a prezzi ragionevoli.Youtube e i cosiddetti sistemi di clouding come Spotify - che saranno se tutto va male il prossimo futuro in fatto di accesso ai contenuti - non richiedono neppure di memorizzare il file nel proprio computer (non si «ruba» niente, infine), siti di vendita diretta on line al pubblico come Bandcamp, sono l'ultimo grido in fatto di produzioni indipendenti.

Alberto Piccinini

tratto da "Il Manifesto"
21 gennaio 2012
AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Gennaio 2012 12:35

Battono in ritirata le lobby del copyright. Netwar ultimo atto?

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

sopa_e_pipa_protest«SOPA e PIPA minerebbero l'architettura fondamentale di Internet» ha detto il professor James Boyle della Duke University. Ed ha certamente ragione. Non a caso ieri Massimo Gaggi sul Corriere della Sera segnalava l'ironia dei quotidiani cinesi sulla realizzazione delle barriere censorie che l'approvazione di queste leggi comporterebbe. C'è poco da stare allegri a dirla tutta. Se per qualche (improbabile) motivo lo Stop Piracy Online Act ed il Protect IP Act andassero in porto, pur nelle loro versioni edulcorate rispetto a quelle inizialmente proposte alla Camera ed al Senato statunitensi, assisteremmo ad un progressivo stravolgimento di Internet per come fino ad oggi l'abbiamo conosciuta in Occidente.

L'identità di Internet – ormai dovremmo saperlo – è qualcosa di contingente e la trasformazione dei suoi connotati principali (come appunto l'architettura) è in grado di alterare le pratiche di comunicazione sociale che la attraversano.

E allora? Allora le battaglie contro SOPA e PIPA sono battaglie giustissime, sacrosante, da vincere assolutamente. Almeno in una prospettiva tattica. Ma per favore non raccontiamoci che si tratta di battaglie per la libertà di parola e tanto meno per mantenere quelle condizioni di apertura che hanno reso Internet la più grande agorà nella storia dell'umanità. Il rischio è di passare dalla padella alla brace senza nemmeno rendersene conto.

Jimmy Wales l'aveva detto: «Dobbiamo mandare un grande messaggio a Washington». E così è stato. 24 ore di shutdown, l'adesione di migliaia di siti (alcuni dei quali popolarissimi) ed il sostegno di molti firmatari delle leggi si è vaporizzato. Ma chi ha davvero gettato benzina sul fuoco del primo “sciopero del Web” non sono stati né Wikipedia, né le migliaia di blogger che pure hanno genuinamente aderito all'iniziativa, ma le grandi internet companies come Google, Facebook, Yahoo, Twitter ed Ebay. Senza la pressione esercitata delle grandi aziende dell'ICT c'è da dubitare che la riuscita del blackout avrebbe provocato ricadute altrettanto nette. Difficile però associare tali aziende a concetti come libertà di espressione o Open Internet. Non che i loro dirimpettai, le major della discografia e della cinematografia di Hollywood, presentino credenziali migliori – non si contano ormai più i tentativi, vuoi legislativi, vuoi repressivi, vuoi di carattere tecnologico, di imporre una qualche forma di controllo alla rete per perpetuare la loro rendita di posizione parassitaria – ma i giganti del web 2.0 che oggi affermano di essere per la rete aperta e per la libertà di parola sono i medesimi che già da tempo amministrano intere porzioni di Internet come autorità assolute in mondi chiusi.

Anche tralasciando pietosamente la presenza di Microsoft nella “coalizione dei volenterosi” schieratisi contro l'asse del male che minaccia la libertà di Internet, altri vistosi dettagli non possono non saltare all'occhio. Che dire per esempio dell'appoggio di Amazon alla lotta contro SOPA – giustamente considerata una legge in grado di mettere in pericolo le attività di whistleblowing – vista la posizione tenuta dalla compagnia di Jeff Bezos poco più di un anno fa in occasione dell'affondamento del network di Wikileaks in pieno Cablegate? Come è possibile considerare garanti dei diritti digitali Google o Facebook, compagnie che stanno costruendo veri e propri “walled garden”, ambienti a tenuta stagna separati dal resto della rete? Aziende i cui amministratori oltretutto praticano quotidianamente uno stillicidio di profili politicamente scomodi, o anche solo non attinenti alle loro volubili e capricciose policy.

«Metterti le penne nel culo» diceva Tyler Durdeen in Fight Club «non fa di te una gallina». E per quanto i giganti dell'ICT si sforzino di farsi passare per i difensori della novella biblioteca di Alessandria, la verità è un'altra. E cioè che Google e Facebook oggi non chiamano alle armi in difesa della libertà di parola ma di un preciso modello di business. Il loro. L'alternativa in gioco non è genericamente tra libertà e censura, ma tra modi, antitetici di intendere il mercato dell'informazione. Lo scontro è tra chi vorrebbe proteggere i prodotti intellettuali, secondo una logica obsoleta ed a caro prezzo, e chi li vorrebbe veder circolare liberamente per alimentare la redditizia cooptazione della creatività delle reti sociali. Uno scontro politico oltre che economico perché in un mondo di user-generated-content, dove il linguaggio è fatto dal remix di oggetti culturali preesistenti, decidere della legittimità di un contenuto significa avere il potere di intervenire sulle reti di comunicazione. Ma è un potere questo che Google e soci esercitano già a briglie sciolte nei loro ecosistemi informativi privati e di cui vogliono mantenere l'esclusività, senza doverlo spartire con nessuno, forti come sono della centralità loro servizi web. Non solo nella geografia di Internet. Ma anche dell'odierna comunicazione sociale, di cui essi sono a pieno titolo elementi costitutivi.

La battaglia contro le leggi firmate da Lamar S. Smith è stato l'ennesimo scontro di potere in una Netwar cominciata con la guerra contro Pirate Bay e declinata in diversi scenari locali (come la vicenda Google vs Vividown in Italia). La posta in palio è il mercato dell'informazione e le sue regole, oggi scritte da nuovi attori che hanno definitivamente spodestato quelli di un tempo. Non c'è più spazio per le vecchie cariatidi come Rupert Murdoch, il massimo campione e supporter d'eccezione di SOPA e PIPA. Quello che ha portato Myspace al fallimento quando era sulla cresta dell'onda ed incamerava miliardi. Quello scagliatosi contro la gratuità dei quotidiani on-line. Quello della scandalo “News of the world”. Quello che, nonostante le operazioni cosmetiche confezionate a botte di 140 caratteri, rimane l'incarnazione vivente della linea dura delle major dell'entartainement fatta di 10 anni di terrorismo mediatico, difesa di posizioni parassitarie e processi kafkiani a centinaia di utenti dei network P2P. Quello che, di fronte al fuggi fuggi di quanti hanno ritirato frettolosamente il loro appoggio alle famigerate leggi – pena una perdita di consenso in vista delle presidenziali di novembre – non ha potuto far altro che commentare con un laconico «Politicians all the same».

Già. Le elezioni presidenziali. Perché la battaglia contro SOPA e PIPA ne è stata una tappa importante, come dimostrato dalla minaccia di veto sventolata da Barack Obama qualora queste andassero in porto. Una posizione che non è un semplice favore ai big della Silicon Valley. Vero, i pezzi grossi dell'ICT son ormai radicati in pianta stabile a Washington (ed in particolare al tavolo del Dipartimento di Stato). Ma è altrettanto vero che storicamente i democratici hanno sempre avuto legami fortissimi con i gruppi di interesse del mondo dell'industria audiovisiva. Inoltre tanto S.Francisco che Los Angeles sono pezzi fondamentali del soft power USA. Ma le parole dello sconfitto John P. Feehery, lobbista della MPAA, lasciano però spazio a pochi dubbi. L'industria dei contenuti non sa come parlare alla gente mentre le internet companies riescono a mobilitare le persone in modi che gli studios non saprebbero nemmeno immaginare. Lo “sciopero di Internet” del 18 gennaio l'ha dimostrato chiaramente. Mai Obama avrebbe avallato una legge che rischiava di mettere i bastoni tra le ruote ad aziende tanto potenti ed in grado di influenzare così profondamente l'opinione pubblica mondiale. Mai si sarebbe preso la responsabilità di causare una deriva negativa nella vita in rete, facendo infuriare milioni di persone, molte delle quali elettori statunitensi. Le possibili ripercussioni sulla sua campagna elettorale si possono solo immaginare. Obama non ha fatto nessun piacere a Google&Co. Semplicemente, in questo momento, li teme.

Piegata una delle lobby più ricche dell'industria statunitense, intimidito “l'uomo più potente del mondo”, alle internet companies non restano da vincere che un pugno di battaglie per poter sacrificare quella stessa libertà di espressione che oggi sostengono di difendere. Mancano alla lista la causa intentata alla UE contro Google per abuso di posizione dominante e sopratutto il dissolvimento della Net Neutrality, pronta a lasciare il passo ad un nuovo grand design della rete, ricalcato sulle ragioni imposte dal mercato. Al varco ci attende un' Internet a doppia velocità, una per ricchi ed una per i poveri. Come dicevamo in apertura, l'architettura conta.

Mentre scriviamo giunge notizia del sequestro operato dall'FBI contro Megaupload e Megavideo, due tra i più visitati siti in tutto il mondo. Un'operazione repressiva dalle ricadute di portata planetaria che, indipendentemente da qualsiasi impulso sia partita, rafforzerà l'opposizione ai tanto discussi disegni di legge. In pochi minuti Anonymous ha affondato i siti di tutte le lobby dell'industria dell'entertainement statunitense, #megaupload è in trending topic su Twitter mentre su Facebook fioccano i gruppi che si propongono di salvare Megavideo. Vedremo poi se nei prossimi giorni Kim Schmitz, il fondatore dei siti in questione, verrà proclamato beato martire sacrificatosi per la libertà di parola (e certo per i congrui profitti derivati dall'aver abbracciato la causa).

Quella contro SOPA è stata una vittoria? Potrebbe esserlo. Se e solo se il 99% avrà la capacità di trasformare una battaglia contro l'oscurantismo in una battaglia contro il capitalismo digitale, immaginando modi di far entrare in sciopero permanente (come decidiamo noi, non come vuole Google) la nostra comunicazione nei confronti della governance globale dell'informazione.

InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

21 gennaio 2012

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Domenica 22 Gennaio 2012 15:18

Che i livornesi non vedano. Rimosso il video della seduta sospesa in Consiglio comunale

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 11
ScarsoOttimo 

delcoronaLa seduta di lunedì 16, che ha provocato tensioni con gli altri comuni della costa e con Pisa, è stata rimossa dal sito del Comune di Livorno.

Era già diventato un cult, giravano email che segnalavano i minuti dove si poteva trovare questo o quell'episodio, si scambiavano sms di commento. Stiamo parlando del primo video, nella storia di Livorno, veramente seguito dalla cittadinanza riguardante una sessione di Consiglio comunale. Qualcuno stava anche pensando di farci una selezione per Youtube.
Ora il video è stato rimosso. Per timore di frizioni con il Comune di Pisa, a causa di dichiarazioni presenti nel video, e anche per far sparire uno strumento di delegittimazione non solo di una maggioranza ma di un intero Consiglio. Perché, e con il semplice strumento delle videocamere in diretta, l'assoluta insufficienza programmatica e politica di un intero consiglio, salvo rare eccezioni, si è fatta spettacolo.
Siccome per il Comune la popolazione non conta, escluso il giorno in cui deve essere trasferito il potere al consiglio tramite le elezioni, si è pensato bene di rimuovere la prova del naufragio nel ridicolo (parola dello stesso sindaco) di una maggioranza. Ma non è rimuovendo un video che si cancella la sensazione che ormai ha tutta la città: alla tolda di comando di Livorno c'è una collezione di improbabili. Non c'è però da dubitarne. Come a settembre avevamo scritto che la crisi della maggioranza in Comune non era affatto risolta, anche stavolta il pronostico è facile: lo spettacolo migliore deve ancora venire.
Peccato che la cornice di pubblico, cioè noi, sarebbe interessata a soluzioni serie e concrete non ad assessori che sbraitano "mi dia del lei" come nelle discussioni tra invitati ai ricevimenti quando qualcosa va storto. Per poi aggiungere, rivolto ad un consigliere della stessa maggioranza presidente della commissione ambiente, "quando parli con me sciacquati la bocca con l'acido muriatico". A sottolineare, con battute persino più logore della stessa maggioranza, il clima e il livello di dialettica politica del centrosinistra livornese.
L'immagine, ormai rimossa, più significativa della miglior diretta video del consiglio comunale riguarda però i livonesi. Rappresentati in questo caso da un gruppo di lavoratori della Cooplat, che rischiano la disoccupazione, che guardano attoniti uno spettacolo lunare. (red)

(In foto: il consigliere Vladimiro Del Corona (Pd) tenta di aggredire il collega Andrea Romano (Idv) ma viene trattenuto. Ciò è avvenuto al termine della seduta consiliare di martedì 17 gennaio).

18 gennaio 2012

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Mercoledì 18 Gennaio 2012 20:13

Pagina 1 di 58