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COMUNICAZIONE E MEDIA

I cellulari provocano il cancro

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cellulare_stopQuasi tutto quello che compriamo si porta dietro una serie di avvertimenti e suggerimenti precauzionali “per la sicurezza del consumatore”. Dal cibo fino ai semplici sacchetti di plastica (non sono un giocattolo, rischio di soffocamento) sembra che gran parte di quello che compriamo sia potenzialmente pericoloso, tanto da rendere necessarie avvertenze che sfidano l'ovvio (“non ingerire” c'è scritto anche sui cuscinetti a sfera d'acciaio).

Poi quando si arriva a certi oggetti di consumo, le cautele evaporano. È successo a lungo per le sigarette, per le auto, succede ora per i telefoni cellulari e i dispositivi wireless in generale. Dispositivi che hanno un mercato enorme, destinato a essere sempre più importante nei decenni a venire. Eppure se i cellulari provocano un'incidenza di gravi malattie appena statisticamente rilevante, questi diventano necessariamente milioni di casi nel mondo, non esattamente un caso “raro”.

Dopo venticinque anni dall'introduzione sul mercato dei cellulari si dice che non esiste ancora uno studio epidemiologico sugli effetti dell'uso dei cellulari sulla salute. Un'assenza clamorosa, se si pensa che, oltre a un lungo lasso di tempo, sono a disposizione circa quattro miliardi di utenti di cui si conosce tutto, dall'età al sesso, fino alle abitudini d'uso del terminale e agli spostamenti.
Nonostante questa mancanza sospetta, molti - scienziati - hanno dichiarato che i cellulari non sono dannosi per la salute e non provocano tumori: semmai, i cellulari sono pericolosi alla guida.

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AffondeRai

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rai_cavalloTalk show sì, talk show no? In uno stato democratico e di diritto la risposta sorgerebbe spontanea. L’Italia, invece, non sembra rientrare pienamente in questa categoria, e il dubbio continua a correre in viale Mazzini. Anzi, più che di dubbio dovrebbe parlarsi di certezza. È di ieri, infatti, la decisione del consiglio di amministrazione della Rai, che ha confermato la sospensione dei talk show politici sulla tv pubblica fino alle prossime elezioni regionali, demandando la decisione alla commissione di Vigilanza. In seguito al ricorso di Sky e La7 contro il regolamento dell'Autorità di garanzia nel periodo della campagna elettorale, il Tar, venerdì scorso, aveva emesso una sentenza pronunciando la sua contrarietà alla decisione assunta dall’Agcom.

Il cda Rai, riunitosi ieri, ha però stabilito che “alla luce delle ordinanze del Tar, in relazione alla regolamentazione in materia di informazione e comunicazione politica in periodo elettorale, il Consiglio di Amministrazione della Rai, dopo un ampio dibattito, ha approvato a maggioranza la delibera con la quale - recita la nota di viale Mazzini - ha dato mandato al Direttore Generale di acquisire al più presto dalla Commissione Parlamentare per l'Indirizzo Generale e la Vigilanza dei Servizi Radiotelevisivi le valutazioni di competenza, cui la Rai dovrà adeguarsi”. Cinque a quattro e serranda ancora abbassata. Problema, invece, non sorge per le emittenti private.

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Associazione Aut Aut, nasce il nuovo sito

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logo_AUTAUT_webÈ giunto il momento! Dopo tre anni di utilizzo, il qui presente blog lascia spazio ad un nuovo sito, ad una nuova veste grafica. Non staremo a fare troppi discorsi, probabilmente non c’è nessuna grande evoluzione in corso, nessun salto di categoria. Come al solito, invece, inizieremo pian piano ad utilizzare semplicemente un nuovo mezzo per veicolare il nostro progetto.
Partiremo da una versione “beta” che subirà nel tempo modifiche, aggiornamenti, cambiamenti di ogni sorta, in itinere.
Come sempre i primi tempi faremo fatica, ma alla fine lasceremo che il mezzo che utilizziamo si plasmi al meglio attorno alle nostre esigenze, in costante evoluzione.
Il perché di questo cambiamento è semplice: al giorno d’oggi abbiamo scoperto che gli strumenti che ti offre la rete riescono a farti gestire un sito esattamente come un blog, e allora che sito sia.
In questo modo avremo più possibilità grafiche e strumenti a disposizione. Certo, ci dispiace lasciare così noblogs. Con lui siamo cresciuti, abbiamo imparato un po’ di grammatica html, css. Noblogs ci ha dato grandi possibilità nonostante le nostre poche capacità informatiche, e tutto questo a titolo totalmente gratuito, senza mai chiederci niente in cambio e con l’assistenza, tramite forum, di chi come noi ha imparato passo passo a gestire tale piattaforma.

Ora è giunto il momento di cambiare. Ci piace dire che ancora una volta lo facciamo con le sole nostre forze e l’aiuto di un amico in più che si è aggiunto al progetto. La struttura del sito che troverete da oggi in poi, all’indirizzo autautpisa.it, è ancora poco collaudata, in via di miglioramento e potrebbe diventare perciò tutt’altra cosa tra meno di un mese.
Questo non perchè ci piaccia essere imprevedibili, ma perché cambiamo spesso idea e difficilmente ci accontentiamo dei risultati.
Il lavoro che continueremo a fare sarà più o meno lo stesso, anche se partiranno a breve nuove collaborazioni che arricchiranno il progetto.
Pochi giorni fa, durante un’iniziativa, uno di noi descriveva così il nostro progetto:

Credo che per spiegare cos’è l’Associazione Aut Aut, sia fondamentale spiegare chi è che la compone: siamo un gruppo di studenti, studenti-lavoratori precari o solo precari che provengono da diverse esperienze di lotta politica e che stanchi di subire passivamente il totale asservimento dei mass media ai poteri forti di turno, hanno deciso di lavorare sul tema della contro-informazione.
A primo impatto il termine contro-informazione risulta altrettanto vuoto e abusato del termine mass-media. Tenterò di spiegare dunque il modo esatto in cui i componenti dell’associazione intendono questo termine.
Cominciamo col dire che nessuno di noi è un giornalista, né pretende di esserlo. Essere un giornalista significa avere tempo, e soprattutto energie mentali e materiali. Tutte cose che persone che si devono fare in quattro tra lavoro, studio e impegno politico non hanno, né cercano. Avere energie materiali per fare giornalismo, significa infatti vendere e vendere significa lavorare alla creazione di un prodotto che sia spendibile sul mercato. Ciò non significa che secondo noi un giornalista non possa, per definizione, fare contro-informazione, ma solo che non è questo il ruolo che ci siamo ritagliati.
Per noi fare contro informazione significa partire da noi stessi, dalla nostra posizione, dalla nostra vita di lavoratori, studenti, militanti. Significa raccontare ciò che ci succede, ciò che ci sta intorno, ciò che ci colpisce, che ci fa arrabbiare, che ci spaventa. E soprattutto significa farlo rinunciando in partenza a una neutralità che crediamo sia impossibile raggiungere. Pensiamo infatti che non esistano fatti nudi che, come se ci si trovasse in un laboratorio, è possibile isolare e analizzare e per questo cerchiamo di rendere il nostro essere schierati – e l’esserlo esplicitamente – garanzia di onestà. Pensiamo poi che la contro-informazione non tocchi esclusivamente l’aspetto formale del fare infomazione.
Crediamo infatti, e in questo ci riallacciamo ad una lunga tradizione, che compito di chi fa contro-informazione sia far emergere quelle che un fumetto che tra poco presenteremo definisce perfettamente con l’espressione “zone del silenzio”. Cosa sono le zone del silenzio? Sono tutti quei luoghi in cui l’informazione ufficiale non arriva e non è mai arrivata: sono le carceri, i C.I.E, sono i luoghi di lavoro in cui si muore, sono le mura domestiche in cui si subiscono violenze e umiliazioni, sono i campi di Rosarno. Sono tutti quei luoghi che vengono sistematicamente tagliati fuori dal moderno imperativo della visibilità. Attraverso il sito, attraverso iniziative editoriali, attraverso altre iniziative, cerchiamo di far parlare le zone dal silenzio, dando loro voce quando non ce l’hanno, e rivendicando le loro ragioni quando la loro voce è distorta.


Penso che questo sia quello che siamo.

Da oggi in poi continuate a seguirci su:

www.autaut.pisa.it

 

tratto da associazione culturale aut-aut,

17 marzo 2010

 

 

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Marzo 2010 14:18

Lessig, la Rete, il bene e il male

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Il professore di Stanford parla alla Camera dei Deputati. E presenta la sua idea su come andrebbe accolta Internet nelle vite di tutti. Peccato solo che il suo messaggio non venga recepito, non da tutti almenoIl professore di Stanford parla alla Camera dei Deputati. E presenta la sua idea su come andrebbe accolta Internet nelle vite di tutti. Peccato solo che il suo messaggio non venga recepito, non da tutti almeno
internetRoma - C'era il pienone nella Sala della Regina a Montecitorio: i commessi della Camera dei Deputati erano perplessi, colpiti dalla fila formatasi all'ingresso del palazzo romano, erano colpiti dall'affluenza di un convegno come se ne sono visti tanti nei saloni del Parlamento romano. Potere della Rete: è finita che una manifestazione probabilmente pensata per un centinaio di persone al massimo ha prodotto il più classico degli overbooking, con gente rimasta in piedi, gente rimasta fuori, gente innervosita dalla fila e dai soliti furbi. Ma anche un piccolo buco organizzativo la dice lunga sul significato che Internet ha per molti cittadini italiani.

Lawrence Lessig, ospite d'onore chiamato a parlare della candidatura al Nobel per la Pace di Internet e introdotto da niente di meno che il presidente della Camera Gianfranco Fini, non ha deluso: il suo intervento, come sempre molto originale e molto curato (le diapositive che contenevano schermate raccolte dal Web erano aggiornate a poche ore prima), ha dipinto un quadro estremamente lucido e uno scenario estremamente preciso della situazione della Rete nel mondo, del problema regolamentare che coinvolge molte nazioni, dei fattori critici che fanno oggi di Internet un campo di battaglia per ridefinire molte delle questioni critiche che riguardano società e affari, del fatto che oggi Internet ancora non sia un'entità totalmente definita e compiuta.
L'ipotesi di Lessig, che risulta davvero difficile riassumere e liquidare in poche parole, riguarda la distanza tra le posizioni dei contendenti: secondo il professore, su Internet si ripropone il sempre attuale confronto generazionale tra chi il Web lo vede come uno strumento e chi invece lo percepisce come una minaccia. Da perfetto liberista, Lessig ricorda che non è lo strumento a fare la differenza, ma come lo si utilizza: e se è vero che per molti individui la Rete ha costituito uno strumento insostituibile per avviare una comunicazione altrimenti impossibile, per raccogliere e distribuire informazioni altrimenti imprigionate negli schedari di qualche ministero, per informarsi e informare su fatti più o meno noti, è altrettanto vero che lo stesso strumento ha posto dei problemi sul piano economico, sociale, legislativo.

E, da perfetto liberista, Lessig non propone soluzioni: si limita a indicare a noi tutti quale siano le reali problematiche sul tappeto, invitando a non inscenare crociate opportunistiche, a non permettere agli estremisti di controllare il dibattito. Occorre smetterla di "legiferare per noi", dove per "noi" si intende coloro che tendono a voler conservare lo status quo della società e dell'industria, e cominciare considerare il fatto che tra 10 anni il panorama sarà dominato (numericamente e socialmente) da coloro che oggi sono considerati le pecore nere, i dissidenti, gli estremisti che ripongono troppe speranze nel futuro. Internet è, secondo Lessig, "uno strumento in grado di generare innovazioni impreviste e sconosciute": non "libertà", "innovazioni", e sarà bene tener conto di questa differenza.

Internet, proprio come l'energia atomica, la polvere da sparo, la stampa e qualunque altra tecnologia sviluppata dall'uomo, è vincolata nel suo utilizzo alla natura del suo creatore/utilizzatore: se chi usa Internet lo fa per il bene, Internet produrrà il bene; e, viceversa, se lo fa per il male, il risultato sarà senz'altro negativo. Tornando alla pratica, gli esempi portati da Lessig sono tre: l'influenza della Rete su diritto d'autore, giornalismo e trasparenza. E, correttamente, il professore fa presente che non sarà semplicemente Internet a fornire le risposte alle problematiche sorte in questi tre settori, ma saranno le scelte che compiranno i cittadini e i loro rappresentanti a condizionare il destino futuro di questi tre capitoli.

In sostanza, l'approccio di Lessig è il seguente: se è vero che Internet promuove la creatività e la circolazione della cultura, promuove il fluire delle notizie e delle informazioni, promuove all'attenzione comune informazioni utili a giudicare l'operato dei governi, è altrettanto vero che il rovescio della medaglia si porta appresso problemi come la perdita economica dell'industria dell'intrattenimento, l'indebolimento dell'autorevolezza e della capacità investigativa dei giornali, il cinismo pregiudizievole nei confronti della politica.

Il professor Lessig butta sul campo queste considerazioni: non si può considerare Internet l'alternativa a qualsiasi altro argomento, Internet non può cancellare in un colpo solo la nostra storia e tradizione. Ma non si può neppure pensare di ignorare i cambiamenti che Internet ha apportato alla società, al mondo degli affari, a quello della cultura: la soluzione non arriverà (solo) dalle regolamentazioni governative, argomenta Lessig, e bisognerà tenerne conto. Tanto più che, lo ribadisce, Internet è qui per restarci: non si può cancellare questa tecnologia, come non si è potuta cancellare la stampa a caratteri mobili; si può solo criminalizzarla, finendo per acuire uno scontro generazionale che è destinato a "corrodere e corrompere" le regole della democrazia.
Internet va abbracciata, governo e cittadini devono impegnarsi a promuoverne gli aspetti positivi senza tentare di "combattere una guerra senza speranza" contro il cambiamento. "C'è bisogno di una governance matura e sana" conclude Lessig: peccato che, a seguire il suo intervento, si colga nella politica italiana molto poco di questa sanità e maturità auspicata. Non è questione di schieramento, è questione di comprensione: manca, da parte della classe dirigente italiana, una comprensione effettiva del fenomeno Rete come invece auspicato dal professor Lessig, e quanto ascoltato nelle due ore successive nel salone di Montecitorio ne è la prova.

Paolo Gentiloni, ex ministro delle Telecomunicazioni nella passata legislatura, attacca la criminalizzazione di Internet come ricettacolo della pedofilia e stigmatizza il filtraggio di interi domini: Massimo Mantellini ci ricorda che fu proprio lui, quando era in carica, a promuovere leggi ad hoc per entrambe le pratiche. Paolo Romani, attuale viceministro con delega alle Telecomunicazioni, fallisce nel comprendere appieno persino i meccanismi di filtraggio a posteriori di YouTube: interrogato sulla questione Vividown e sull'interpretazione del recente decreto che porta il suo nome, ribadisce l'intenzione di attribuire a Google la responsabilità per quanto transita sul suo portale di videosharing (in barba alla direttiva sul commercio elettronico).

Non c'è luce sui promessi 800 milioni di euro per la banda larga, pare solo di capire che lo scorporo della rete di Telecom Italia sia un'ipotesi ormai tramontata definitivamente, ma al momento non ci sono proposte alternative. WiMAX non pervenuto, ora il viceministro "ha sentito parlare da alcuni operatori di un'altra tecnologia chiamata LTE", che a suo dire potrebbe essere interessante. In ogni caso, nonostante all'inizio della giornata Lawrence Lessig avesse ribadito che l'equazione Internet uguale Economia fosse sbagliata e dannosa, si torna a parlare proprio di quello: ci sono interessi economici in gioco (anche sulla banda larga), e sembra che questo possa prevalere su ogni tipo di considerazione riguardante un bene superiore, i vantaggi che la Rete può portare all'umanità.
L'invito contenuto nelle parole di Lessig a pensare e legiferare e regolamentare riflettendo su come verremo giudicati dalle future generazioni, a tentare di guardare ai problemi con la sensibilità di chi pensa al futuro e non al presente (o peggio, al passato), si scontra con le considerazioni di chi ritiene che oggi vista la crisi non convenga investire nella banda larga: meglio tenere i promessi 800 milioni, nel frattempo lievitati a 864, in cassaforte, ci sarà tempo in futuro per investirli in quelle tecnologie che invece potrebbero svolgere un ruolo importante per accelerare e semplificare l'uscita dalla crisi.

La battuta finale spetta ancora a Lessig, che in quattro parole liquida in un sol colpo la staticità del sistema italiano: "Grazie per non avermi chiesto nome e cognome per collegarmi a Internet" ironizza il professore, che aveva colto nel corso del dibattito alcuni riferimenti all'unicum italiano che prevede l'identificazione anagrafica per navigare con una rete WiFi. Ma questo, secondo il viceministro Romani, è un problema del ministero dell'Interno (e quindi di sicurezza) e non suo: come se lo sviluppo economico del paese non dipendesse dall'apertura e dall'approccio che governo, leggi e regolamenti hanno nei confronti della tecnologia. Ovvero del progresso stesso.


Luca Annunziata

tratto da http://punto-informatico.it

14 marzo 2010

La Tv dell'Ayatollah

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minzolini_e_berlusconiChissà se in Iran l’Ayatollah Khamenei o il presidente Ahmadinejad utilizzano gli stessi metodo di Silvio Berlusconi. Che poi sono i metodi tradizionali del capo azienda piuttosto autoritario e prepotente. Le telefonate, intercettate casualmente dalla Guardia di Finanza in relazione a un’indagine disposta dalla magistratura di Trani sui tassi di interesse usurai delle carte di credito American Express, sono nette e inequivocabili. Si ascolta un presidente del Consiglio che chiede insistentemente, anzi ordina prepotentemente, al membro dell’Autorità garante delle Comunicazione (Agcom), Giancarlo Innocenzi di sospendere la trasmissione di Santoro, Annozero. Che arriva addirittura a prendersela con “Parla con me” di Serena Dandini per avere invitato in studio nientedimeno che Eugenio Scalfari e Ezio Mauro. Insomma, un vero e proprio Re che chiede la testa degli oppositori, emanda ordini ai propri scherani, si indigna se il proprio nome viene associato a qualsiasi critica. E ovviamente le risposte sono supine, non accennano alla minima obiezione. Anzi, Minzolini si agita per costruire la difesa d’ufficio del Capo e gli preconfeziona un’arringa su misura contro “le balle” di Spatuzza. Chissà quante altre ne sta preparando in questi giorni, dopo la recente “assoluzione di Mills” strillata nei titoli di testa. Innocenzi non fa che cercare di eseguire alla lettera gli ordini e solo il Direttore generale della Rai, Masi, sembra obiettare: “queste cose non succedono nemmeno nello Zimbabwe” (povero Zimbabwe). Uno scatto di dignità che probabilmente gli costerà caro.

Ultimo aggiornamento Sabato 13 Marzo 2010 10:29 Leggi tutto...

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