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COMUNICAZIONE E MEDIA

Arriva il partito della legalità

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Ispirato da Eugenio Scalfari, organizzato e diretto da Carlo Debenedetti, probabile capolista Roberto Saviano ancora recalcitrante ma disponibile a dare il suo imprimatur (non può certo sputare sul piatto dove mangia), scende in campo il partito della legalità.

legalit_poliziaUn po’ come la fine di Craxi coincise con il trionfo postumo del craxismo, il tramonto di Berlusconi ci sta lasciando in eredità molte cose del berlusconismo e del suo modello speculare, l’antiberlusconismo. Prendiamo un esempio: il tracollo elettorale del Pdl nelle recenti amministrative non sta affatto provocando l’uscita di scena del partito-azienda. Al contrario assistiamo al moltiplicarsi di questo modello d’organizzazione diretta degli interessi più influenti della borghesia imprenditoriale e finanziaria nella politica.


Mentre i ceti popolari scompaiono dalla politica attiva, grande borghesia, finanza, Confindustria e salotti scendono direttamente in politica moltiplicando i loro partiti-azienda

Accanto all’ipotesi del Partito dei produttori di Montezemolo, ai blocchi di partenza ormai da molto tempo, costruito anch’esso attorno ad un cuore aziendale, si annuncia l’arrivo del Partito di Repubblica camuffato da cartello della società civile. Mentre la formazione di Montezemolo si candida a colmare il vuoto che il declino del berlusconismo rischia di lasciare dietro di sé, il Partito di Repubblica mira paradossalmente a tenere in vita l’esperienza dell’antiberlusconismo riproducendone il calco speculare. Da diversi anni ormai il richiamo alla società civile è diventato lo schermo dietro il quale si cela, nella gran parte dei casi, la discesa in campo dei poteri forti, dei grandi salotti, dei miliardari, senza dover più ricorrere al tradizionale ruolo di mediazione e filtro dei tradizionali professionisti della politica di cui parlava Weber (relegati nel migliore dei casi al ruolo di gregari o yesmen).


La repressione emancipatrice leit-motiv del partito promosso dal gruppo editorial-fianziario di Carlo Debenedetti

L’arrivo di una lista ispirata dal duo De Benedetti-Scalfari è data per certa. Ad anticipare questa mossa era stato lo stesso Eugenio Scalfari in un editoriale apparso su Repubblica del 13 maggio scorso. A dire il vero, in quella circostanza, l’ex fondatore di Repubblica aveva condizionato la formazione di «una lista civica apparentata con il Pd e rappresentativa del principio di legalità» alla permanenza del “porcellum”, il sistema elettorale attualmente in vigore. Per Scalfari il tema della legalità, di sarebbe «urgente bisogno», deve essere il tema ideologico dirimente di questa nuova formazione  per combattere «la corruzione, le mafie, le oligarchie corporative nella pubblica amministrazione, l’evasione fiscale e la legalità costituzionale» (manca ovviamente qualsiasi riferimento alle illegalità della finanza internazionale, motore scatenante della crisi economica attuale).
Niente di nuovo dal pulpito di Repubblica che da decenni ha fatto della “repressione emancipatrice” la religione civile che ha permesso di mettere una pietra tombale sulla questione sociale.

Saviano capolista?

Il nuovo Partito della legalità – sempre secondo le parole del suo ispiratore – dovrebbe chiamare a raccolta «persone competenti e civilmente impegnate nella difesa di questi valori». Profilo nel quale molti hanno subito visto l’inconfondibile silhouette di Roberto Saviano.
Chiamato in causa l’autore di Gomorra si è subito precipitato a smentire la circostanza senza rinunciare alla sua consueta dose di vittimismo. Nella celebre rubrica dell’Espresso, che fu un tempo di Giorgio Bocca, Saviano ha attaccato quelli che fanno «disinformazione» annunciando sistematicamente la sua entrata in politica ogni qualvolta gli accade di mietere trionfali ascolti televisivi, nonostante le sue mediocri prestazioni. Gli autori di queste voci, ha spiegato con toni stizziti ma sempre meno convincenti (stavolta a tiralo in ballo è stato Scalfari mica i suoi avversari), sarebbero dei disonesti che attribuendogli l’intenzione di entrare in politica vorrebbero soltanto delegittimarlo, macchiandone l’illibatezza che gli verrebbe dal non essere «percepito come schierato».
Frase interessante solo per il participio inavvertitamente impiegato. L’uomo che sostiene di voler «ridare dignità alle parole della politica», perché le parole, differentemente da come cantava Mina, non sono chiacchiere ma «azione», strumenti capaci di «costruire prassi diverse», non può non sapere che l’essere percepito è altra cosa che dall’essere realmente.
E’ singolare questa teoria della dissimulazione, che ricorda da vicino uno dei più classici precetti della politica descritti da Machiavelli, «Ognun vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei», in uno scrittore ­– da tempo sempre meno autore e sempre più interprete – che non cessa di rappresentarsi come sacerdote del vero, senza infingimenti, mediazioni e filtri. Per giunta, dopo la querela milionaria presentata contro il Corriere del Mezzogiorno e Marta Herling, per la polemica sulle fonti indirette e anonime citate nel racconto sul terremoto di Casamicciola, a molti non è sfuggito che Saviano stia dimostrando più interesse al valore monetario delle parole piuttosto che al loro significato.

Il prezzo delle parole

Sarà forse per questa concezione borsistica della lingua, che poca importanza attribuisce al senso delle parole tanto da arrivare a sostenere parole senza senso, che Saviano può scrivere cose come: la fedina penale pulita in politica sarebbe un handicap, un «elemento di sospetto e fragilità». Tesi che nell’orgia di demagogia populista attuale non appare di grande originalità: lo affermano ogni giorno Marco Travaglio e Beppe Grillo.
Chissà se sui banchi di scuola gli hanno mai spiegato che la Costituzione italiana è stata scritta da fior fior di pregiudicati, ex galeotti, ex latitanti ed ex sorvegliati speciali con tanto di confino. E che tra questi si contano ben due presidenti della Repubblica.
Se sei pregiudicato – prosegue ottusamente lo scrittore embedded (con Saviano il vecchio modello dell’impegno civile e politico si è trasformato nell’arruolamento, nell’intruppamento tra le file dei crociati dell’ordine, dei professionisti della punizione) – «vuol dire che hai già un protettore. A seconda del reato commesso, ci sarà la mafia, un partito o una cricca a garantire per te. Invece se sei incensurato non hai tutela, puoi essere aggredito da tutti senza che nessuno ne abbia danno».
Per Saviano le carceri italiane sarebbero sovraffollate di potenti ultratutelati, non di una umanità dolente, di disgraziati senza peso e senza futuro. Esperti e operatori del settore non esitano a definire il sistema carcerario una discarica sociale. E nelle discariche, fino a prova contraria, c’è a munnezza; tanto per citare la considerazione sociale attribuita al popolo delle prigioni.
Sembra di capire che per Saviano l’unico modello di società possibile sia una sorta di 41 bis diffuso, un regime di massima sicurezza sociale, un sistema di gabbie e recinti concentrici dove le parole anziché libere finirebbero confiscate sotto chiavistello. E lui ovviamente sarebbe il portachiave.

Scalfari insiste: «Saviano ci servi». Mica puoi sputare sul piatto dove mangi!

Per nulla convinto dell’atteggiamento prudente messo in mostra dall’esponente di punta della scuderia di Roberto Santachiara, in una intervista al Fatto quotidiano Scalfari ha ribadito che la presenza dello scrittore nella lista per la legalità «sarebbe un valore aggiunto che può decidere le elezioni». Saviano è considerato un brand vincente, non è più una persona ma un dispositivo, una macchina del consenso di cui non si può fare a meno. Quale che sia la decisione finale, lo scrittore ha confermato che in ogni caso non rinuncierà «alla possibilità di costruire un nuovo percorso».

Il nuovo mix: partito delle procure e partito delle scorte

Insomma i giochi sembrano fatti. Manca solo l’annuncio ufficiale previsto, secondo alcune indiscrezioni, il prossimo 14 giugno data di avvio di una festa di tre giorni organizzata da Repubblica a Bologna. Un serbatoio pronto per stilare liste esiste già: si tratterebbe di pescare tra gli aderenti all’associazione “Libertà e Giustizia”, fondata sempre da De Benedetti. La base di riferimento resta il “ceto medio riflessivo” che ha animato l’esperienza dei Girotondi e riempito gli spalti durante le adunate al Palascharp. C’è poi il partito delle procure a cui si affiancherà quello delle scorte capeggiato da Saviano.

Legalità e iperliberismo: stessa spiaggia, stesso mare…

A questo punto resta da chiedersi cosa potrà portare di nuovo l’avvento di questo partito al di là delle considerazioni tattiche sull’ipoteca messa su un Pd fragile e senza prospettive, che rischierebbe di diventare addirittura un satellite eterodiretto (vecchio pallino della redazione repubblichina) dalla nuova formazione. L’estenuante richiamo al principio di legalità impone un bilancio ed una decostruzione del concetto.
Il richiamo alla legalità, da tangentopoli ad oggi, oltre a venti anni di Berlusconismo è servito da legittimazione al passaggio brutale dallo stato sociale a quello penale. La legalità è stata in campo politico-giudiziario il corrispettivo dell’iperliberismo in materia economico-sociale. Un contesto dove i forti sono diventati più forti e i deboli più deboli. Se vogliamo cominciare a capovolgere questa situazione è arrivato il momento di mettere in campo un movimento antipenale.

tratto da Insorgenze

3 giugno 2012

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Flame. La guerra cibernetica di Israele

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Un nuovo attacco lanciato contro l'Iran

cyber_attackUn nuovo episodio di «guerra cibernetica» ha coinvolto diversi paesi del medio Oriente - e in particolare l'Iran. Si tratta di un virus informatico ed è stato chiamato Flame. L'Iran è stato il primo paese a dichiarare di essere stato colpito: il più massiccio attacco dopo quello subìto due anni fa con il virus Stuxnet, ha detto il capo dell'ente iraniano che dirige la sicurezza informatica. La denuncia iraniana ha mobilitato le Nazioni unite, che hanno chiesto un'analisi al Kaspersky Lab, uno dei maggiori centri di ricerca sulla sicurezza informatica (russo): e martedì Kaspersky ha confermato l'esistenza del virus Flame. Ora l'Unione mondiale per le telecomunicazioni (l'agenzia dell'Onu per la sicurezza informatica) ha diffuso una nota ufficiale ai governi per metterli in guardia dal rischio rappresentato da Flame, che definisce l'allarme più grave mai segnalato.
Il virus Flame non danneggia né blocca i computer infettati, ma li «spia»: è capace di copiare files, o se il computer ha un microfono è in grado di registrare conversazioni, e poi inviare i dati attraverso diversi server alla sua fonte. Secondo Kaspersky è un programma «la cui complessità e funzionalità supera tutte le altre minacce cibernetiche finora note».
Kamran Napelian, capo dell'ente iraniano di sicurezza informatica, ha detto che i computer di numerosi alti funzionari dell'establishment iraniano sono stati infettati da Flame, e che il virus è probabilmente attivo da sei mesi. Ha spiegato che Flame viene distribuito non attraverso internet, come avviene per altri virus, ma tramire una penna USB: dunque bisogna che sia inserito manualmente almeni in un computer di una rete. Il nuovo attacco, dice, è potenzialmente più pericoloso di quello subìto con Stuxnet, che pure aveva creato seri ostacoli all'Iran e rallentato per qualche mese il programma di arricchimento dell'uranio.
Il capo dell'Unione internazionale per le telecomunicazioni, Marco Obiso, ha dichiarato che il virus Flame, «il più potente strumento di spionaggio mai inventato», è stato probabilmente costruito per conto di uno stato. Secondo Napelian, le caratteristiche del virus portano «l'impronta» di Israele («purtroppo, gli israeliani hano ottime capacità nelle IT», le tecnologie dell'informazione, ha detto il dirigente iraniano).
Israele non smentisce. Non conferma, certo, ma come già in altre occasioni i dirigenti del governo israeliano lasciano intendere che qualcosa c'entrano. il vicepremier Moshe Yalon martedì ha dichiarato che «armi informatiche» come Flame sono uno strumento «ragionevole» per chi voglia «fermare la minaccia di un Iran con armi nucleari». Ha aggiunto che Israele è una nazione «tecnologicamente ricca» i cui strumenti sono «aperti a ogni tipo di opportunità». Lo stesso premier Benyamin Netanyahu, senza nominare direttamente Flame, martedì sera ha vantato le «capacità cibernetiche» di Israele e detto che lo stato ebraico sta investendo «parecchi soldi in questo, capitali finanziari e umani».
L'Iran ha dichiarato di aver sviluppato un programma anti-virus mirato a Flame - cosa che le aziende internazionali del settore devono ancora fare.
Flame è almeno il quarto attacco informatico lanciato contro l'Iran negli ultimi due anni (si pensi che in aprile Tehran aveva dovuto disconnettere da internet i suoi terminal petroliferi dopo che un ciber-attacco aveva cominciato a cancellare gli hard disk del ministero del petrolio). In parallelo, una serie di assassini di scienziati e misteriose esplosioni in siti militari iraniani fano pensare che la guerra all'Iran sia già cominciata - una guerra coperta.
tratto da "il manifesto" del 30 maggio 2012 
***
Cyber-spionaggio, il virus "Flame" minaccia la sicurezza di Israele, Palestina, Sudan, Siria e Libano
Per Duqu e Stuxnet è arrivata l'ora della pensione. I due virus cibernetici che hanno colpito negli anni passati il programma nucleare iraniano sono stati infatti “ridicolizzati” da una nuova “piaga” virtuale appena scoperta dagli ingegneri informatici. Il virus delle meraviglie - a quanto pare circa 20 volte più complesso di Stuxnet - si chiama Flame e questa volta non ha colpito solamente i computer dell'Iran, ma anche quelli di Isreale, Sudan, Siria, Libano, Arabia Saudita ed Egitto. Stando agli esperti, il software maligno è talmente sofisticato che solo uno Stato, o un'organizzazione parastatale, sarebbe in grado di progettarlo.
Un virus sviluppato appositamente per carpire segreti militari - "Un codice del genere non può essere stato scritto da un adolescente nella sua cameretta", dice al Daily Telegraph il professor Alan Woodward del dipartimento d'informatica dell'università del Surrey. "E' vasto, complesso e disegnato per rubare dati restando alla stesso tempo nascosto". Il virus è stato scoperto dalla russa Kaspersky Labs. Secondo le prime analisi, il programma avrebbe più di cinque anni e sarebbe in grado, oltre a registrare le azioni della tastiera, di cambiare le impostazioni del computer “ospite”, di accendere il microfono (così da ascoltare le informazioni), scattare “screen-shot” e copiare scambi d'informazioni via chat. L'unico limite è che opera solo su Windows.
"Flame" parente stretto di "Stuxnet" e "Duqu" - "Se Flame ha potuto agire indisturbato per cinque anni", ha commentato Roel Schouwenberg, analista capo di Kaspersky, "la conseguenza logica è che vi sono al momento altre operazioni in corso delle quali non sappiamo nulla". Quanto ai responsabili, la sensazione - da prendere con le molle - è che il padre (o padri) di Flame siano gli stessi di Stuxnet e Duqu. L'accusa viene infatti dall'equipe di risposta iraniana. Secondo i tecnici del regime, i virus sarebbero "parenti stretti". Al principio di questo mese, un antivirus sarebbe stato distribuito alle organizzazioni infettate per “curare” i loro computer.
Sei mesi per analizzare il codice di Stuxnet - Crysys Lab, unità di controllo informatico dell'università di Budapest, è però scettica e giudica il legame tra Flame, Stuxnet e Duqu come "evanescente". La sua analisi mostra che il virus non si propaga automaticamente, ma solo quando alcuni controlli nascosti lo permettono. Il file ha cinque algoritmi di criptazione e formati di salvataggio dati definiti "esotici". "Ci abbiamo messo sei mesi per analizzare Stuxnet", ha sottolineato Eugene Kaspersky, fondatore dell'omonima società. "Flame è 20 volte più complicato".
30 maggio 2012
Redazione Tiscali
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Il delirio dei media sull’attentato di Brindisi

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media_powerL’attentato alla scuola di Brindisi che ha portato alla morte di una ragazza di sedici anni è stata l’occasione per il dispositivo mass-mediatico di rivelare quanta pochezza, asservimento, impreparazione si celino sotto la presunta professionalità delle testate giornalistiche e dei programmi informativi. Quando ancora non erano stati compiuti i primi sopralluoghi, né raccolti i primi indizi, già si scatenava nell’infosfera una ridda di commenti, spiegazioni, analisi ed interpretazioni circa la natura e la responsabilità della tentata strage. Ed è qui che l’infernale dispositivo integrato di mediapolitica, dà il peggio di se con una sfilata interminabile di sproloqui cui nessuno sembra volersi sottrarre. Da una parte un sistema informativo inadeguato che ha abolito da tempo le inchieste (che costano) e improvvisa analisi sul nulla nella spasmodica ricerca di precedenti inesistenti; dall’altra, l’idea di attizzare nella tragedia il sentimento di unità nazionale messo a dura prova dalla crisi sociale ed economica.

Ascoltate la diretta con Silvano Cacciari, docente di sociologia della comunicazione  all’Università di Firenze e di sociologia del lavoro all’universita’ di Livorno

tratto da http://radioblackout.org/2012/05/25/8840/

25 maggio 2012

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Ultimo aggiornamento Sabato 26 Maggio 2012 15:18

Il Partito de La Repubblica

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Gossip o grandi lavori in corso? Il quotidiano di Scalfari torna ad essere posseduto dal demone del protagonismo. Un nuovo soggetto politico moderato per condizionare il Pd e tutelare gli interessi della borghesia europea ed europeista. Con Monti e Saviano in pole position. Mal di pancia nel Pd.

repubblica_bananeUn sondaggio realizzato da Ipr Marketin per Repubblica.it, ai primi di marzo segnalava il grande successo che avrebbe un cosiddetto "partito dei tecnici". Una aggregazione con tali caratteristiche, infatti, potrebbe arrivare a raccogliere il 22% dei consensi scompaginando, secondo il sondaggio, lo scenario politico italiano. A farne le spese sarebbe i due maggiori partiti italiani che sostengono l'esecutivo Monti: Pd e Pdl.

Il partito di Bersani, che attualmente i sondaggi danno saldamente in testa ai consensi, vedrebbe un calo del 6% e dovrebbe dividere la prima piazza proprio con il "partito dei tecnici". Vanno male le cose anche per il Pdl,m che perderebbe 5 punti e arriverebbe al 17%. Segno meno anche per il Terzo Polo. L'Udc scenderebbe dall'8 al 4%, Fli dal3,5% al 2%, l'Api praticamente sparirebbe.

Questo “spazio politico”, oggi piuttosto inquadrato nel sostegno acritico al governo Monti, ha fatto parlare della nascita del “Partito di Repubblica”. Secondo alcuni detrattori, l’occasione sarebbe la festa del quotidiano di Scalfari, De Benedetti, Caracciolo, che si terrà dal 14 al 17 giugno a Bologna e alla quale è prevista la partecipazione anche del premier Mario Monti che verrà intervistato dal direttore Ezio Mauro e dal padre-padrone del giornale Scalfari. Questa kermesse nasconderebbe in realtà un progetto a cui, secondo quanto rivela Affaritaliani.it, starebbe lavorando l'editore Carlo De Benedetti in persona. Un progetto politico che potrebbe assumere le sembianze di una lista civica, il cui regista viene indicato in Massimo D'Alema, politico navigato sicuramente ma che non ne ha mai azzeccata una.

Nel nuovo soggetto politico, troverebbe spazio anche il “guru” Roberto Saviano. Un contenitore laico ma aperto a personalità del mondo cattolico moderato, che potrebbe presentarsi alle politiche del 2013 alleato al Pd. Ad avvalorare questo scenario ci sono le recenti uscite di Carlo De Benedetti che ha suonato la sveglia al gruppo dirigente del Pd invitandolo a non illudersi di aver vinto "senza se e senza ma" le Amministrative e a predisporsi "a un profondo cambiamento". Per D'Alema che ha rilasciato una lunga e articolata intervista all'Espresso, il cambiamento sarà intanto quello di "non ripetere gli errori del '94 e quindi non lasciare praterie a un nuovo Silvio Berlusconi". Secondo Concita De Gregorio (tornata alla casa madre- de La Repubblica dopo aver diretto l’Unità) “Walter Veltroni commemora Falcone e pensa a un listone civico da affiancare a quello del Pd, in Transatlantico mormorano che persino D'Alema si sia infine convinto che senza un rinnovamento visibile la prospettiva dell'alleanza al Centro sia poca cosa”. Lo stesso articolo rivela di un nuovo “patto” tra veltroni e D’Alema su questa ipotesi. Oggi su “L’Unità”, l’ esponente della segreteria del Pd, Matteo Orfini, contesta l’idea di accettare la proposta di Eugenio Scalfari di affiancare al partito leader del centro-sinistra una lista civetta della società civile formata prevalentemente dalle grandi “firme” di “Repubblica”. Dice Orfini che il Pd non può delegare a una forza esterna, che lui definisce espressione del partito-azienda in versione di sinistra, il tema del rinnovamento della propria lista. Ma il "giovane" Orfini non va oltre la riproposizione del partito a vocazione maggioritaria di veltroniana memoria (e jattura). Grandi lavori insomma per cercare di realizzare l'opera incompiuta dal 1992, quando questo progetto di stabilità moderata e ultracapitalista fu fatto saltare dall'entrata in scena della variabile impazzita Berlusconi che ha bloccato tutto per diciotto anni. C'è da augurarsi che le forze della sinistra, pur nella loro drammatica residualità e limitatezza, non si facciano risucchiare dal gorgo di queste operazioni e facciano saltare il tavolo indicando un proprio spazio e progetto politico indipendente.

tratto da www.contropiano.org

25 maggio 2012

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Ultimo aggiornamento Venerdì 25 Maggio 2012 14:57

La fiera dell'idiozia

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repubblica_idioziaQuanto consumatosi nelle ultime 24 ore tra rappresentazione del crimine di Brindisi, ipotesi sul movente, identità dell'attentatore/i può ben leggersi come concentrato, al più alto grado, dell'incapacità, stupidità, ignoranza e strumentalità oscena di cui è capace la classe politica nostrana col suo codazzo cortigiano variamente distribuito nel media mainstream.

In un misto di ingenuità e calcolo (dov'è difficile individuare dove finisce l'uno ed inizia l'altra) costoro hanno realmente pensato (sperato) di ricostruire un'impossibile unità nazionale a partire dal più insensato dei gesti.

Quando ancora non erano stati compiuti i primi sopralluoghi, né raccolti i primi indizi, già si scatenava nell'infosfera una ridda di commenti, spiegazioni, supposte grandi analisi di interpretazione circa la natura e la responsabilità della tentata strage. Ed è qui che l'infernale dispositivo integrato di media e politica, dà il peggio di se con una sfilata interminabile di sproloqui cui nessuno sembra volersi sottrarre. Né il neo-sindaco, fresco di elezioni, che tuona contra chi protesta e fischia, né un Fassino cui non sembra vero di poter finalmente parlare senza essere sommerso da cori di “vergogna”, né il “sinistro” Vendola che come al solito affabula molto senza mai dire nulla, né il Saviano che trova bello e pronto un nuovo esempio da usare per incolpare i cattivi di sempre, per arrivare al solito Enrico Mentana, di nuovo arrapato come nei bei tempi dell'11/09/2001 nel commentare in presa diretta la tragedia.

E cosi, dalla mattina alla sera di ieri, ci hanno fatto passare sotto gli occhi e nelle orecchie tutte le improbabile piste, che avrebbero dovuto informarci sulla natura reale del folle gesto. Mafie di ogni genere, interessate a rovinare le celebrazioni del ventennale di Capaci, oppure determinate nel lanciare una sfida risoluta alla magistratura inquirente (con un Tribunale che distava a centinaia di metri), fino all'esotica mano di una Al-Qaeda mediterranea che avrebbe voluto colpire una scuola femminile,fino alla sempre comoda pista dell' “eversione e del “terrorismo”.

La summa di tanto spreco di energie mentali, veniva sintetizzata nella natura simbolica di un target che racchiudeva la cultura antimafiosa, la femminilità e le giovani generazioni, tre elementi di positività simbolica racchiuse nel nome che la scuola portava, intitolata alla moglie di Falcone, merce simbolica perfetta da propinare ad un pubblico tramortito e indignato. A nessuno che sia venuto in mente l'ipotesi più plausibile, che il crimine fosse cioè il gesto di un squilibrato o mitomane o peggio ancora, e la cosa sembra essere molto plausibile, da un misogino  (incarnazione rancorosa e individualizzata del peggio che circola nella nostra società).  Chissa` che non sia una  scheggia "impazzita" di qualche corpo militare o semplicemente qualche free-lance affascinato dalla violenza tanto di  moda negli States.
Le uniche parole appena più pacate sono state quelle della ministra Cancellieri che ammetteva di aver a disposizione ancora pochi elementi e di tener aperte tutte le piste, fin anco la più “sensata” (e che, almeno questa volta, ha evitato di dichiarare alcunché sui notav).

Un secondo aspetto significativo della vicenda, è l'istantaneità dell'adesione emotiva a manifestazioni di sdegno che celebrano la riunificazione del corpo mistico cittadini-Stato contro un non meglio precisato nemico. Non si giudicano qui comportamenti sinceri e dignitosamente umani di quanti e quante hanno sentito la necessita di testimoniare la propria vicinanza ai familiari e alle vittime colpite dal gesto efferato. Fa però riflettere l'immediatezza di una risposta in cui sembra all'opera una sorta di pavlovismo dell'obbedienza, una chiamata all'attenti che investe tutto il corpo sociale, dalle alte cariche alla corte mediatica, giù giù fino al cittadino singolo che sente il bisogno di testimoniare una peraltro giusta repulsa del terrore comminato, facendosi però facile destinatario di un' interpretazione univoca e per nulla provata.

Mentre emergono di ora in ora elementi che provano la natura individuale del gesto, imprenditori della morale continuano a blaterare del rischio del ritorno della violenza politica degli anni bui. E mente i loro simili richiamano all'attenzione collettiva il rischio di un ritorno ad una nuova “strategia della tensione”, nessuno tra i tanti presunti luminari della “intellettualità” giornalistico-televisiva, si prende la briga di denunciare l'isteria comunicativa che prende corpo in questi momenti, in cui una sana indignazione, nel caldo di un'emozione amplificata da media che si fanno cassa di risonanza, diviene facile oggetto di manipolazione politica dei sentimenti collettivi. C'è, in piccolo, qualcosa degli effetti dell'11 settembre e della strage di Madrid del 2003. Con una non piccola differenzç, qui di politico c'è poco o niente, politico è l'uso che si fa del terrore rappresentato.

E' questo il prodotto di un'americanizzazione della vita attraverso la spettacolarizzazione del quotidiano, dove molto s'investe nell'amplificazione delle tragedie individuali e poco nell'analisi delle cause economico-sociali delle sfortune collettive. Un modus vivendi che ha avuto nel medium televisivo il vettore principale di una catastrofica de-politicizzazione delle masse. Eppure, come ricordava ostinatamente e con molta saggezza qualcuno, “dentro la politica, tutto è possibile [nel senso di un agire collettivo per un fine, che per questo apre il campo del possibile], fuori della politica nulla è possibile” [non si è cioè nient'altro che sudditi tele-etero-comandati].

Da qui bisognerebbe ripartire a ragionare.

tratto da http://www.infoaut.org

20 maggio 2012

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