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COMUNICAZIONE E MEDIA

Speciale Gaza: come rispondere alla propaganda israeliana

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Speciale Gaza: "Di omicidi e disinformazione"

Alain Gresh fa il punto sulla situazione a Gaza prima dell'escalation militare cominciata nell'ottobre scorso e intensificatasi negli ultimi giorni. Il direttore aggiunto di Le Monde Diplomatique denuncia la politica degli omicidi mirati e condanna la complicità dei media nei confronti della propaganda israeliana.

di Alain Gresh * - traduzione a cura di Jacopo Granci

Sull'argomento vedi anche: Gaza, come rispondere alla propaganda israeliana

gaza_muroPer capire l'escalation a Gaza è necessario introdurre qualche dato su questo territorio (360 km2, più di un milione e mezzo di abitanti - una caratteristica che lo rende uno dei luoghi del pianeta con maggiore densità di popolazione), occupato da Israele dal 1967.

Nonostante il ritiro dell'esercito dalla striscia (2005), infatti, i suoi accessi con il mondo esterno sono sempre controllati dallo Stato ebraico e la circolazione all'interno è limitata. Il blocco attuato qualche anno fa dura fino ad oggi: per le Nazioni Unite Gaza rimane un territorio occupato.

I dati che seguono sono stati diffusi dall'ufficio dell'ONU per il coordinamento delle questioni umanitarie nei territori palestinesi (OCHAOPT) in un documento del giugno 2012 intitolato Five Years of Blockade: The Humanitarian Situation in the Gaza Strip (in allegato):

- è nel giugno 2007 che il governo israeliano ha deciso di intensificare il blocco di questo territorio, già severamente "sotto controllo";

- il 34% della popolazione (e la metà dei giovani) è disoccupata;

- l'80% della popolazione dipende dagli aiuti umanitari;

- il PIL pro capite era, nel 2011, il 17% al di sotto di quello del 2005 (considerando l'inflazione);

- nel 2011 solo un camion al giorno usciva da Gaza con prodotti volti all'esportazione, ossia meno del 3% delle cifre di affari registrate nel 2005;

- il 35% delle terre coltivabili e l'85% delle acque riservate alla pesca sono parzialmente o totalmente inaccessibili agli abitanti di Gaza a causa delle restrizioni israeliane;

- l'85% delle scuole sono costrette a fornire un doppio servizio - uno la mattina e un altro nel pomeriggio - a causa del sovrappopolamento.

Ogni guerra, si sa, viene accompagnata da un'intensa propaganda e il governo israeliano è ormai maestro in quest'arte.

Già al momento dell'offensiva di dicembre 2008 -gennaio 2009 avevamo assistito, in questo senso, alla deflagrazione mediatica. Perfino alcuni intellettuali francesi, tra cui l'imbarazzante Bernard-Henri Lévy, avevano contribuito a tale disinformazione.

L'uomo assassinato qualche giorno fa da Israele, Ahmed Jabari, era il capo dell'ala militare di Hamas.

La grande maggioranza dei media lo descrivono come un "terrorista" responsabile di tutti gli attacchi compiuti contro Israele. La realtà, tuttavia, è ben lontana da questo ritratto - senza contare l'utilizzo del termine "terrorismo", per lo meno ambiguo.

Come spesso accade, è proprio un giornalista israeliano - Aluf Benn - a ricordare che:

“Ahmed Jabari era un appaltatore, incaricato da Israele di mantenere l'ordine e la sicurezza nella Striscia di Gaza. Questa definizione sembrerà senza dubbio assurda a tutti coloro che, nelle ultime ore, hanno visto Jabari descritto come 'l'archetipo del terrorismo', 'il capo del personale del terrore' o ancora 'il nostro Bin Laden'.

Tuttavia, questa è la realtà degli ultimi cinque anni e mezzo. Israele aveva imposto ad Hamas di osservare una tregua nel sud e di farla rispettare alle numerose organizzazioni armate insediate nella striscia. L'uomo a cui era stato affidato questo compito era appunto Ahmed Jabari”.

Basta osservare i grafici pubblicati dallo stesso ministero degli Affari Esteri israeliano sul lancio dei razzi palestinesi per rendersi conto che, in generale, la tregua è stata rispettata.

L'accordo è stato rotto dai raid dell'esercito israeliano il 7 e l'8 ottobre 2012, poi il 13 e il 14, provocando un'escalation che da allora continua senza interruzioni.

E, alla vigilia dell'omicidio di Jebari, un'altra tregua era stata conclusa grazie alla mediazione dell'Egitto, come conferma la testimonianza dell'attivista pacifista Gershon Baskin ripresa da Haaretz.

Storicamente, ogni escalation degli attacchi a Gaza fa seguito ad omicidi mirati di militanti palestinesi. Queste esecuzioni extragiudiziali sono una pratica consolidata per il governo israeliano (a cui gli USA hanno dato il loro consenso ormai da tempo).

Avete detto "terrorismo"? Leggete l'articolo di Sharon Weill “De Gaza à Madrid, l’assassinat ciblé de Salah Shehadeh”.

Lo scenario era identico nel 2008. Mentre la tregua era rispettata sul versante palestinese dal giugno 2008, sono stati gli omicidi in novembre di sette attivisti nella Striscia che hanno dato il la all'intensificazione degli attacchi e poi all'operazione "Piombo fuso".

Sulle violazioni dei cessate il fuoco compiute da Israele negli ultimi anni è interessante leggere l'articolo di Adam Horowitz, “Two new resources : Timeline of Israeli escalation in Gaza and Israel’s history of breaking ceasefires”.

Del resto, è difficile parlare di un vero scontro tra due parti: i razzi palestinesi non sono armi paragonabili agli F-16 e ai droni israeliani. Il bilancio in termini di vite umane, stilato dopo la tregua del gennaio 2009 seguita all'operazione "Piombo fuso", lo conferma.

L'organizzazione israeliana per la difesa dei diritti umani B’Tselem ha pubblicato un elenco dei palestinesi e degli israeliani uccisi a Gaza tra il 19 gennaio 2009 e il 30 settembre 2012.

271 palestinesi (di cui 30 bambini) e 4 israeliani.

Le cifre parlano da sole.

* La versione orginale dell'articolo, pubblicato su Les blog du Diplo de Le Monde, è qui.

17 novembre 2012

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Ultimo aggiornamento Lunedì 26 Novembre 2012 20:25

Influencer

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existenz_3“Gli influencer vanno valutati dalle aziende come asset strategici”. La frase, caricata su youtube nel maggio del 2009, potrebbe anche essere archiviata come tipica del primo periodo di euforia delle aziende verso il cosiddetto web 2.0. Si tratta di un periodo in cui si pubblicano ancora libri su Second Life, improvvisamente scomparsi dopo l’inizio del nuovo decennio, mentre la crisi non ha ancora manifestato gli effetti più crudi (anche se allora già ampiamente prevedibili). Insomma, qualcosa da catalogare come un fenomeno che sta già tra il modernariato e l’annuncio di nuove pratiche di comunicazione. Anche perchè lungo tutta la decade degli anni zero era fiorita tutta una bibliografia sul marketing virale, o marketing guerriglia, che stava (a volte in modo ambiguamente compiaciuto) al punto di incrocio tra promozione aziendale, innovazione creativa e controinformazione.

Ma cosa sono gli influencer? Si tratta di una figura sia professionale che gratuita di evoluzione della comunicazione embedded di rete. Per comunicazione embedded di rete si intende quel tipo di comunicazione implementata nei social network da soggetti riconosciuti come facenti naturalmente parte di una rete. La comunicazione di rete embedded stava nelle teorizzazioni del marketing virale e del guerriglia marketing: se la tua opinione è riconosciuta come realmente appartenente ad un social network verrà fatta circolare in modo spontaneo. Si comprende quindi il segreto di questo genere di comunicazione: sta nella capacità di fare embedding, di infiltrarsi nei social network (oppure di crearli a propria immagine e somiglianza, una delle varianti del modello).

L’influencer è quindi un’evoluzione, anche in termini professionali, della comunicazione embedded. Una figura, correlata ad altre figure simili, aziendale ma pienamente interna alla comunicazione sociale che produce, in rete giudizi, favorevoli per l’azienda per cui lavora. Giudizi che saranno accettati come naturali dal resto dei partecipanti al social network quanto più l’influencer sarà considerato parte integrante del gruppo, in grado di dare giudizi autorevoli. Si tratta di giudizi che possono orientare l’acquisto di prodotti tecnologici (fondamentale in un’epoca dove per acquistare si leggono prima i giudizi dei tester), l’industria del turismo, la scelta dei centri commerciali etc.  L’influencer è il prodotto non solo dell’evoluzione del marketing virale, che già fissava questi principi di azione, ma anche delle teorie generali del marketing. Si guardi ad un testo base in materia come Foundation of Marketing (di Pride-Ferrell) giunto alla quinta edizione nel 2012.  Pride e Ferrell dicono chiaramente che nel marketing si è imposto stabilmente il paradigma Disney che è “non tanto vendere parchi a tema ma rendere le persone felici”. La differenza tra la vendita di un prodotto e la costruzione dell’esperienza felice sta nella capacità o meno di essere embedded nelle reti sociali. Tanto più l’influencer, con i suoi consigli positivi di acquisto, sarà infiltrato nelle reti sociali tanto più, come in un processo spontaneo, contribuirà alla formazione di un’esperienza non alla vendita di un prodotto. Si tratta di seguire le emozioni precedenti e successive all’acquisto che, per essere tali, devono essere sganciate dalla fase fase della transazione commerciale. Costruendo così valore aggiunto, valutabile in termini di prezzo, proprio attorno al prodotto. Per questo l’influencer va valutato dalle imprese come asset strategico.

Per saper quanto costa creare valore aggiunto attorno ad un nuovo prodotto, una persona, una campagna basta consultare il tariffario di payperfan.it. Eccolo qui disponibile

http://payperfan.it/index.html

La questione si fa ancora più interessante quando scopriamo che la frase citata all’inizio, sul ruolo strategico degli influencer, è di Gianroberto Casaleggio, cofondatore del Movimento 5 Stelle ed oggetto di critiche e di mitologie negative da diverso tempo. Il punto più interessante qui non è domandarsi, come fanno alcuni testi di denuncia, quale o quanta massa inconsapevole di user possa essere utilizzata in politica dai comportamenti di Casaleggio. Anche se non esistessero gli influencer, o se non esistesse ancora Internet, la comunicazione di massa si farebbe sempre allo stesso modo: una rete di opinion leader dal basso e reti di massa di persone che convergono, o si distaccano, dalle loro opinioni.  Il punto importante è che tipo di modello di democrazia di base esce dal rapporto tra opinion leader e reti di massa. Con gli influencer che non offrono tanto un prodotto politico ma un’esperienza. Le tecnologie, in quest’ottica, servono ad evidenziare un modello di democrazia, o il suo svuotamento, piuttosto che un altro. In politica con la pratica degli influencer la comunicazione dal basso prende così forme nettamente aziendali: vende un’esperienza di mobilitazione, negoziata attraverso le esigenze strategiche dell’impresa che la promuove, piuttosto che un prodotto d’opinione o un’offerta elettorale. Nella comunicazione politica l’esperienza di mobilitazione è un bene intenso, scarso e raro che, una volta fornito, permette il successo di campagne di opinione, di pressione od elettorali.

Non dobbiamo pensare però che Casaleggio sia una sorta di dottor Mabuse della comunicazione politica in mezzo ad un mondo inconsapevole. Guardando agli antagonisti diretti del movimento a 5 stelle, il partito democratico, è evidente che l’uso degli influencer non è di oggi. A cominciare dal periodo in cui l’account twitter di Bersani, i cui tweet erano digitati con le “k” come tra gli adolescenti, era evidentemente gestito in termini che si volevano professionali.  L’uso degli influencer è molto ampio anche nel centrosinistra. Influencer che seguono le indicazioni degli spin-doctor, i responsabili dell’orientamento del significato nelle campagne di comunicazione, che fanno capo ad ogni leader, o presunto tale, del Pd. Partito che è in questa dimensione fino a cavalcare ogni frontiera dell’economia della rete: sul sito ufficiale del Pd, pochi giorni fa, campeggiava la pubblicità del trading online. Lo stesso Grillo, a sua volta, è sotto attacco di influencer basta vedere le strategie di marketing virale di portali come libero.it. Si offre un portale con un’utenza di centinaia di migliaia di persone, con casella di posta, community, decine di canali con argomenti dedicati, chat e forum a chi è sinergico con il proprio business. E, a questo punto non caso, si può notare che la responsabile scuola del partito democratico, Francesca Puglisi, è una professionista del settore marketing-comunicazione. Un ottimo indizio delle idee che ha il Pd in materia di sapere, insegnamento, formazione. Discipline ancellari del marketing, insomma.

Quindi al di là delle reciproche accuse, tra Pd e M5S, di eterodirezione dell’elettorato, e di chi partecipa a campagne di opinione politica, è evidente che la figura professionale dell’influencer, accompagnata a chi svolge un simile ruolo per vocazione, rappresenta un passaggio importante nelle democrazie contemporanee.  Esercita infatti l’egemonia del marketing virale aziendale nelle forme di comunicazione politica a rete. Marketing virale che è tanto più efficace quanto, come da manuale, riproduce una esperienza di mobilitazione.Ed è un terreno sul quale, come constatiamo ogni giorno, è forte il conflitto (in linguaggio aziendale, la competizione) tra diverse strategie di marketing politico-aziendale. La digitalizzazione della società, che ormai ha quasi passato il ventennio, ha infatti moltiplicato le forme temporali e spaziali di comunicazione, di produzione dei contenuti, di costruzione del legame sociale.

La costruzione degli influencer è una risposta aziendale, sulla quale si sovrappongono miriadi di strategie immaenti di aziende alla ricerca di egemonia, a questo fenomeno. Risposta che finisce per innestarsi nella comunicazione politica. Ricodificando, in termini di egemonia del linguaggio istituzionale, un terreno, anzi un continente digitale  come lo definiva John Perry Barlow che non può sfuggire nelle società contemporanee pena l’emarginazione politica.E operando quella che gli ormai antichi Bolter e Grusin definivano rimediazione. Ovvero quella capacità di inglobare, da parte delle forme digitali di comunicazione, anche le vecchie forme di comunicazione che, in questo modo, non scompaiono ma vengono ridefinite. Anche se quello che manca a Bolter e Grusin è uno schema dei conflitti che si aprono in questi contesti di rimediazione. Non si tratta solo di conflitti tra media, ad esempio la tv che demonizza internet che a sua volta decostruisce il messaggio televisivo, ma tra soggetti politici e sociali. Gli influencer intervengono quindi entro un processo di conflitto, mediale come politico e sociale, di costruzione di significati che si differenziano, ma non necessariamente collidono (vedi campagne su twitter del Pd replicate su Sky), rispetto ai media tradizionali. Fondamentale, per questo tipo di campagne dirette da influencer, che tutto avvenga come in Existenz di David Cronenberg: un processo di naturalizzazione, fino all’estremo, di modalità e di strumenti della comunicazione. E’ una delle condizioni irrinunciabili di produzione dell’esperienze.

E’ evidente che qualsiasi processo dal  basso, se democraticamente radicale, riesce quindi a permanere solo se rompe l’egemonia corrente degli influencer, e delle battaglie tra loro per la conquista di porzioni di terreno di comunicazione digitale, e degli attuali processi di rimediazione. Nei movimenti, nel momento in cui esplodono, funziona diversamente. I riot londinesi non hanno avuto bisogno di influencer, spiazzando le gerarchie e le pratiche dell’infosfera britannica lungo tutti i giorni della rivolta, così come quanto accaduto in Valsusa negli ultimi anni (sia sul terreno reale che su quello digitale) ha spiazzato le pratiche di influencing istituzionale (qualcuna, ad avviso di chi scrive, esternalizzata ad aziende). Ma quello che conta, in questo genere di comunicazione, non è lo stato di eccezione ma la norma. Passato il riot, che è un evento liminale di massa (che rompe cioè ruoli e confini consolidati di comportamento anche digitale), i dispositivi omeostatici riprendono il loro corso di elaborazione del legame sociale. E oggi gli influencer, pur nelle loro dinamiche di conflitto per la conquista di posizioni predominanti sul mercato, fanno parte di questi dispositivi omeostatici. Sembrano astrazioni, eppure tante spiegazioni sull’episodicità dei movimenti, che spesso si caratterizzano per esistere tra un riot ed un altro, stanno in fenomeni come quello degli influencer. Fenomeni di professionalizzazione della vendita dell’esperienza che può essere, in modo alternativo o complementare, distanza dalla politica o vicinanza alla dimensione del politico istituzionale.

Per Senza Soste nique la police

17 novembre 2012

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Ultimo aggiornamento Martedì 20 Novembre 2012 19:49

«Se credi di avere tutto sotto controllo, allora non stai andando abbastanza veloce!»

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Durante il meeting Agorà 99 abbiamo intervistato Simona Levi, hacktivista del movimento #15M.

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Madrid – Non è un segreto che il movimento #15M sia uno laboratorio avanzatissimo nella sperimentazione di tattiche e strategie comunicative all'interno delle mobilitazioni sociali contro la crisi. Durante la nostra permanenza a Madrid per il meeting Agorà 99, è stato impossibile non rendersi conto di quanto gli hacktivisti abbiano profondamente influenzato, dal punto di vista culturale e politico, ampi settori, non solo del movimento, ma dell'intera società spagnola. Nei cinque giorni passati tra assemblee, workshop e presidi, attraversati da soggetti con le più disparate biografie ed età anagrafiche non ci è mai capitato di imbatterci in quella litania, tipica delle nostre parti, che recita «Internet? Io non ci capisco niente. Parla con il compagno mediattivista». Al contrario il problema della comunicazione – su tutti i livelli, dalla strada alla rete – non viene delegato a poche nicchie di “esperti” ma assunto come elemento dirimente e trasversale nel dibattito quotidiano, sia che si tratti di organizzare una piccola iniziativa in quartiere sia che l'obiettivo della giornata sia l'assedio al Parlamento.

Questo non significa che nel tempo non siano sorti anche piccoli think thank, crew di personaggi a metà tra l'hacker e lo spin doctor, che hanno aiutato il movimento a misurarsi con il mainstream sul terreno dell'opinione pubblica, sviluppando un nuovo paradigma dell'informazione in lotta: la tecnopolitica che teorizza la riappropriazione delle reti per l'azione collettiva. Attenzione, il loro ruolo non è esclusivamente quello di orchestrare i network di comunicazione: al contrario la loro mission sembra piuttosto organizzare lo sciame perché lo sciame possa auto-organizzarsi ed impari a riappropriarsi dell'uso politico dei media.

Sabato 3 Novembre in calle Fe al numero 10, è stato presentato il workshop “Azione collettiva nell'era digitale”. A tenere banco sono stati, Simona Levi e Javier Toret, esponenti del collettivo X.net. Una serie di conoscenze, tattiche e saperi scaturite dall'esperienza dell' #15M sono state discusse alla presenza di compagn* ed attivist* provenienti da mezza Europa. Con un'avvertenza fondamentale «Ciò che raccontiamo non vuole avere un valore normativo. Questa è la strada che noi in Spagna abbiamo seguito ma ognuno, nel proprio contesto, deve trovare la sua». Sintetizzare in poche righe la ricchezza della discussione non è facile. Durante il workshop sono stati presentati i primi risultati di un'approfondita inchiesta di data analysis sul ruolo avuto dai social network durante la mobilitazione; è stato raccontato quali eventi, antecedenti al maggio del 2011, hanno contribuito e far si che il movimento sviluppasse quell'incredibile capacità di intervento politico, anche grazie all'uso massiccio e distribuito dei dispositivi digitali; è stata sottolineata l'importanza delle grandi identità, anonime, neutrali, elaborate collettivamente nel movimento, in grado di estendersi rapidamente, di evocare e di catalizzare immaginari sempre nuovi, sottraendoli alla morsa del nemico; è stato illustrato il valore tattico dell'uso dei media sociali, sia in termini di mobilitazione che di documentazione di quanto accadeva nelle piazze; infine buona parte del dibattito si è focalizzata sulla necessità di orientare le emozioni, spezzando quelle passioni tristi a cui il potere ci tiene incatenati «Le parole che noi creiamo ogni giorno si richiamano alla necessità di creare un'emozione positiva comune, che rompa la solitudine a cui siamo costretti. Quando la rabbia esce dalla dimensione individuale e diventa condivisa, si innescano processi positivi di empowerment delle comunità» ci dice Simona.

L'abbiamo intervistata per Infoaut.

InfoFreeFlow: L'essenza di ogni tecnologia è profondamente umana. L'insorgenza tunisina, prima di altre, ha messo bene in evidenza sia quello che è un rapporto ormai sempre più stretto tra movimenti ed uso politico dei social media sia la centralità della dimensione comunicativa nei conflitti sociali odierni. Allo stesso tempo però ha fatto emergere come questo rapporto non si da in termini universalistici (come vorrebbero gli apologeti della “Twiter revolution”), mentre tende piuttosto a declinarsi ed articolarsi secondo specificità culturali, storiche e politiche molto precise. Quali sono stati allora secondo te gli elementi che hanno portato ad un uso così diffuso delle tecnologie digitali all'interno del movimento #15M?

Simona: La Spagna presenta alcune singolarità rispetto ad altri posti. Se andiamo indietro di qualche anno, gli attentati alle stazioni di Atocha dell'11 marzo del 2004 rappresentano un primo evento cruciale. Per la gente è stato un momento importante per capire quelle che sono le possibilità di organizzarsi contro tutto il sistema. Mancavano solo due giorni dalle elezioni ed Azñar provò ad addossare la responsabilità di quanto accaduto ad ETA. C'erano 200 morti, il governo organizzava manifestazioni di cordoglio, la stampa puntava il dito in modo unanime contro l'organizzazione armata basca e la gente era davvero disorientata. Tutti reagimmo cominciando a mandarci messaggi tra di noi, dove ci chiedevamo «Ma tu ci credi?» . Si faceva strada in quelle ore, per la prima volta, una sensazione di auto-organizzazione davvero massiva, dove tutti quanti, grandi, piccoli, vecchi e bambini, gente con il telefonino e senza, si attivavano. È stato un momento davvero importante per creare una prima coscienza diffusa a livello sociale della possibilità di auto-organizzarsi e di reagire contro il sistema.

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Poi c'è stato un altro momento, che forse può sembrare triviale, ma che per noi è stato davvero importante, ovvero tutta la mobilitazione contro la Ley Sinde e le politiche della SIAE spagnola. La SIAE ha cominciato a portare avanti azioni talmente demenziali, un po' come dappertutto, ma qui hanno davvero esagerato. Sono montate in questo modo diverse campagne che hanno reso il tema della cultura libera davvero popolare. Tieni presente che la SIAE spagnola spremeva soldi a destra ed a manca: matrimoni, negozi di parrucchiere, bar, piccoli esercizi privati. Questo ha determinato che anche strati della popolazione non particolarmente tecnologizzati hanno iniziato a rendersi conto che il tema della cultura libera e dello scambio di informazioni era più interessante del tema del copyright. In questo modo è stata anche compresa l'importanza del ruolo di internet a livello sociale, dell'importanza che resti libero, della possibilità che ti da la rete di difenderti da certi tipi di soprusi. Questa lotta che abbiamo portato avanti è diventata molto popolare, molto allargata socialmente, anche al di fuori di quella parte di popolazione che viene comunemente definita come “nativi digitali” o che vive internet in modo più forte. In tutto questo ha giocato molto il modo in cui il governo ha provato a far passare le prime leggi contro la libertà di sharing in rete: si trattava di un capitolo di una finanziaria e non di un disegno di legge apposito. Il fatto di volerlo fare così di nascosto – abbiamo dovuto scoprirlo – e di non dichiararlo a livello pubblico, ha fatto accrescere la sfiducia nel governo ed ha portato duecentomila persone a firmare contro questa legge in meno di quarantotto ore.

Un altro movimento molto importante è stato quello del 2006 chiamato “VdeVivienda” che denuncia la bolla immobiliare, due anni prima che si manifestasse con la questione dei mutui subprime statunitensi. Anche quello fu un movimento molto trasversale e sorgeva in internet attraverso un messaggio anonimo, non riconducibile a nessuna precisa organizzazione politica e che ha dato vita a manifestazioni durate un anno e mezzo. Quel movimento ebbe un grosso peso in relazione a quanto accaduto con la crisi: òa nostra analisi su quanto stava accadendo era migliore di quella del governo ed arrivava due anni prima!

Nel tempo si sono poi andate ad aggiungere altre dinamiche strettamente collegate con quanto abbiamo detto finora: nella testa della gente è diventata chiara l'idea che il governo non lavorava per loro, che non avrebbe risolto i loro problemi e che ci fosse davvero bisogno di auto-organizzarsi per reagire. La crisi della rappresentanza si acuiva! E questo per non parlare dello sconquasso causato dalle immagini delle rivolte arabe.

Tutti questi elementi tra di loro hanno fatto si che il #15M sia stato vissuto ed attraversato da fasce di popolazione molto diverse tra di loro.

InfoFreeFlow: Nel workshop che hai tenuto ieri mattina insieme a Toret, tra l'altro uno dei creatori del network autonomo N-1, avete più volte ripreso l'influenza avuta dalla scena hacker spagnola sul movimento #15M. In che forme questo è avvenuto?

Simona: In diverse forme. Prima di tutto veicolando l'idea dell'utilizzo della tecnologia come strumento in grado di facilitare il processo rivoluzionario in termini di auto-organizzazione (anche attraverso la realizzazione di nuovi meccanismi di partecipazione democratica). Allo stesso tempo anche la diffusione di una certa filosofia sulla decentralizzazione, sulla leadership distribuita basata sulle abilità di ognuno, sul mettersi in gioco e fare le cose rifiutando determinate gerarchie ideologiche. Questo tipo di impostazione è debitore della filosofia hacker nella sua formulazione originaria. Per noi è molto chiaro il fatto che il #15M sia nativo digitale: questo non significa che i suoi componenti siano nativi digitali in termini anagrafici. Significa semmai che è stato preparato, è stato gestito, è stato organizzato, si è dato una struttura e si è mantenuto in Internet. Nasce, prospera e si moltiplica grazie ad Internet. Ed ovviamente li sono andate ad aggregarsi anche altre forme di politica anteriori. Ma quelli che non hanno capito l'importanza di adattarsi a questa nuova forma di politica vivono un forte gap (che noi stiamo cercando di colmare). Il problema è che o si adattano o rischiano di estinguersi. In alcuni casi, alcune frange della sinistra si sono poste in termini antagonistici al movimento #15M, dopo che si sono viste private della loro egemonia e del loro ruolo di avanguardia. Anche se molti, poco a poco, si sono resi conto dell'evidente necessità di adattarsi a questa nuova maniera di fare politica che sta dando buoni risultati.

InfoFreeFlow: I social network come Facebook o Twitter sono uno dei principali campi d'azione del movimento #15M. Il loro ruolo nei processi politici è stato però spesso oggetto di critiche molto serrate. Celeberrima è ormai l'opera di Evgeny Morozov, L'ingenuità della rete, dove il giornalista del Washington Post demolisce qualsiasi velleità di cyber-entusiasmo. In Italia ultimamente è stato invece pubblicato Nell'acquario di Facebook di Ippolita, un libro dove il gruppo di ricerca evidenzia in modo accurato quelle che sono una serie di dinamiche degenerative relazionali all'interno delle reti sociali commerciali (come l'emersione di bolle omofile, la tendenza al voyeurismo piuttosto che fenomeni di pornografia emotiva) in grado di abbassare qualitativamente il livello della partecipazione in rete, fino addirittura a sfociare in quello che viene comunemente definito come clicktivism. Il movimento #15M ha mai dovuto affrontare problematiche di questo tipo? Se si, come le ha risolte?

Simona: In generale il problema c'è ed esiste. Io credo sia importantissimo che ci siano persone che ci mettano in allerta su questo, rendendo pubblico, comune e diffuso a livello di massa il fatto che, per esempio, Facebook sia il vettore di un progetto di trasparenza radicale e di un insieme di comportamenti terribili a livello sociale. È fondamentale dire che Internet appartenga ormai alle multinazionali e che per questo motivo sia fondamentale pensare alla realizzazione di reti autonome.

Ma alla luce dell'esperienza del #15M devo dire che queste dinamiche non sono state un problema per noi, neanche in termini organizzativi. Anzi devo dire che è stato piuttosto vero il contrario. Noi abbiamo messo in atto un sovvertimento molto interessante di questi strumenti del capitale contro il capitale stesso. È importante organizzarsi in reti autonome ma allo stesso tempo però è vero che se in Egitto, in Italia o in Spagna le reti autonome vengono censurate il potere argina un ghetto. Ma se è Facebook ad essere proibito la questione diventa di rilevanza centrale e chiunque ne viene a conoscenza. L'uso tattico che si riesce a fare di questi strumenti è molto stato molto positivo in realtà e credo che il degrado che questi possano provocare non sia neanche lontanamente paragonabile al ruolo avuto in Italia da Mediaset negli ultimi 20 anni. Il discorso ovviamente non vale solo per Facebook ma anche per altri medium come Google. Complessivamente però queste patologie a cui tu facevi riferimento per ora non stanno affatto peggiorando le possibilità di azione del movimento. Al contrario le stanno migliorando. Non so dire se tutto questo in futuro potrà cambiare.

InfoFreeFlow: Il movimento #15M, oltre ad avere un fortissima base nelle pratiche di comunicazione diffuse in rete, ha anche un fortissimo radicamento nel territorio. Come vengono vissute le differenti velocità che caratterizzano i processi decisionali ed organizzativi dei comitati di quartiere rispetto a quelli della rete?

Simona: Questo è stato un problema all'inizio. Il #15M aveva uno slogan che diceva «Andiamo piano perché andiamo lontano». Io sono abbastanza contraria a questo slogan: credo che il problema vada visto a vari livelli. Bisogna rispettare la velocità che richiede inventarci una vita autonoma, libera dall'oppressione esercitata dal capitale e con relazioni affettive non competitive: questo richiede un'educazione ed un ripensamento delle nostre prospettive che passa per tempi più lunghi e lenti. Ma la risposta guerrigliera al capitale deve sempre riuscire ad anticiparlo e deve quindi muoversi a velocità vertiginosa. Questa volta, per la prima volta, possiamo permettercelo: siamo molto, molto più veloci di loro. Noi come X.net utilizziamo un altro slogan che è di Andretti, un corridore di formula uno e che recita «Se credi di avere tutto controllo, allora non stai andando abbastanza veloce». Probabilmente il signor Andretti è un coglione integrale, non lo so, non mi interessa. Ma questo slogan esprime un'idea chiara: quella di decentralizzazione. La decentralizzazione ci insegna, e noi l'abbiamo imparato vivendo le lotte in Internet, che avere un singolo nodo in cui concentrare tutta l'informazione presenta sia vantaggi che svantaggi. Al contrario è fondamentale creare reti in cui si affiancano una molteplicità di lotte diverse tra loro (dalla casa, alla neutralità della rete fino all'autogestione degli ospedali) e che fra di loro hanno un elemento comune: quello della fiducia. Noi creiamo delle reti di fiducia, prive di una direzione centralizzata che permettono di mettere in atto una grande quantità di azioni a grande velocità. Questa è l'essenza del #15M: l'apertura di tanti fronti, di tante reti, in cui ad ogni singolo nodo viene permessa libertà ed autonomia. Come dicevo, questo ha creato dei conflitti inizialmente, quando si diceva «tutto deve passare per l'assemblea!». Poi ci si è resi conto, grazie anche ad un processo di autoformazione diffusa, portata avanti da noi del “barrio di Internet”, che la decentralizzazione dei processi decisionali (con i suoi pro ed i suoi contro) in questo particolare momento è vantaggiosa.

InfoFreeFlow: Durante il workshop che hai tenuto ieri mattina con Toret, hai affermato «Non ci interessa espanderci, vogliamo moltiplicarci». Che cosa intendi dire con questa frase?

Simona: A nostro avviso uno degli errori di tutti i movimenti di sinistra fino a questo momento – e che siamo riusciti a comprendere grazie alla filosofia di internet – è stato un'eccessiva tensione all'autorappresentazione sintetizzabile nella frase «dobbiamo far capire alla gente l'idea dell'anticapitalismo». Non fraintendermi: va benissimo, è molto importante costruire ideologie, ci mancherebbe altro! Siamo però ora in un momento in cui è molto facile far arrivare informazione alla gente: durante il '900 e prima ancora, era un lavoro difficile e complicato far leggere Marx alla classe operaia, anche per motivi di accesso al sapere. Oggi però abbiamo reti di comunicazioni molto più semplici da utilizzare. Siccome la capacità di reperire informazioni sta crescendo sempre di più, l'idea, un po' paternalista, che tu possa educare qualcuno, è secondo me un po' sfasata. Primo, chi siamo noi per insegnare? Secondo perché, per quella che è la mia esperienza, nella nostra testa entra quello che noi vogliamo farci entrare. A seconda degli episodi che uno incontra nella sua vita, se si è preparati ad affrontarlo questo verrà assimilato, altrimenti no. Detta in altro modo: non si diventa anticapitalista per qualcuno ci dice che dobbiamo diventarlo. Noi crediamo allora sia meglio che l'informazione si moltiplichi e si sparga, trasformandosi anche in emozione, rendendola così più semplice da recepire. Molto spesso per la sinistra l'unica finalità è stata quella di diffondere. Oggi per noi la finalità è quella di costruire dispositivi, alternative e sopratutto memetiche che siano in grado di sostituire quelle precedenti. Creare un meme ed indottrinare sono due cose molto diverse tra loro: il meme lo lasci libero. Prendiamo per esempio il meme «Non basta tener casa nella puta vida!». Si è moltiplicato ed è una frase alle cui spalle ci sono tantissime riflessioni ed analisi sulla bolla immobiliare. Ma noi non siamo andati casa per casa cercando di venderlo alla gente: è lui che aderisce ai bisogni delle persone, circola viralmente e fonda un'identità collettiva. Io divento uguale agli altri, tu hai lo stesso bisogno mio in questa situazione di crisi, dove dobbiamo pagare affitti che non possiamo permetterci. È una comunione di esperienze quella espressa dal meme! Non un processo di insegnamento monodirezionale: questa è la differenza tra creare, viralizzare ed indottrinare.

InfoFreeFlow: Il mainstream riesce a mantenere la sua egemonia nella misura in cui continua a creare contenuti e rappresentazioni che diventano bussole di senso e catalizzatori di attenzione all'interno dell'infosfera. Per dirla con le parole di Nye «Nell'era dell'informazione, il vincitore potrebbe essere l'attore con la storia migliore». Come vi siete misurati con questa dinamica? Quali rapporti di forza avete costruito verso i grandi network di comunicazione?

Simona: La storia migliore ce l'abbiamo noi! I media all'inizio ci davano le spalle totalmente. Oggi le cose sono cambiate. Uno dei nostri compagni dice sempre: «Come in un film di fantascienza, la fine del circuito mainstream avverrà quando saranno costretti a riprodurre le nostre informazioni per stare al nostro passo!». Tuttavia noi in questo momento non siamo più egemonici del mainstream in Spagna ma questo non toglie che in molte occasioni siamo noi a decidere le notizie. È molto diverso dall'Italia, dove ovviamente la situazione è assai più difficile, anche a causa di 20 anni di educazione sentimentale televisiva targata Mediaset. Ad ogni modo tieni conto che dopo il 15 maggio, il mainstream spagnolo ci ha messo due giorni per dire che c'era stata una manifestazione. Noi ormai però abbiamo delle reti territoriali, di Twitter, di Facebook ed una capacità di convocazione tale che il mainstream (che oltretutto vive una sua fase di crisi strutturale anche per altri motivi) non può non dare tutta una serie di notizie! Se non trovi certe notizie ne “El Pais”.. beh, smetterai di comprarlo perché comincerai a pensare che le reti di Twitter siano una fonte di informazione migliore! In poche parole: li stiamo obbligando a rivedere i loro criteri di notiziabilità. Se noi circondiamo il parlamento, e loro non lo dicono, l'acquirente non può far altro che pensare «Questo giornale non sta facendo informazione! Io per strada vedo duecentomila persone e ne “El Pais” non c'è una riga in proposito. Smetto di comprarlo. Dove mi informo?». Aprirà Twitter, Facebook, leggerà uno dei nostri giornali o uno dei nostri volantini e dirà «Beh, questi ragazzi stanno facendo un'informazione migliore». Non è un caso che tutti i giornali stiano assorbendo nei loro organici moltissimi bloggers. Il fatto è che non riescono a stare dietro a quanto accade! Ci sono state, non a caso, moltissime discussioni all'interno dei grandi quotidiani sull'affidabilità o meno di Twitter come fonte: oggi però Twitter è sempre menzionato come fonte ed i giornali sono obbligati a citarlo. Chiaro che per metter in atto una forzatura di questo tipo abbiamo dovuto montare il #15M che è stato un punto di convergenza di molti elementi e di molta preparazione, cominciata almeno nel 2003: c'è stata una gestazione di otto, dieci anni.

InfoFreeFlow: Dalle rivolte arabe in avanti, i movimenti globali contro la crisi si sono sempre proclamati privi di leadership. È davvero così? O meglio, è davvero così sul piano comunicativo? In Egitto per esempio, il gruppo Facebook, “Siamo tutti Khaled Said” è stato creato ed orchestrato (il termine non ha un valore connotativo negativo per noi) da Wael Ghonim, dirigente di Google e uomo con una profonda conoscenza dei meccanismi di marketing. Voi stessi parlate di catalizzatori di emozioni ed attenzione. Non siamo di fronte ad una riedizione della figura dell'opinion leader nei processi di comunicazione?

Simona: Noi non parliamo di leadership. Noi parliamo di meriti ed abilità. Anche dal punto di vista della memetica leadership ci sembra un termine pericoloso (esattamente come è pericoloso il termine meritocrazia). Crediamo che la gente debba riuscire a sfruttare appieno la sua autonomia ed a saper funzionare a vari livelli. La nostra idea di catalizzatore è diversa: mettere a frutto al massimo le tue abilità mescolando idee e desideri. Ognuno, a partire da se stesso, deve essere capace di guidare e realizzare le idee che per lui sono importanti.

InfoFreeFlow: Dicevi della necessità di saper agire a vari livelli. Oltre ai social network, che ruolo svolgono le reti autonome nel movimento #15M?

Simona: I gruppi di hacktivisti del #15M hanno cominciato a lavorare prima sulle nostre reti e solo in un secondo momento siamo entrati nelle reti sociali. Quando eravamo più piccoli (e più ingenui) credevamo ci si potesse riunire intorno ad un consenso ideologico, a partire dal quale potersi espandere. Questo ha dei tempi necessari ma lenti per cui lavoriamo anche in contesti in cui ci si riunisce intorno ad affinità di altro tipo: empatiche, legate al modo di vita o alle pratiche comuni. Questo ci porta a lavorare in gruppi dove riusciamo ad essere più veloci e più liberi. Allo stesso tempo lavoriamo anche in gruppi assembleari ed infine siamo anche sulle reti sociali creandone di autonomi ed hackerando quelli commerciali. Tentiamo quindi di darci un respiro di azione il più ampio possibile.

InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

12 novembre 2012

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Prigionieri della rete

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A. Fava intervista Richard Stallman

Per Richard Stallman, guru del software libero, condividere se stessi su social network, motori di ricerca e tablet è infilarsi volontariamente in una galera dorata, senza sbarre ma totale


Se Pico della Mirandola avesse conosciuto Richard Stallman, oltre alla libertà tra scegliere di essere angeli o bruti, probabilmente avrebbe aggiunto una terza opzione: usare il software libero. Per Richard Stallman, fondatore della Free Software Foundation e padre di GNU, che insieme al kernel Linux forma GNU-Linux, è l'unica scelta etica, l'unica che ti rende libero da quella che chiama «colonizzazione digitale». Con Stallman non parlate di open source (tradotto in italiano codice sorgente aperta), un'espressione che detesta da quando fu proposta da Christine Peterson presidente di un'azienda specializzata in nanotecnologie, ufficializzata da Eric S. Raymond al lancio di Mozilla e adottata da una parte del mondo hacker (sull'argomento Codice libero - Richard Stallman e la crociata per il software libero di Sam Williams). Stallman ormai è un globe trotter per la libertà digitale, catechizza gli utenti, convince i governi ad adottare piattaforme libere. A breve potrebbe farlo anche il comune di Genova e infatti abbiamo intervistato Stallman dopo una conferenza a palazzo Tursi organizzata dalla Lista Doria e da Lanterna digitale libera (LDL). Qualsiasi domanda gli poniate, preparatevi ad essere redarguiti se lui non è d'accordo. Irascibile, schietto, tranchant. Stallman è così. Prendere o lasciare.

Trent'anni di battaglie per la libertà di utilizzo di software libero. Trent'anni contro il controllo dei software privato sui computer degli utenti. Ne è fiero?

Sono soddisfatto di quello che ho fatto della mia vita. Ma non abbiamo ancora vinto. Non è questione di conquiste personali. Ci sono problemi oggettivi che cerchiamo ancora di correggere. Anche se abbiamo fatto molta strada, ne manca ancora tanta per eliminare i software proprietari.

Non pensa che la crisi economica possa convincere le amministrazioni pubbliche, anche per ragioni di budget, ad adottare il software libero?

Non ne ho idea. Non so quali mutamenti porterà la crisi. E poi questa non è una questione economica. È qualcosa di più importante: è una questione di libertà. Magari Genova deciderà di adottare il software libero. Ma i proprietari di software hanno molti soldi e li usano per essere sempre più influenti. Ad esempio Microsoft o Apple dicono: apriamo un centro di ricerca nella vostra regione e spendiamo milioni di euro ogni anno. Possono comprare in questo modo parecchie amministrazioni. Tanti governi hanno un'idea così debole della loro missione che se arriva uno che offre soldi e investimenti, gli fanno fare quello che vuole. Nel 2005, quando la Ue stava pensando a una direttiva per permettere i brevetti dei software, la Danimarca era contro. La Microsoft ha comprato una piccola compagnia informatica danese con 3-4 mila dipendenti, ha mandato una lettera al primo ministro dicendo che avrebbero chiuso la compagnia se il paese non appoggiava la direttiva. E così è stato. Invece ogni volta che un'amministrazione pubblica rinuncia ad usare un software libero, diventa attaccabile e viene meno ai suoi doveri verso i cittadini perché rinuncia alla sua sovranità digitale. Basta pensare agli aerei israeliani che scomparirono dai radar dei servizi siriani quando fu attaccata la centrale nucleare perché - sono gli ufficiali del Pentagono a dirlo - probabilmente Israele inserì delle backdoor nel software dei radar siriani. Oppure pensiamo agli attacchi Usa ai computer venezuelani nel 2003 quando il governo di Chavez decise di nazionalizzare la compagnia petrolifera.

Pensa che la rivoluzione digitale possa partire dal basso? E da dove si inizia?

Penso che si debba partire dalle scuole. Le scuole dovrebbero insegnare solo su software libero per educare la gente alla libertà, alla collaborazione e alla condivisione dei saperi. La questione non è rendere l'educazione migliore, ma scegliere tra un buon sistema scolastico o un cattivo sistema scolastico. La scuola non dovrebbe insegnare la dipendenza ma lo sviluppo delle capacità e dell'energia. Quindi dovrebbero diplomare persone in grado di usare software liberi per creare una società libera. Ma ci sono aziende come Microsoft che regalano copie dei loro software alle scuole. Fanno come gli spacciatori che all'inizio regalano una dose. E creano dei dipendenti. Le scuole dovrebbero rifiutare. Le università anche, a partire dal Politecnico di Torino dove grazie all'attuale rettore Gigli e all'avvallo del rettore precedente Profumo (l'attuale ministro) c'è persino un centro Microsoft. Per non parlare del fatto che se ci sono degli studenti che hanno doti da programmatore saranno frustrati. Come impari a scrivere un codice di un programma piuttosto complesso? Apportando qualche modifica a un programma già esistente e questo lo puoi fare solo con un free software.

Lei parla di sistema colonizzato e colonizzazione digitale. Che cosa intende?

Un sistema coloniale tiene i colonizzati divisi e impotenti. Così i software proprietari mantengono i fruitori impotenti. Un sistema coloniale deindustrializza, di solito, i popoli che controlla. Il software privativo ti rende incapace di qualsiasi modifica, in pratica sei blindato in quello che è stato deciso dall'alto per te. Non è un paese che viene colonizzato in questo caso, è una società, ma penso che ci siano delle somiglianze. Per questo parlo di «sistema coloniale».

Gli utilizzatori dei software proprietari non sempre sono consci di essere spiati. Lei ha raccolto le prove secondo cui dietro ai software proprietari si nasconde una vasta operazione di controllo. Ci racconti un po' che cosa sono le malicious features, le funzionalità malevole. Che cosa succede esattamente nei computer?

Windows ad esempio ha almeno due sistemi di sorveglianza. Qualcuno ha scoperto che ogni volta che cerca qualcosa nei suoi file in Windows, il suo firewall riporta un messaggio a qualcuno. Probabilmente ne ricavano che cosa stai cercando. Un'altra cosa che so è che in qualche versione di Windows quando fai gli aggiornamenti, mandano alla Microsoft la lista di tutti programmi che hai installato. Alla fine degli anni Novanta questo era fatto apertamente, ci furono molte critiche, la Microsoft allora tolse il dispositivo, ma poi lo rimise di nascosto qualche anno dopo. Qualcuno lo ha scoperto e c'è voluta una certa perizia perché i dati vengono inviati criptati e se guardi il traffico di rete non vedi che cosa viene mandato. Ma qualcuno ha trovato il sistema per entrare nei codici usando una funzione di callback e ha guardato i suoi dati prima che fossero criptati e spediti via Internet e così ha visto che c'era la lista dei programmi che aveva installato.

In pratica possono sapere tutto?

Possono. Ma la questione è più complicata. Prima di tutto non abbiamo la lista completa delle spy features, potrebbero essercene di più. Ad ogni modo, le manette digitali le possiamo vedere. Il sistema non ti permette di fare un certo lavoro quindi è disegnato per non permetterti di farlo. L'hardware di quasi tutti i pc oggi è malevolo. I dati vengono mandati dal processore al monitor criptati. E, come succede nei moderni videoregistratori, è impossibile collegare un videoregistratore a un computer e registrare un film che stai guardando. Windows è colpevole perché decide per te. Poi in Windows ci sono due backdoor: una è stata disegnata per la polizia e i servizi segreti di quaranta paesi. Ma ce l'hanno anche i criminali. Grazie ad uno speciale programma è possibile realizzare una memoria Usb che quando viene inserita in una macchina Windows ne prende il controllo. Quindi è disegnata per ingannarti. Ad esempio ha anche una funzione per togliere la cifratura.

Che cosa usa lei? Come paga i conti?

Uso un piccolo portatile con free software. Niente tablet, grazie. Non pago con carte di credito. Non uso l'e-banking. Ovviamente la mia banca conosce le mie transazioni ma non uso mai Internet per questo. Poi non voglio che la banca sappia che cosa compro e quindi pago con i contanti. Se devo pagare una visita medica, so che c'è un sistema di sorveglianza praticamente orribile. Ma a parte qualche caso in cui non ho scelta, evito di pagare con qualsiasi sistema. Non sopporto lo spionaggio dello stato sui cittadini. Penso sia un attacco alla democrazia. Sono i governi che ci sorvegliano. Quello che è successo a Genova nel 2001 è una delle prove. Ma torniamo alle backdoor, voi giornalisti avete la cattiva abitudine di saltare da un argomento all'altro. Quando Windows ti chiede di fare un aggiornamento, la Microsoft può installare dei cambiamenti anche se tu dici di no. In pratica possono prendere il controllo totale della macchina. Ho tutte le prove. Una delle backdoor è gestita dal programma Cofee. Anche il Mac ha le manette digitali e gli iCosi (così Stallman chiama iPhone e iPad perché «sono dei mostri», ndr). Per sbloccare gli iCosi bisogna fare un jail break, un'evasione, perché gli iCosi sono progettati come delle prigioni. Quindi non li compro perché non voglio stare in galera. Apple per altro ha ammesso di avere delle backdoor che possono essere installate da remoto. Flash Player ha una funzione di sorveglianza che si chiama «super cookie» che traccia i siti e poi ci sono anche lì le manette digitali. Senza contare l'esempio di Amazon Kindle swindle (qui Stallman gioca con le parole perché swindle vuol dire truffa, ndr) progettato per togliere ai lettori la tradizionale libertà di lettura, cancellando da remoto i libri sul tuo computer.

Non pensa che i giovani, grazie anche all'utilizzo diffuso dei social network, siano meno consci del valore della libertà e della privacy, rispetto a generazioni precedenti?

È una domanda cretina. È come chiedere se gli italiani sono felici o no. Non accetto le generalizzazioni. E poi penso non sia vero. I giovani sono consci dei problemi sulla privacy. Questo non vuol dire che ne colgano i dettagli o sappiano come difendersi ma almeno ci pensano. Certo non ci pensano come ci penso io. Io dico che non uso queste cose. Punto.

È tra i promotori della campagna: Non mi trovi su Facebook (Fb). Perché?

È un sistema di sorveglianza. E io non voglio essere controllato. In pratica invitano la gente ad essere codarda e dire: lo so che mi spiano, ma non posso resistere. Invece di dire è male, non voglio toccarlo. Sostenere che chi non c'è vive fuori dal mondo, è una balla. Io non ci sono e riesco ad essere influente. L'unico inconveniente è la pressione sociale incredibile per convincerti ad usare Fb. Ma praticare lo sforzo di non essere sui social network ti rende più forte nel resistere alla pressione sociale in futuro. Ogni sistema di comunicazione che chiede alla gente il suo vero nome non è buono. Magari non lo pubblicano ma insistono per averlo e quindi anche il «Grande fratello» può averlo. Comunque non vanno neppure usati i multiservice della stessa compagnia perché abbinano le ricerche sul web con la tua mail, il tuo nome e quindi acquisiscono informazioni sensibili. Ci sono sistemi per usare Google senza essere spiati ma se ti connetti con un account gmail sanno chi sei. La società dovrebbe combattere tutti i servizi che chiedono il vero nome agli utenti. Quindi io non li uso. Mantenere la mia privacy è una causa importante e non ci rinuncio. Quanto a usare Fb per promuovere qualche buona iniziativa, questo promuove comunque Fb. La Free Software Foundation dice che se metti delle pagine su Fb che ci supportano siamo contenti ma noi non abbiamo nessuna pagina Fb e non ne incoraggiamo l'uso. Molto meglio mettere a disposizione parte dei tuoi dati sul tuo server per alcune persone che lo vogliono e che tu decidi. E con quel dispositivo comunicare. Fb presenta molti rischi: ad esempio possono licenziarti se hai una crisi depressiva o t'ammali.

Lei non usa neppure i cellulari...

Certo. Sono dei dispositivi di sorveglianza, in pratica trasmettono la posizione geografica e funzionano come registratori. Tramite un cellulare o un palmare possono fare quello che vogliono a tua insaputa. Le rivoluzioni tecnologiche possono essere un'opportunità per attaccare i nostri diritti. Per questo ho paura delle innovazioni tecnologiche: possono essere buone di per sé ma possono essere usate dalle compagnie che vogliono acquisire nuovi poteri su di noi e quindi progettano un nuovo dispositivo per attaccare i nostri diritti. Di recente volevo comprare una radio satellitare ma ci ho rinunciato dopo aver scoperto che avrei dovuto avere un account e pagare il servizio.

Ma qualcuno può dire: che diavolo se ne fanno con tutti questi dati...

Beh con un dissidente politico è chiaro che ne fanno. Dissidente politico e terrorista sono la stessa cosa. Quindi se organizzi una manifestazione e non vuoi che la sabotino o che facciano degli arresti di massa prima del corteo, è meglio che tu non tenga un cellulare nelle assemblee oppure togli la batteria. Adesso lo fanno anche i manager.

p.s. Alla fine della conferenza Stallman mi consegna il suo biglietto da visita, scritto come un annuncio personale: «Per condividere buoni libri, cibo sano, musica esotica e danza, teneri abbracci, insolito senso dello humour».

 

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Sette, mostri e populismi eversivi. I conflitti per uso e controllo della tv alle elezioni

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televisione-webI paragoni tra il movimento 5 stelle e Scientology negli ultimi mesi si sono sprecati. Specie a partire dal momento in cui si è capito che Beppe Grillo stava uscendo dalla dimensione del partito più o meno testimoniale. Bisogna dire che, per essere una lista che può addirittura arrivare prima alle prossime politiche, del movimento 5 stelle si sa ancora poco. Si conoscono poco soprattutto i rapporti tra la Casaleggio e i nodi territoriali, l’eventuale catena di comando ed i poteri reali. E in democrazia questi sono passaggi importanti da conoscere. Ne va della fiducia o meno verso un partito o un movimento. E’ interessante notare però come l’accusa di essere una setta, dall’interno come dall’esterno del movimento, arrivi al M5S a causa del problema delle presenze televisive.

Grillo notoriamente emette infatti una fatwa via internet nei confronti di coloro che partecipano a trasmissioni televisive. Chi vi partecipa, in un modo o in un altro, finisce poi per isolarsi od essere isolato dal resto del movimento. I dissidenti, a loro volta, finiscono in tv o sui giornali, e persino sui social media, per denunciare la “mancanza di democrazia nel movimento”.  Il conflitto è evidente: tra Grillo, che detiene l’egemonia della comunicazione verso gli old media, e parte del movimento. Che, secondo le tendenze finora espresse, dovrebbe restare nell’ambito della comunicazione di rete. Come sappiamo infatti, nonostante la rivoluzione tecnologica e della comunicazione degli ultimi anni, nel mondo istituzionale è soggetto politico chi comunica abitualmente in televisione. E così si è aperto un conflitto reale, nel movimento 5 stelle, che è anche naturale in un soggetto politico che si vuole a rete.

Federica Salsi, consigliere comunale del M5S a Bologna che ha ricevuto una fatwa di Grillo per la sua apparizione televisiva, ha definito “un mostro” il movimento che si sta sviluppando. Al di là di qualsiasi considerazione, o anche esagerazione, noi lo diciamo da tempo: quanto più il movimento di Grillo dà risposte credibili di democrazia interna tanto più, in un periodo difficile come questo, potrà essere accettato dal paese. E’ inutile tutte le volte citare il proprio nonstatuto all’esterno per essere accettati come credibili. Se si sta diventando secondo, o addirittura primo, partito d’Italia bisogna saper parlare e convincere milioni di persone anche non elettori del movimento. Altrimenti le spinte centrifughe sono destinate a moltiplicarsi.

Ma, sul terreno della tv, le cose sul fronte dei cosiddetti “democratici” non vanno certo meglio. Eugenio Scalfari, nel suo consueto editoriale della domenica su Repubblica, ha ammonito i giornalisti televisivi, in particolar modo Santoro, per il fatto di occuparsi di Grillo.  Santoro, secondo Scalfari, darebbe così troppo spazio a Grillo rigonfiando il consenso di quello che il fondatore di Repubblica chiama “populismo eversivo”. Ora bisogna considerare come, per Scalfari, eversivo sia qualsiasi movimento che non è d’accordo con la suicida linea Monti-Bce. Allo stesso tempo ne esce una curiosa concezione della democrazia: se emergono i movimenti la tv non ne deve parlare. Anche se, come per la puntata di Santoro, pochissimi giorni prima hanno avuto successo in una importante tornata elettorale. Bisognerebbe ricordare a Scalfari che in Europa, una quindicina di anni fa, quella del silenzio dei media verso i movimenti fu la strategia adottata da Milosevic. Che finì detronizzato dalla piazza pochi anni dopo.

Da tutto questo emerge un problema ancora oggi centrale: quello del rapporto tra televisione generalista e democrazia. Un problema non da poco in un paese dove, per non aver risolto il problema, si è espresso il ventennio berlusconiano. E dove alla vigilia di importanti elezioni diversi partiti, in realtà ectoplasmi, esistono solo perchè stanno nel palinsesto delle notizie sui principali telegiornali.

(red) 5 novembre 2012

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