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COMUNICAZIONE E MEDIA

No Tav: vietato parlarne. Intervista a Luca Mercalli

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notavscioperoLuca Mercalli replica alle accuse dei partiti ricevute dopo "Che Tempo che fa": «Vogliono ghettizzare i valsusini. Dietro l'opera ci sono interessi enormi, ci sono miliardi promessi a qualcuno e forse già spesi. Due ragazze "no tav" in carcere, i delinquenti liberi»

Luca Mercalli nelle ultime ore è stato bersaglio di pesanti critiche da parte di alcuni partiti politici (in testa il Pd) per aver espresso parere contrario alla Tav Torino-Lione durante il programma di Fabio Fazio "Che tempo che fa" (ecco il video). Un attacco sorprendete che, però, fa emergere come gli interessi affinché la Tav venga realizzata siano enormi. Cadoinpiedi ha intervistato Luca Mercalli.

Perché una reazione così esagerata e compatta della politica al tuo intervento?

Questo me lo sto domandando anche io. Sicuramente è il segno che dietro a questa opera ci sono sicuramente dei grandi interessi perché se si arriva a una reazione così spropositata rispetto a un minuto di considerazioni, peraltro credo legittimate dalla libertà di opinione e anzi dall'informare la popolazione che non ci sono tutti i dati chiari a supporto di questa opera, è il segno evidente che sotto c'è qualcosa, che non è una "normale" opera a favore dei cittadini.

Cosa c'è di innominabile sotto la sigla TAV?

Ma credo che di innominabile ci siano tanti bei miliardi di euro estratti dalle pubbliche finanze e che probabilmente sono già stati promessi a qualcuno, o forse addirittura sono stati anche già spesi. E allora, adesso, non si può più tollerare qualsiasi voce dissonante che possa mettere in crisi l'inizio del cantiere e l'erogazione dei primi fondi pubblici.

Intanto due donne incensurate sono state arrestate, e sono in carcere da giorni. Non è anche questo un eccesso in tutti i sensi?

Ma infatti io sono stato fortemente attaccato per le parole che ho speso su questo fatto. Non ho certo difeso le due donne che non conosco, e poi io non ero sul posto, quindi non dico che il loro fermo sia stato ingiustificato. Ho semplicemente rilevato la sproporzione del trattamento che è stato loro riservato, considerando che sono due donne incensurate e che hanno una posizione nella società di una studentessa e di una madre di famiglia, perfino volontaria del 118. Penso che magari degli arresti domiciliari fossero più appropriati visto che ogni giorno vediamo delinquenti ben peggiori che girano a piede libero per le nostre strade. E quindi credo che è dovere della magistratura dare delle motivazioni più opportune per non esasperare una situazione che in Val di Susa è veramente critica, perché le persone in Valle di Susa si sentono ormai completamente ghettizzate ed etichettate in blocco come delinquenti e nemici dello Stato. Io stesso sono stato accusato da alcuni politici di istigare all'illegalità e alle azioni contro lo Stato, che mi sembrano delle cose eccessive ma soprattutto mi sembrano delle situazioni molto imprudenti. È una situazione dove invece bisognerebbe fornire alle persone elementi critici di giudizio basati sui dati ed è quello che ho chiesto nella seconda breve parte del mio intervento. Si esca da questo vicolo cieco e della contrapposizione e dell'ordine pubblico per rientrare nel dibattito rigoroso e scientifico basato sui dati che supportano, o meno, questa opera. Sappiamo che per il momento non ne sono stati presentati di credibili, c'è una petizione di 135 docenti universitari italiani che chiede di ristabilire una questione di metodo sull'esame di necessità dell'opera, se si passasse a questa fase io credo che si spegnerebbe tutto il problema dei sassi, del fortino, delle reti, delle persone che urlano e cose di questo genere, per passare a un dibattito assolutamente rigoroso sul piano del metodo scientifico.

Questa vicenda delle due ragazze in carcere, una madre di tre figli, ricorda Fuga di mezzanotte. Nessun giornale ne parla. Perché questo silenzio tombale?

Ma penso che faccia proprio parte di questa logica del ghettizzare una intera popolazione, una intera comunità. Ormai è da anni che noi assistiamo, io lo posso confermare vivendo all'interno di questa comunità e essendone parte, proprio un gioco all'indifferenza totale, a neutralizzare ogni genere di richiesta di esame delle istanze legate proprio alla necessità di questa opera, ignorando che non solo c'è una popolazione che protesta ma ci sono delle istituzioni. A me sembra incredibile che venga ignorata una Comunità Montana con un rappresentante di un partito politico, lo stesso tra l'altro che mi accusa. E questo è inaccettabile, è un rappresentante politico, è un'istituzione dello Stato italiano e quindi dovrebbe assolutamente essere ascoltato. Assieme alla Comunità Montana ci sono svariate decine di sindaci che sono altri rappresentanti dello Stato che si oppongono fermamente all'opera e che chiedono chiarezza.
Quindi lasciamo perdere un attimo le proteste di piazza, andiamo sull'istituzionale e proprio dal piano istituzionale vediamo che anche queste istituzioni sono completamente ignorate.

tratto da http://www.cadoinpiedi.it

20 settembre 2011

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 21 Settembre 2011 18:24

Apple banna Molleindustria. Ma "Phone Story" ha un livello fantasma

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Molleindustria, collettivo milanese che con i suoi "giochi radicali" si batte "contro la dittatura dell'intrattenimento" colpisce ancora. E stavolta il target è un gigante come Apple, che ritira l'app "Phone Story- The dark side of smartphone manufacturing" dal suo Store. Ma c'è ancora su Android.

molleiundustriaApple ritira un videogioco dal suo Apple Store, il negozio di applicazioni (di "apps" come si dice) per iPhone e iPad e famiglia. Il gioco è della software house italiana Molleindustria e si chiama "Phone Story - il lato oscuro del tuo telefonino", in inglese "the dark side of smartphone manufacturing". Molleindustria è un collettivo di programmatori milanesi nato nel 2004 con un progetto molto chiaro. "Molleindustria è un progetto che cerca di unire attitudine mediattivista e critica videoludica" si legge sul loro sito (molleindustria.org) e il collettivo sottolinea: "Il nostro obiettivo è di esplorare le potenzialità persuasive del mezzo e decostruire la retorica dei videogames mainstream. E divertirci possibilmente". Un progetto molto interessante per il fatto che un'ottica di comunicazione "alta" va spesso a finire nelle mani di una popolazione non solo disinformata ma anche profondamente analfabeta, non solo di ritorno.

Come infatti constatava Tullio de Mauro nel 2008, citando la popolare Wikipedia, "soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea" (http://is.gd/8zxc6m). Per questo Molleindustria, in un certo senso e con tutti i dovuti distinguo, con i suoi videogiochi è talvolta una sorta di "maestro Manzi" digitale, in quanto oggi è lo smartphone il televisore (di "convergenza mediatica") degli anni '60. L'app "Phone Story" non a caso è dedicata a quel perverso "ciclo del marketing consumer" che rappresenta il livello più sofisticato di consumismo ad oggi progettato, cioè quello degli "smartphone" (et similia). "Phone Story" è secondo Molleindustria "un gioco sull'impatto del consumismo hi-tech" con un plot emblematico: "Segui il tragitto del tuo telefonino dalle miniere congolesi alle fabbriche in Cina, Combatti le forze del mercato in una spirale di obsolescenza programmata".

Sostanzialmente Molleindustria "Phone Story" si divide in quattro "livelli". Nel primo i bambini congolesi raccolgono il coltan ("columbo-tantalite" minerale debolmente radioattivo alla base dell'industria elettronica http://is.gd/ZfVrFE) sotto la minaccia armata dall'esercito; il secondo livello è dedicato ai suicidi che avvengono nelle fabbriche cinesi come la Foxconn per le condizione inumane di lavoro (http://is.gd/ymDE7f); il terzo livello è invece dedicato alla piaga della "planned obsolescence" (per dirla alla Brooks Stevens) e al marketing ossessivo e fidelizzante; il quarto livello è uno sconcertante capitolo che "ritorna" al Terzo Mondo, dedicato alla "e-waste" dove la povera gente che vive nelle discariche si diletta a fondere e riciclare "a mano" gli smartphone buttati dal mondo ricco. Una "summa" delle schermate si possono vedere su questo video "(Phone Story : An iPhone educational game. Now banned from the AppStore" youtube.com/watch?v=sSMSFLAsNzc).

Insomma, riepilogando, i livelli di Molleindustria "Phone Story" sono: "Coltan, Suicidi, Obsolescenza, Immondizia elettronica". Un gioco di "edutainment radicale", così si potrebbe definire "Phone Story", che però ad Apple non sarebbe piaciuto per niente, tanto che l'azienda di Cupertino ha "ritirato" il gioco dal suo negozio digitale Apple Store (http://is.gd/S3iLMW). Questo decisione, che in qualsiasi altro ambito sarebbe stato chiamato "censura" e farebbe stracciare le vesti ai più (nuovendo gruppi su Facebook, flash mob, crisi esistenziali, boicottaggi, ecc.), rimane invece confinato "nel racconto dei media" nell'ambito dell' "irritazione" del gigante californiano. Un mero caso di "lesa maestà" insomma. Se vogliamo è proprio questo "racconto" dei media l'altra chiave importante del "ciclo del marketing" dell'elettronica di consumo.

La stampa "mainstrem" (anche se a volte travestita da piccolo blog fiammiferaio), tendenzialmente, quasi come fosse un vero "livello fantasma" di Phone Story, porta l'acqua con le orecchie ai grandi brand, alimentando la cisterna della "dictatorship of entertainment", citando il "claim" di Molleindustria. Questo episodio dovrebbe portare ancora una volta alla riflessione su come i "sistemi chiusi" del software (e del binomio hardware-software), possano portare ai "buchi della memoria" di quel 1984 orwellinao che il Macintosh d'antan doveva infrangere (youtube.com/watch?v=vNy-7jv0XSc). Intanto all'orizzonte le i-nuvole rimangono nere (leggi "iCloud e Steve Jobs: il lato oscuro della nuvola" http://is.gd/7RiRl7). Ma non è mai troppo tardi.

Franco Losci

tratto da http://www.mainfatti.it

18 settembre 2011

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Ultimo aggiornamento Giovedì 22 Settembre 2011 18:09

Anche la Dandini fuori dalla Rai

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parla-con-meFinalmente uno dei melodrammi estivi Rai è giunto all’epilogo, ma non stiamo parlando di soap-opera. Dopo mesi di dichiarazioni e smentite, è ora ufficiale l’addio a Rai3 di Serena Dandini e della ghenga di Parla con me. Per i pochi che non avessero seguito la querelle tra le due dame di viale Mazzini - la direttrice generale Lei e la Dandini, appunto - il motivo scatenante non è stato il solito mancato rinnovo dei contratti (ormai un classico delle polemiche che investono ciclicamente la Rai) ma la precisa volontà della direzione generale di realizzare il programma internamente alla Rai, decisione per altro in linea con la nuova policy aziendale sull’uso prioritario delle risorse interne.

Il format è infatti sempre stato prodotto dalla Fandango e anche i contratti in esclusiva di autori e conduttori afferiscono alla casa di produzione di Domenico Procacci. Una soluzione poco praticabile dunque, dal momento che Fandango non aveva la minima intenzione di cedere a buon mercato la suo quota di contratti all’azienda di viale Mazzini. Alla fine però si è arrivati a un compromesso, un accordo tanto necessario quanto auspicabile: una riduzione del 5% sui costi di realizzazione della Fandango in cambio della messa in onda. Portando il costo medio di una puntata da 35.000 a 32.000 euro, la Rai avrebbe potuto risparmiare all’incirca 300.000 euro - più di quanto non avrebbe fatto se avesse prodotto autonomamente il programma - ma al Cda, riunitosi ieri per discutere la questione, anche questa vantaggiosa proposta non è andata bene.

Nonostante il programma fosse già stato inserito nei palinsesti autunnali, e presentato di conseguenza agli inserzionisti per la raccolta pubblicitaria, con cinque voti contrari e quattro a favore la bozza di accordo presentata dal dg Lei dopo le trattative con Fandango è stata sonoramente bocciata. A mostrare il pollice verso - e a confermare i rumors secondo i quali l’allontanamento della Dandini fosse una questione assolutamente politica - sono stati i cinque consiglieri di maggioranza (Petroni, Rositani, Verro, Bianchi Clerici e Gorla), mentre hanno votato a favore invece i tre dell'opposizione (Rizzo Nervo, Van Straten e De Laurentiis) più il presidente Paolo Garimberti, schieratosi fin dall’inizio per mantenere in Rai Parla con me.

Una «decisione completamente politica, presa contro l'interesse dell'azienda, conseguente a un preciso mandato, del tutto politico» commenta a caldo Domenico Procacci, numero uno della Fandango. «Da questo momento - sottolinea il produttore - lavoriamo per cercare altre strade», ma quella di La7 sembra essere quella più facilmente percorribile.

A La7 la Dandini non porterebbe Parla con me, format ideato da lei ma di proprietà Rai, ma un nuovo programma, per il quale però non c’è ancora una bozza definitiva, anche se il tempo stringe per la nuova stagione tv, che sarà particolarmente intensa per La7. Con il probabilissimo arrivo della contessa Serena Dandini de Sylva si ricomporrà, in parte, una squadra già collaudata a Rai Tre: Paolo Ruffini dirigerà la tv di Telecom Italia Media a partire dal 10 ottobre mentre l’accoppiata Fazio e Saviano tornerà nell’estate 2012 con il Vieni via con me.

Se La7 prova a costruire un palinsesto in grado di dare del filo da torcere ai concorrenti, per quanto riguarda viale Mazzini la filosofia d’impresa è a dir poco tafazziana: il consiglio di amministrazione, nella medesima seduta in cui ha “spento” uno dei pochi programmi satirici sopravvissuti all’epurazione, ha preferito promuovere il reality trash L’isola dei famosi, anch’esso realizzato da una casa di produzione esterna (la Magnolia tv del gruppo De Agostini). Questa la considerazione fatta anche dal presidente Garimberti che ha affermato come sia «aziendalmente incomprensibile la decisione presa dalla maggioranza e - ha chiosato l’ex giornalista di Repubblica - mi rammarico che il consiglio si sia spaccato come non accadeva da mesi».

Ma la questione, oltre a sollevare le classiche rimostranze politiche, crea problemi prima di tutto economici. Come ha giustamente sottolineato il consigliere di minoranza Rizzo Nervo, a sole due settimane dalla partenza di Parla con me - programmata per il 27 settembre - sono state soppresse ben 4 seconde serate di Rai3 e nell’opporsi così ideologicamente al programma «non si è tenuto conto degli ingenti danni che derivano da un palinsesto profondamente diverso da quello che era stato presentato agli investitori pubblicitari».

Dopo l’addio della gallina dalle uova d’oro di Rai2, il discusso e ultimamente discutibile Michele Santoro, viale Mazzini perde dunque un’altra delle sue poche fonti di guadagno e nonostante la direzione generale Lei fosse stata salutata come garanzia di pluralismo e qualità, la deriva della tv di stato appare ormai evidente.

Maria Vittoria Orsonlato

tratto da www.altrenotizie.org

15 settembre 2011

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Al Jazeera, Libia e la fabbrica di bugie

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Un editoriale apparso su Russia Today, indica Al-Jazeera come la principale responsabile del muro di menzogne

al_jazzeraDa un po' di tempo circola una battuta che riassume i fatti di Libia, il ruolo dell'informazione, il destino di Muammar Gheddafi e recita così: "Il giornalismo è morto. Gheddafi non ancora". Ciò presumibilmente a significare che molte testate giornalistiche hanno prestato i loro servigi perché si raggiungesse al più presto la fine di Gheddafi. Certo, per il bene del popolo libico - oppresso da quarant'anni di un regime inflessibile - ma anche per soddisfare le richieste di alcuni poteri che presto (?) potranno sedere al banchetto libico.

Un editoriale apparso su Russia Today, indica Al-Jazeera come la principale responsabile del muro di menzogne costruito sulla guerra di Libia: a partire dagli "oltre mille morti" nella prima settimana di proteste, passando per le immancabili fosse comuni fino a una lunga serie di notizie puntualmente verificatesi "inesatte". Senza troppi giri di parole riduciamo tutto ad un'equazione: Al-Jazeera è sostenuta dal governo del Qatar; il Qatar ha forti interessi petroliferi in Libia ed è stato il primo paese arabo a riconoscere il Cnt, nonché il primo a inviare sei jet Mirage per l'implementazione della no-fly zone. Al-Jazeera ha anche aiutato i ribelli a mettere in piedi una emittente televisiva, usando un satellite francese, per by-passare la tv di stato libica. Con queste premesse, dove si trova l'imparzialità? Propaganda contro propaganda. Bugia contro bugia. Il problema nasce dal fatto che Al-Jazeera ha conquistato negli anni una credibilità addirittura superiore a molte emittenti occidentali. Uno degli ultimi lanci di Al-Jazeera ha scatenato il dibattito sulla rete: "Un aereo della Nato ha abbattuto un missile Scud lanciato dai lealisti". A quanto pare, l'abbattimento di un missile da parte di un jet è considerata dagli esperti cosa estremamente difficile se non impossibile. La sperimentazione di un laser per fare ciò è in pieno sviluppo. Siamo certi che ne sapremo di più nei prossimi giorni.

Queste notizie fanno bene al morale dei combattenti, soprattutto esse rappresentano un credito importante per i "paesi amici" che passeranno a riscuotere nei prossimi mesi.

A dare la notizia della cattura di Saif al-Islam Gheddafi, era stato il Cnt comunicando l'arresto e la custodia in luogo sicuro del figlio del rais. La notizia è stata ripresa da tutti (noi compresi), ma a quanto pare il rampollo fino a ieri non ha mai lasciato l'hotel Rixos, dove si trovava in compagnia di molti dignitari del regime e dei giornalisti rimasti "ospiti forzati" e liberati solo dopo l'abbandono dell'hotel da parte dei lealisti.

Pepe Escobar, reporter di fama internazionale e corrispondente di AsiaTimes, ha definito "patetici" i servizi lanciati dai colleghi di Cnn e Bbc: "raccontano gli avvenimenti dalle camere d'albergo, con casco e giubbotto antiproiettile", mentre i giornalisti indipendenti stanno rischiando la vita per strada a cercare storie e verità.

tratto da http://it.peacereporter.net

11 settembre 2011

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Frequenze distorte. In Italia le frequenze televisive non si pagano!

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Lo scorso martedì sono scaduti i termini per la presentazione delle domande di partecipazione all’ultima delle aste per l’assegnazione delle rimanenti frequenze del digitale terrestre: una ghiotta occasione per provare a rimpinguare le miserrime casse statali (in potenza), l’ennesima truffa ai danni dei cittadini e dello Stato (in atto). A differenza dell’asta che si sta svolgendo per le frequenze del dividendo digitale esterno, dove Telecom Italia, Vodafone, Wind e H3G hanno già messo sul piatto 2,3 miliardi di euro, quella per le frequenze televisive non è a pagamento. Ma andiamo per ordine.

Poco meno di quattro mesi fa l’esecutivo aveva approntato il regolamento di gara per l’assegnazione dei cinque nuovi multiplex  - ovvero le ambite megafrequenze digitali che possono trasportare fino a sei diversi canali - e di uno slot D-VBH, necessario alle trasmissioni rivolte ai dispositivi portatili come i cellulari o i tablet. Come prontamente segnalato da Il Fatto Quotidiano, il testo licenziato dal Ministero per lo Sviluppo Economico e sottoscritto dall’Agcom, più che favorire il pluralismo e l’ingresso di nuovi soggetti all’interno del mercato televisivo era tutto sbilanciato a favore di Rai e Mediaset che, partecipando a due gare su tre, avrebbero avuto gioco facile nell’accaparrarsi le fette di torta migliori.

Il meccanismo era quello di evitare una normale gara per prendere invece la strada del beauty-contest, un processo di assegnazione che prevede una graduatoria tra i concorrenti in base a tutta una serie di requisiti tecnici e commerciali, come il numero di dipendenti o il possesso di infrastrutture e impianti di trasmissione. Il perché dell’assegnazione gratuita risiedeva invece nel fatto che le frequenze in questione erano già di alcune società televisive (indovinate quali) che, una volta pungolate dall’Unione Europea, avevano restituito il maltolto mettendo così lo Stato in grado di cederle ad altri operatori televisivi.

Peccato che da Bruxelles si siano dimenticati di specificare che in ogni altro paese dell’Unione le frequenze sono un bene pubblico e il loro utilizzo viene sempre pagato dalle aziende che le usano. In un momento in cui ai cittadini viene chiesto di versare lacrime e sangue e i servizi vengono ridotti ai minimi termini, decidere di regalare due miliardi di euro - queste le previsioni di introito - è certamente tafazziano, almeno per la finanza pubblica. Nel 2001 l’ultimo governo Amato riuscì infatti a incassare quasi 14 miliardi di euro vendendo, sempre agli operatori delle telecomunicazioni, la banda per implementare i servizi UMTS; ma per Berlusconi e il suo Biscione è naturale fare le dovute eccezioni.

All’interno dell’opposizione si erano (fortunatamente) levate voci di dissenso e due senatori del Pd, Vincenzo Vita e Luigi Zanda, avevano approntato un emendamento alla manovra in discussione, proprio per abolire il meccanismo del beauty-contest e indire un’asta competitiva per l’assegnazione delle frequenze. Il testo, condiviso anche da Italia dei valori e Terzo polo è stato però bocciato per un solo voto lo scorso lunedì in commissione bilancio al Senato ed ora è ufficiale che lo Stato non guadagnerà un euro dal tanto celebrato digital divide.

Purtroppo però non è tutto. Nel testo che il ministro Paolo Romani ha licenziato e spedito a Bruxelles non c’era traccia della voce riguardante il disciplinare di gara, ovvero tutta quella serie di garanzie di trasparenza in grado di fare la differenza all’interno di un bando gratuito: dalla nomina della commissione esaminatrice all’advisor, dal numero di concorrenti ammessi fino all’individuazione delle frequenze da mettere a gara. Proprio in questo escamotage è possibile individuare quella che sarà l’assoluta discrezionalità del ministero tenuto ad interim da Berlusconi fino allo scorso 4 ottobre.

Stando infatti a quanto affermano gli operatori minori, le frequenze destinate a Rai e Mediaset vengono considerate le migliori, in quanto coprono l’intero territorio nazionale e non risentirebbero di interferenze. Dalla divisione in lotti delle frequenze da assegnare, ai meccanismi per racimolare i punti preziosi per scalare la graduatoria, fino alla scelta del beauty-contest al posto di un’asta competitiva, tutto è organizzato affinché Rai e Mediaset tornino a casa con un multiplex in più rispetto a quelli che già posseggono. Con buona pace dei nuovi soggetti che vorrebbero entrare nel mercato televisivo italiano e che molto probabilmente rimarranno senza una frequenza dove trasmettere i propri programmi.

L’unica realtà in grado di giocarsela alla pari con il duopolio Rai-Set, sia per quanto riguarda l’offerta culturale che come infrastruttura tecnica, è sicuramente Sky Italia. Contro la tv di Tom Mockridge, il ministro Romani aveva ingaggiato una battaglia legale per tenerla fuori dalla partita e c’è voluto un intervento del consiglio di Stato - che lo scorso 10 febbraio ha bollato come “manipolativo” il comportamento dell’esecutivo - per riammettere la televisione satellitare alla corsa per l’assegnazione di un segnale digitale.

Telecom Italia Media, il network che fa capo a La7 e Mtv, aspetta invece il pronunciamento del Tar del Lazio. Lo scorso 8 agosto la società ha infatti impugnato il bando di gara redatto dal Ministero su indicazioni dell’Agcom, reiterando il ricorso presentato la prima volta nell’ottobre 2009: nel merito, si contestava l’equiparazione di TI Media a Rai e Mediaset e si chiedeva un risarcimento di 240 milioni di euro per i mancati introiti derivati dalla perdita delle frequenze.

Difficile infine stabilire i tempi per l’assegnazione dei multiplex, che non potranno essere venduti a terzi per cinque anni dalla data dello switch-off digitale: le procedure per la nomina della Commissione giudicante sono ancora in corso e anche per quanto riguarda chi ricoprirà il ruolo di advisor non ci sono indizi certi. L’unica cosa certa in questa complicata faccenda è che gli italiani, al solito, devono mettersi da parte di fronte agli interessi del cittadino Berlusconi.

Mariavittoria Orsolato

tratto da http://www.altrenotizie.org

9 settembre 2011

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