Thursday, Dec 18th

Last update:01:35:13 PM GMT

You are here:

COMUNICAZIONE E MEDIA

Mediaset trema di fronte alla crisi di governo

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

mediasetNon c'è da stupirsi che il vero controllore politico del centrodestra, il gruppo Mediaset, abbia visto serie cadute dei propri indici azionari.
Solo una politica rappresentata come teatrino di personaggi (Silvio, Umberto, Fini, Casini etc) come quella italiana poteva non accorgersi che i comportamenti del centrodestra erano e sono dettati dalle esigenze dell'ossatura del Pdl, il gruppo televisivo Mediaset. E il disperato tentativo di Berlusconi di resistere alla presidenza del consiglio risponde infatti a una sola logica: quella dettata dal timore del gruppo da lui presieduto di perdere leggi favorevoli al proprio mercato pubblicitario e di comunicazione.
Ecco qui una scheda che riassume i timori di Mediaset. Non parlarne pubblicamente rappresenta il solito errore di prospettiva della politica italiana. (red) 8 novembre 2011

http://www.giornalettismo.com/archives/165903/il-vero-problema-di-silvio-mediaset/

AddThis Social Bookmark Button

Contro 'la Casta': anche retorica e qualunquismo di destra

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 6
ScarsoOttimo 

parlamentoCitiamo solo gli ultimi in ordine di tempo. Lo spot della Fiat che ammicca esplicitamente al rancore verso le auto blu. Il video di Enzo Jachetti (uno che prestando la sua faccia al vero telegiornale del ventennio berlusconiano, Striscia la notizia, ha molte responsabilità della situazione in cui ci troviamo) che manda tutti i politici a quel paese. Il monologo di Enzo Brignano a Le Iene che rimastica i peggiori luoghi comuni del qualunquismo di fine regime. Il conduttore superberlusconiano Aldo Forbice che a “Zapping”, su Radio1, si fa portavoce di una campagna contro “i costi della politica” e per la riduzione del numero dei parlamentari. Quest’ultima, del resto, è l’unica rivendicazione comprensibile in mezzo alla fuffa del format messo in piedi da Giorgio Gori (uomo di Canale 5 e del Grande fratello) a favore di Matteo Renzi. Dunque, non si tratta più di un rumore di fondo, ma del rischio concretissimo che la crisi economica e politica produca un movimento d’opinione addomesticato e privo di sbocchi positivi.

La retorica – facile perché veritiera, eppure inutile – contro “la Casta” dilaga, di pari passo con l’incedere della crisi e accompagna gli ultimi atti del regime berlusconiano. Ma la struttura dei discorsi non è mai neutra. Come ha spiegato il linguista americano George Lakoff, ogni discorso costruisce un “frame”, una cornice concettuale, che i qualche modo contiene anche il suo esito. Ecco, la retorica sulla Casta è un “frame” di destra. Entrare dentro quella cornice significa portare acqua all’individualismo, al rancore senza rabbia, alla frustrazione. La (presunta) denuncia delle malefatte della “Casta” esiste da anni, viene pompata dai grandi mass-media (due giornalisti del Corriere della sera hanno coniato il termine e le televisioni non mancano di tirarlo fuori), ma non è servita a niente. È servita solo ad aggregare masse di individui abbandonati a sè stessi attorno al rancore e alla frustrazione. Non ha prodotto forme di solidarietà, sperimentazione di alternativa o lotte in grado di rompere la frammentazione. Si è concretizzata sempre in lamento sguaiato e generico contro “i politici”, alzando cortine fumogene per nascondere i rapporti sociali, la distribuzione della ricchezza, le relazioni di potere.

La retorica contro “la Casta” prescinde da qualsiasi colore politico. Tuttavia, ogni discorso che si pone oltre i confini valoriali e politici di “destra” e “sinistra”, ritenendole orpelli del passato o puri strumenti ideologici, alla fine – stringi stringi – vuole attaccare “la sinistra”. Chiunque abbia un minimo di esperienza politica quando sente pronunciare la frase “non sono né di destra né di sinistra” traduce mentalmente in “sono di destra”. Quella formuletta nove volte su dieci prelude ad una polemica verso la sinistra. Il sintagma “né di destra né di sinistra” riassume la genesi e l’autorappresentazione del fascismo. Quel modello è continuamente riproposto ai giorni nostri. Quando, nel 2008, i giovanotti telecomandati dai “fascisti del terzo millennio” di CasaPound cercarono di infiltrarsi nei cortei dell’Onda studentesca, intonarono lo slogan “Né rossi né neri ma liberi pensieri”.

Anche la Lega ha sempre cercato di presentarsi come “né – né”: il federalismo e persino la secessione vengono presentati come soluzioni agnostiche, non necessariamente di destra o sinistra”. Lo stesso dicasi per Forza Italia: Berlusconi ha sempre fatto vanto di raccogliere chiunque nel suo movimento carismatico: dai postfascisti agli ex comunisti passando per democristiani, radicali e socialisti. In un altro contesto, ma rimadendo a un movimento carismatico e populista, questo discorso vale anche per il partitino di Beppe Grillo, che ha cominciato ponendo problemi genericamente considerati di “sinistra” (l’ecologia, la lotta ai privilegi, i diritti dei giovani, l’antiberlusconismo) e che a furia di dirsi “né di destra né di sinistra” assume anche posizioni di destra, blaterando di invasione di clandestini o disegnando di complotti della finanza mondiale.

Bossi, Berlusconi e Grillo utilizzano volentieri la retorica della Casta, ci si trovano a loro agio. Bossi la piega alle teorizzazioni localiste (dice con la Padania, i politici sarebbero vicini al territorio e quindi più “controllati” dalla gente), Berlusconi se ne serve per tirarsi fuori (dice che lui non è un “politico” ma un imprenditore prestato alla politica che ha persino rinunciato allo stipendio da premier: quindi non fa parte della Casta!) e Grillo la usa per spargere la sua paccottiglia qualunquista.

Ancora: è tipico della destra banalizzare qualsiasi cosa, trasformare problemi complessi (come il deperimento della politica, la sua incapacità di fare da contropotere all’economia, la crisi della rappresentanza e della sovranità Stato-nazione) in questioni semplici. Assecondare il discorso sulla Casta significa soffocare la fiammella del pensiero critico con valanghe di frustrazioni e scorciatoie mentali. Questo non significa, ovviamente, che non ci si debbano inventare narrazioni “semplificate” per coinvolgere quelli meno abituati a muoversi dentro scenari complessi. La storia della sinistra, quella riformista e quella rivoluzionaria, è piena di simboli e miti pensati per coinvolgere la gente semplice. Ma l’arte della costruzione dei racconti e dei miti deve fare i conti con i rischi di questa attività. Le narrazioni politiche, per non fare il gioco della destra, devono sempre avere un’apertura verso sviluppi di ragionamento più alti e devono sempre disegnare scenari che producano esiti “positivi” e che invitino a mettersi in relazione con altri per costruire qualcosa. Altrimenti, siamo di fronte a una narrazione di destra: la costruzione di un “nemico” contro cui indirizzare la povera gente. Come nel caso della Casta.

Chi parla della Casta pone sempre questioni di metodo (“i politici guadagnano troppo”), ma non entra mai nel merito delle cose da affrontare. Cioè non prende posizione su nulla. Perché il più delle volte sbraitare contro la Casta serve solo disegnare uno scenario in cui ognuno fa quello che gli pare, una enorme zona grigia in cui muoversi liberamente e senza remore: “Siccome tutti rubano, lo faccio anche io per farmi giustizia da solo” (di questo tema si è occupato Franco Cassano nel suo “L’umiltà del male”, edito da Laterza).

Provate a digitare sul motore di ricerca di una qualsiasi libreria online la parola “Casta”. Vi accorgerete di quanti libri sono usciti solo negli ultimi due anni con quella parola nel titolo. Oltre al bestseller di Stella&Rizzo troviamo decine di volumi: ci si scaglia contro “La casta dei farmaci” e contro quella “dei sindacati”, si attacca “La casta del vino” e persino quella “dei radicalchic”. Per non parlare de “La casta della chiesa” e di quella “dei giornali”. Ovviamente, ci sono anche un paio di libri contro “La casta dei giudici”. Questa proliferazione di titoli è senz’altro dovuta a motivi di marketing (si cita il titolo del libro che ha venduto tanto). Il motivo di tanto successo è che lo schema del discorso sulla Casta è accattivante perché deresponsabilizzante: c’è sempre un “io” e uno “loro”, c’è sempre un confine che divide una generica “società” e qualche “casta” di rapaci parassiti. Il risultato è che la “società” indifferenziata non debba mai mettersi in discussione, che basti denunciare la corruzione (che riguarda sempre l’altro) per sentirsi in pace con la coscienza.

Giuliano Santoro

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2011/11/4/17112-perche-il-discorso-su-la-casta-e-di-destra/

* Queste note sono debitrici della discussione collettiva che da tempo si dipana in rete: se n’è discusso in Giap!, il sito dei Wu Ming, ne hanno parlato nei loro blog – tra i tanti - Jumpinskark e Loredana Lipperini (emblematico lo scambio su Striscia la notizia), ne abbiamo scritto su Carta.

AddThis Social Bookmark Button

La violenza dei Trony Bloc

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 9
ScarsoOttimo 

trony_calca_romaSi sa. Noi siamo il Paese dove tutto è il contrario di tutto. Mentre ad Atene, nelle altre nazioni europee e negli States, la protesta contro chi ci ha impantanati in questa crisi globale è sempre più accesa, a Roma una piazza si riempie, venticinque mila persone creano ingorghi, disagi e danni ad un'intera città: tutto questo per l'inaugurazione del megastore di elettronica ed elettrodomestici Trony.
Ponte Milvio non verrà più ricordata per i lucchetti dell'amore tanto cari a Federico Moccia e neppure per le "puncicate" firmate ultras Lazio e Roma, ma perché uomini, donne, giovani e meno giovani eranno pronti a tutto, anche a menar le mani, per conquistare l'iPhone4 e i televisioni 3D a prezzi stracciati.

Quanto è triste Roma il giorno dopo.
Due settimane fa si era risvegliata ancora tramortita dagli scontri di Piazza San Giovanni.
Stuprata e additata come esempio da non seguire.
L'ipocrisia. Gli stessi che condannavano le violenze romane, ventiquattr'ore dopo applaudivano gli incendi di Atene: i nostri erano solo stupidi teppisti vestiti di nero, pericolosi provocatori da rinchiudere in gabbia e poi buttare la chiave, i greci invece rivoluzionari.
Due pesi, due misure.
Non che i nostri "ribelli" non ci abbiamo messo del loro. Già, perché mentre nella patria di Socrate si tentava di dare l'assalto al Palazzo d'Inverno, in quella di Giulio Cesare si mandava in frantumi la statuetta raffigurante  la Madonna di Lourdes.
Azioni che estrapolate, isolate e evidenziate rischiano di sminuire tutto il resto, ovvero la rabbia di chi è stanco di vivere perennemente in apnea, rischiando ogni istante di affogare tra i debiti e i sequestri di beni o di un quinto dello stipendio firmati Equitalia e affini. La rabbia di chi superato il limite, non è più disposto ad alzare le mani ed abbassare i calzoni.

Torniamo sul Ponte Milvio. Quello che si è visto davanti alle vetrate, mandate in frantumi dalla calca, di Trony fa ribrezzo.
Venticinque mila comparse per uno spot ben riuscito.
Il Capitale se la gode nel vedere che il suo fascino ancora funziona. Non solo: intasca in un colpo solo due milioni e mezzo di euro!
Venticinque mila marionette, dunque, che probabilmente non sarebbero mai scese in strada contro qualcuno o per qualcosa.

E non veniteci a dire, come qualcuno sta già facendo, che erano in coda per colpa della crisi. Dai, cerchiamo di essere seri. Stiamo parlando di simboli del consumismo, non certo di carne o verdura. L'assalto non era ai forni del pane, ma ad un negozio di smartphone di ultima generazione.
Cosa c'entra la crisi con quanto è avvenuto a Ponte Milvio? Picchiarsi, rischiare di morire schiacciati per acquistare un telefonino a 399 euro (quanto guadagna in un mese un precario) invece di pagarlo a prezzo pieno, non è certo un esempio di cui vantarsi per un popolo che dice di essere indignato o incazzato.
Qui finisce che scopriamo che gli italiani dentro invece di avere la voglia di cambiamento hanno solo l'X Factor!

Stiamo vivendo giorni terribili, ma allo stesso tempo importanti e che possono ancora una volta, come è avvenuto nel passato, servire a compattarci per portare il nostro Paese verso la svolta.
É stupido perdersi dentro il plasma di uno schermo venduto a prezzo promozionale.
È molto più intelligente seguire l'esempio dei giovani, dei precari, dei disoccupati, degli operai che non mollano e che continuano a scendere in strada ogni giorno, con indignazione e ribellione, tra l'indifferenza dei media, che dedicano  poche righe alla loro lotta, solo perché nessun sasso viene lanciato e non ci sono volti coperti.
Invece di etichettare questi ragazzi (e non) come fannulloni, appoggiamoli, ma soprattutto dissociamoli dalla violenza dei "Trony Bloc". Come qualcuno ha voluto fare per Piazza San Giovanni, facciano per Ponte Milvio, invece di continuare a dire che quanto accaduto è da imputare al duro momento economico, mettendo così sullo stesso livello indignati e tronysti.

In un bellissimo film del 1976, di Carlo Lizzani, "San Babila ore 20: un delitto inutile", uno dei protagonisti, finito in manette, buttava giù dalla questura di Milano un fallo finto e, riferendosi alla morte dell'anarchico Pinelli, spiegava che «una volta dalle finestre volavano i sovversivi, adesso volano solo cazzi di gomma».
Una volta la chiamavamo rivoluzione, adesso rischiamo di fare un Quarantotto per un iPhone e un iPad.  Alla faccia delle sfumature.

Andrea Doi

tratto da http://www.nuovasocieta.it

29 ottobre 2011

AddThis Social Bookmark Button

La guerra della Playstation. Mussolini e Giovanardi: "Contro i black bloc vietare State of Emergency 2"

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 4
ScarsoOttimo 

state-of-emergency-2La politica istituzionale italiana, per quando sia screditata, regala sempre qualche momento di buonumore. L'onorevole Alessandra Mussolini, presidente della commissione bilaterale sull'infanzia, vorrebbe proibire la vendita di State of Emergency 2, videogioco sulla rivolta urbana. La stessa posizione è stata assunta da un altro esponenente del centrodestra, Carlo Giovanardi. La tesi, rimasticatura di posizioni della destra repubblicana americana di venti anni fa, è che giochi come questo predispongono alla violenza urbana.
Cominciamo a ridere: State of Emergency 2 è il circolazione da cinque anni. Infatti era un titolo uscito per ps2. Difficile assai riscontrare un rapporto di causa e effetto tra il gioco e quanto accaduto a Roma. Poi la circolazione di un titolo non si può impedire. Basta proibirne la vendita e i download del titolo si moltiplicano rendendolo ancor più famoso e giocato che nel passato. Siamo alle solite: la destra cerca, in nome di impossibili relazioni tra videogiochi e comportamenti sociali, di controllare un fenomeno in modo grottesco. Che finirebbe di produrre effetti persino contrari rispetto a quelli desiderati.
Incontrerà poi la demenziale proposta la fiera resistenza dell'opposizione?
C'è da dubitarne visto che cinque anni fa l'allora presidente della Camera Bertinotti propose una commissione di controllo sui videogiochi. E su un titolo allora messo all'indice, Rule of Rose, riferì il ministro della giustizia Mastella (si veda Bertinotti contro i videogiochi http://www.molleindustria.org/node/72).
Tra la cultura di centrosinistra e quella di centrodestra su questi tempi, possiamo tranquillamente affermare, regna infatti la concordia bipartisan.

E così tra sindacalisti, vedi Landini, che invocano dal palco di una manifestazione l'uso delle intercettazioni nei confronti dei manifestanti sospetti, le proposte di fidejussione bancaria per garantire le manifestazioni ecco la coppia Mussolini-Giovanardi a finire di deliziare l'audience.
L'Italia non sarà un paese per giovani ma la dimensione del comico è sempre di alto livello.

(red) 21 ottobre 2011

fonti

Mussolini: battere i Black Bloc? Vietare State of Emergency 2!

http://www.videogamezone.it/pc/mussolini-battere-i-black-bloc-vietare-state-of-emergency-2-2842

(AGENPARL) - Roma, 20 ott - Ancora più duro il sottosegretario Carlo Giovanardi, che chiede il bando di State of Emergency, il videogame di rivolta urbana disponibile sulla piattaforma Playstation 2, aderendo alla campagna contro i videogiochi violenti promossa da KlausCondicio, la trasmissione web di Klaus Davi in onda su YouTube: “Trovo scandaloso - afferma Giovanardi - che il giocatore possa lanciare tubi, mattoni e panchine contro i poliziotti e che il videogioco sia venduto come il primo dove si possa partecipare attivamente ad un combattimento per strada. Vanno banditi i videogiochi predicatori di odio che portano i giovani a confondere l’immaginario con la realtà. Non ci si rende conto che il gioco diventa reale perché ha a che fare con le persone, e che spesso si trasforma in un dramma, in una tragedia”.
Nel corso della trasmissione, visibile al link http://www.youtube.com/user/klauscondicio, Giovanardi ha aggiunto: “Da un lato ci sono gli educatori, la scuola e la famiglia, che insegnano ai giovani il rispetto per le altre persone e i comportamenti civili. Poi il pomeriggio, per magia, i giovani fanno esattamente il contrario utilizzando questi videogiochi. Qual è allora la legalità? Quella che ti dicono che non si può fare o quella che ti dicono che più danni fai più punti avrai? Mi infastidisco – conclude - perché poi ascolto la banalità e la disarmante idiozia delle dichiarazioni di questi giovani che vengono arrestati e che balbettano giustificazioni per atti di violenza così terribili come quelli che abbiamo visto sabato”.

http://www.agenparl.it/articoli/news/politica/20111020-violenza-giovanardi-al-bando-videogioco-che-invita-a-colpire-poliziotti

AddThis Social Bookmark Button

La carezza del celerino. Repubblica alla testa del movimento

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 25
ScarsoOttimo 

drago_sputa_fuocoIn queste ore tutti gli organizzatori che affermano "i black bloc ci hanno rubato la manifestazione" non farebbero male a dare un'occhiata a chi si è preso la testa del movimento. Già perchè settimane di "percorsi", riunioni, scazzi, mediazioni fatte e disfatte sulla composizione e sulla testa del corteo non hanno ovviamente impedito che Repubblica, al momento ritenuto opportuno, si prendesse il movimento.

E' bastato valutare, nel fine settimana, la redditività dell'affare. Stiamo scherzando? Proprio no. Un ala di movimento frammentata, rissosa e confusa che ha puntato tutte le sue carte identitarie sull'estraneità dei "violenti" dalla manifestazione adesso ha solo i media che la tengono in piedi. E che certificano il cattere civile, nonviolento e propositivo della manifestazione. Basta però un clic di mouse, che avverrà quando gli indignati saranno notizia vecchia o dovranno fare posto al processo su Sarah Scazzi, che la visibilità di questo
movimento è destinata a dissolversi.

Dopo la giornata di sabato dal punto di vista mediatico, quello che conta in politica altro che la testa del corteo, gli indignati sono una notizia minore. Piaccia o non piaccia in questi giorni le star non hanno la faccia perbene del collettivo che scrive a Napolitano, del creativo che vive a metà tra il mondo pubblicitario e i cortei post laurea, tutta roba che fa audience per il genere  pietistico "sono come noi ma non trovano lavoro".
Le star televisive, che per qualche giorno conteranno più di X-Factor, hanno felpe, cappucci, sono agili, veloci. Tv generaliste, satellitari, grande stampa.

Tutto quello che un precario perbene che crede nella mediazione di Napolitano per principio non avrà (giustamente) mai nella vita. Si tratta quindi per Repubblica di gestire una notizia oggi minore, gli indignati, prendendo di fatto la testa di un movimento messo nell'ombra, impaurito e confuso. Perchè le aspiranti star del venerdì possono finire nell'ombra il lunedì , i media sono impietosi, ma la gestione della loro caduta può comportare un certo profitto.
Perchè un giornale e un sito si riempiono anche con le notizie che, giocoforza, sono destinate a scendere in basso nella foliazione o nelle feature. Ma le notizie minori non è detto che non scatenino i creativi.

Primo punto della linea di Repubblica sul movimento: creare un'empatia tra poliziotti e manifestanti pacifici.
Ecco quindi l'effetto carezza del celerino. Recita Repubblica

"in questa sequenza gli occhi di un celerino incontrano quelli di una manifestante e teneramente la mano del poliziotto si poggia sul viso della ragazza quasi ad anticiparle un bacio".

Ecco la fotosequenza

Come si può vedere titolo e didascalia sono completamente inventate rispettoalle foto. Ma la linea è creare empatia tra indignati e forze dell'ordine. E, si sa, le forzature servono a far passare la linea. Il giornale di Ezio Mauro è alla testa di un movimento mica sorbole.

Secondo punto. Creare un recinto per reti e collettivi del movimento pacifico dove si dà loro visibilità in cambio della condanna ai violenti.

Ecco qua

E così il movimento è domato. Contenuti e visibilità per i grandi numeri li regola Repubblica. Empatia con i celerini e condanna infinita per i violenti. Al quotidiano di Ezio Mauro era andata male sabato. Aveva già preparato la candidatura di Mario Draghi come principale sponsor degli indignati. Sarebbe stato come candidare Gianni Agnelli alla guida dei metalmeccanici. Ma allora non funzionava certo, ora si. Basta vedere il lessico: in meno di cinque minuti Alemanno si è già impadronito del termine "indignato". Perchè è troppo generico. Puo' essere usato ma anche stravolto da tutti. Non crea egemonia ma è a rischio di infiltrazioni. E infatti Draghi, con il partito Repubblica, era pronto a scendere in campo per confondere i ruoli, neutralizzare le spinte di lotta, disperdere con la strategia del sorriso. Poi è successo quello che è successo e in poche ore Repubblica ha preso ugualmente il controllo del movimento.

Indignati, ma una forma di lotta contro Repubblica mai eh? C'è chi prende la testa del corteo saltando settimane di sfibranti riunioni e chi la testa di un movimento nel momento più difficile magari decidendolo davanti alla macchinetta del caffè.

(red) 17 ottobre 2011
AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Ottobre 2011 12:02

Pagina 60 di 113