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COMUNICAZIONE E MEDIA

Art. 18? Gli stranieri non vengono qui per ben altri motivi...

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Se anche il Corsera smentisce le buffonate propalate da Monti e Fornero, allora per il governo si sta facendo davvero dura.

Questo articolo di Sergio Rizzo (non proprio un'inchiesta) azzera l'unico argomento che il governo aveva provato a immaginare a favore dell'abolizione dell'art. 18. L'elenco dei motivi per cui i fantomatici investitori stranieri non vengono in Italia è davvero sterminato. Ma riguardano sempre le caratteristiche negative del "sistema Italia", mail il mercato del lavoro. Rizzo non si avventura a ricordarlo, ma i salari italiani sono i più bassi d'Europa (a parte la Grecia, ormai)

tratto da http://www.contropiano.org

1 aprile 2012

***

Trasporti costosi & Internet lento. Perché l'estero non investe in Italia
internet_mondo_g8Determinanti anche durata dei processi e corruzione: dal 2001 al 2010 perse 38 posizioni nella graduatoria Transparency

Sergio Rizzo

ROMA - Racconta Rodrigo Bianchi che da due anni non riesce a mettere un mattone dell'asilo nido per le mamme impiegate nella fabbrica di Pomezia della Jonhson&Johnson medical, azienda di cui è presidente e che ne sopporterebbe interamente la spesa. Il motivo? «Esplorazioni archeologiche, problematiche amministrative... Vai a sapere...». Fa presente Nando Volpicelli, amministratore delegato di Schneider electric industrie Italia come le nostre infrastrutture siano in una condizione tale che il costo di trasporto per unità di prodotto dallo stabilimento di Rieti della multinazionale transalpina è «di due euro più caro rispetto al Sud della Francia». Aggiunge il suo collega della Procter & Gamble Italia, Sami Kahale, che da noi costa di più anche la pubblicità per il lancio di una novità: mediamente del 30% rispetto alla Gran Bretagna. E il presidente della Ericsson telecomunicazioni Italia, Cesare Avenia, conclude che «il problema dell'Italia non è tanto l'articolo 18 quanto la certezza del diritto, se si considera che ci sono imprese obbligate a reintegrare dopo cause durate anche sette anni dei dipendenti in posti di lavoro che non esistono più».

Tutto questo e altro ancora c'è in quel numero, 20 miliardi nel 2010 secondo l'Ice, che ci relega nelle posizioni di rincalzo della classifica dei Paesi destinatari degli investimenti esteri. Venti miliardi sono un terzo dei soldi che lo stesso anno sono andati in Francia o a Hong Kong. Un quinto rispetto alla Cina, meno della metà nei confronti della Gran Bretagna. E una cifra due volte e mezzo inferiore perfino a quella incassata dal Belgio. Ma i 20 miliardi del 2010, anno nel quale l'economia europea e mondiale sembrava aver dato segni di ripresa, sono al di sotto anche della media degli investimenti esteri arrivati in Italia fra il 2000 e il 2007. Il che la dice lunga su quanto la situazione si sia ormai incancrenita.

Certo, abbiamo la palla al piede del Sud, dove in vaste zone i capitali stranieri sono frenati anche dal più potente dei dissuasori: la criminalità organizzata. Nel 2006, secondo la Svimez, tutte le Regioni meridionali non assorbivano che lo 0,66% degli investimenti esteri, contro il 68,21% della sola Lombardia. Regione nella quale, dice Invitalia, ci sono 4.433 imprese a partecipazione straniera, contro le 719 dell'intero Mezzogiorno. E se il numero delle aziende italiane nelle quali sono presenti azionisti esteri è aumentato rispetto al 2006 da 7.059 a 8.916, ciò è dovuto principalmente ad acquisizioni di società già esistenti, piuttosto che a nuove iniziative. Pesa il ritardo infrastrutturale. Se nel 1970 eravamo al terzo posto in Europa per dotazione autostradale in rapporto agli abitanti, ora siamo al quattordicesimo. Questo nonostante gli italiani vivano praticamente in automobile. Nel 1991 ce n'erano 501 ogni mille abitanti, nel 2010 eravamo arrivati a 606. Il top, a Roma: più di 700 auto ogni mille abitanti, oltre il doppio di Berlino, e in una città che ha 36 chilometri di metropolitana e 195 di ferrovie suburbane contro, rispettivamente, 145 e 2.811 chilometri della capitale tedesca.

L'Italia è stato il primo Paese europeo a sperimentare l'Alta velocità ferroviaria: la costruzione della direttissima Roma-Firenze è iniziata nel 1970, quando il Tgv francese era ancora nei sogni. Oggi stiamo faticosamente recuperando un gap mostruoso con il resto del Continente, considerando che la Spagna, dove nel 1970 c'era ancora la dittatura franchista, ha 3.230 chilometri di linee veloci, contro gli 876 dell'Italia. E a che prezzo, sta avvenendo quel recupero: 48,9 milioni di euro al chilometro, a fronte dei 10,2 milioni della Francia e dei 9,8 della Spagna. Ma il resto della rete ferroviaria? Conosciamo il calvario al quale sono sottoposti, purtroppo, molti pendolari. Secondo un'indagine dell'Istat il grado di soddisfazione del servizio è sceso fra il 1995 e il 2009 dal 58,6 al 47,2%, toccando il fondo in Calabria: 28,8%.

Mentre attraverso tutti i principali porti italiani, per i loro problemi strutturali, sono transitati nel 2009 meno container (9 milioni 321 mila teu, l'unità di misura del settore) che nel solo scalo olandese di Rotterdam (9 milioni 743 mila teu).

Per non dire dell'infrastruttura oggi più importante: la rete informatica. La classifica 2010 di netindex.com sulla velocità media delle connessioni internet collocava l'Italia al settantesimo posto nel mondo, dietro Georgia, Mongolia, Kazakistan, Thailandia, Turchia e Giamaica.

Ma sulla scarsa attrattività dell'Italia per gli investitori esteri pesa forse ancora di più la burocrazia. Per la Confartigianato rappresenta per le imprese un costo supplementare di 23 miliardi l'anno. Dati Cna e Confindustria ci dicono che per avviare un'attività in Italia sono necessari in media 68 adempimenti, con 19 uffici da contattare. Procedure, secondo il rapporto Doing business della Banca mondiale, che richiedono 62 giorni, contro i 36 della Grecia, i 53 della Francia, i 45 della Germania, i 16 dell'Irlanda, i quattro degli Stati Uniti e i due del Canada. Il che contribuisce a spiegare, almeno in parte, la cattiva reputazione dell'Italia in tema di libertà economica, ben rappresentata dal cinquantottesimo posto nella graduatoria stilata dalla Confindustria elaborando dati della Heritage foundation.

E questo è niente, rispetto al dramma della giustizia civile. Per risolvere un'inadempienza contrattuale davanti al giudice ci vogliono 1.210 giorni: più di tre anni. Il quadruplo del tempo necessario in Francia e il triplo rispetto alla Germania. Addirittura avvilente è il confronto con Paesi come Gran Bretagna, dove sono sufficienti 229 giorni, Svezia (208) o Danimarca (190).

Ancora più avvilente, e drammatica, è la faccenda dei pagamenti della Pubblica Amministrazione. Stato italiano ed enti locali onorano mediamente i propri impegni con i fornitori in 186 giorni, contro i 36 della Germania e i 30 stabiliti come termine tassativo da una direttiva dell'Unione europea. Chi viene pagato in sei mesi, però, può ancora ritenersi fortunato rispetto agli sventurati imprenditori che lavorano con la sanità pubblica: nelle Asl calabresi si arriva a tempi di attesa che sfiorano gli 800 giorni. E non esistono strumenti di autodifesa. Le norme in vigore impediscono di dare il via ad atti esecutivi nei confronti delle Regioni che hanno piani di rientro dal deficit sanitario.

Ci sarà dunque un motivo se nella classifica della competitività internazionale del World economic forum non andiamo oltre la quarantaseiesima posizione. In una situazione del genere non può neppure meravigliare che la corruzione dilaghi, come ha ricordato giusto qualche settimana fa il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino. Secondo i magistrati contabili è un macigno che pesa sui conti pubblici per 60 miliardi di euro l'anno. Ma quello che davvero brucia è il paragone con gli altri. Nel 2001 l'Italia era al ventinovesimo posto nella graduatoria di Transparency International della corruzione percepita. Ed era, già allora, messa peggio degli altri Paesi europei. La Germania, per esempio, era al ventesimo posto. Nel 2010 l'Italia è scesa al sessantasettesimo posto, mentre la Germania è risalita al quindicesimo. E anche gli altri partner continentali, pur avendo un pochino peggiorato il proprio ranking, sono ben distanti. Nel 2011, poi, un'altra piccola scivolata, al posto numero 69: quaranta posizioni più giù, e in soli dieci anni...

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I 3000 detenuti politici a Cuba del vaticanista di sky Stefano Paci

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In occasione dell'imminente arrivo del signor Ratzinger a Cuba c'è da attendersi un'overdose di stupidaggini sulla situazione politica dell'isola e di intervistone a personaggi come la dissidente telecomandata Yoani Sánchez o qualche altro fenomeno stile Osvaldo Payá o Elisardo Sánchez. Su Sky hanno già iniziato con le panzane. Pubblichiamo qui sotto il commento di Gennaro Carotenuto (red.)

Paci_skySto cercando di capire da dove il vaticanista di SKY tiri fuori la notizia che ripete da giorni a ogni SkyTG24 per la quale, per opera della chiesa cattolica, in occasione della visita del Papa sarebbero stati liberati a Cuba la bellezza di tremila prigionieri politici.

Caspita, sto tutto il giorno qui a studiare di America latina ma questa mi era sfuggita! Per avere una versione neutra su questi temi chi scrive va sempre per prima cosa a vedere l’ultimo rapporto di Amnesty che per Cuba si trova a questo link. Non viene identificato un numero definitivo di prigionieri di coscienza ma quello che appare sicuro è il numero di undici (11).

A questi potrebbero aggiungersi alcune altre unità secondo la stessa Amnesty, arrivando intorno alla ventina. Venti di troppo probabilmente, ma sempre venti rispetto alle centinaia di prigionieri politici in Messico da dove Paci parla e dei quali chissà perché non fa parola. Per arrivare a tremila ne mancano duemilanovecentottanta!

Altre fonti, meno neutre di Amnesty, sul numero dei prigionieri politici a Cuba si spingono intorno all’ottantina. Mettiamo pure che tali fonti siano tutte comuniste come l’Economist e il Financial Times per Berlusconi. Vogliamo raddoppiare? Triplicare? Resta il fatto che in ogni SkyTg24 viene ripetuta gratuitamente una notizia falsa e tendenziosa che Stefano Maria Paci ha letto di fretta chi sa dove e, pur essendo il tema dei diritti umani straordinariamente importante, riporta senza alcuna seria verifica professionale.

Eppure sarebbe stato facile verificare. Restiamo sempre alle fonti giornaliste mai tenere con Cuba. Il quotidiano La Repubblica lo scorso dicembre pubblicava la notizia dell’amnistia a Cuba che fin dal titolo riporta: Amnistia, Cuba libera 2.991 detenuti. Tra loro cinque prigionieri politici. Cinque prigionieri politici, gli altri sono persone condannate per reati comuni. Di tremila prigionieri politici liberati a Cuba per la visita del Papa (a quanto mi risulta) parla solo il sito Attualissimo, non proprio una perla di autorevolezza giornalistica. Milioni di italiani pagano un salato canone mensile a Sky per avere come fonte del principale canale all-news italiano “Attualissimo”? "Accuracy, Accuracy, Accuracy" diceva Pulitzer… traducetelo per Paci…

Gennaro Carotenuto

tratto da http://www.gennarocarotenuto.it

23 marzo 2012

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Musy e NoTav: La Stampa gioca sporco

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La denuncia di notav.info

musy_perinoPubblichiamo qui una parziale foto web dell’apertura mattutina del sito online LaStampa.it inviataci da un nostro lettore che purtroppo è riuscito a fare un salvataggio solo parziale della schermata allucinante che si è ritrovato sul monitor.

Notizia del giorno è l’aggressione a Musy, ex candidato sindaco di Torino alle scorse elezioni vinte dal deputato pd Fassino. In questa foto appare Musy durante la sua campagna elettorale, nella giornata in cui aveva scelto la val di Susa per dichiarare la sua posizione di sostegno al progetto tav Torino Lione (non che gli altri candidati avessero posizioni differenti, escluso Bertola del movimento 5 stelle anche lui presente in quella giornata a dire il contrario e Juri Bossutto della federazione della sinistra). Insieme a Musy nella foto appare anche Alberto Perino che in un momento di dibattito con una bandiera no tav in spalla risponde al candidato.

In un mondo fatto di immagini e messaggi veloci aprire la testata di informazione con questa immagine associandola al titolo in cui si descrive l’aggressione possiamo  definirla un’associazione faziosa e fuorviante . Un messaggio fin troppo chiaro per lasciare spazio a dei dubbi, ferito, aggressione, no tav. Non possiamo che notare come ormai sia in atto una azione totale di delegittimazione e distorsione dell’immagine del movimento no tav. Dove non arrivano le ruspe, dove non arrivano le compensazioni o le manette ci prova l’informazione-casta mainstream. Poco conta il fatto in sè, molto conta invece il ricavato in interesse economico o spostamento di opinione che l’editore o il gruppo di pressione economica richiedono. Insomma tutto fa brodo o tutto è buono per dire che tanto è colpa dei no tav.

22 marzo 2012

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L'NSA spierà il Web, il Grande Fratello era un principiante

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Nello Utah la National Security Agency sta costruendo un enorme punto di calcolo e gestione dei dati che setaccerà la Rete, dalle mail alle ricerche Google, fino alla telefonate. La sorveglianza capillare potrebbe partire nel 2013

grande_fratello_tvIn confronto Echelon era un gioco da ragazzi, arnese analogico da Guerra Fredda, che serviva per intercettare le comunicazioni telefoniche oltre la Cortina di Ferro. Quello che la National Security Agency (NSA) sta costruendo a Camp Williams, nello Utah, è l'apoteosi dello spionaggio digitale e l'incubo per la privacy dei cittadini.

Un super computer mai visto, in grado di custodire ed elaborare yottabyte (quadrilioni di byte) di dati. La NSA riuscirà così a intercettare ogni dispositivo collegato a Internet, compresi gli elettrodomestici di nuova generazione (frigoriferi, forni, sistemi d'illuminazione). In pratica nessuno al mondo potrà sfuggire alla nuova sorveglianza capillare. È la storia di copertina di Wired USA, un esclusivo reportage di James Bamford, giornalista investigativo e scrittore, esperto d'intelligence, autore del best seller "The Shadow Factory: The Ultra-Secret NSA from 9/11 to the Eavesdropping on America".

Lo Utah Data Center della NSA sarà completato nel 2013, con un investimento di due miliardi di dollari. Occuperà un milione di metri quadrati e consumerà energia elettrica quanto una città. Scrive James Bamford che lo scopo di questo "Immenso Fratello" sarà intercettare, decifrare, analizzare e memorizzare vaste aree della comunicazione mondiale. Satelliti, cavi sotterranei e sottomarini, reti senza fili, reti cablate e reti domestiche. Cioè mail, telefonate, attività su Internet, comprese le ricerche su Google e pagamenti digitali.

Il centro - aggiunge Bamford - gestirà informazioni finanziarie, transazioni di borsa, affari, segreti militari e diplomatici, documenti legali. La NSA avrebbe fatto enormi passi avanti nella capacità di decrittazione e sarebbe in grado di penetrare anche i sistemi di cifratura più complessi. L'agenzia vuole spiare anche il deep web, cioè quei settori della rete invisibili agli utenti "normali".

La NSA avrebbe piazzato i suoi rilevatori negli snodi strategici di tutti i sistemi di telecomunicazione, facendo largo uso di software molto potenti per il Deep Packet Inspection, l'analisi capillare di tutto il traffico Internet. Un bottino sterminato ma difficile da esaminare. Ecco perché si sta costruendo l'Immenso Fratello. Non potremo parlare più neanche in cucina, perché potremmo essere spiati dal frigorifero o dal forno. Il reportage di James Bamford è lungo, dettagliato e fa venire i brividi. Lo trovate a questo indirizzo.

ringraziamo Pino Bruno per la collaborazione

19 marzo 2012
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Telepadania fallisce, gli Italiani pagheranno i suoi debiti

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telepadaniaOltre 700.000 euro di debiti tributari e finanziari ed un patrimonio netto negativo che supera i 435.000 euro. Questi i numeri deprimenti di Telepadania, la televisione di propaganda leghista con una programmazione talmente noiosa e pateticamente faziosa da essere snobbata persino dagli stessi “padani”.

Il quotidiano Libero ha così confermato la notizia: Celticon S.r.l, società proprietaria dell’indebitatissima emittente nordica, ha dichiarato lo stato di crisi ed i suoi soci non hanno più soldi per rifinanziarla. L’Inps e l’Enpals hanno inviato già un copioso numero di cartelle esattoriali ma, a quanto pare, alla fine saranno gli italiani del tanto odiato stivale unito a dover pagare i debiti maturati da Telepadania. Come si legge testualmente su Libero, infatti, “La proposta di transazione – già accettata da tutti gli enti pubblici creditori – è quella di pagare solo una parte del dovuto: in tutto 577.824 euro, con il fisco italiano, l’Inps e l’Enpals che complessivamente rinunceranno a più di 100mila euro del dovuto”.

Uno sconto che graverà quindi su pensionati e contribuenti di tutto il paese che, insultati e snobbati da sempre dal popolo padano, dovranno ora pagare il fallimento della televisione verde. E quale destino più prevedibile per una tv che avrebbe dovuto raccontare le vicende di una regione che non esiste e mai esisterà. Magari, chiamandola “Telefantasia”, il Carroccio avrebbe potuto attirare almeno l’attenzione di qualche curioso. E invece no: il partito di Bossi è andato avanti fin quando ha potuto con la politica dell’indebitamento.

Eppure, attraverso la fiduciaria Fingroup che possiede la Celticon s.r.l, i leghisti avrebbero potuto pagare con un barlume di dignità i propri debiti. Il patrimonio del Carroccio, stando alle stime effettuate in occasione degli investimenti per la Tanzania, ammonta a qualche decina di milioni di euro. Ergo c’era sicuramente la possibilità di recuperare la somma dovuta ed onorare per intero e soprattutto in maniera autonoma, un debito che è di marchi leghista dal primo all’ultimo centesimo. Eh si perché, chi detesta l’Italia unità e vuole “l’autonomia” e “l’indipendenza”, poi non può usare i soldi dei fratelli rinnegati per pagare i propri guai finanziari. Che fine ha fatto l’orgoglio padano? Ah già: c’è la crisi e la coerenza costava troppo in periodi di vacche magre; figuriamoci adesso.

Sarà magari sarà divertente vedere i due boriosi ragazzotti che, qualche tempo fa, tentavano goffamente di "insegnare la raccoltà differenziata ai napoletani" andare a chiedere l'elemosina proprio ai campani ed al resto dei tanti parassitari ed ignoranti terroni. Poter dare loro qualche euro per salvarsi dovrebbe rappresentare una grande soddisfazione per ogni vero italiano.

tratto da http://www.you-ng.it

18 marzo 2012

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