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COMUNICAZIONE E MEDIA

RAI privata, di dignità

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rai_cavalloContro il recente crollo delle borse e con una crisi globale sempre più galoppante ed insidiosa per le economie nazionali, non c’è asso nelle maniche dei governi primomondisti che tenga. Che l’Italia sia annoverata a torto nella categoria sovranazionale di cui sopra lo hanno dimostrato in questi giorni quanti hanno provato a dare il loro personalissimo contributo per tentare di evitare il baratro finanziario.

Oltre alla manovra anticrisi varata nei giorni scorsi dall’esecutivo – esiziale in quelli che saranno i reali effetti e assolutamente pertinace nell’assicurare l’impunità alle varie “caste” – è da segnalare la brillante idea che Luca Cordero di Montezemolo e Roberto Formigoni hanno lanciato nei giorni scorsi, rispettivamente dalle colonne del Corriere e dallo studio de La Zanzara, programma di punta di Radio24. Secondo questi giganti del pensiero pragmatico (sic!), un’auspicabile alternativa al mettere le mani nelle tasche degli italiani e degli enti locali, entrambi abbondantemente dissanguati, sarebbe la privatizzazione della Rai. Una “ ricchezza facilmente dismissibile” secondo il governatore della Lombardia, paragonabile all’argenteria che le famiglie in difficoltà impegnano e che potrebbe fruttare alle casse statali tra i 4 e i 5 miliardi di euro se venduta al primo Murdoch che passa. Una dovuta azione di credibilità per il leader di Italiafutura che mette da parte il tradizionale aplomb di chi ha un doppio cognome e lancia un nuovo slogan populista: “prima vendete la Rai, poi venite a chiedere soldi”.

La privatizzazione della tv di Stato è considerata la panacea da tutti mali dai tempi in cui al governo c’erano i socialisti: da allora la prospettiva di batter cassa vendendo al miglior offerente il medium nazionale più seguito, ha attraversato i programmi elettorali di ogni schieramento politico, rimanendo però sempre lettera morta. Certo il desistere da tale proposito non ha radice nobile: è l’interesse evidente della lottizzazione politica – con fiction commissionate ad hoc, starlette di ogni genere e sorta da piazzare e “faziosità” da censurare ­– che non permette di prendere in considerazione l’ipotesi di privatizzare. All’intellighenzia nostrana, l’assunto che per garantire la libertà d’espressione sia necessario un network controllato dall’apparato statale non ha mai interessato, né interessa granché, ma è proprio questo il miglior argomento da contrapporre all’idea della privatizzazione in generale e della Rai inparticolare. A riprova di quanto appena affermato, il fatto che nessun partito d’opposizione ne abbia minimamente accennato.

Eppure sono passati appena due mesi dai referendum che hanno sancito la volontà degli italiani di mantenere i beni pubblici tali, di non permettere che siano svenduti a privati in nome di profitti effimeri e assolutamente non risolutivi. Quella politica che aveva osannato il responso delle urne referendarie ha già dimenticato il significato positivo e rassicurante che l’idea di bene pubblico suscita in tempi di crisi e come opposizione alla proposta dei frondisti Pdl avanza timidamente ipotesi di speculazione in termini di contenuti e non di contenitori, come fa Matteo Orfini, responsabile informazione del Pd. Nessuno che si degni di argomentare che in tempi di tracollo economico come questo, la pubblicità dei beni – anche quelli immateriali come il diritto alla correttezza di informazione e ad un intrattenimento scevro da continui richiami privatistici  – rappresenta un’ancora di salvezza e che per far fronte allo shock creato ad arte a fini di predazione, la via della svendita dei beni pubblici e comuni per ottemperare, come ha detto Tremonti, a richieste pervenute “in lingua inglese” è tristemente tafazziana.

Basterebbe veramente poco a smontare le velleità dei Montezemolo, dei Formigoni e dei Della Vedova – che ha già depositato la sua personale proposta di privatizzazione della Rai in Parlamento. Basterebbe scorrere la nostra Carta Costituzionale per dimostrare semplicemente che in Italia per i prossimi cinque anni, privatizzare i servizi pubblici è incostituzionale e non può essere fatto. Con la vittoria dei si e l’abrogazione del decreto Ronchi, che prevedeva stringenti obblighi di privatizzazione del servizio idrico integrato e degli altri servizi pubblici di interesse generale, si esclude per un lustro la possibilità di porre in essere scelte politiche incoerenti con l’esito referendario. Appena due mesi fa  la maggioranza degli italiani ha deciso che dalla crisi si esce con un settore pubblico forte, ben strutturato ed efficiente, e non indebolito da continue privatizzazioni volte solamente a far cassa al di fuori di qualunque pubblico interesse e prive di uno schema giuridico di riferimento. Ma chi ci governa e rappresenta l’ha già dimenticato.

Maria Vittoria Orsolato

tratto da www.altrenotizie.org

19 agosto 2011

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E Google si compra il cellulare

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googleLo scorso 15 agosto Google ha annunciato la sua intenzione di acquistare Motorola Mobility, il produttore di cellulari, televisori e dispositivi vari legati al mondo delle telecomunicazioni. A valle dell'approvazione dell'Antitrust USA, data per scontata, la casa di Mountain View pagherà 40 centesimi di dollaro per ogni azione di Motorola, con un premio del 63% rispetto alle quotazioni correnti ed un esborso complessivo di 12,5 miliardi di dollari. In effetti, Google, come il suo prodigioso primogenito Android, è uno dei pochissimi marchi globali cui non viene associato un  prodotto specificamente determinato. Come mai l'azienda che meglio rappresenta il “cervello” della Rete, improvvisamente dimostra interesse per la produzione di hardware oltretutto mettendo sul piatto una quantità enorme di cassa? “Credo che ora ci troviamo in una situazione privilegiata per proteggere l’ecosistema Android, cosa che andrà a vantaggio di tutti i nostri partner [ovvero dei fabbricanti di dispositivi che, come Samsung, HTC e LG, hanno creduto nel progetto Android]”: la chiave per comprendere la decisione strategica di Google è in queste parole, pronunciate dal capo del legale di Google David Drummond nel corso di una conference call tenutasi lo stesso giorno dell'annuncio dell'operazione.

Facciamo un passo indietro: con la sua consueta lungimiranza, Google, con il suo Android ha deciso di entrare nel mercato dei sistemi operativi. Si tratta di un pacchetto di software che, oltre ad un sistema operativo, contiene una serie di altre codifiche che permettono una interazione sempre più efficiente tra il dispositivo e la Reti. Android è basato su una kernel Linux, il che vuol dire che è coperto da una licenza d’uso open source. Dunque, a differenza di quanto accade per i suoi due principali concorrenti, Apple e Microsoft, il codice sorgente di Android è liberamente disponibile per gli sviluppatori e per i fabbricanti di dispositivi (smartphone, pc, tablet eccetera...). In questo modo, Google potrà continuare a sviluppare software, lasciando i produttori di elettronica di consumo liberi di affinare l’hardware. E’ stato un successo: in soli tre anni, Android è diventato il primo sistema operativo per smartphone: secondo Marguerite Reardon di CNET, grazie ad Android, in tutto il mondo connesso o collegabile, Google ha messo sotto contratto 39 fabbricanti di dispositivi e 231 operatori di telecomunicazioni. Secondo Mountain View, più di mezzo milione di apparecchi con Android preinstallato vengono attivati ogni giorno...

Ma Apple e Microsoft non sono rimaste con le mani in mano: non essendo in grado di concepire un modello di business non basato sulla cessione a titolo oneroso, hanno cercato una scorciatoia. Del resto, succede spesso: quando le idee nuove cominciano a scarseggiare, si  comincia a far parlare le carte bollate. Così, ad esempio, ad agosto del 2010 Oracle porta in tribunale Google. Nonostante fosse cosa notoria che uno dei motori di Android è una copia quasi conforme del software Java della Sun, Oracle (nuovo padrone di Sun) decide di citare la società di Mountain View per violazione dei diritti d’autore (cosa che per inciso, Sun non si sarebbe mai sognata di fare). Per tentare di stoppare il simpatico robottino verde (marchio di Android) si sono viste perfino Apple e Microsoft stringere un accordo per rastrellare brevetti comprandoli dalla Novell o dalla Nortel Network, una società in liquidazione (in quest’ultimo affare era della partita anche Research In Motion, o RIM, la “mamma” di BlackBerry). Perché investire così tanti soldi in licenze software? Secondo Google, è un modo come un altro per rendere impossibile la vita ad Android. Avendo razziato ogni genere di brevetti, su ogni nuovo telefonino Android, i concorrenti possono brandire come un corpo contundente i diritti acquisiti grazie a pacchi di dollari. Grazie alla minaccia di azioni legali contro i Google, infatti, Microsoft e Apple possono rallentare l’uscita di nuovi modelli che montano Android; ovvero, meglio ancora, pretendere una “tassa” su ogni dispositivo che contenga un software anche solo somigliante a quello su cui hanno acquisito regolare licenza. Risultato: i telefonini dei concorrenti finiranno per costare di più ed essere dunque meno appetibili.

Per controbattere l'attacco, Google è corsa ai ripari: Motorola era proprio il fidanzato ideale. A dispetto della sua immagine commercale lievemente appannata, si tratta pur sempre di uno dei più antichi fabbricanti di apparecchi per le telecomunicazioni, essendo attivo da oltre ottanta anni, nel corso dei quali ha accumulato una incredibile mole di brevetti: secondo CNET, con la Motorola, Google porta in cascina la bellezza di 24.500 licenze software (di cui 7.500 “pending”, ovvero in attesa di essere garantite). Un vero e proprio capitale, con il quale in futuro Google potrà togliersi qualche sassolino dalla scarpa al momento in cui gli azzeccagarbugli al soldo della concorrenza la accusasseranno di violazione di copyright. Altrettanto strategici saranno i contatti consolidati di Motorola con gli operatori di telecomunicazioni e la sua posizione di leader nella produzione di dispositivi per tv via cavo e per la registrazione: un particolare che potrebbe diventare molto utile a Google, che l’anno scorso ha lanciato il servizio “Smart TV”, che consente di vedere direttamente sul televisore di casa contenuti internet (ad esempio video caricati su YouTube).

E' evidente che, nonostante le apparenze, l’acquisizione di Motorola ha molto senso per Google. Come nota sempre sulle colonne di CNET Roger Cheng, resta da capire l’evoluzione del quadro competivo. Come reagiranno LG, Samsung e HTC, sapendo che d’ora in avanti ogni volta che dialogheranno con Google non avranno a che fare solo un partner che fornisce  software, ma con un entità che è un partner quanto un concorrente. Cheng cita Nick Dillon, analista di Ovum: “Se Google finisse per fornire a Motorola un accesso preferenziale al suo codicei, [...] la fedeltà dei costruttori a Google potrebbe risultarne seriamente compromessa”. Non a caso, Microsoft butta il sale sulla ferita, dichiarando, a deal appena annunciato: “[...] Windows Phone è l’unica piattaforma a mantenere un ecosistema software veramente libero offrendo pari opportunità a tutti gli attori”. Al di là delle ovvie dichiarazioni di parte della concorrenza, il problema è reale: chissà se Google ci stupirà ancora una volta?

Mario Braconi

tratto da www.altrenotizie.org

18 agosto 2011

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Fs "pulisce" il linguaggio: non si deve parlare di "guasti"

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treno_nevePubblichiamo spesso le note e le denunce avanzate da Ancora in marcia!, storica rivista dei ferrovieri. E lì si parla spesso sia di scampati pericoli per un parco viaggiante o una rete ferroviaria carente di manutenzione, di delegati minacciati per aver "diffamato" l'azienda se fanno notare - anche sulla stampa - che non tutto è come si vorrebbe dipingere. Soprattutto sugli eurostar, fiore all'occhiello e cuore della "concorrenza" futura con Ntv, il vettore alta velocità privato messo su d Montezemolo e Della Valle.

Ora questo articolo dell'insospettabile (di astio verso le imprese!) Corriere della sera rivela che la volontà di "silenziamento" dei problemi, in Fs, ha superato i livelli di guardia ed è approdata alla pianificazione di un regime totalitario. Con velleità orwelliane di "cura del linguaggio" per nascondere a tutti i costi la realtà. www.contropiano.org

***

Un manuale fissa le frasi corrette. Bandita la parola incendio. L'azienda: non si crea panico
La capotreno punita  per aver detto «guasto». Lettera di Trenitalia: sull'Alta velocità usare altri termini

MILANO - È un po' come se un idraulico non potesse parlare di «perdite» ai suoi clienti ma solo di «verifiche della tenuta delle tubazioni dell'impianto idrico». Il manuale degli annunci a bordo delle Frecce, Rosse o Argento che siano, è chiaro: in caso di guasto ai passeggeri dell'Alta velocità si deve parlare solo di «controlli tecnici sulla linea». C'è un guasto alla trazione elettrica? Il capotreno consulta la tabella e annuncia il «controllo tecnico».

C'è un guasto ai binari, ai deviatoi? Il capotreno di una Freccia, a differenza del collega di un «treno normale», parlerà sempre di controllo tecnico. Non è andata così il 16 maggio a bordo dell'Eurostar 9455. Per un problema sulla linea, tra Firenze e Roma, il Frecciargento è stato deviato dalla Direttissima alla «linea lenta». La capotreno ha annunciato «un guasto deviatoio». E per quelle parole, veritiere ma non rispondenti a quanto previsto dalla tabella sulle criticità, è finita nei guai: «L'azienda le ha inviato una contestazione disciplinare - fa sapere la rivista dei macchinisti ancora In Marcia ! -, poi le ha notificato una sanzione di 20 euro». La motivazione è scritta in una lettera del 31 maggio firmata dal responsabile della Divisione Frecciargento: l'aver comunicato la presenza di «un guasto deviatoio quando il manuale degli annunci (Mab) per i treni Av non prevede il termine "guasto" e ha utilizzato il termine tecnico "deviatoio" probabilmente sconosciuto ai viaggiatori. Avrebbe dovuto dire invece per "un controllo tecnico sulla linea"».

Di manuali per gli annunci ne esistono tre. C'è il manuale di Rfi per gli annunci nelle stazioni (Mas) redatto con il Dipartimento di studi filologici, linguistici e letterari della Sapienza di Roma. C'è quello per gli annunci a bordo (Mab) usato su tutti i treni. E ce n'è uno ad hoc per Frecciarossa e Frecciargento. Nei primi due la parola «guasto» è prevista. «Anche se poi come successo due domeniche fa a Napoli - dicono da ancora In Marcia ! -, per ore è stato annunciato un problema elettrico omettendo che era deragliato un treno». In quello per l'Av la parola è sostituita con il noto «controllo tecnico». Nei primi due l'«ostacolo in linea» è annunciato come tale («Anche se si tratta di un albero di trasmissione perso da un Pendolino»), in quello per l'Av diventa un generico «ingombro». E in caso di incendio? Tutti e tre prevedono che si parli di «intervento dei vigili del fuoco». «Così come è accaduto per il rogo a Tiburtina: su Viaggiatreno per due giorni i ritardi sono stati motivati con l'intervento dei pompieri».

Trenitalia minimizza: «C'è un manuale, per informare al meglio. Il capotreno non l'ha rispettato e la mancanza di giustificazioni è un'ammissione di colpa. Non esiste però una regola assoluta che differenzia le Frecce. Guasti sono stati annunciati anche sull'Av». Quanto al bando della parola incendio: «È una scelta per non creare ansie e panico difficili da gestire anche su uno dei mezzi più sicuri». Scelte contestate da chi lavora in carrozza: «Perché proprio il non dire alimenta nel passeggero (sempre informato grazie a smartphone e computer) quel senso di insofferenza che sfocia ormai in vere aggressioni nei nostri confronti», racconta un capotreno. Il linguista Federico Roncoroni la scelta invece la legge così: «In questo modo si vuole passare dal problema alla soluzione, dal guasto all'intervento. Tranquillizzare va bene, attenzione però: le parole non devono essere un Tavor che annebbia la mente ma uno strumento per aiutare a capire. L'informazione è un diritto e la censura delle parole è meglio relegarla al passato».

Alessandra Mangiarotti

18 agosto 2011

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Anonymous dichiara guerra a Facebook: ''Il 5 novembre sarà distrutto"

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Il noto gruppo di hacktivisti ha pubblicato un video in cui invita ad "aderire alla causa per uccidere Facebook, per il bene della privacy"
Facebook_v_per_vendettaIl gruppo di attivisti hacker Anonymous si prepara ad attaccare Facebook. Il colosso dei social network è accusato di fare un uso distorto dei dati dei suoi utenti e di "vendere informazioni private ad agenzie governative".

"Tutto quello che fate su Facebook resta su Facebook, a prescindere dalle vostre impostazioni di privacy" e per questo "merita di essere distrutto". E' quanto dichiara un portavoce del gruppo attraverso un video pubblicato su Youtube, in cui una voce alterata da un congegno elettronico fissa la data della "Operazione Facebook" al prossimo 5 novembre.

Questa data è significativa: il 5 novembre In Gran Bretagna è l'anniversario della Congiura delle Polveri, cioè di quando, nel 1605, Guy Fawkes aveva tentato di far saltare in aria il Parlamento inglese.

"Un giorno vi guarderete indietro e capirete che quello che facciamo è giusto" conclude il portavoce e invita gli utenti a unirsi alla causa di Anonymous in difesa della privacy.

tratto da http://it.peacereporter.net

17 agosto 2011

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Ultimo aggiornamento Giovedì 18 Agosto 2011 20:19

#UKriot! Cyberinsorti ed hacker contro la polizia diffusa

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london-riots-thumb“If you see a brother... SALUT! If you see a fed... SHOOT!”: questo il monito infuocato di uno dei tanti messaggi rimbalzati nei giorni scorsi tra le messaggerie della Londra in sommovimento.

Di pari passo col dilagare della sommossa nel tessuto metropolitano, da Peckham ad Oxford Circus, da Croydon ad Hackney, i quartieri londinesi si trasformavano in hashtag di Twitter; e con l'estensione dei disordini al resto del Regno i #tottenhamriots divenivano #londonriots fino ad ingigantirsi in #ukriots. Una cassa di risonanza enorme per gli insorti che hanno sfidato l'apparato altamente specializzato della MET, la polizia metropolitana in grado di contare sul panopticon orwelliano delle CCTV - le onnipresenti telecamere a circuito chiuso che fanno del regno insulare uno dei paesi più sorvegliati al mondo - e sul sistema cifrato di radiotrasmissione Airwave.

Ma il cuore dell'organizzazione e del coordinamento delle azioni è stato il servizio di messaggistica gratuito BBM (BlackBerry Messenger, che gira esclusivamente sullo smartphone dell'azienda canadese RiM, uno dei più diffusi tra i teenager d'oltremanica), la cui natura privata e pseudoanonima ha reso difficile l'opera di contrasto ai disordini; con lo scambio di informazioni e coordinate che avveniva attraverso messaggi individuali e “broadcast” da uno a molti, ripubblicati solo parzialmente o successivamente sugli altri social network.

Un'impotenza da parte delle forze dell'ordine resa evidente dagli arresti di tre teenager britannici, rei di "incitamento alla violenza" , attraverso i propri commenti su Facebook e Twitter. Ma se il network di Palo Alto si è rifiutato di sospendere gli account dei rioters davanti alle richieste in tal senso di Scotland Yard, tutt'altro discorso va fatto per la RiM: la quale si è dimostrata fin da subito prontissima alla collaborazione con le autorità di polizia, offrendo loro l'accesso alle chiavi di cifratura della messaggistica del BBM (allo stesso modo di quanto fatto lo scorso anno con le autorità degli Emirati Arabi Uniti e dell'Arabia Saudita, regimi in prima linea nella repressione della Primavera Araba e del proprio dissenso interno). Non solo, l'indisponibilità dell'azienda nella serata di mercoledì di confermare o smentire la possibilità di sospensione del servizio nell'area londinese ne ha fatto temere per ore l'imminente censura; un'eventualità inedita in occidente.

Una posizione presa di mira da più parti, a cui il colpo più duro è stato assestato dalla crew hacker TeaMp0isoN (già nota per aver defacciato la pagina Facebook e diffuso gli archivi dei membri dell'English Defense League, organizzazione emergente nel panorama dell'estrema destra britannica): violato il blog ufficiale Inside BlackBerry, il gruppo ha provveduto a rilasciare un comunicato in cui si invitava l'azienda canadese a desistere dalla collaborazione con le autorità sotto la minaccia di rendere a loro volta pubblici indirizzi e riferimenti dei dipendenti di RiM stessa.

Va segnalato come i social network (“aperti” e “chiusi”) non siano stati solamente attraversati dal conflitto, ma anche dagli occhi sempre più numerosi degli organi della grande stampa: dai cronisti del Guardian e di BskyB accorsi sul BBM per richiedere interviste, a quelli della Reuters impegnati nella diretta via Twitter fino al nostrano Corriere della Sera; il cui direttore De Bortoli (da poco sbarcato sul network cinguettante) dopo aver lanciato l'appello ai propri lettori a commentare la giornata attraverso l'hashtag #londonriots ha composto a suo piacere un collage dei tweet prodotti, che ha trovato spazio anche nella versione cartacea del quotidiano.

Dinamiche di crowdsourcing familiari alle forze dell'ordine britanniche, che non hanno esitato a servirsene nella caccia al wanted 2.0: nei giorni scorsi la MET ha riversato sulla rete una quantità di foto segnaletiche estrapolate dal sistema delle CCTV, pronte per essere sottoposte al vaglio di un esercito di spie e delatori attraverso le gallerie di Tumblr e Flickr - mentre collaudate reti di polizia diffusa come Crimestoppers hanno prontamente riconfigurato le proprie interfacce web per connettere al meglio i due terminali della reazione.

Chiamate alle armi che cercano di dividere la middle class britannica impoverita dalle rivendicazioni profonde degli insorti; e veicolate sotto altre forme e modalità anche da personaggi di spicco dello sport e della cultura come il calciatore Wayne Rooney (i cui eccessi glorificati dai giornali di Murdoch evidentemente non possono valere per i comuni sudditi di sua maestà) e l' “artista ed attivista” Dan Thompson, promotore dell'iniziativa #riotscleanup: l'invito a munirsi di scope e scoponi ed usarli per cancellare le tracce di un disagio ormai fattosi materialità nelle strade. La risposta di uno spicchio di comunità intrappolato nelle maglie mediali della rete conservatrice, o nel caso peggiore ad essa partecipe, e pronto ad occultare l'abisso sociale di Brixton lucidando le vetrine della Londra preolimpica.

Infofreeflow per Infoaut.org

11 agosto 2011

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