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COMUNICAZIONE E MEDIA

Canone Rai. Richiesta illegittima anche per i pc collegati in rete?

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rai_pausaCi stanno giungendo centinaia di segnalazioni da parte di aziende e studi professionali a cui la Rai richiede il pagamento del canone TV per la detenzione di uno o più computer collegati in Rete.
In assenza di una determinazione in tal senso del Ministero dello sviluppo economico che non ci risulta esistere, la richiesta della Rai è illegittima.
Ci siamo già occupati della vicenda a proposito di analoghe richieste che alcuni anni fa venivano mosse alle famiglie. Dopo interpelli e interrogazioni parlamentari alla Rai, il ministero dello Sviluppo economico rispose: “In considerazione del fatto che non sussiste ancora una interpretazione univoca circa la individuazione degli apparecchi, diversi dai televisori tradizionali, atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni, si ritiene opportuno procedere ad un approfondimento tecnico-giuridico della questione, anche attraverso il confronto con il Ministero dell'economia e delle finanze, l'agenzia delle entrate e la concessionaria del servizio pubblico”.
Oggi però torna alla carica. La Rai ha ricevuto indicazioni in tal senso dal Ministero, oppure sta solo cercando di indurre con l’inganno a pagare anche quando non si deve?
Per sapere questo, grazie ai Senatori Donatella Poretti e Marco Perduca, abbiamo presentato una interrogazione parlamentare al Ministero dello sviluppo economico.

E’ peraltro evidente che obbligare un’azienda a pagare un abbonamento TV per il solo fatto di avere dei pc è paradossale. Primo, perché il computer è uno strumento ormai indispensabile allo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa, e l’inclusione dello stesso fra gli apparecchi tassati significherebbe di fatto imporre una nuova imposta sul lavoro. Secondo, perché in un momento di grave crisi economica, si andrebbe a colpire d’improvviso il mondo produttivo per un importo superiore al miliardo di euro pur di tener in vita un’azienda, la Rai, gestita secondo il peggiore malcostume italiano.

Qui il nostro speciale canale web dedicato alla materia.

tratto da www.aduc.it

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Ti piace vincere facile? Tutti gli sgravi con soldi pubblici alla casta dell'editoria privata

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Il Gruppo Espresso paga pochi spicci a pezzo e con un ritardo di sei-sette mesi, è l'asso pigliatutto dei contributi indiretti ma il suo presidente chiede di tagliare i fondi ai giornali di partito

repubblicaLectio magistralis palermitana per Carlo De Benedetti che chiede cortesemente al governo techno di tagliare i fondi ai giornali di partito. Non senza eleganza macabra il multimiliardario presidente del gruppo Espresso ha detto: «Per favore, togliamo i finanziamenti all'editoria laddove l'editoria non sta in piedi da sola. Non si tengono in piedi i morti, perchè c'è puzza di cadavere». Gli unici morti veri, però, sono quelli causati dal “suo" carbone a Savona. Una vicenda raccontata a suo tempo da Liberazione. E questo spiegherebbe il suo odio contro i giornali di partito. «Guardiamo ai giornali di oggi e agli abusi che vengono fatti, che sono stati fatti e che continuano a essere fatti - prosegue De Benedetti - Bisognerebbe togliere tutti i finanziamenti pubblici che poi finiscono normalmente in violazione delle leggi, in furti e abusi». Per De Benedetti «deve essere lasciato campo libero all'editoria sana» e «quella dei partiti se la paghino i partiti. Se hanno già i rimborsi elettorali non si caposce perchè noi contribuenti dobbiamo pagare i giornali di partiti. Se li paghino loro e cerchiamo di essere seri».

Il noto plutocrate, tessera n.ro 1 del Pd finge di non sapere che a restare a secco sarebbero solo i partiti di sinistra, quelli che non possono godere del finanziamento più o meno occulto di gruppi industriali. Come il suo. E, a proposito di editoria «sana» De Benedetti non dice che i profitti del gruppo sono in salvo anche perché i precari che fanno la fila per scrivere sulle sue gazzette vengono pagati pochi spicci, parliamo di una manciata di euro a pezzo elargita con sei sette mesi di ritardo. Esempi: in Sardegna, il “sano" plutocrate paga 10 euro lordi per i pezzi più lunghi di 42 righe, 6,50 euro lordi sotto quella dimensione. Le brevi valgono 2,50 euro lordi. E le tariffe per i nuovi collaboratori sono addirittura più basse. Come a Ferrara dove dall'eurino lordo per le brevi si arriva alla vertiginosa cifra di 4 euro da 1600 battute in su. A Repubblica Roma un co.co.co prende in media perfino 5mila euro l'anno lordi, tutto il giorno in strada a cercare notizie e in balia dei capricci dei capi.

Il principale settimanale di inchiesta,, naturalmente, è il suo. Di recente ha dedicato un box alle "Sante Gazzette" facendo il conto dei contributi all'editoria destinati ad Avvenire, a Famiglia Cristiana e ai settimanali diocesani, evitando accuratamente di entrare nel merito della legge del 1990 che stabilisce i contributi all'editoria, in linea con l'articolo 21 della Carta. Il pluralismo informativo è solo uno slogan per operazioni di marketing. E Napolitano, osannato dal Gruppo nel discutibile ruolo di regista del governo "techno", viene quasi ignorato quando si preoccupa per il destino dell'informazione e domanda al governo di rivedere i tagli. 
Viene da chiedersi se per le copie spedite via Poste italiane fino al 31 marzo 2010 l'editore di quel settimanale abbia pagato la tariffa riservata ai periodici oppure l'intero importo ordinario. Nel primo caso è bene ricordare che lo Stato ha integrato per anni, con soldi dei cittadini, la differenza fra le due tariffe, anche per le "travagliate" spedizioni di un quotidiano che si vanta di campare bene senza soldi pubblici. Si chiamano contributi indiretti, ma sempre contributi statali sono. E sono la voce principale di spesa pubblica nelle faccende legate all'editoria. In cima alla lista dei beneficiari nomi eccellenti: Sole24ore, ossia Confindustria, La Stampa della Fiat, Mondadori di Berlusconi, il Corsera di Rcs e, naturalmente, il gruppo Espresso che, con i suoi canali nazionali, ha anche preso parte alla spartizione del digitale terrestre. I contributi indiretti sono di tre tipi. Le agevolazioni postali sono state la prima voce, basti pensare al volume di copie spedite dai colossi del settore. Certo, in questo momento sono state sospese col celebre pesce d'aprile dell'indimenticabile ministro Romano che, il primo di aprile aboliva ogni sorta di agevolazione che lo stato avrebbe pagato. A farne le spese però furono le onlus, un vero scandalo, che potevano contare su tariffe molto scontate per il proprio materiale associativo. Resta, per almeno una decina d'anni - secondo gli addetti ai lavori - la coda avvelenata del debito dello stato con le poste ormai privatizzate che premono per rientrare di quei soldi. Sul conto la cifra di 50 milioni l'anno di debito consolidato. Per tutto il 2011 ha funzionato un tavolo tra le poste e il Dipartimento per l'editoria finché non sono state trovate tariffe per la platea di soggetti.

Il secondo tipo di contributo indiretto sono le agevolazioni telefoniche che abbattono del 50% degli editori. Si pensi al traffico telefonico dei colossi del settore. E poi c'è il credito di imposta sull'acquisto della carta, ossia il 10% di sconto su oneri fiscali e previdenziali, per un totale di 30 milioni. Sui grandi numeri lo sconto è notevole, la perversione, così spiega una consulente a Liberazione è il costo alto della certificazione da pagare alle società di revisione di bilanci che riduce la platea perché alle piccole società non conviene accedere a questo tipo di gara.


Intanto, mentre i loro giornali minimizzavano la crisi, i grandi editori, dal 2007 in poi, hanno raggiunto col ministero, importanti accordi per il prepensionamento e l'esodo di grandi firme che hanno speso una vita a cantare le lodi del libero mercato. E ora la nuova frontiera dell'assalto alla cassa pubblica si chiama rimborso degli interessi dei mutui agevolati per le ristrutturazioni, il credito di imposta sugli investimenti. Fino alla voce Irap sulla manovra delle lacrime e del sangue: è uno sgravio enorme per le aziende dai grandi numeri, 10mila euro l'anno per ciascun dipendente, più altri 5mila per i lavoratori del Sud. Ai grandi editori piace vincere facile. Anche quando diventano "tecnici".
Promemoria per De Benedetti: i primi a chiedere pulizia nel settore sono proprio i giornali di partito, quelli veri, come Liberazione dove i lavoratori sono tutti contrattualizzati.

Checchino Antonini

tratto da www.ilmegafonoquotidiano.it

16 febbraio 2012

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Ultimo aggiornamento Giovedì 16 Febbraio 2012 16:46

Acta, chiudere Internet. L’ultimo regalo dell’Europa di Monti e Napolitano

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no_actaE’ ormai luogo comune che il vecchio gerarca Giorgio Napolitano si ecciti alla sola pronuncia della parola “sacrifici”. Il rito sacrificale, l’hanno capito in molti, di solito funziona così. A livello europeo si decide una politica per difendere i diritti di banche completamente invase di titoli tossici, si indirizzano le risorse dalla società alle banche, e qualcuno a livello nazionale la legittima parlando di necessità di sacrifici. “Non ci sono alternative”, il mantra sinistro dei sacrifici risuona in Grecia come in Italia.
Siccome siamo nella società della conoscenza e dei beni digitali era impensabile che i sacrifici si indirizzassero solamente nell’assenza di beni, reddito e servizi. Ecco quindi l’adesione dell’Unione Europea all’Acta. Per adesso si tratta di una sigla sconosciuta al di fuori degli addetti ai lavori ma ci sono serie possibilità che trovi una grossa notorietà.
Eppure è già stata fatta una giornata di protesta mondiale contro l’Acta. A Monaco di Baviera, nonostante un freddo polare, nella stessa giornata mondiale di protesta sono scese in piazza 20.000 persone. Ma che cosa è l’Acta?
Si tratta di un accordo, frutto anche di una serie di accordi internazionali degli anni precedenti, tra diversi paesi, con gli Usa come capofila, per regolare le politiche mondiali contro la contraffazione. E’ noto soprattutto per lo schema giuridico che impone contro Internet anche se non c’è affatto da dimenticare che cerca di difendere le multinazionali farmaceutiche e i loro costosi brevetti. L’Acta, vanto dell’amministrazione Obama, è stato firmato il primo ottobre 2011. Per diventare veramente globale, ed efficace, aveva bisogno dell’adesione dell’Unione Europea.  E puntualmente a gennaio di quest’anno l’Unione Europea l’ha firmato. Nel mese di giugno il parlamento europeo sarà chiamato a ratificare l’accordo.

Ma perché l’accordo, che troverà Monti e Napolitano come watchdog una volta ratificato, è così pericoloso per le libertà e persino per l’uso stesso di Internet?
Basta solo leggere cosa recita l’articolo 27 della sezione 5 dell’accordo: il paragrafo 1), 2) e 6) sono un’aperta permissione a  poter utilizzare, da parte delle corporation, mezzi giudiziari al di fuori dalla norma per proteggere i loro prodotti dallo streaming e dal download. In nome della negazione di un diritto naturale, passarsi materiali di cui si è in possesso, una corporation potrà fare di tutto. Spiare, buttare giù siti, violare ogni norma elementare di privacy.  Lo stato di eccezione si trasferisce dal piano militare ed economico (il “non ci sono alternative” nella distruzione di Grecia e Italia) a quello della difesa del copyright. In nome di questo tipo di stato di eccezione ogni regola è permessa. Internet, se l’Acta entrasse a regime, sarebbe il sinistro regalo dell’amministrazione Obama,  quella eletta con la campagna elettorale su youtube e facebook. Rendendo facebook e youtube inutilizzabili: visto che ogni uso (citazione di giornali, film etc) sarà considerato come violazione di copyright.

E così a partire dal 2012 le tetre frasi di Napolitano, e da chi gli succederà, su “gli impegni sottoscritti dall’Europa”  potrebbero assumere altre sfumature. Direttamente sul nostro pc. Impoverendo direttamente le persone che, nel mezzo di una crisi micidiale, riescono a usufruire di beni digitali gratis. Oppure facendo un utille piccolo commercio. Senza parlare delle limitazioni della libertà di espressione conseguenti a questo stato di emergenza dettato dal copyright. A giugno l’europarlamento vota. Si tratta di unirsi alla protesta. Per tutelare i propri diritti e per lasciare i Monti e i Napolitano a ragliare alla luna.

(red) 12 febbraio 2012

La fonte
http://en.wikipedia.org/wiki/Anti-Counterfeiting_Trade_Agreement

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Ultimo aggiornamento Giovedì 16 Febbraio 2012 16:45

Anonymous hackera il sito del carcere delle Vallette

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Il movimento No Tav non è solo! La Valle non è sola! I prigionieri arrestati non sono soli!

anonymous_sito_valletteUn'altra iniziativa di solidarietà si aggiunge alle decine già in atto nelle ultime settimane. Anonymous ha preso il controllo del sito www.circondarialetorino.it aprendo una breccia nei suoi sistemi di sicurezza: il culmine di un'escalation di indignazione e rabbia che ha attraversato la rete, dopo che due settimane fa la scure repressiva brandita da Caselli si è abbattuta sulla Val Susa.  Gli attivisti dietro la maschera di V hanno servito l'ennesima portata dell'#OperationGreenRights (dopo le due precedenti azioni che a dicembre avevano colpito le lobby SI Tav ed i loro referenti politici), denunciando anche - come già fatto la scorsa estate - le inammissibili condizioni carcerarie a cui sono quotidianamente costretti i detenuti nei penitenziari italiani.
Un'azione rivendicata con un comunicato in cui, oltre a ribadire la solidarietà alla Val di Susa in lotta contro l'alta velocità, Anonymous prende duramente posizione contro «i trattamenti che vengono riservati ai nostri Compagni reclusi»; e che arriva a poche ore dai trasferimenti operati dall'autorità penitenziaria in seguito alle proteste organizzate congiuntamente dai militanti No Tav e dagli altri detenuti per denunciare le pesanti condizioni di agibilità dentro il carcere torinese delle Vallette. Con un augurio finale già risuonato nei giorni scorsi dai boschi della Clarea, alle piazze delle città italiane fino alle chat room in rete: «LIBER* TUTT* LIBER* SUBITO!»

NOTAV - Freedom For All

http://operationgreenrights.blogspot.com/2012/02/notav-freedom-for-all.html

DEFACE ON Turin Jail

www.ciracondarialetorino.it

***

All’attenzione dei cittadini italiani.

Apprendiamo con sdegno del trattamento riservato ai notav arrestati il 26 gennaio.Oltre al vile  atto di repressione contro un movimento saldo, unito e determinato che va avanti da 20 anni si aggiungono i trattamenti che vengono riservati ai nostri Compagni reclusi in carcere.Alcuni attivisti NOTAV hanno scritto una lettera "contro le pesanti condizioni di agibilità interna".
"Al detenuto spettano per disposizione ministeriale, 4 ore d'aria. Fino a poco tempo fa in queste ore venivano  aperte le celle e si poteva passeggiare nel corridoio o, volendo,  entrare in un'altra cella. Ultimamente ci fanno uscire e, dopo un quarto  d'ora, ci fanno entrare nelle celle in cui vogliamo stare. In questi  giorni d'emergenza freddo è impossibile uscire all'aria anche perché i  cortili sono invasi dalla neve. Se non esci all'aria aperta ti obbligano a stare chiuso in cella.  Martedì sera, nella nostra sezione le condizioni sono state inasprite.
Invece di aprire tutte le celle  contemporaneamente venivano aperte una alla volta, ti portavano alla cella che volevi e ti richiudevano nuovamente. Quando ci hanno aperto noi siamo rimasti in corridoio rifiutando di farci nuovamente rinchiudere. Allora han provato a metterci contro gli altri, dicendo che fino a quando noi eravamo in corridoio non avrebbero più aperto a nessuno. Dopo esserci consultati con gli altri detenuti, abbiamo deciso  di non desistere.
Come i banchieri cercano di far pagare  la crisi ai lavoratori in carcere si cerca di far pagare il  sovraffollamento ai detenuti. Vengono progressivamente ridotte le  dotazioni come detersivi, carta igienica, e, con la scusa di maggiori  difficoltà di gestione, gli spazi di agibilità. La lotta non si fermerà.
I detenuti del 26 gennaio 2012".
Il giorno 09/02/2012 dopo questa lettera e alcune proteste diversi detenuti No Tav sono stati trasferiti dal carcere delle Vallette di Torino in altre strutture penitenziarie piemontesi "perchè i No Tav in carcere facevano gruppo e infastidivano gli agenti cercando di coinvolgere altri detenuti nei loro tentativi di protesta".
Per l'ennesima volta volete provare a dividere un movimento che si è dimostrato tanto unito quanto determinato, ma com'è gia stato dimostrato non ci riuscirete.
Anonymous si unisce ancora una volta nella lotta contro un opera inutile e costosa in cui sono chiaramente  immischiate aziende mafiose. Ancora una volta dalla parte dei notav e del  popolo. Delle donne uomini,anziani e ragazzi che da ventanni portano avanti questa battaglia per il bene di tutti: vengono  menati, gasati, denunciati, arrestati e incarcerati per una battaglia che è anche la nostra.


DIETRO QUELLE BARRICATE, IN QUEI BOSCHI, DAVANTI A QUELLE RECINZIONI C'ERAVAMO TUTTI.
LIBERTA' PER I NO TAV ARRESTATI IN VALSUSA.
LIBERTÀ PER TUTTI GLI ARRESTATI.
LIBER* TUTT*.
LIBER* SUBITO.
...À SARÀ DÜRA!

We are Anonymous
We are Legion
We do not Forgive
We do not Forget
Expect Us

tratto da www.infoaut.org

10 febbraio 2012

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Grosso guaio al manifesto

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Il giornale fondato da Rossanda, Parlato e Pintor vede arrivare un liquidatore nominato dal ministero. "La fase più dura in quarant'anni di storia" scrive il collettivo. Un passaggio cruciale nella storia dell'informazione di sinistra

il_manifestoIl manifesto è in liquidazione. La situazione è meno drammatica del termine utilizzato perché la nomina di un liquidatore significa avere tempo per fare il conto dei debiti e dei crediti, provare a trovare soluzioni anche se con un controllore (che in genere viene nominato in forma non troppo sgradita all'impresa). Ma è comunque un passaggio drammatico, "il più difficile della storia quarantennale del manifesto" come scrive il collettivo del quotidiano nel documento che pubblichiamo a seguire. Nelle stesse ore si sta tenendo una nuova assemblea dei lavoratori di Liberazione che pur di salvare il posto di lavoro e il giornale hanno offerto all'editore, il Partito della Rifondazione comunista, una parte del proprio stipendio in forma di donazione. L'offerta parte sia stata rifiutata perché non congrua con i meccanismi del finanziamento pubblico ma le cose potrebbero essere ancora in movimento. Quel che resta sul tavolo è una crisi verticale della stampa di sinistra e alternativa. Ci sono stati gli errori del passato, le supponenze e le superficialità. Ma sopra tutto pesa una situazione difficilissima in cui per ricostruire un pensiero critico serve un qualche colpo d'ala e non un semplice appello ai buoni sentimenti. In ogni caso, il nostro in bocca al lupo al manifesto e a Liberazione. (imq)

La lettera del collettivo de "il manifesto"
Il ministero per lo Sviluppo economico ha avviato la procedura di liquidazione coatta amministrativa della cooperativa editrice il manifesto. Ma il giornale resta in edicola e rilancia.
Questa procedura particolare - alternativa alla liquidazione volontaria e riservata tra gli altri alle cooperative - cautela la cooperativa da eventuali rischi di fallimento.
E' il momento più difficile della storia quarantennale de il manifesto.
La decisione di non opporsi alla procedura indicata dal ministero si è resa inevitabile dopo la riduzione drastica e retroattiva dei contributi pubblici per l'editoria non profit. Nonostante le promesse di intervento fatte dal presidente del consiglio Mario Monti e l'esplicita richiesta in tal senso del presidente della Repubblica, a oggi nessuna soluzione è stata trovata.

Roma, 8 febbraio 2012 il collettivo del manifesto

tratto da http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it

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