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COMUNICAZIONE E MEDIA

Anonymous dichiara guerra a Facebook: ''Il 5 novembre sarà distrutto"

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Il noto gruppo di hacktivisti ha pubblicato un video in cui invita ad "aderire alla causa per uccidere Facebook, per il bene della privacy"
Facebook_v_per_vendettaIl gruppo di attivisti hacker Anonymous si prepara ad attaccare Facebook. Il colosso dei social network è accusato di fare un uso distorto dei dati dei suoi utenti e di "vendere informazioni private ad agenzie governative".

"Tutto quello che fate su Facebook resta su Facebook, a prescindere dalle vostre impostazioni di privacy" e per questo "merita di essere distrutto". E' quanto dichiara un portavoce del gruppo attraverso un video pubblicato su Youtube, in cui una voce alterata da un congegno elettronico fissa la data della "Operazione Facebook" al prossimo 5 novembre.

Questa data è significativa: il 5 novembre In Gran Bretagna è l'anniversario della Congiura delle Polveri, cioè di quando, nel 1605, Guy Fawkes aveva tentato di far saltare in aria il Parlamento inglese.

"Un giorno vi guarderete indietro e capirete che quello che facciamo è giusto" conclude il portavoce e invita gli utenti a unirsi alla causa di Anonymous in difesa della privacy.

tratto da http://it.peacereporter.net

17 agosto 2011

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Ultimo aggiornamento Giovedì 18 Agosto 2011 20:19

#UKriot! Cyberinsorti ed hacker contro la polizia diffusa

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london-riots-thumb“If you see a brother... SALUT! If you see a fed... SHOOT!”: questo il monito infuocato di uno dei tanti messaggi rimbalzati nei giorni scorsi tra le messaggerie della Londra in sommovimento.

Di pari passo col dilagare della sommossa nel tessuto metropolitano, da Peckham ad Oxford Circus, da Croydon ad Hackney, i quartieri londinesi si trasformavano in hashtag di Twitter; e con l'estensione dei disordini al resto del Regno i #tottenhamriots divenivano #londonriots fino ad ingigantirsi in #ukriots. Una cassa di risonanza enorme per gli insorti che hanno sfidato l'apparato altamente specializzato della MET, la polizia metropolitana in grado di contare sul panopticon orwelliano delle CCTV - le onnipresenti telecamere a circuito chiuso che fanno del regno insulare uno dei paesi più sorvegliati al mondo - e sul sistema cifrato di radiotrasmissione Airwave.

Ma il cuore dell'organizzazione e del coordinamento delle azioni è stato il servizio di messaggistica gratuito BBM (BlackBerry Messenger, che gira esclusivamente sullo smartphone dell'azienda canadese RiM, uno dei più diffusi tra i teenager d'oltremanica), la cui natura privata e pseudoanonima ha reso difficile l'opera di contrasto ai disordini; con lo scambio di informazioni e coordinate che avveniva attraverso messaggi individuali e “broadcast” da uno a molti, ripubblicati solo parzialmente o successivamente sugli altri social network.

Un'impotenza da parte delle forze dell'ordine resa evidente dagli arresti di tre teenager britannici, rei di "incitamento alla violenza" , attraverso i propri commenti su Facebook e Twitter. Ma se il network di Palo Alto si è rifiutato di sospendere gli account dei rioters davanti alle richieste in tal senso di Scotland Yard, tutt'altro discorso va fatto per la RiM: la quale si è dimostrata fin da subito prontissima alla collaborazione con le autorità di polizia, offrendo loro l'accesso alle chiavi di cifratura della messaggistica del BBM (allo stesso modo di quanto fatto lo scorso anno con le autorità degli Emirati Arabi Uniti e dell'Arabia Saudita, regimi in prima linea nella repressione della Primavera Araba e del proprio dissenso interno). Non solo, l'indisponibilità dell'azienda nella serata di mercoledì di confermare o smentire la possibilità di sospensione del servizio nell'area londinese ne ha fatto temere per ore l'imminente censura; un'eventualità inedita in occidente.

Una posizione presa di mira da più parti, a cui il colpo più duro è stato assestato dalla crew hacker TeaMp0isoN (già nota per aver defacciato la pagina Facebook e diffuso gli archivi dei membri dell'English Defense League, organizzazione emergente nel panorama dell'estrema destra britannica): violato il blog ufficiale Inside BlackBerry, il gruppo ha provveduto a rilasciare un comunicato in cui si invitava l'azienda canadese a desistere dalla collaborazione con le autorità sotto la minaccia di rendere a loro volta pubblici indirizzi e riferimenti dei dipendenti di RiM stessa.

Va segnalato come i social network (“aperti” e “chiusi”) non siano stati solamente attraversati dal conflitto, ma anche dagli occhi sempre più numerosi degli organi della grande stampa: dai cronisti del Guardian e di BskyB accorsi sul BBM per richiedere interviste, a quelli della Reuters impegnati nella diretta via Twitter fino al nostrano Corriere della Sera; il cui direttore De Bortoli (da poco sbarcato sul network cinguettante) dopo aver lanciato l'appello ai propri lettori a commentare la giornata attraverso l'hashtag #londonriots ha composto a suo piacere un collage dei tweet prodotti, che ha trovato spazio anche nella versione cartacea del quotidiano.

Dinamiche di crowdsourcing familiari alle forze dell'ordine britanniche, che non hanno esitato a servirsene nella caccia al wanted 2.0: nei giorni scorsi la MET ha riversato sulla rete una quantità di foto segnaletiche estrapolate dal sistema delle CCTV, pronte per essere sottoposte al vaglio di un esercito di spie e delatori attraverso le gallerie di Tumblr e Flickr - mentre collaudate reti di polizia diffusa come Crimestoppers hanno prontamente riconfigurato le proprie interfacce web per connettere al meglio i due terminali della reazione.

Chiamate alle armi che cercano di dividere la middle class britannica impoverita dalle rivendicazioni profonde degli insorti; e veicolate sotto altre forme e modalità anche da personaggi di spicco dello sport e della cultura come il calciatore Wayne Rooney (i cui eccessi glorificati dai giornali di Murdoch evidentemente non possono valere per i comuni sudditi di sua maestà) e l' “artista ed attivista” Dan Thompson, promotore dell'iniziativa #riotscleanup: l'invito a munirsi di scope e scoponi ed usarli per cancellare le tracce di un disagio ormai fattosi materialità nelle strade. La risposta di uno spicchio di comunità intrappolato nelle maglie mediali della rete conservatrice, o nel caso peggiore ad essa partecipe, e pronto ad occultare l'abisso sociale di Brixton lucidando le vetrine della Londra preolimpica.

Infofreeflow per Infoaut.org

11 agosto 2011

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DTT: la rivoluzione del telecomando

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digitale_terrestrePoco più di anno fa, l’Autorità Garante delle Comunicazioni aveva varato con la delibera numero 366/10 la numerazione automatica dei canali per la tv digitale terrestre. Una decisione che toccava direttamente tutti, cittadini e telespettatori, e che voleva evitare il rischio che si potrebbe definire "telecomando pazzo", con i numeri dei tasti e dei rispettivi canali variabili da regione a regione: un sistema automatico, previsto, per così dire, alla fonte. Ognuno sarebbe rimasto libero comunque di modificare l'ordine secondo le proprie preferenze e abitudini, programmando diversamente il televisore.

Nella pratica, i primi nove numeri erano assegnati alle tv nazionali generaliste che detenevano già i titoli legali per essere considerate e definite come tali: cioè, nell'ordine, le tre reti Rai, le tre Mediaset, La 7 e Mtv che fanno capo a Telecom e, al nono posto, Deejay Tv (ex Rete A) che appartiene al Gruppo Editoriale L'Espresso. Alle maggiori reti locali, su un totale di oltre 600, venivano attribuiti i numeri da 10 a 19. Poi, da 20 a 70, seguivano le nazionali tematiche (quelle cosiddette semigeneraliste, quelle per bambini e ragazzi, quindi informazione, cultura, sport, musica e televendite). E infine, da 71 a 99, le altre tv locali minori. Era stata proprio la lobby delle tv regionali, guidata dalle più potenti come Telenorba in Puglia e Videolinea in Sardegna, ad alzare gli scudi contro l'orientamento dell'Authority, rivendicando una priorità in virtù della propria audience e contestando quella che a loro avviso era un’assegnazione totalmente arbitraria. Alcuni governatori e parlamentari erano scesi in campo a loro sostegno, ma alla fine il Consiglio presieduto da Corrado Calabrò aveva deciso a maggioranza di tenere fermi i criteri stabiliti dalla legge, in linea peraltro con le direttive europee in materia.

Lo scorso sabato il Tar del Lazio, chiamato in causa proprio da due delle emittenti locali, la napoletana Canale 34 e la milanese Più Blu Lombardia, ha bocciato la delibera dell’Agcom e quella che potrebbe arrivare nei telecomandi della tv digitale è una vera rivoluzione. La pronuncia del Tar romano è immediatamente esecutiva, ma l'Agcom ha presentato un ricorso d'urgenza al Consiglio di Stato per ottenere - quanto meno nell'immediato - la sospensiva della decisione del Tribunale amministrativo. L'Authority sosterrebbe che l'esecutività immediata della pronuncia del Tar potrebbe comportare problemi per il prosieguo nel processo di digitalizzazione della tv in Italia che nel corso di quest'anno si dovrebbe concludere in Liguria, Toscana, Umbria, Marche e in provincia di Viterbo, portando a 14 le regioni digitalizzate in Italia.

Il Tar del Lazio però contesta proprio la metodologia con cui l’assegnazione è stata portata avanti e nelle motivazioni alla sentenza evidenzia i due vizi procedurali che avrebbero compromesso il piano di assegnazione. Il primo sta tutto nella tempistica: i 15 giorni fissati per la consultazione pubblica, sulla base delle norme del Codice delle comunicazioni, erano un periodo troppo breve, occorrevano almeno i 30 giorni canonici. Il secondo errore dell’Agcom, secondo il Tar romano, stava poi nel ricorso ai Corecom (i comitati regionali per le comunicazioni): per stabilire abitudini e preferenze degli utenti televisivi, e su quella base fissare la numerazione delle tv locali, non era corretto utilizzare le graduatorie annuali che i Corecom avevano predisposto per il riconoscimento delle misure di sostegno ministeriali alle tv locali, analizzando fatturati e dipendenti delle emittenti.

Col ricorso al Consiglio di Stato, le indicazioni del Tar rimangono per il momento congelate. Nel caso in cui il ricorso di Agcom dovesse venire accolto non cambierebbe nulla, se invece confermerà la sentenza del Tar del Lazio, si andrà alla ricerca di un altro criterio per posizionare i canali sull'Lcn (Logical channel number, ovvero quel dispositivo presente in tutti i decoder grazie a cui gli utenti possono ordinare in automatico le emittenti sui canali accessibili dal telecomando).

Mariavittoria Orsolato

tratto da www.altrenotizie.org

3 agosto 2011

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La campagna di "Repubblica" contro i NoTav

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Una volta esaurito il trito e ritrito ritornello dei "black block", La Repubblica punta sui trascorsi giudiziari di alcuni militanti NoTav, nella disperata ricerca di denigrare la lotta popolare in corso.

no_tav_feritoDa alcuni giorni diversi esponenti del movimento notav sono oggetto di un’aggressione mediatica condotta da diversi quotidiani, culminata nell’articolo "Gli ex terroristi arruolati tra i ribelli della Val Susa" comparso su La Repubblica di oggi, 26 luglio. In particolare, uno dei fondatori del Comitato di Lotta Popolare di Bussoleno, Stefano Milanesi, è attaccato per i suoi trascorsi giudiziari e ritratto in diverse fotografie. Ciò che stupisce, anzitutto, è che ci si stupisca: Stefano, come altri ex militanti degli anni Settanta, è da sempre (cioè da ben prima del 2005, come erroneamente afferma La Repubblica) tra i più appassionati e intelligenti animatori del movimento e delle sue iniziative; è conosciuto da tutti ed è rispettato nel movimento e in Valle per il suo impegno e la sua generosità umana e politica. Lo stesso vale per Marco Fagiano e per molti altri valsusini che vengono in questi giorni messi alla pubblica gogna della carta stampata per vicende passate, che nulla hanno a che fare con l’opposizione al TAV. Questo improvviso interesse per i trascorsi politici degli attivisti notav è espressione della totale mancanza di argomenti dei propagandisti dei quotidiani pro-tav che, una volta esaurito il trito e ritrito ritornello dei "black block" (prontamente rispedito al mittente dal movimento, che ha rivendicato la resistenza popolare del 3 luglio) deve trovare nuovi pretesti per additare i notav come nemici pubblici. I giornalisti e le testate che animano queste campagne stanno scrivendo una delle pagine peggiori dell’informazione nel nostro paese. Gli spazi e le colonne che dovrebbero ospitare la cronaca, l’inchiesta o l’approfondimento sono occupati da invenzioni pure e semplici sulla dinamica dei fatti (per lo più diretto frutto dele menzogne della questura, di cui non è mai ritenuta necessaria una verifica) e da pretesi "scoop" su no global "violenti" ed ex "terroristi", che affogano la libertà d’informazione nella propaganda in favore del potere. Qui si colloca, in effetti, è uno dei nodi più delicati dell’attuale condizione italiana: anziché utilizzare le proprie penne e i propri cervelli per rivelare le trame politiche che stanno affossando il nostro paese, i giornalisti si scagliano contro chi le denuncia. È certo più comodo scegliere come proprio nemico chi non ha potere e denaro dalla sua parte, ma non è decente, né dignitoso; sottrarsi ai diktat dei potentati che fanno dell’informazione italiana una delle meno libere del mondo è scelta troppo scomoda, a quanto pare. Stavolta, però, anche la denigrazione pianificata potrà produrre dei grattacapi. Dobbiamo infatti rilevare che Silvano Pellissero non è il titolare del ristorante La Credenza di Bussoleno, né è coinvolto ad alcun livello nella gestione del locale. Ci impegneremo in una causa legale contro La Repubblica per questa opera di disinformazione interessata, e devolveremo una parte dell’eventuale ricavato economico al riacquisto del camper notav incendiato alcune settimane fa da ignoti, all’interno dell’area presidiata dalle forze dell’ordine

Comitato No Tav Bussoleno

26 luglio 2011

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Anonymous e LulzSec fanno breccia nelle difese del CNAIPIC

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V_per_vendetta_moltitudine#antisec. Con questo hashtag è stato battezzato l'attacco, senza precedenti in Italia, portato a termine contro il CNAIPIC ( il Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche ) e rivendicato congiuntamente da LulzSec ed Anonymous.

Con un comunicato che ha il sapore della beffa, i due gruppi hanno dichiarato di aver violato i server di una delle infrastrutture informatiche più sensibili della polizia italiana. Gli hacker protagonisti dell'intrusione affermano di aver in mano 8 GB di documenti riservati che dimostrerebbero il coinvolgimento della task force dei cyber poliziotti in «operazioni illegali con la cooperazione di agenzie di intelligence straniere e varie oligarchie» economiche . Rispetto alle azioni portate avanti negli ultimi mesi (che avevano visto nella quasi totalità dei casi il dispiegamento di attacchi DDOS contro siti istituzionali e di aziende private) si tratta di oggettivamente di un salto di qualità.

La prima release dei documenti interni del CNAIPIC – alcuni dei quali risalenti a non più di una settimana fa – ha visto la pubblicazione fino a questo momento di circa 80 megabyte di dati (l'1% del materiale disponibile) facenti riferimento a diversi ambiti attenzionati dall'intelligence italiana.

Alcuni documenti appartengono all'Alpha Design & Networking, un'azienda di telecomunicazioni delegata alla gestione di diversi network istituzionali egiziani. Nei file in questione sono riportati decine di nominativi e carte d'identità digitalizzate riconducibili all'azienda.

Altri archivi presenti fra quelli rilasciati riguardano invece il crack della Medici Bank ed i rapporti (spiegati attraverso alcuni organigrammi e schemi relazionali) tra la sua fondatrice Sonja Kohn ed il banchiere degli scandali di Wall Street, Bernard Madoff. L'interesse degli investigatori italiani in quest'ambito è probabilmente dovuto al fatto che la Medici Bank fosse una partecipata di Unicredit (nei rapporti inviati al Ministero degli Interni ricorrono più volte i nomi di Profumo e Gnutti).

Infine fra i file resi disponibili da Anonymous e LulzSec si trovano documenti interni del CNAIPIC: una ricostruzione cartografica dell'architettura della loro rete nelle sedi romane situate a Tuscolana e Trastevere, rapporti (assai scarni in realtà) sul monitoraggio delle chat di Anonymous e comunicazioni interne inviate “al signor capo della Polizia”.

Anonime fonti investigative si sono affrettate a sottolineare “la scarsa rilevanza” dei documenti resi pubblici. Al di la del fatto che questo è ancora tutto da dimostrare, il nocciolo della questione è un altro. Questa prima disclosure dei documenti del CNAIPIC lancia diversi messaggi in altrettante direzioni ed il loro significato non va necessariamente ricercato nel contenuto dei file trafugati.

Se anche dai server violati fossero stati sottratti la lista della spesa o il conto della lavanderia degli agenti in servizio, questo non cancellerebbe il fatto che più ha rilevanza in questa vicenda. Ovvero che i sistemi di difesa di una delle strutture d'eccellenza dell'attività investigativa e d'intelligence nostrana sono stati bucati, sciogliendosi come neve al sole. L'apparato di “specialisti”, che dovrebbe cooperare con Unicredit, Consob, Ferrovie dello Stato, ANSA, RAI, Vodafone, Telecom e altre infrastrutture critiche italiane per garantirne la sicurezza, è stato semplicemente ridicolizzato.

Inoltre proprio il CNAIPIC poche settimane fa aveva svolto un ruolo fondamentale nell'operazione repressiva che aveva portato all'arresto di 3 persone accusate di far parte del network degli anonimi. Il Viminale a mezzo stampa aveva battuto la gran cassa della decapitazione di Anonymous Italia. Se già allora non pochi avevano adombrato sospetti sull'efficacia del blitz portato a termine dalle forze dell'ordine, oggi il campo è stato spazzato da qualsiasi dubbio. Anonymous è più vivo che mai e l'ha dimostrato alzando la posta in gioco.

Dall'alto profilo tecnico, l'operazione #antisec sembra essere stata predisposta con cura anche sotto quello mediatico. Non appena sono stati diramati il comunicato ed il video di rivendicazione dell'accaduto, Repubblica ha tempestivamente concesso alla notizia uno spazio in prima pagina per tutto il pomeriggio e la serata di ieri. Tutto fa pensare ad un'esclusiva concessa al quotidiano del gruppo Espresso in cambio di una maggiore visibilità. Inoltre è stato approntato anche una canale di chat sicuro all'interno del quale sono state rilasciate dichiarazioni ed interviste ai giornalisti interessati.

Sempre su questo fronte va però registrato il silenzio assordante delle agenzie stampa Ansa e ADNKronos che durante tutta la giornata non hanno neppure fatto menzione dell'avvenimento. Un silenzio che fa il paio con quello istituzionale e che sembra essere indice della gravità dell'attacco portato a termine da Anonymous e LulzSec. Se la violazione del perimetro informatico del CNAPIC e la sottrazione dei documenti interni fosse stata una bufala, sarebbe stato lecito aspettarsi un'immediata e secca smentita pubblica da parte dei dirigenti della postale. Non certo balbettanti voci di corridoio sull'irrilevanza dei documenti pubblicati.

Come scritto in apertura Anonymous in Italia ha fatto un salto di qualità notevole con quest’ultima azione. Quali saranno le ricadute che produrrà però è ancora tutto da vedere. Molto dipenderà dalla capacità di Anonymous di continuare a gestire positivamente la propria immagine e quella delle future Op, a fronte della netta sterzata impressa nelle nuove tattiche utilizzate. Infine c’è da considerare la modalità con cui verranno gestite le prossime release dei materiali del CNAIPIC. Chi li detiene oggi si trova a gestire un potenziale offensivo notevole, quasi esplosivo potremmo dire. Ma se c’è una cosa che l’esperienza di Wikileaks ha insegnato (pur con tutti i suoi numerosi limiti ed ambiguità) è che per far detonare l’informazione non basta abbattere gli steccati che la rinchiudono e lasciarla libera. Pena il rischio di vederla fagocitata nell’oblio magmatico della rete. Bisogna invece brandirla, come se fosse un arma. E colpire in punta di spettacolo sotto l’ascella del nemico.

InfoFreeFlow per Infoaut

Video

tratto da www.infoaut.org

27 luglio 2011

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