Thursday, Jul 30th

Last update:07:37:16 AM GMT

You are here:

COMUNICAZIONE E MEDIA

Yes we Kony! (parte 2)

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

Guarda la Parte 1

Intrattenimento sensazionalista per stomaci forti? Un disgustoso spettacolo dai toni neocolonialisti? O una nuova forma di attivismo globale? Kony 2012 è in realtà la grande celebrazione di un comune fondato sull'ideologia neoliberista della Silicon Valley.

Sull'inconsistenza delle critiche a Kony 2012

«Ho una mentalità così americana, che dovevo fare qualcosa»

Taylor Forman, uno studente dell’ultimo anno presso la Broad Run High School di Ashburn dopo aver visto il video di Kony 2012

alt

Secondo molti commentatori le cause del successo di Kony 2012 sarebbero da ricercare principalmente nel forte contenuto emozionale che lo contraddistingue. Finito al centro di roventi polemiche, il mediometraggio della Invisible Children (IC) è stato bollato a fasi alterne di gretto sensazionalismo o sottile razzismo (o entrambe le cose) per come ha rappresentato la realtà ugandese. Se si considerano però quelle che sono le retoriche, i dispositivi narrativi, le tecnologie ed i discorsi comunemente adoperati nella rappresentazione umanitaria della vittima [1] all'interno del panorama mediale contemporaneo, ci si rende conto di quanto queste polemiche non siano state in grado di cogliere quelli che sono i veri e più significativi tratti che caratterizzano ed articolano il messaggio della campagna “Stop Kony”.

A partire dagli anni '90 le televisioni satellitari si affermano come fattori cruciali nella politica internazionale. È allora che le organizzazioni non governative (il cui numero in quel periodo è in impennata) per garantirsi l'attenzione dei grandi network globali cominciano un'ossessiva ricerca dell'impatto pubblico. Per calcare un palcoscenico di grande risonanza da cui lanciare appelli alla donazione, le diverse ONG rivaleggiano tra loro. Producono documentari tarati sulla più scottante attualità giornalistica (spesso siglando accordi di partnership con le stesse reti televisive che li trasmetteranno). Lanciano controverse campagne promozionali che vedono il massiccio impiego di tecniche pubblicitarie. In un serrato clima di competizione aziendale la rappresentazione delle vittime viene elaborata di concerto con esperti di marketing e giornalisti e subordinata alle necessità imposte da aggressive strategie commerciali.

L'ONG fondata da Jason Russell si inserisce in pieno lungo questa scia. Kony 2012 costruisce una visione morale di un mondo di giustizia da applicare all'attualità di cui IC si fa garante simbolica. Come accade per ogni campagna umanitaria l'intento è conseguire tre differenti obbiettivi: sensibilizzare l'opinione pubblica, raccogliere fondi e rappresentare l'ONG che la promuove segnalandone la presenza, affermandone l'identità e legittimandone la pratica.

Per raggiungerli IC ha dato in pasto al proprio target di riferimento una vittima esemplare confezionata su misura. Con lo scopo di far breccia nel cuore di un segmento di audience prevalentemente statunitense e compreso tra i 13 ed i 18 anni, ha costruito un'icona della sofferenza con cui lo spettatore potesse identificarsi o identificare una persona a lui vicina (come scandito a chiare lettere nel video «Immagina se succedesse anche una sola notte negli USA: sarebbe sulla copertina di Newsweek il giorno dopo»). Accumulando una grande quantità di dettagli raccapriccianti è stata pennellata la figura di Jacob, l'ex bambino soldato ugandese protagonista del video, la cui immagine è costantemente sovrapposta e sfumata con quella di Gavin, l'occidentalissimo figlio del regista. Inoltre per accentuare la familiarità e l'empatia del suo pubblico di nativi digitali con le immagini sullo schermo, l'ONG ha proposto una rappresentazione della realtà ugandese adoperando un taglio estetico dal sapore folkloristico-coloniale. Tale criterio ovviamente produce un'astrazione della vittima e ne traslittera la rappresentazione all'interno di un paesaggio mediatico deformato da cliché, banalità, inesattezze e luoghi comuni. In questo senso vanno lette sia le comprensibili reazioni rabbiose che hanno fatto da cornice alla proiezione del video di IC in alcune sale cinematografiche di Kampala, sia l'hashtag #WhatIloveaboutAfrica, lanciato da alcuni netizen africani in risposta a #Kony2012. Ma compiere uno scippo di soggettività e impiegare un immaginario sottrattivo per veicolare una campagna comunicativa non è in nessun modo una peculiarità che attiene a Kony 2012. Al contrario pianificare una campagna umanitaria attingendo ad un background di codici culturali stereotipati – conformi più all'immaginario del contesto in cui essa si inserisce che non alla realtà a cui fa riferimento – è una tecnica standard a cui si ricorrono molte ONG (cui quindi dovrebbero essere estese le accuse di razzismo e neo-colonialismo piovute su Russell e soci) per renderne immediatamente intellegibile il messaggio agli occhi di possibili benefattori. Per questo motivo le reazioni indignate di coloro che hanno denunciato di carità pelosa la IC non sembrano essere troppo diverse da quelle entusiastiche di chi ha ritenuto che l'attivismo si condensasse nella condivisione di un video su Facebook o di un'immagine su Twitter. In entrambi i casi il motore scatenante che le ha provocate è stata la capacità di Kony 2012 nel catalizzare attenzione.

Oltre che ad immagini ed immaginari ritagliati su misura, IC si è servita anche di un altro sistema comunemente adottato per sfruttare la visibilità umanitaria della vittima. Inscritta nel nome della campagna e presente già dalle primissime immagini del filmato, Kony 2012 stabilisce una dimensione all'insegna dell'urgenza nel rapporto tra tempo e denaro. Con lo scorrere dei minuti, in un'alternanza di emozioni che costringe lo spettatore tra senso di colpa ed esaltazione liberatoria, la possibilità di catturare Joseph Kony e di riconsegnare in tempi brevi l'Uganda alla pace viene fatta dipendere dall'acquisto degli action kit (o dalla loro pubblicizzazione attraverso i canali di cui ciascuno dispone). Qui non è il tempo ad essere denaro, ma il denaro ad essere tempo, anzi, ad essere l'inizio di un tempo nuovo (laddove tra l'altro il tema della classe emergente rimane in sotto traccia per tutta la durata del filmato). Aver dipinto le violenze del Lord Resistance Army (in realtà fortemente ridottesi a partire dal 2004) come gli effetti di una crisi umanitaria in pieno svolgimento è costato all'IC l'accusa di bieco sensazionalismo per guadagnarsi la luce dei riflettori. Il che è senz'altro vero e la cosa può non piacere. Ma neppure questa è una peculiarità di Kony 2012! Al contrario calare il pubblico in una dimensione temporale artificiale, contratta e segnata dalla semantica dell'emergenza per annullarne la capacità di giudizio, è un espediente banalissimo e già ampiamente utilizzato in passato da altre ONG per convogliare attenzione mediatica su scenari di crisi poi non rivelatisi come tali (vedi la carestia in Zambia nel 2002: annunciata come una catastrofe senza precedenti, colpì in realtà solo una piccola parte del paese).

Ipersemplificazione, sensazionalismo, carità pelosa e razzismo.

Sono queste le principali critiche emerse dal vortice di reazioni dell'uragano Kony 2012. Come abbiamo visto però, esse sono incapaci di cogliere una qualsivoglia specificità del fenomeno. A dispetto della quantità di inchiostro versato e di bile ingoiata, si tratta nella maggior parte dei casi di giudizi di pancia che, tra le altre cose, hanno fatto proprio il gioco di IC, garantendole quel ritorno di visibilità necessario per assicurarle un posto al sole nell'affollato condominio delle ONG globali.

L'idiota che guarda il dito e non il network

«Tutta la mia vita mi era sempre sembrata così distante, ma questa volta ho sentito che avrei potuto farne parte.»

Flannery McGale, studentessa dell’ultimo anno alla Brookewood School for Girls di Kensington a proposito di Kony 2012

Nella top ten dei peana più in voga però non poteva certo mancare il filone complottista. Kony 2012? Propaganda illuminata 2.0! Invisible Children? Il vettore di una cyber-black-psy-op dell'NSA distribuita sui social network! Jason Russell si fa le pippe in pubblico? Gli effetti collaterali di un esperimento di manipolazione mentale della CIA spintosi un po' troppo in la!

Primo. Per capire che la campagna Kony 2012 si faccia bandiera del potere statunitense non serve essere degli esteti. È un fatto esplicitato senza mezzi termini nel filmato. Il che è perfettamente congruente con la funzione dell'immaginario umanitario di incanalare le emozioni suscitate dalla rappresentazione delle vittime e di riconfigurare così le stesse rappresentazioni del potere.

Secondo. Colpisce che questi maître à penser, mentre si prodigano nell'impresa di lacerare il velo della menzogna, riproducono inconsapevolmente la brutta copia del paradigma narrativo su cui poggia lo spettacolo di Kony 2012: ricostruzioni frammentarie, semplificazione dei fatti e colpi di scena da b-movie. Ancorati ad una visione orwelliana della società sembrano ignorare che il potere non è unitario, non si concentra in un unico luogo, non è diretto dall'altro al basso, non sovrasta la società ma in essa circola, sollecitando condotte di vita e comportamenti che ne sono costitutivi.

È qui che bisogna cercare la vera cifra di Kony 2012. Non solo nel suo contenuto fortemente emozionale ma nella sua capacità di incarnare il paradigma ontologico della nostra era: quello del network.

Forte di una strategia di marketing ben congegnata, ricalcando alla perfezione i dettami e le regole pubblicitarie ridefinite dall'avvento dei social media, IC ha costruito un rapporto partitario con la propria audience cercando di fondersi con il suo mondo. Il focus della sua pubblicità non è stato il prodotto sponsorizzato (gli action kit) o le sue caratteristiche bensì il dibattito che esso ha suscitato in rete e le relazioni che ne sono derivate. 184 milioni di visualizzazioni, 2400 clip associate al video originale, 1,2 milioni di commenti, un numero incalcolabile di post sulle piattaforme di blogging e migliaia di profili Twitter e pagine Facebook sorte spontaneamente in supporto alla campagna. Cifre da capogiro con cui IC è riuscita ad enunciare la propria presenza modellando un contenitore di pratiche a cui chiunque potesse partecipare con le proprie competenze, linguaggi ed attitudini. Cifre che parlano il linguaggio dell'empowerment dell'individuo e descrivono la didascalia peer to peer che ha determinato il senso delle immagini veicolate da Kony 2012 (che questa didascalia racconti o meno la verità è poi tutt'altro paio di maniche).

Non sono forse questi gli elementi che hanno caratterizzato le più riuscite esperienze di comunicazione politica degli ultimi anni? Quelle di Wikileaks ed Anonymous con le loro richieste di trasparenza e change, le loro forme di organizzazione aperte e molecolari e la loro pretesa di elevarsi a sentinelle del potere. Oppure quelle del movimento 5 stelle e dei loro epigoni del partito pirata con la loro capacità di sintetizzare due necessità della comunicazione politica attuale: lo spettacolo e una retorica che assegna al cittadino in rete il ruolo del protagonista. E che dire della corsa di Barack Obama alle presidenziali del 2008? Segnata da una mescolanza di toni a metà tra il populismo delle origini e la tensione al rinnovamento, interpretata come un confronto generazionale tra le diverse anime liberal, essa ha trovato la sua chiave di volta nella connettività ovvero, come ha scritto Manuel Castells, nella «capacità del candidato di ispirare emozioni positive in un ampio segmento della società, connettendosi direttamente agli individui ed organizzandoli in reti e comunità di pratica, cosicché la sua campagna fosse la loro campagna»[2]. Una vittoria che è stata assicurata, ha scritto in proposito Carlo Formenti, dalle «reti sociale e le competenze di milioni di giovani nerd ai quali, grazie alle modalità partecipative e collaborative con cui hanno condiviso una campagna vissuta dal basso, si è fatto nutrire l'illusione di essere i veri vincitori, laddove avevano semplicemente fornito la massa di manovra»[3]. Una dinamica del tutto simile a quanto accaduto con la campagna Kony 2012 se, come abbiamo scritto in precedenza, «chi vi ha partecipato ha avuto la percezione che l'agenda setting venisse fissata dal basso».

Se «il significato è un attributo del simbolismo ed è una funzione del contesto in cui simbolo dell'individuo stesso è collocato» allora non serve lanciare l'ermeneutica alla prova del crowdsourcing su Youtube. Dovrebbe risultare anzi piuttosto chiaro a cosa alluda la piramide rovesciata, logo di Kony 2012: alla costruzione di un nuovo comune perverso.

Transnazionale ma attraversato da legami sociali deboli, relazioni poco significative e valori sbiaditi. Specchio di una società leggera e ricca di mezzi (i social media su cui essa si fonda) ma priva di qualsiasi fine che non sia già inscritto nei mezzi stessi (share, like, tweet). Apparentemente governato da forme di democrazia diretta mentre è dominato da sistemi esperti e tecnicamente mediati ma mai percepiti come tali. Un grande ecosistema pacificato, dove il conflitto sociale è assente come pure qualsiasi forma d'identità che non sia il pallido riflesso di un trending topic o di un video popolare. Un luogo dove il cittadino/netizen, privato di qualsiasi autonomia, può realizzare la sua piena libertà unicamente nel consumo di informazione, gadget e merci.

Quello di Kony 2012 è il comune che ha le sembianze delle internet companies della Silicon Valley, i lineamenti del turbo-capitalismo californiano e la fisionomia del neo-liberismo al suo stadio compiuto.

(continua...)

InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

Note

[1] Sul concetto di visibilità umanitaria si veda P.Mesnard, Attualità della vittima, Verona, 2004, Ombre Corte a cui questo testo si rifà

[2] M.Castells, Comunicazione e potere, Milano, 2009, Egea, p.517

[3] C.Formenti, Felici e sfruttati, Milano, 2011, Egea, p. 127

AddThis Social Bookmark Button

Il "vizietto" di Repubblica, foglio di regime

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 7
ScarsoOttimo 

Repubblica si è autonominata organo ufficiale del governo Monti. Più del Corsera o del Sole24Ore. Al punto da criminalizzare ogni critica. E' un vizio penoso del "progressismo" italiano, quello così povero di idee e valori da immaginare di averne molti solo finché c'è stato un Berlusconi da odiare. Poi l'odio è tornato a essere diretto contro chi si oppone, come movimento, al governo voluto, sponsorizzato, benedetto e debenedettiano.

L'acuta analisi dei compagni di Napoli denuda una logica questurina.

***

L’incredibile articolo di Repubblica sui fatti di Equitalia a Napoli. È in atto un pericoloso tentativo di criminalizzare i movimenti sociali

repubblica_equitaliaDomenica 13 Maggio, su Repubblica Napoli è comparso in prima pagina un articolo titolato “Equitalia, indaga la procura: un cartello dietro i disordini”. Si tratta dell’ennesimo pezzo, nel giro di una sola settimana, in cui si riportano come oro colato le parole, le supposizioni, le invenzioni dei responsabili napoletani delle forze dell’ordine. Potete leggerlo qui sotto e farvi da soli un’idea di come si stia tentando in ogni modo in Italia di alzare la tensione e criminalizzare i movimenti sociali. Noi qui vi proponiamo un nostro commento…

Quando leggi il nome del tuo collettivo in un bel paginone di Repubblica, citato come se fosse Al Quaeda intenta a preparare chissà quale attentato, ti passano per la testa mille pensieri. Il primo è: “adesso dovremmo scrivere qualcosa, perché chi ci legge, partecipa alle nostre iniziative, possa sapere cosa ne pensiamo e avere una nostra versione dei fatti".

Tenteremo, allora, di essere brevi, perché di domenica le energie sono poche e dovrebbero essere indirizzate tutte alla digestione del ragù domenicale: l'articolo fa schifo, ma fa anche peggio. Perché la penna di Conchita Sannino non vuole riportare e commentare quanto successo fuori Equitalia venerdì mattina: il suo pezzo finge di essere un pezzo giornalistico quando invece è altro.

È un articolo-inoltra dalla Questura di Napoli e, questa volta, a firmarlo non è neanche la solita stagista precaria che deve fare in fretta e non controlla cosa scrive, ma un giornalista “di tutto rispetto”. Anche per questo va preso molto sul serio.

Le caratteristiche dell’articolo assomigliano infatti molto a quelle del messaggio mafioso. Come un messaggio mafioso, l’articolo manda due avvertimenti diversi, uno rivolto a "noi" l'altro ai lettori.

Ai lettori sembra dire:
vi ricordate del titolone in prima pagina, della trasmissione televisiva, dell'annuncio di Monti sulla tensione sociale che cresce, del manager gambizzato a Genova? Bene, prendete tutto questo e mischiatelo con quanto successo venerdì mattina davanti alla sede di Equitalia. Mischiate per bene tutto, senza provare a fermarvi sulle differenze, le contraddizioni, la pochezza e faziosità dell’informazione, perché quanto più tutto è confuso, fumoso, meglio funziona, meglio è…

Allora, proprio come si fa ogni giorno con i dati sullo spread, bisogna terrorizzare lo spettatore, di modo che non agisca, che le sue esigenze non si leghino a quelle degli altri. “In Italia c'è un malessere sociale alle stelle”, “il terrorismo degli anni '70 sta tornando”, “c'è bisogno dell'esercito”, “c'è bisogno di De Gennaro”, si, proprio lui, quello della Diaz, premiato per i suoi “meriti” con la carica di Sottosegretario di Stato della Presidenza del Consiglio dei Ministri. “C'è bisogno di repressione”, è “stato d'emergenza”!

Visto che ormai non si può più negare che la situazione è drammatica – è il ministro Passera che parla di 6-7 milioni fra disoccupati, cassaintegrati, esodati, inoccupati, scoraggiati etc –, visto che tanti stanno impazzendo, si stanno ammazzando, o forse stanno solo prendendo coscienza, bisogna inventare qualche “cattivo” che chissà perché “strumentalizza” il disagio. Bisogna dire che dietro ad ogni manifestazione c’è una “regia occulta”, quasi come se il malessere della gente sia un film che girano gli attivisti del movimento napoletano… Noi invece pensiamo che il malessere non lo creiamo noi: c'è, è insito nelle condizioni di precarietà e impoverimento in cui la maggioranza si ritrova sempre più e se si trasforma in conflitto è perché la corda non si può tirare all’infinito…
Per questo ora la Questura tenta di isolare i militanti - che non sono “mostri”, ma persone normali, ragazze e ragazzi che hanno gli stessi problemi di tutti, con la differenza che si ribellano contro questo assurdo stato di cose invece di subirlo – da tutte quelle persone che stanno iniziando a dire la loro.

E qui veniamo al secondo messaggio dell’articolo, quello latente, a cui Repubblica si presta bene. È un messaggio rivolto ai militanti politici, a cui si dice: il Governo Monti deve andare avanti ad ogni costo, voi non dovete rompere le palle. Se ci provate siamo disposti a inventarci di tutto. Come abbiamo fatto con i disoccupati (il procuratore aggiunto Gianni Melillo intervistato oggi è proprio quello che ha sostenuto teoremi “sovversivi” puntualmente smentiti dalla magistratura napoletana) o come abbiamo fatto con i NO TAV (e basti vedere il carcere duro e preventivo dato a Giorgio Rossetto).
Così si fa passare per sovversiva ogni associazione di protesta dei cittadini che mira a fare pressione perché le cose cambino. Si vuole costringere la gente a restare in casa: è la strategia della tensione che torna come farsa.

In particolare a spaventare le forze dell’ordine c’è il fatto innegabile che l’iniziativa di venerdì ad Equitalia ha riscosso un consenso altissimo fra i cittadini del quartiere e fra tutte le persone che stanno pagando questa crisi. Per questo, a fronte di un po’ di vernice su un palazzo, sono state lanciate cariche pesantissime, che hanno causato decine di ferite fra i manifestanti. Per questo oggi partono ben 17 denunce. Denunce che non sono rivolte solo a chi è sceso in piazza, ma a chiunque abbia approvato quell’iniziativa. Quelle denunce parlano a voi! Ed anche per questo la risposta deve essere collettiva!

L'aria si fa pesantuccia, ma di tornare a lamentarci negli autobus, o a porre fiducia nelle urne come ci suggerisce il nostro Sindaco, di piangere della nostra condizione nella nostra stanzetta, non ne abbiamo alcuna voglia!
Abbiamo sempre fatto le nostre lotte alla luce del sole…

Se volete sapere a cosa ci dedicheremo nei prossimi tempi, signori giornalisti, non c'è bisogno di costose indagini, magistrati a lavoro, carabinieri e polizia mobilitati! Ve lo diciamo noi, in esclusiva!

Continueremo la mobilitazione contro Equitalia (venerdì prossimo c’è già un altro appuntamento del movimento napoletano!). Continueremo la lotta contro una riforma del lavoro che ci rende tutti schiavi. Continueremo a batterci contro questo governo che sta affamando tanti, pur di non toccare i ricchi… E continueremo a dire che una soluzione alla crisi c’è, ed è questa: Eat The Rich!

Visto che date spazio a tante cazzate, potete trovare una pagina per una proposta seria, no?

tratto da http://caunapoli.org

13 maggio 2012

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Martedì 15 Maggio 2012 13:36

Preparatevi: fra un anno Google potrebbe sparire

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

La decisione della Federal Trade Commission (l’antitrust americana) di procedere contro il gigante della ricerca online avvierebbe la battaglia legale di più ampia portata dopo la controversia con Microsoft. L'azione legale potrebbe portare all'estinzione di Google. Almeno nella forma in cui lo conosciamo oggi.

googleLa strategia di competizione contro Facebook sta portando Google a un conflitto molto pericoloso con l’autorità di controllo sull’antitrust americana, la Federal Trade Commission. Il New York Times sostiene che la decisione dell’FTC di procedere contro il gigante della ricerca on-line avvierebbe la «battaglia legale di più ampia portata» contro una società della Silicon Valley dai tempi della controversia con Microsoft nel 1998. Secondo alcuni osservatori, come Dan Lyons, gli esiti del contenzioso potrebbero colpire il modello di business di Google e condurre in breve tempo «alla sua estinzione», almeno nella forma in cui lo conosciamo oggi.

Negli scorsi anni Google ha tentato di stringere accordi con Facebook e Twitterper poter utilizzare nei listati di risposte i dati inseriti dagli utenti sui social media. Facebook si è sempre sottratto alla sottoscrizione di un patto, mentre quello con Twitter si è interrotto la scorsa estate. La recinzione eretta dai gestori dei social network attorno ai contenuti e alle relazioni tra gli utenti comporta la scomparsa di una porzione significativa delle informazioni presenti su Internet, che potrebbero migliorare la capacità di indicizzazione e di proposta del motore di ricerca. Il co-fondatore di Google, Sergey Brin, ha rilasciato un paio di settimane fa un’intervista al quotidiano inglese The Guardianin cui accusava Facebook e Twitter di uccidere lo spirito della Rete «limitando la libertà» di pubblicazione e di rintracciabilità dei contenuti on-line. 

A partire dal gennaio 2012, Google ha reagito alle interdizioni degli altri attori di Internet introducendo un nuovo insieme di criteri per calcolare l’ordinamento dei risultati nel listato di risposte: i profili personali degli utenti del suo social network, Google+, e le pagine che sono linkate da questi profili vengono posizionati più in alto nella classifica. La comunità degli analisti e i gestori delle altre piattaforme ha reagito in modo molto criticoa questa innovazione. Ma è proprio su questo punto che ora si focalizza lo scenario di accusa dell’FTC. In America Google copre il 67% del mercato delle ricerche web, mentre il suo competitor più prossimo, Bing, raggiunge appena il 15 per cento. Il rapporto in Europa è ancora più a vantaggio di Mountain View, il cui motore eroga oltre l’80% delle ricerche complessive. L’accusa è che Google abusi della sua posizione dominante per favorire i propri prodotti rispetto agli altri.

Tutti i commentatori osservano quanto sia difficile sostenere il ruolo dell’accusain un processo di antitrust, soprattutto in un ambito così complesso e in rapida evoluzione come quello della ricerca on-line. Ma la serietà della situazione sembra derivare dalla decisione dell’FTC di affidare la gestione del procedimento contro Google a Beth Wilkinson, che ha seguito una quarantina di pratiche simili senza perderne nessuna. Dopo l’assegnazione del caso a un patrocinatore, la FTC non è giunta fino al contenzioso giudiziario solo un paio di volte nella sua storia: si ritiene quindi che anche in questo caso l’organo di controllo si stia preparando alla guerra. D’altra parte è almeno dall’estate scorsa che Google è entrato nel mirino delle commissioni federali di controllo. 

Solo due settimane fa la Federal Communication Commissionha chiuso un contenzioso patteggiando una multa di 25 mila dollari con la società di Mountain View, per aver ostacolato le indagini sul caso. L’inchiesta riguardava il metodo attraverso il quale Google ha raccolto tra il 2008 e il 2010 una serie di dati sui privati cittadini direttamente dalle loro case, registrando le caratteristiche delle loro reti wi-fi con il passaggio dell’automobile di Street Viewer. Il report finale della FCC dichiara che Google non è perseguibile perché non esiste alcun precedente legale che si possa invocare per deliberare sull’argomento.

Anche la Commissione Europea sta analizzandoda un paio di anni la posizione dominante di mercato di Google. Secondo gli osservatori americani, «la situazione potrebbe anche essere peggiore» dal momento che gli organi regolatori dell’antitrust a livello comunitario possono intervenire con ordinanze restrittive senza passare attraverso un procedimento giudiziario. Anche in Europa il tema della discussione è l’abuso della posizione dominante di mercato.

Dopo il contenzioso con l’FTC nel 1998, la Microsoft non è più stata in grado di sostenere la leadership digitale che aveva detenuto fino a quel momento: la concentrazione sulla battaglia legale ha distratto la società dall’evoluzione del mercato, e nel 2004 aveva già perso il trend della ricerca conquistato da Google, quello della musica e dei dispositivi di comunicazione raccolto dalla Apple, quello dei social network presidiato da Facebook. Per Google si immagina uno scenario che potrebbe essere altrettanto compromettente, ma con effetti anche più catastrofici.

Google+ si trova al centro di una ristrutturazione dell’intero assetto di ricerca, che ha trasformato la personalizzazione dei listati di risposta nello standard stesso del servizio. La rivoluzione è stata resa necessaria dall’andamento dei dati finanziari sull’acquisto della pubblicità nei vari formati di AdWords, che costituisce oltre il 90% del fatturato di Google. Il valore del pay-per-clic(i soldi che gli inserzionisti sono disposti a sborsare per ogni clic che ottengono sui loro annunci) è sceso del 12% rispetto a un anno fa, e del 6% rispetto all’ultimo quarto del 2011. Al contrario, il valore unitario delle inserzioni su Facebook è cresciuto dell’8% tra il terzo e il quarto trimestre del 2011, e del 23% in un anno.

Il motivo per cui il social network sembra esercitare un maggiore fascino sugli investitoriè determinato dal fatto che Facebook sa esattamente chi siamo tramite la conoscenza delle relazioni personali tra gli utenti, e la ricognizione degli argomenti cui gli utenti dedicano il loro tempo e per i quali dichiarano il loro interesse tramite i Like. La riformulazione della ricerca in chiave personalizzata, e i vantaggi nell’uso di Google+, sono la strategia per restituire almeno una parte del fascino perduto da Mountain View agli occhi degli inserzionisti: con questi strumenti Google dichiara di conoscere gli interessi delle persone a un livello di dettaglio individuale, e di raccogliere anche le informazioni sulle costrizioni che governano a livello di cerchie sociali i trend di attenzione. Il report del primo quarto del 2012 ha offerto un dato ambiguo al riguardo: il valore del pay-per-clic è sceso, ma la quantità di annunci acquistati sulla rete di Google è cresciuta del 39% rispetto a un anno fa, e del 7% rispetto all’ultimo quarto del 2011 – forse anche grazie alla diminuzione del costo.

Nonostante i guadagni record del primo quarto 2012, se Google venisse colpito sull’ampiezza della Rete di offerta pubblicitaria, o nell’affidabilità della sua conoscenza degli interessi personali di ciascun utente, crollerebbero i fondamenti della sua forza finanziaria. Sia lo spessore del suo primato nel mercato della ricerca, sia la profilazione degli individui che si mostra in Google+, sono decisivi per la possibilità di Google di conservare il proprio ruolo nella competizione di Internet e nell’erogazione del servizio di ricerca come oggi lo conosciamo. La minaccia dell’azione legale della FTC e dei provvedimenti restrittivi della Commissione Europea riguardano entrambi questi fattori. Questa volta Google sembra correre rischi reali.

Paolo Bottazzini

tratto da Socialgraph

30 aprile 2012

AddThis Social Bookmark Button

Venezuela: il lancio di una rete di media alternativi

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 
ALBA-logol ministro venezuelano della comunicazione e dell’informazione, Andres Izarra, ha annunciato che il governo creerà una rete nazionale alternativa di media nel tentativo di riunire insieme le numerosi fonti informative del paese.
Parlando a un evento televisivo mercoledì, organizzato per celebrare lo sforzo dei media alternativi per trasmettere informazioni accurate durante il blackout mediatico avvenuto nel 2002 durante il colpo di stato, Izarra ha posto l’accento sull’importanza dei media alternativi ed il loro collegamento diretto con il movimento popolare venezuelano.
“Le comunità ed i media alternativi hanno un profondo legame reciproco  e questi media sono fondamentali poiché conoscono e vivono le battaglie del popolo da vicino”
I media alternativi, nei dieci anni passati, sono fioriti in grande quantità con centinaia di radio e canali televisivi autoprodotti dalle comunità. A differenza delle grandi multinazionali le associazioni giornalistiche locali sono senza scopo di lucro e sono obbligate ad concentrare almeno il 70% del proprio messo in onda su temi locali.
AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Mercoledì 25 Aprile 2012 10:54 Leggi tutto...

Hacking netculture e sabotaggio

E-mail Stampa PDF
Autorevolezza contro autorità, competenza contro gerarchie, libertà contro controllo

All’inizio c’era l’attivismo.

hackerDiverso dalla militanza nei partiti e nelle associazioni, l’activism è l’azione diretta dei movimenti di base per denunciare un torto, contestare una scelta politica e dare voce alla protesta sociale su questioni specifiche. Poi è venuto l’hack-tivism, l’attivismo al computer, l’azione diretta in rete con tecniche da hacker, e dopo ancora il media-attivismo, l’uso consapevole e critico di telecamere, televisioni di strada e web-tv autogestite. Oggi va di moda l’attivismo 2.0: giovani e meno giovani hanno abbracciato i social media (il web 2.0) per promuovere campagne sociali e fare attivismo oltre le forme tradizionali degli scioperi, delle occupazioni, dei boicottaggi, dei cortei e delle petizioni virtuali.

Questa nuova forma di attivismo che si esprime nel “Mi piace” di Facebook, nel commentare un video su Yutube o “retwittare” un post di 140 caratteri, pretende di contribuire a una singola causa con un piccolo atto pratico, un semplice click, ma spesso si risolve nel suo peggiore estremo, il clicktivism. Puoi twittare una causa e votarla su Facebook senza coinvolgerti in nessuna azione diretta o sentire che sei importante per il suo successo. Quel gesto ripetuto si trasforma allora in slacktivism, l’attivismo fannullone che non si interessa di come è andata a finire. Magari un piccolo click ci porta a impegnarci in una cosa successiva, ma la maggior parte delle cause richiede più di un semplice click. Soprattutto, se questi click non producono azione e cambiamento, c’è il rischio di diventare cinici e smettere di crederci. Perciò anche se qualcuno usa i social media come parte della propria strategia di cambiamento non vuol dire che li stia usando strategicamente. Ci sono tanti modi di perdere tempo in campagne che non cambiano niente. E non dipende dal fatto che gli strumenti sono inefficaci, ma dal fatto che vengono usati male. Un solo click non basta.

Culture digitali

Nel caos indistinto della comunicazione globale si sente parlare di “culture digitali”, o net-culture, per indicare temi, pratiche e comportamenti ormai trasversali tra classi e generazioni: lo scambio di musica nei circuiti peer to peer, la moltiplicazione della propria identità nei social network, il net-gaming o la condivisione di applicazioni per gli smartphone.

Se non fosse paradossale dovremmo più propriamente parlare di “cultura materiale”, quella “cultura” che caratterizza i modi di essere quotidiani.

Sarebbe più appropriato parlare di “cultura” digitale quando tali comportamenti sono consapevoli e si ritrovano all’interno di gruppi sociali. Quando sono legittimati da pratiche collettive, coerenti, ricorrenti. Ad esempio, quando lo scambio di file viene vissuto in maniera ludica ma consapevole con un pizzico di antagonismo e di ideologia antimonopolistica, quando si rifiuta moralmente la tutela del diritto d’autore almeno per com’è intesa oggi, tutta sbilanciata a favore delle major; quando la creazione di un profilo dentro facebook serve a irradiare un messaggio politico, ecologista, femminista, o a un pubblico fatto di amici di amici che sono i legami deboli attraverso cui arrivare al mondo; quando l’utilizzo di Linux è una scelta consapevole contro lo strapotere di Microsoft, e le chiusure di Apple, eccetera.

Le culture digitali esistono se sono consapevoli di se stesse, un po’ come la nozione di classe di antica memoria. Se utilizziamo questo grimaldello concettuale, possiamo dire che le culture digitali oggi esistono e vengono dallo stesso ceppo: la cultura hacker dei dormitori universitari degli anni ’60, come si è contaminata nella interazioni con i movimenti sociali, per i diritti umani e civili, attraverso l’uso degli stessi strumenti che ha contribuito a costruire: Internet e i suoi protocolli di comunicazione. Culture dietro le quali esiste una comunità, fatta di vincoli di fiducia, reciprocità, appartenenza e che spesso hanno un dizionario comune, regole non scritte che delimitano il dentro, il fuori, i comportamenti quotidiani.

E allora nonostante il successo dei social network, la forma più bassa di vita digitale, le culture digitali sono quella hacker, del software libero, dei diritti e delle libertà digitali. Comunità definite da un sentire comune, di chi si preoccupa se la rete viene colonizzata dalla pubblicità o se nei paesi autoritari ne viene ristretto l’uso, ma anche che denuncia l’esistenza del digital divide e cerca di colmarlo con iniziative di cooperazione nel Sud del mondo o mettendo a disposizione risorse di comunicazione nel Nord ricco; o ancora, persone in carne ed ossa che lavorano al recupero di computer obsoleti per dare una chance in più a un pianeta martoriato dai rifiuti elettronici.

Non è detto che queste comunità, queste culture, abbiano sempre un nome, chi vi appartiene si riconosce dall’odore.

In Italia ad esempio esiste una vasta comunità di hacktivisti e mediattivisti, attivisti della comunicazione che usano i computer e le reti telematiche per connettersi e parlare al mondo: di democrazia, di politica, di impiego attento delle risorse naturali.

Esiste una vasta comunità di difensori della “Cultura come bene comune”, pronti a insorgere a ogni nuova legge che ne impedisca la fruizione collettiva; ci sono gli appassionati del mash-up e del remix, del deturnamento semiotico – strumenti di consapevolezza e di autoironia – ma anche i giuristi che vogliono mantenere la rete aperta alla libera manifestazione del pensiero come detta la Costituzione. E poi ovviamente ci sono le culture del software libero, interessate da sempre a creare opportunità di comunicazione dove non ce ne sono, mettendo a disposizione di tutti un sapere collettivo fondamentale nella società dell’informazione. Come fanno quelli di Frontiere Digitali o dell’hackmeeting.

No, le “culture digitali” non hanno niente a che fare col libro delle facce.

Movimenti sociali su Internet

Il media-attivismo non è nato ieri, il Net-attivismo sì. Senza andare troppo indietro, basti pensare all’uso “alternativo” che del video fu fatto fin dagli anni ’70, o alle radio libere, o alle riviste ciclostilate. Negli anni ’80 poi, si afferma la sperimentazione con il computer: la tastiera divenne strumento per discutere di conflitto e democrazia.

I movimenti sociali, gli attivisti, hanno sempre avuto una gran mole di attività correlate all’uso dei media. All’interno dei movimenti perfino le “azioni” più dirette presuppongono un alto livello di coordinamento e quindi di comunicazione. Perciò più ampia è la mobilitazione, maggiore deve essere la penetrazione del medium. Una spinta potente a individuare forme di comunicazione autogestite.

Molte delle pratiche del mediattivismo di oggi non fanno altro che rimodulare pratiche del passato. Ma nel frattempo qualcosa è successo. Innanzitutto c’è stata la rivoluzione elettronica che ha immesso nel mercato strumenti di comunicazione personale – dal pc ai cellulari alle videocamere – e poi l’avvento di Internet, la digitalizzazione e la convergenza multimediale che in un processo noto come “rimediazione” consente che un medium ne veicoli un altro: la radio da ascoltare in Internet, il documentario in streaming video.

Ad ogni innovazione tecnologica degli strumenti del comunicare è stata sempre associata l’idea utopica di trasformazione della società e della politica prefigurando nuovi spazi di democrazia. Una tesi centrale per spiegare il successo di Internet che per il suo carattere globale, decentrato, resistente alla censura è stato presto accolto dai movimenti come medium rivoluzionario. Un’idea ingenua se non ci si interroga rapporto fra la politica e la rete. Graham Meikle nel libro Disobbienza Civile Elettronica prova a spiegarlo, focalizzandosi sull’uso politico di computer in network gestiti con l’intenzione di provocare un cambiamento sociale e culturale nel mondo offline. Per Meikle il momento fondativo del Net-attivismo è stata la rivolta di Seattle del 1999. C’è da dire che anche prima di quella data la rete Internet veniva usata come strumento di protesta e di mobilitazione, ma su una scala più ridotta, meno ricca e interattiva. Anche allora però con l’obiettivo, proprio del mediattivismo, di forzare i media tradizionali, infiltrarli, contaminarli, fino a imporne l’agenda. La prova generale della comunicazione indipendente e globale di Seattle è stato un momento seminale per lo sviluppo di tattiche comunicative, anch’esse rimodulate su pratiche preesistenti – si pensi alle petizioni online o ai sit-in virtuali – che fondano parte del loro successo sulla familiarità della pratica e poi sulla “global reach” del mezzo stesso.

Nel 1999 c’era il “popolo di Seattle” a contestare i vertici del WTO via computer con Indymedia, creatura dell’informazione indipendente nata da una generazione di attivisti dei media intenzionata a fare informazione senza doverla delegare ad altri, attingendo alla propria rete di relazioni e a patto di avere un computer su cui mettere le mani, dieci anni dopo è il Popolo Viola a contestare un governo su Internet. I “viola” sono stati il primo movimento politico a organizzare in Italia una grande manifestazione di piazza con l’aiuto di Facebook, il No Berlusconi-Day, per chiedere le dimissioni dell’allora Presidente del Consiglio.

Ma ancora oggi i guerriglieri per la libertà in rete usano due strategie prevalenti per rispondere alla prepotenza del denaro e della cattiva politica: producendo informazione dal basso e sabotando i flussi di comunicazione del potere.

Libera informazione

Negli ultimi venti anni i movimenti sociali hanno praticato un’alternativa all’informazione blindata che si chiama Internet, prima con i BBS (i Bulletin Board System) nei centri sociali, poi con i provider di movimento come lo European Counter Network, e gli hacklab, esperienza da cui sono gemmate Indymedia prima e Autistici/Inventati dopo. Perché?

Grazie alla rete ognuno può diventare editore di se stesso e anche piccoli nodi d’informazione possono competere con i grandi gruppi editoriali quando riescono a trovare la strada verso il proprio pubblico di “prosumer”, produttori e consumatori d’informazione. Della potenzialità di questo passaggio il potere è sempre stato avvertito e cosciente. E per questo i legislatori sono sempre al lavoro per limitarne uso e portata. Come se già non bastasse il digital divide a creare gli “information rich” e gli “information poor”.

Per questo Parlamento e governi si sono distinti in numerose iniziative per limitare le forme della libertà della comunicazione in rete. Tanto per esemplificare, proposte come quella di chiudere interi siti contenenti una sola frase ingiuriosa, o quelle volte a impedire l’anonimato in rete, a trasformare i provider in sceriffi digitali per individuare i potenziali criminali del peer to peer, hanno trovato il proprio corollario nella richiesta dell’obbligo di rettifica entro 48 ore delle informazioni sui blog pena una multa salatissima. O ancora la proposta di legge in cui si chiede di rendere integralmente applicabile a tutti i “siti internet aventi natura editoriale” l’attuale disciplina sulla stampa, assoggettandoli ai criteri di responsabilità previsti per le ipotesi di diffamazione a mezzo stampa o radiotelevisione.

Gli attivisti del web si sono mobilitati contro queste forme sotterranee di censura e anche contro il famigerato Pacchetto Telecom, che aveva l’obiettivo di ridisegnare il quadro comunitario delle telecomunicazioni favorendo ancora una volta le grandi compagnie e ridisegnando l’accesso ai servizi in rete su base censitaria. Con ciò attaccando uno dei pilastri su cui si è sempre fondata la democrazia di Internet, la net neutrality, cioè l’uguaglianza di accesso ai suoi contenuti, compromettendo la quale i grandi carrier di telecomunicazioni puntano a creare una rete a due velocità in base alla capacità di spesa di ognuno: solo se paghi vai veloce e scarichi tutto. Alla faccia della libertà. Lo stesso è accaduto con l’Acta, l’accordo globale anticontraffazione che ha visto scendere in campo decine di migliaia di attivisti con la maschera di Guy Fawkes per chiedere una Internet libera dai condizionamenti dei dententori della cosiddetta proprietà intellettuale, e del copyright su musica, software, libri e film.

Accesso e diffusione della cultura

E infatti negli ultimi anni il copyright (il diritto d’autore in Italia) ha smesso di essere un argomento per avvocati ed è diventato un tema di importanza cruciale per musicisti, designer, scrittori, accademici, consumatori e per chiunque sia coinvolto a vario titolo nella produzione e fruizione di cultura. Ma poco si dice di quanto un regime di copyright rigido danneggi la diffusione dell’istruzione nei paesi in via di sviluppo. Ma il copyright è nato e poi si è consolidato come un dispositivo di bilanciamento per garantire agli autori un incentivo alla produzione di opere creative e allo stesso tempo favorire la loro circolazione presso il pubblico, affinché chiunque potesse goderne. Non è nato certo per tutelare i profitti delle case editrici come qualcuno sostiene. E la migliore dimostrazione del ruolo di garanzia di questo istituto sta nel fatto che da sempre le biblioteche pubbliche esistono come alternativa alla distribuzione commerciale delle creazioni culturali. Per questo è nato un vasto movimento contro le storture del copyright, che ha preso di mira l’equo compenso sul prestito bibliotecario o i dubbi meccanismi della pubblicazione scientifica. Anche per questo è nata la Open Access Initiative: per garantire la libera fruibilità e circolazione dei prodotti della ricerca accademica finanziata con soldi pubblici, organizzandoli in archivi aperti liberamente accessibili e gratuiti. Oggi finalmente i ricercatori possono pubblicare una nuova generazione di riviste ad accesso aperto, in cui i costi sono coperti da meccanismi diversi dagli abbonamenti. Come il caso della Public Libray of Science – PLOS.

Contro la sorveglianza per la libera diffusione di sapere

L’insieme delle tecniche di controllo di Internet usate dai regimi autoritari è nota col nome di Peking consensus e indica l’origine di una forma di censura che si esprime a livello tecnologico con filtri informatici – ipfiltering, deep packet inspection, firewalle blocked proxy – e azioni come l’incoraggiamento alla delazione, le perquisizioni e i sequestri di computer non autorizzati ai cattivi netizens che, se non portano all’arresto, hanno comunque l’effetto di indurre conformismo e autocensura nella popolazione di Internet.

Per questo hacker etici e attivisti per i diritti umani hanno creato nel tempo strumenti per aggirare la censura dei governi e potenziare privacy e anonimato – software come il PGP, reti di server come Tor, o le Freenet – che possono essere usati per comunicare liberamente e accedere, senza essere scoperti, a contenuti bloccati o inaccessibili, nascondendo l’identità di chi vuole leggere e scrivere in rete senza temere ritorsioni. Perciò gli attivisti del progetto Tor lavorano incessantemente a migliorare e diffondere i loro software, ottenere fondi e aumentare il numero di server necessari a superare le muraglie tecnologiche degli stati canaglia. Tor è gestito da volontari di tutto il mondo e anonimizza la navigazione internet nascondendo la localizzazione fisica di chi lo usa, sia durante una semplice navigazione web che con client di instant messaging, e altre applicazioni basate sul protocollo base di Internet, il TCP/IP. In questo modo i cittadini che vogliono denunciare la corruzione o il malgoverno, i giornalisti che vogliono proteggere se stessi e le loro fonti, coloro che comunicano da zone di guerra e le famiglie che vogliono proteggere i propri figli possono farlo garantendosi un adeguato livello di anonimato: nessuno in Internet saprà se sei un cane e dove sta la tua cuccia.


Resistenza

Gli attivisti sanno bene che nella società digitale si è ampliato a dismisura il ruolo dei media e della comunicazione e sono coscienti che lì dove c’è comunicazione, produzione di sapere e di discorso, lì c’è il potere. Un potere nomadico, che non risiede in strutture stabili e definite e che non è una struttura che si conserva e può venire annientata, ma un sistema di relazioni che decide di volta in volta chi ha potere di parola e chi no, determinando l’agenda setting – ciò di cui si parla e che richiede il formarsi di un’opinione – dando un ruolo cruciale agli stregoni della notizia – gli spin doctors – e che determina nuove forme di esclusione rendendo i saperi inaccessibili. Proprio oggi che la mancanza di accesso al sapere e alla comunicazione equivale sempre di più all’esclusione dal lavoro e dai diritti.

È in questo rapporto fra il potere e la comunicazione che va sviluppata la nostra critica. La produzione controllata di sapere oggi è tutt’uno con la condizione di assoggettamento dei nuovi schiavi della comunicazione che svolgono vecchie e nuove professioni: nella formazione, nel giornalismo, nelle pubbliche relazioni, nel marketing e nella pubblicità, siano essi designer, copywriter, fotografi, registi, o che lavorino negli uffici stampa, nell’editoria cartacea e nelle professioni Internet.

E’ irreggimentando i comunicatori che la comunicazione e la cultura asservite alla logica spettacolare dei media diventano subalterne all’audience intesa come fonte di profitto. E’ con il ricatto della precarietà che si produce conformismo e censura preventiva.

Non c’è bisogno di essere marxisti per capire che la comunicazione è una merce che foraggia il sistema dei media che fa vendere le merci, con tutto quello che ne consegue: omologazione verso il basso dei gusti e dei comportamenti, contaminazione dei generi, produzione di consenso.

Che fare? Anzitutto prendere coscienza di questa situazione, non considerarla ineluttabile, ma collegarsi, connettersi, resistere. Come? Mobilitandosi. Sul web e fuori. Nelle scuole e nei centri sociali. Attraverso l’auto inchiesta, con la ricerca, per comprendere come la comunicazione sia fabbrica e recinto e che a dispetto della grande disponibilità di mezzi per comunicare si comunica poco e male. Perché manca quell’aspetto di tessitura relazionale, di costruzione collettiva del significato che è l’essenza della comunicazione.

Poi però la parola deve passare alla politica che deve essere capace di fare proposte nette, come quella di un reddito garantito per gli intermittenti dello spettacolo, come quella di facilitare l’accesso alle professioni dell’informazione ridiscutendo il ruolo degli ordini professionali, o studiando un sistema di ammortizzatori sociali per arti, mestieri e professioni che sono per natura basati sull’apprendimento continuo e si ricreano incessantemente nei circuiti della relazione sociale.

Altro che riduzione di stipendio, libertà di licenziare e guerre fra poveri: è tempo di chiedere più tempo, più soldi, più diritti per chi lavora nella produzione di cultura e comunicazione.

Sabotaggio

“Nella gara tra segretezza e verità vincerà sempre la verità”. Ma la verità, come la libertà, per gli hacker è un concetto binario: o c’è o non c’è. Questo è quello che credono molti sostenitori italiani di Wikileaks. La galassia hacker coagulata intorno a Wikileaks lo fa in omaggio al noto adagio dell’etica hacker “information wants to be free”. “Wikileaks è diventato un baluardo dell’informazione, non perché senza macchia e senza paura, ma perché difende il diritto fondamentale di rendere trasparenti notizie che contribuiscono a formare l’opinione pubblica”.

Alla spy story di Assange si poteva reagire in molti modi diversi, e gli hacker italiani ne hanno scelti due. Il primo è stato supportare l’operazione Payback attaccando i siti che hanno provato a togliere il terreno sotto ai piedi del progetto trasparenza di WL – Amazon, eBay, le Poste svizzere. Il secondo tipo di strategia è stato quello di replicare le informazioni di Wikileaks all’infinito come hanno fatto hacker e attivisti italiani riuniti intorno a Indymedia facendone un mirror o creando sistemi simili ma decentrati come Openleaks e Globaleaks.

I guerriglieri della libertà non dormono mai.

Arturo di Corinto

tratto da http://www.sinistrainrete.info

24 aprile 2012

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Mercoledì 25 Aprile 2012 10:54

Pagina 60 di 124

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy..

Accetto cookies da questo sito