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COMUNICAZIONE E MEDIA

Gli Usa agitano la minaccia della "guerra cibernetica"

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Allarme vittimistico e minaccia verso lesterno sono un "classico" della retorica Usa. Ma stavolta sembra un annuncio di vera e propria escalation.

La notizia si prende la prima pagina della Cnn. E quindi la potente piattaforma mediatica Usa le dà molto credito.

Gli analisti di sicurezza prevedono infatti che il 2013 sarà l'anno della guerra informatica sponsorizzata dagli stati, e non si esclude affatto che tali attacchi possano portare a morti reali.
Nel 2012, ricorda la Cnn, sono stati scoperti e rivelati gli attacchi informatici su larga scala rivolti contro il governo iraniano soprattutto da Isarele e Stati Uniti. E naturalmente l'Iran sostiene di aver a sua volta risposto con attacchi massicci contro alcune banche americane e le compagnie petrolifere saudite.

In ogni caso, almeno 12 delle maggiori potenze militari del mondo stanno costruendo programmi di guerra informatica; è il parere di James Lewis, un esperto di sicurezza informatica presso il Centro di Studi Strategici e Internazionali.

Quindi, una guerra fredda informatica è già in corso. Ma alcune società di sicurezza ritengono che la battaglia sarà ancora più accesa quest'anno.
“Gli Stati nazionali e gli eserciti saranno i protagonisti e le vittime più frequenti di minacce informatiche!, riferisce un team di ricercatori della McAfee Labs, ascoltati dalla Cnn.
Michael Sutton, capo della ricerca sulla sicurezza della Cloud Security Zscaler, ha detto di aspettarsi che i governi aumenti furiosamente ,la propria spesa per la costruzione di arsenali informatici, sia per attacco che per difesa. Alcune operazioni potrebbero anche essere esternalizzate ad hacker online, con buona pace di quanti credono stupidamente che l'attività hacker sia di per sé sinonimo di “antisistema”.

Naturalmente, come in ogni “allarme”, c'è molto di artificiale, di corrispondente ad interessi industriali o politici particolari. Altri analisti spiegano che è altamente impobabile che si possano verificare attacchi invalidanti contro le infrastrutture principali degli Stati Uniti (reti elettriche comunicazioni, distribuzione dell'acqua, ecc). I nemici più potenti sull'on-line, la Russia e la Cina, non hanno mostrato alcun interesse per gli attacchi alle infrastrutture. Persino l'Iran, spesso menzionato - non ha ancora dimostrato una minima capacità di tirare fuori qualcosa di importante su questo settore.
Gli Stati Uniti – però – si muovono sempre in modo preventivo e hanno già messo sull'avviso quelli che secondo loro potrebbero essere gli aspiranti “aggressori”. Il segretario alla Difesa Leon Panetta ha recentemente dichiarato che gli Stati Uniti si riservano il diritto di usare la forza militare contro una nazione che lancia un attacco informatico sul paese.
Anche se gli attacchi informatici non sono in grado di uccidere, non vi è alcun dubbio che sono diventati potenzialmente più distruttivi.
In agosto l'attacco alla compagnia petrolifera saudita Aramco, per esempio, ha bloccato 30.000 computer. Un mese dopo, una serie di attacchi hanno mandato in tilt i siti di alcune tra le maggiori banche degli Stati Uniti. E 'stato il più grande “denial of service” mai registrato.
“Recentemente, abbiamo visto diversi attacchi in cui l'unico obiettivo era quello di causare danni, per quanto possibile, ci aspettiamo che questo comportamento dannoso a crescere nel 2013”, dicono ancora i ricercatori McAfee. “Il fatto preoccupante è che le aziende sembrano essere piuttosto vulnerabile a questi attacchi”. Non sembra secondario il fatto che McAfee sia però una società specializzata nella produzione di antivirus e quindi nella protezione delle reti cibernetiche. Aumentare il grado di allarme signficia di fatto allargare il giro del business, creare la domanda per i propri prodotti.

D'altro canto, è cambiata profondamente la struttura sia produttiva che militare dei paesi più industrializzati. L'informatica permette di gestire reti infrastrutturali sempre più complesse e interconnesse. Attacchi “virali” mirati possono creare danni economici e funzionali prima inimmaginabili senza il ricorso a strumenti classicamente militari, come aerei o missili. E anche la responsabilità di ogni singolo attacco diventa difficilmente identificabile.

La retorica dominante nella superpotenza Usa resta “vittimistica”, nel senso di presentarsi sempre come oggetto di attacchi altrui, tanto violenti quanto immotivati. Nella realtà empirica, come ahnno sperimentato popoli di mezzo mondo, è esattamente il contrario. Quindi possiamo dire una sola cosa: gli Stati Uniti (ed Israele) si preparano ad attaccare tutti i potenziali “nemici” (o semplicemente partner scomodi). In forma cibernetica, per ora.

tratto da http://www.contropiano.org

8 gennaio 2013

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Marò italiani, spunta la perizia del finto ingegnere targato Casapound

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Un articolo sul sito dei Wu Ming fa scattare la controinchiesta sul web. Che smonta le tesi innocentiste prese per buone dai media e dalla politica. E svela il ruolo di Luigi Di Stefano, autore di un documento "tecnico" che scagiona i due militari dall'uccisione dei pescatori indiani. "La laurea? Un vezzo"

casapound_logo_rovesciatoL’abusata nozione di ‘intelligenza collettiva’ ha trovato in questi due giorni una delle sue più felici applicazioni. Un articolo sulla vicenda della nave Enrica Lexie del giornalista Matteo Miavaldi, ospitato sul blog del collettivo di scrittori Wu Ming, ha scatenato un’inchiesta collettiva che ha portato alla luce una serie di gravi inesattezze date per buone dai media e dai politici italiani. E soprattutto chiarito il ruolo giocato da alcuni personaggi. Come l’ingegnere Luigi Di Stefano, autore di una perizia difensiva volta a scagionare i due marò, subito rilanciata dai maggiori media italiani e arrivata a essere illustrata in una conferenza presso la Camera dei Deputati il 16 aprile. Peccato che sia emerso come l’ingegnere non solo non è tale, ma è invece sicuramente un dirigente nazionale di CasaPound. E suo figlio Simone, della stessa associazione neofascista, è uno dei fondatori e il candidato alla presidenza della Regione Lazio. (video)

Tutto parte dall’esaustivo articolo di Miavaldi, redattore dall’India di China Files, che peraltro non intendeva entrare nel merito dell’innocenza o della colpevolezza di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, date le evidenti difficoltà d’interpretazione del diritto e delle convenzioni internazionali in materia. Piuttosto era teso a squarciare il velo d’ipocrisia con cui i media e la politica italiana hanno raccontato la storia. E ha aperto un ulteriore squarciosulla vicenda. Nella discussione sviluppatasi in seguito alla pubblicazione, è infatti intervenuto Di Stefano in persona, che ha riproposto la sua perizia: basata su fotogrammi provenienti da youtube, dai servizi dei telegiornali italiani e su un’intervista rilasciata al settimanale Oggi in cui a parlare è un fantomatico comandante/proprietario del peschereccio, Mr. Freddy Bosco.
Da qui prende spunto l’inchiesta collettiva, dato che di un Mr. Freddy Bosco la rete non offre traccia. Ecco che allora, piccato, l’ingegnere risponde con un curriculum vitae, a suo dire “inappuntabile”, dove dichiara titoli e collaborazioni con atenei che in realtà la controinchiesta scopre essere inesistenti, o non accreditati. Come confermato a ilfattoquotidiano.it dallo stesso Luigi Di Stefano, che ha ammesso di non essere iscritto ad alcun Albo provinciale di ingegneri e di avere conseguito la laurea, che dichiara “un semplice vezzo”, alla Adam Smith University: ente para-universitario per l’apprendimento a distanza e non accreditato. Un curriculum che invece lo certifica come dirigente nazionale e responsabile delle politiche energetiche di CasaPound.  A dimostrazione che bastava informarsi su chi fosse il presunto ingegnere e a quali associazioni appartenesse, prima di prendere per oro colato le sue deduzioni.
Sarebbe bastata una ricerca in rete. Ma probabilmente non è stato ritenuto opportuno farlo. Inebriati da cotanto patriottismo ed essendo in così buona compagnia nella difesa a prescindere dei due militari, alla stampa italiana non interessava chi fosse la fonte e da dove attingesse le informazioni. Perché in realtà la situazione è ancora più complessa. Come spiega lo stesso Di Stefano a ilfattoquotidiano.it, per redigere la perizia tecnica, non è andato molto oltre a una ricerca sulla rete: “Non ho mai telefonato in India, le fonti indiane mi sono state rivelate da alcuni giornalisti italiani (cita alcuni quotidiani ndr.) che avevano seguito il caso e avevano le loro fonti”. Quindi a Di Stefano hanno riferito alcune informazioni e diversi dettagli tecnici per l’estensione della famosa perizia gli stessi giornalisti che poi hanno certificato e validato i loro articoli grazie alla sua perizia. “Anche sì – risponde l’interessato -, se poi i dati non sono esatti hanno sbagliato loro”.
Una perizia che tra l’altro non è ripresa solo dalla stampa, ma anche dal Parlamento. E dopo che era già stata presentata proprio a CasaPound (5 aprile) dieci giorni prima di arrivare fino alla conferenza organizzata alla Camera dei Deputati (16 aprile) su invito “di un deputato del PdL di cui non ricordo il nome” dice evasivo Di Stefano. Senza che nessuno avanzasse dubbi sulla sua legittimazione. Solo i Radicali, che hanno posto la questione al ministro Terzi senza ricevere peraltro risposta. Quello che un’inchiesta di due giorni sviluppatasi in rete ha quindi dimostrato è che da più parti, che si tratti della grande stampa o della politica, per mesi in Italia si è dato credito e risalto alle affermazioni di un dirigente della neofascista CasaPound, presentato a torto come ingegnere super partes. E senza nemmeno volere approfondire le fonti. Cosa che è invece riuscita in brevissimo tempo grazie al lavoro di scavo, di ricerca e di condivisione di diverse intelligenze connesse tra loro.
Luca Pisapia
tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it 6 gennaio 2013
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Ultimo aggiornamento Domenica 06 Gennaio 2013 21:30

I «due marò»: quello che i media (e i politici) italiani non vi hanno detto

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Un paese incapace di rappresentarsi se non come vittima
[Una delle più farsesche "narrazioni tossiche" degli ultimi tempi è senz'altro quella dei "due Marò" accusati di duplice omicidio in India. Fin dall'inizio della trista vicenda, le destre politiche e mediatiche di questo Paese si sono adoperate a seminare frottole e irrigare il campo con la solita miscela di vittimismo nazionale, provincialismo arrogante e luoghi comuni razzisti.

 

Il giornalista Matteo Miavaldi è uno dei pochissimi che nei mesi scorsi hanno fatto informazione vera sulla storiaccia. Miavaldi vive in Bengala ed è caporedattore per l'India del sito China Files, specializzato in notizie dal continente asiatico. A ben vedere, non ha fatto nulla di sovrumano: ha seguito gli sviluppi del caso leggendo in parallelo i resoconti giornalistici italiani e indiani, verificando e approfondendo ogni volta che notava forti discrepanze, cioè sempre. C'è da chiedersi perché quasi nessun altro l'abbia fatto: in fondo, con Internet, non c'è nemmeno bisogno di vivere in India!
Verso Natale, la narrazione tossica ha oltrepassato la soglia dello stomachevole, col presidente della repubblica intento a onorare due persone che comunque sono imputate di aver ammazzato due poveracci (vabbe', di colore...), ma erano e sono celebrate come... eroi nazionali. "Eroi" per aver fatto cosa, esattamente?
Insomma, abbiamo chiesto a Miavaldi di scrivere per Giap una sintesi ragionata e aggiornata dei suoi interventi. L'articolo che segue - corredato da numerosi link che permettono di risalire alle fonti utilizzate - è il più completo scritto sinora sull'argomento.
Ricordiamo che in calce a ogni post di Giap ci sono due link molto utili: uno apre l'impaginazione ottimizzata per la stampa, l'altro converte il post in formato ePub. Buona lettura, su carta o su qualunque dispositivo.

tratto da http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=10639 - 3 gennaio 2012

***

Il 22 dicembre scorso Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò arrestati in Kerala quasi 11 mesi fa per l’omicidio di due pescatori indiani, erano in volo verso Ciampino grazie ad un permesso speciale accordato dalle autorità indiane. L’aereo non era ancora atterrato su suolo italiano che già i motori della propaganda sciovinista nostrana giravano a pieno regime, in fibrillazione per il ritorno a casa dei «nostri ragazzi”, promossi in meno di un anno al grado di eroi della patria.
La vicenda dell’Enrica Lexie, la petroliera italiana sulla quale i due militari del battaglione San Marco erano in servizio anti-pirateria, ha calcato insistentemente le pagine dei giornali italiani e occupato saltuariamente i telegiornali nazionali.
E a seguirla da qui, in un villaggio a tre ore da Calcutta, la narrazione dell’incidente diplomatico tra Italia e India iniziato a metà febbraio è stata – andiamo di eufemismi – parziale e unilaterale, piegata a una ricostruzione dei fatti distante non solo dalla realtà ma, a tratti, anche dalla verosimiglianza.

In un articolo pubblicato l’11 novembre scorso su China Files ho ricostruito il caso Enrica Lexie sfatando una serie di fandonie che una parte consistente dell’opinione pubblica italiana reputa verità assolute, prove della malafede indiana e tasselli del complotto indiano. Riprendo da lì il sunto dei fatti.

E’ il 15 febbraio 2012 e la petroliera italiana Enrica Lexie viaggia al largo della costa del Kerala, India sud occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo ci sono 34 persone, tra cui sei marò del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati, un rischio concreto lungo la rotta che passa per le acque della Somalia. Poco lontano, il peschereccio indiano St. Antony trasporta 11 persone.
Intorno alle 16:30 locali si verifica l’incidente: l’Enrica Lexie è convinta di essere sotto un attacco pirata, i marò sparano contro la St. Antony ed uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni), due membri dell’equipaggio.
La St. Antony riporta l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dall’Enrica Lexie confermano e viene chiesto loro di attraccare al porto di Kochi.
La Marina Italiana ordina ad Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano – che è un civile e risponde agli ordini dell’armatore, non dell’Esercito – asseconda invece le richieste delle autorità indiane.
La notte del 15 febbraio, sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia. Il 17 mattina vengono entrambi sepolti.
Il 19 febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La Corte di Kollam dispone che i due militari siano tenuti in custodia presso una guesthouse della CISF (Central Industrial Security Force, il corpo di polizia indiano dedito alla protezione di infrastrutture industriali e potenziali obiettivi terroristici) invece che in un normale centro di detenzione.

Questi i fatti nudi e crudi. Da quel momento è partita una vergognosa campagna agiografica fascistoide, portata avanti in particolare da Il Giornale, quotidiano che, citando un’amica, «mi vergognerei di leggere anche se fossi di destra».
Che Il Giornale si sia lanciato in questa missione non stupisce, per almeno due motivi:

Ignazio La Russa

1) La fidelizzazione dei suoi (e)lettori passa obbligatoriamente per l’esaltazione acritica delle nostre – stavolta sì, nostre – forze armate, impegnate a «difendere la patria e rappresentare l’Italia nel mondo» anche quando, sotto contratto con armatori privati, prestano i loro servizi a difesa di interessi privati.
Anomalia, quest’ultima, per la quale dobbiamo ringraziare l’ex governo Berlusconi e in particolare l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, che nell’agosto 2011 ha legalizzato la presenza di militari a difesa di imbarcazioni private. In teoria la legge prevede l’uso dell’esercito o di milizie private, senonché le regole di ingaggio di queste ultime sono ancora da ultimare, lasciando il monopolio all’Esercito italiano. Ma questa è – parzialmente – un’altra storia.

2) Il secondo motivo ha a che fare col governo Monti, per il quale il caso dei due marò ha rappresentato il primo grosso banco di prova davanti alla comunità internazionale, escludendo la missione impossibile di cancellare il ricordo dell’abbronzatura di Obama, della culona inchiavabile, letto di Putin, della nipote di Mubarak, dell’harem libico nel centro di Roma e tutto il resto del repertorio degli ultimi 20 anni.
Troppo presto per togliere l’appoggio a Monti per questioni interne, da marzo in poi Latorre e Girone sono stati l’occasione provvidenziale per attaccare l’esecutivo dei tecnici, mantenendo vivo il rapporto con un elettorato che tra poco sarà di nuovo chiamato alle urne. E’ il tritacarne elettorale preannunciato da Emanuele Giordana al quale i due marò, dopo la visita ufficiale al Quirinale del 22 dicembre, sono riusciti a sottrarsi chiudendosi letteralmente nelle loro case fino al 10 gennaio quando, secondo i patti, torneranno in Kerala in attesa del giudizio della Corte Suprema di Delhi.

Margherita Boniver

Qualche esempio di strumentalizzazione?

Margherita Boniver, senatrice Pdl, il 19 dicembre riesce finalmente a fare notizia offrendosi come ostaggio per permettere a Latorre e Girone di tornare in Italia per Natale.

Ignazio La Russa, Pdl, il 21 dicembre annuncia di voler candidare i due marò nelle liste del suo nuovo partito Fratelli d’Italia (sic!).
L’escamotage, che serve a blindare i due militari entro i confini italiani, è rimandato al mittente dagli stessi Latorre e Girone, irremovibili nel mantenere la parola data alle autorità indiane.

LA QUERELLE SULLA POSIZIONE DELLA NAVE E UNA CURIOSA “CONTROPERIZIA”

La prima tesi portata avanti maldestramente dalla diplomazia italiana, puntellata dagli organi d’informazione, sosteneva che l’Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali e, di conseguenza, la giurisdizione dovesse essere italiana. Ma le cose pare siano andate diversamente.
Il governo italiano ha sostenuto che l’Enrica Lexie si trovasse a 33 miglia nautiche dalla costa del Kerala, ovvero in acque internazionali, il che avrebbe dato diritto ai due marò ad un processo in Italia. La tesi è stata sviluppata basandosi sulle dichiarazioni dei marò e su non meglio specificate «rilevazioni satellitari”.
Secondo l’accusa indiana l’incidente si era invece verificato entro il limite delle acque nazionali: Girone e Latorre dovevano essere processati in India.

Nonostante la confusione causata dal campanilismo della stampa indiana ed italiana, la posizione della Enrica Lexie non è più un mistero ed è ufficialmente da considerare valida la perizia indiana.
La squadra d’investigazione speciale che si è occupata del caso lo scorso 18 maggio ha depositato presso il tribunale di Kollam l’elenco dei dati a sostegno dell’accusa di omicidio, citando i risultati dell’esame balistico e la posizione della petroliera italiana durante la sparatoria.
Secondo i dati recuperati dal GPS della petroliera italiana e le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, l’Enrica Lexie si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, nella cosiddetta «zona contigua».
Il diritto marittimo internazionale considera «zona contigua» il tratto di mare che si estende fino alle 24 miglia nautiche dalla costa, entro le quali è diritto di uno Stato far valere la propria giurisdizione.

I fasci giocherellano con l'idea di essere in guerra con l'India. Poi toccherà alla Kamchatka.

A contrastare la versione ufficiale delle autorità indiane – che, ricordiamo, è stata accettata anche dai legali dei due marò e sarà la base sulla quale la Corte suprema indiana si pronuncerà – è apparsa in rete la ricca controperizia dell’ingegner Luigi di Stefano, già perito di parte civile per l’incidente di Ustica.
Di Stefano presenta una serie di dati ed analisi tecniche a supporto dell’innocenza dei due marò. Chi scrive non è esperto di balistica né perito legale – non è il mio mestiere – e davanti alla mole di dati sciorinati da Di Stefano rimane abbastanza impassibile. Tuttavia, è importante precisare che Di Stefano basa gran parte della sua controperizia su una porzione minima dei dati, quelli cioè divulgati alla stampa a poche settimane dall’incidente. Dati che, sappiamo ora, sono stati totalmente sbugiardati dalle rilevazioni satellitari del Maritime Rescue Center di Mumbai e dall’esame balistico effettuato dai periti indiani.
Nella perizia troviamo stralci di interviste tratti dal settimanale Oggi, fotogrammi ripresi da Youtube, fermi immagine di documenti mandati in onda da Tg1 e Tg2 (sui quali Di Stefano costruisce la sua teoria della falsificazione dei dati da parte della Marina indiana), altre foto estrapolate da un video della Bbc e una serie di complicatissimi calcoli vettoriali e simulazioni 3d.
Non si menziona mai, in tutta la perizia, nessuna fonte ufficiale dei tecnici indiani che, come abbiamo visto, hanno depositato in tribunale l’esito delle loro indagini il 18 maggio. Di Stefano aveva addirittura presentato il suo lavoro durante un convegno alla Camera dei deputati il 16 aprile, un mese prima che fossero disponibili i risultati delle perizie indiane!
In quell’occasione i Radicali hanno avanzato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Terzi, chiedendo sostanzialmente: «Ma se abbiamo mandato i nostri tecnici in India e loro non hanno detto nulla, perché dobbiamo stare a sentire Di Stefano?»
Il lavoro di Di Stefano, in definitiva, è viziato sin dal principio dall’analisi di dati clamorosamente incompleti, costruito su dichiarazioni inattendibili e animato dal buon vecchio sentimento di superiorità occidentale nei confronti del cosiddetto Terzo mondo.
Se qualcuno ancora oggi ritiene che una simile perizia artigianale sia più attendibile di quella ufficiale indiana, cercare di spiegare perché non lo è potrebbe essere un inutile dispendio di energie.

UNGHIE SUI VETRI: «NON SONO STATI LORO A SPARARE!»

Altra tesi particolarmente in voga: non sono stati i marò a sparare, c’era un’altra nave di pirati nelle vicinanze, sono stati loro.

Nel rapporto consegnato in un primo momento dai membri dell’equipaggio dell’Enrica Lexie alle autorità indiane e italiane (entrambi i Paesi hanno aperto un’inchiesta) si specifica che Latorre e Girone hanno sparato tre raffiche in acqua, come da protocollo, man mano che l’imbarcazione sospetta si avvicinava all’Enrica Lexie. Gli indiani sostengono invece che i colpi erano stati esplosi con l’intenzione di uccidere, come si vede dai 16 fori di proiettile sulla St. Antony.

Il 28 febbraio il governo italiano chiede che al momento dell’analisi delle armi da fuoco siano presenti anche degli esperti italiani. La Corte di Kollam respinge la richiesta, accordando però che un team di italiani possa presenziare agli esami balistici condotti da tecnici indiani.
Gli esami confermano che a sparare contro la St. Antony furono due fucili Beretta in dotazione ai marò, fatto supportato anche dalle dichiarazioni degli altri militari italiani e dei membri dell’equipaggio a bordo sia dell’Enrica Lexie che della St. Antony.
Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri italiano, il 18 maggio ha dichiarato alla stampa indiana: «La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».
I più cocciuti, pur davanti all’ammissione di colpa di De Mistura, citano ora il mistero della Olympic Flair, una nave mercantile greca attaccata dai pirati il 15 febbraio, sempre al largo delle coste del Kerala. La notizia, curiosamente, è stata pubblicata esclusivamente dalla stampa italiana, citando un comunicato della Camera di commercio internazionale inviato alla Marina militare italiana. Il 21 febbraio la Marina mercantile greca ha categoricamente escluso qualsiasi attacco subito dalla Olympic Flair.

A questo punto possiamo tranquillamente sostenere che:
1) l’Enrica Lexie non si trovava in acque internazionali;
2) i due marò hanno sparato
.
Sono due fatti supportati da prove consistenti e accettati anche dalla difesa italiana, che ora attende la sentenza della Corte suprema circa la giurisdizione.

Secondo la legge italiana ed i suoi protocolli extraterritoriali, in accordo con le risoluzioni dell’Onu che regolano la lotta alla pirateria internazionale, i marò a bordo della Enrica Lexie devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano (la petroliera batteva bandiera italiana) e dovrebbero godere quindi dell’immunità giurisdizionale nei confronti di altri Stati.
La legge indiana dice invece che qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana – come la St. Antony – deve essere giudicato in territorio indiano, anche qualora gli accusati si fossero trovati in acque internazionali.
A livello internazionale vige la Convention for the Suppression of Unlawful Acts Against the Safety of Maritime Navigation (SUA Convention), adottata dall’International Maritime Organization (Imo) nel 1988, che a seconda delle interpretazioni, indicano gli esperti, potrebbe dare ragione sia all’Italia sia all’India.
La sentenza della Corte Suprema di New Delhi, prevista per l’8 novembre ma rimandata nuovamente a data da destinarsi, dovrebbe appunto regolare questa ambiguità, segnando un precedente legale per tutti i casi analoghi che dovessero verificarsi in futuro.
Il caso dei due marò, che dal mese di giugno sono in regime di libertà condizionata e non possono lasciare il Paese prima della sentenza, sarà una pietra miliare del diritto marittimo internazionale.

IMPRECISIONI, DIMENTICANZE, SAGRESTIE E ROMBI DI MOTORI

In oltre 10 mesi di copertura mediatica, la cronaca a macchie di leopardo di gran parte della stampa nazionale ha omesso dettagli significativi sul regime di detenzione dei marò, si è persa per strada alcuni passaggi della diplomazia italiana in India e ha glissato su una serie di comportamenti “al limite della legalità” che hanno contraddistinto gli sforzi ufficiali per «riportare a casa i nostri marò». In un altro articolo pubblicato su China Files il 7 novembre, avevo collezionato le mancanze più eclatanti. Riprendo qui quell’esposizione.

Descritti come «prigionieri di guerra in terra straniera» o militari italiani «dietro le sbarre», Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in realtà non hanno speso un solo giorno nelle famigerate carceri indiane.
I due militari del Reggimento San Marco, in libertà condizionata dal mese di giugno, come scrive Paolo Cagnan su L’Espresso, in India sono trattati col massimo riguardo e, in oltre otto mesi, non hanno passato un solo giorno nelle famigerate celle indiane, alloggiando sempre in guesthouse o hotel di lusso con tanto di tv satellitare e cibo italiano in tavola. Tecnicamente, «dietro le sbarre» non ci sono stati mai.
Un trattamento di lusso accordato fin dall’inizio dalle autorità indiane che, come ricordava Carola Lorea su China Files il 23 febbraio, si sono assicurate che il soggiorno dei marò fosse il meno doloroso possibile:

'a pizza

«I due marò del Battaglione San Marco sospettati di aver erroneamente sparato a due pescatori disarmati al largo delle coste del Kerala, sono alloggiati presso il confortevole CISF Guest House di Cochin per meglio godere delle bellezze cittadine.
Secondo l’intervista rilasciata da un alto funzionario della polizia indiana al Times of India, i due sfortunati membri della marina militare italiana sarebbero trattati con grande rispetto e con tutti gli onori di casa, seppure accusati di omicidio.
La diplomazia italiana avrebbe infatti fornito alla polizia locale una lista di pietanze italiane da recapitare all’hotel per il periodo di fermo: pizza, pane, cappuccino e succhi di frutta fanno parte del menu finanziato dalla polizia regionale. Il danno e la beffa.»

Intanto, l’Italia cercava in ogni modo di evitare la sentenza dei giudici indiani, ricorrendo anche all’intercessione della Chiesa. Alcune iniziative discutibili portate avanti dalla diplomazia italiana, o da chi ne ha fatto tristemente le veci, hanno innervosito molto l’opinione pubblica indiana. Due di queste sono direttamente imputabili alle istituzioni italiane.

In primis, aver coinvolto il prelato cattolico locale nella mediazione con le famiglie delle due vittime, entrambe di fede cattolica. Il sottosegretario agli Esteri De Mistura si è più volte consultato con cardinali ed arcivescovi della Chiesa cattolica siro-malabarese, nel tentativo di aprire anche un canale “spirituale” con i parenti di Ajesh Pinky e Selestian Valentine, i due pescatori morti il pomeriggio del 15 febbraio.
L’ingerenza della Chiesa di Roma non è stata apprezzata dalla comunità locale che, secondo il quotidiano Tehelka, ha accusato i ministri della fede di «immischiarsi in un caso penale», convincendoli a dismettere il loro ruolo di mediatori.

Il 24 aprile, inoltre, il governo italiano e i legali dei parenti delle vittime hanno raggiunto un accordo economico extra-giudiziario. O meglio, secondo il ministro della Difesa Di Paola si è trattato di «una donazione», di «un atto di generosità slegato dal processo».
Alle due famiglie, col consenso dell’Alta Corte del Kerala, vanno 10 milioni di rupie ciascuna, in totale quasi 300mila euro. Dopo la firma, entrambe le famiglie hanno ritirato la propria denuncia contro Latorre e Girone, lasciando solo lo Stato del Kerala dalla parte dell’accusa.
Raccontata dalla stampa italiana come un’azione caritatevole, la transazione economica è stata interpretata in India non solo come un’implicita ammissione di colpa, ma come un tentativo, nemmeno troppo velato, di comprarsi il silenzio delle famiglie dei pescatori.
Tanto che il 30 aprile la Corte Suprema di Delhi ha criticato la scelta del tribunale del Kerala di avallare un simile accordo tra le parti, dichiarando che la vicenda «va contro il sistema legale indiano, è inammissibile.»

Immagine tratta da "Libero"

Ma il vero capolavoro di sciovinismo è arrivato lo scorso mese di ottobre durante il Gran Premio di Formula 1 in India. In un’inedita liaison governo-Il Giornale-Ferrari, in poco più di una settimana l’Italia è riuscita a far tornare in prima pagina il non-caso dei marò che in India, dopo 8 mesi dall’incidente, era stato ampiamente relegato nel dimenticatoio mediatico.
Rispondendo all’appello de Il Giornale ed alle «migliaia di lettere» che i lettori hanno inviato alla redazione del direttore Sallusti, la Ferrari ha accettato di correre il gran premio indiano di Greater Noida mostrando in bella vista sulle monoposto la bandiera della Marina Militare Italiana. Il primo comunicato ufficiale di Maranello recitava:

«[…] La Ferrari vuole così rendere omaggio a una delle migliori eccellenze del nostro Paese auspicando anche che le autorità indiane e italiane trovino presto una soluzione per la vicenda che vede coinvolti i due militari della Marina Italiana.»

La replica seccata del Ministero degli Esteri indiano non si fa attendere: «Utilizzare eventi sportivi per promuovere cause che non sono di quella natura significa non essere coerenti con lo spirito sportivo

Pur avendo incassato il plauso del ministro degli Esteri Terzi, che su Twitter ha gioito dell’iniziativa che «testimonia il sostegno di tutto il Paese ai nostri marò», la Scuderia Ferrari opta per un secondo comunicato. Sfidando ogni logica e l’intelligenza di italiani ed indiani, l’ufficio stampa della casa automobilistica specifica che esporre la bandiera della Marina «non ha e non vuole avere alcuna valenza politica

In mezzo al tira e molla di una strategia diplomatica improvvisata, così impegnata a non scontentare l’Italia più sciovinista al punto da appoggiare la pessima operazione d’immagine del duo Maranello-Il Giornale, accolta in India da polemiche ampiamente giustificabili, il racconto dei marò – precedentemente «dietro le sbarre» -  è continuato imperterrito con toni a metà tra un romanzo di Dickens e una sagra di paese.
Il Giornale, ad esempio, esaltando la vittoria morale dell’endorsement Ferrari, confida ai propri lettori che

Friselle

«i famigliari di Massimiliano Latorre, tutti con una piccola coccarda di colore giallo e il simbolo della Marina Militare al centro appuntata sugli abiti, hanno pensato di portare a Massimiliano e a Salvatore alcuni tipici prodotti locali della Puglia: dalle focacce ai dolci d’Altamura per proseguire poi con le orecchiette, le friselle di grano duro

L’operazione, qui in India, ha raggiunto esclusivamente un obiettivo: far inviperire ancora di più le schiere di fanatici nazionalisti indiani sparse in tutto il Paese.
Ma è lecito pensare che la mossa mediatica, ancora una volta, non sia stata messa a punto per il bene di Latorre e Girone, bensì per strizzare l’occhiolino a quell’Italia abbruttita dalla provincialità imposta dai propri politici di riferimento, maltrattata da un’informazione colpevolmente parziale che da tempo ha smesso di “informare” preferendo istruire, depistare, ammansire e rintuzzare gli istinti peggiori di una popolazione alla quale si rifiuta di dare gli strumenti e i dati per provare a capire e pensare con la propria testa.

PARLARE A CHI SI TAPPA LE ORECCHIE

In questi mesi, quando provavamo a raccontare la storia dei marò facendo due passi indietro e includendo doverosamente anche le fonti indiane, ci sono piovuti addosso decine di insulti. Quando citavamo fonti dai giornali indiani, ci accusavano di essere «come un fogliaccio del Kerala»; quando abbiamo provato a spiegare il problema della giurisdizione, ci hanno risposto «L’India è un paese di pezzenti appena meno pezzenti di prima che cerca di accreditarsi come potenza, ma sempre pezzenti restano. E un pezzente con soldi diventa arrogante. Da nuclearizzare!»; quando abbiamo cercato di smentire le falsità pubblicate in Italia (come la memorabile bufala di Latorre che salva un fotografo fermando una macchina con le mani e si guadagna le copertine indiane come “Eroe”) ci hanno dato degli anti-italiani, augurandoci di andare a vivere in India e vedere se là stavamo meglio. Ignorando il fatto che, a differenza di molti, noi in India ci abitiamo davvero.

I beduini del Kerala

Quando tutta questa vicenda verrà archiviata e i marò saranno sottoposti a un giusto processo – in Italia o in India, speriamo che sia giusto – sarà bene ricordarci come non fare del cattivo giornalismo, come non condurre un confronto diplomatico con una potenza mondiale e, soprattutto, come non strumentalizzare le nostre forze armate per fini politici. Una cosa della quale, anche se fossi di destra, mi sarei vergognato.

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Ultimo aggiornamento Giovedì 03 Gennaio 2013 18:28

Il 2012 visto da Senza Soste. Per un 2013 di impegno e di lotta

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livorno-non-si-piegaSenza Soste si avvia a concludere un altro anno di informazione libera e indipendente, articolata nelle sue due forme “classiche” (sito web + giornale cartaceo) e arricchita dal seguito in fortissima crescita sui social network Facebook e Twitter, oltre che da una newsletter in costante aumento di iscritti. Un anno, il 2012, che ci ha come al solito visti presenti con le nostre analisi sia locali che nazionali e internazionali. Eccone una rapida carrellata.

Gennaio

A Livorno è il mese in cui esplode la polemica sui fusti tossici persi in mare dal Cargo Venezia della Compagnia Grimaldi il 17 dicembre 2011 (leggi l'articolo con tutti i fatti e le reazioni). Senza Soste pubblica le prove che il sindaco di Livorno Alessandro Cosimi era a conoscenza del disastro ma aveva taciuto, e quindi ne chiede le dimissioni. A livello nazionale è invece il mese del naufragio della nave da crociera Costa Concordia, e iniziano i problemi per il governo tecnico, col movimento dei “forconi” che blocca la Sicilia per cinque giorni e la protesta No Tav che cresce.

Febbraio

A Livorno un gruppo di 50 sfrattati dà vita a un presidio pacifico e simbolico sotto casa del sindaco Cosimi, incredibilmente partono 22 denunce, e Senza Soste scrive un articolo dal titolo senza mezzi termini: “La misura è colma”. In Italia si parla invece di No Tav, e il nostro Nique La Police scrive: “Valsusa, dove e perché rompere la costruzione della mitologia negativa dei duri e delle frange estreme”.

Marzo

A livello locale è il mese in cui con Ciro Bilardi denunciamo gli inciuci del Pd sulla costruzione dell’Autostrada Tirrenica, mentre sul nazionale tiene ancora banco l’alta velocità e noi scriviamo “Tav, l’accelerazione della democrazia che può far deragliare Mario Monti”.

Aprile

Muore il calciatore del Livorno Piermario Morosini, la città vive la tragedia con grande trasporto e commozione, Senza Soste invita a ricordare degnamente Piermario e a non far quindi diventare Livorno “la Gardaland del dolore calcistico”. A livello nazionale se ne va anche Carlo Petrini, che il nostro Tito Sommartino saluta come “l’ex calciatore che aveva denunciato doping e scommesse nel calcio”.

Maggio

Prende vigore la crescita del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che fa tremare il Pd. Infatti noi titoliamo: “Livorno, panico nel centrosinistra. Il prossimo sindaco potrebbe davvero essere un grillino”. Ma non facciamo sconti neanche al comico/politico genovese, scrivendo: Beppe Grillo “o me o il fascismo”. Proprio sicuro?

Giugno

E’ il mese in cui l’Autorità Portuale livornese ci cita in giudizio per un nostro articolo, noi scriviamo che “se pensano di tapparci la bocca hanno preso un colossale abbaglio”. A livello nazionale invece titoliamo “Abolizione articolo 18 e mostro Esm. I due regali estivi del Pd agli italiani”.

Luglio

Viene arrestato Rossignolo, e non manchiamo di ricordare che Senza Soste aveva espresso già molti mesi prima tutti i suoi dubbi su questo personaggio di cui invece Pd e Cgil locali si erano fidati ciecamente. A livello nazionale è il mese delle polemiche interne al Pd sui matrimoni gay, e il nostro Ian St. John scrive un articolo dal titolo “Il Pd è turbato dalla propria componente omosessuale”.

Agosto

Preso probabilmente dalla calura estiva, il sindaco Cosimi dice che a Livorno non c’è inquinamento, e noi lo definiamo “il negazionista”. In Italia tiene banco il caso Ilva, su cui produciamo diverse analisi (1- 2 - 3).

Settembre

Sul Tirreno esce un articolo che parla di “partito della spesa pubblica da sconfiggere”, e noi lo archiviamo come “la lotta del Tirreno contro i livornesi”, mentre a livello nazionale è il momento di Renzi, che Senza Soste definisce “il Carcarlo Pravettoni dei nostri giorni”.

Ottobre

Sul locale il nostro Franco Marino scrive un articolo di analisi sociale sul bullismo e sull’ipocrisia di chi comanda, mentre in Italia partono le primarie del centrosinistra che per noi sono semplicemente “la brigata del niente”.

Novembre

Sempre a proposito del sindaco di Firenze, titoliamo “Livorno, 6-700 aspiranti suicidi all’incontro con Matteo Renzi”, mentre sul giornale cartaceo del mese scorso scriviamo una “guida pratica per impedire che qualcuno ti avveleni votando alle primarie”.

Dicembre

Livorno diventa caso nazionale con i tre giorni di disordini in città causati dall’atteggiamento delle forze dell’ordine, Senza Soste individua il principale responsabile, il questore Cardona.

LInk: Senza Soste dipende da te: ASSOCIATI. Campagna 2013

red. 31 dicembre 2012

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Ultimo aggiornamento Giovedì 28 Febbraio 2013 21:03

Una pallottola contro #Occupy. Il maccartismo al tempo delle corporation

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Migliaia di persone accampate davanti alla sede di Wall Street un anno fa non sapevano di essere considerate dall’intelligence americana alla stregua di una minaccia terroristica interna.

Lo apprendono oggi da un documento dell’Fbi appena reso pubblico grazie al Freedom of Information Act, una legge del 1966 per l’accesso totale o parziale a documenti anche classificati da parte di cittadini o associazioni.

Fine 2011. Da giorni migliaia di persone a New York siedono accampate davanti alla sede della borsa più importante del mondo, a Wall Street. In giro per gli Stati uniti il movimento Occupy si allarga, con una mobilitazione soprattutto giovanile. L’FBI guarda con attenzione: annota ogni movimento, contatta la polizia locale, si coordina con la sicuzza dei campus. Non solo. Creano una sorta di organismo ombra insieme al “settore privato”, ovvero le corporation. Occupy viene apertamente definito come una minaccia terroristica interna, tanto da far scattare l’intesse dell’Homeland security.
Da qualche ora una piccola parte di questa attività non propriamente democratica dell’Fbi appare nero su bianco in un documento ottenuto grazie al freedom of Information Act, il Foia, dall’associazione The Partnership for Justice Fund: sono 112 pagine tra rapporti, annotazioni, email e analisi. Gran parte del documento è coperto da omissis, ma è possibile ricostruire con sicurezza la stretta sorveglianza che ha riguardato il movimento Occupy Wall Street.
L’attenzione dell’Fbi parte un mese prima dell’azione di Zuccotti park, la zona di fronte a Wall Street dove per diversi giorni gli attivisti si sono accampati. Il 19 agosto del 2011 gli agenti dell’Fbi si incontrano con i funzionari della borsa di New York per discutere come gestire la protesta. Nei giorni successivi viene preparato un rapporto dalla Domestic Security Alliance Council, DSAC, che parla delle attività di occupy come di “terrorism”. Questa agenzia – creata nel dicembre del 2005 su impulso dei responsabili della sicurezza di 100 aziende tra le quali la Coca Cola, Citigroup e la Federal Express – riunisce le corporation e le agenzie di sicurezza Usa, tra le quali l’Fbi, con lo scopo di creare un canale di comunicazione e scambio di informazioni contro il terrorismo. Occupy è senza dubbio al centro della loro attenzione. La preoccupazione di una nuova onda di contestazione globale della prassi economica liberista – soprattutto in un momento di piena crisi – aumenta giorno dopo giorno. Un ritorno del Maccartismo degli anni ’50.
In molti stati Usa tra ottobre e novembre inizia la raccolta di informazioni sul movimento, con un coinvolgimento diretto dei centri d’intelligence della polizia federale Usa. Tra i rapporti di questo periodo appare anche una mezza pagina paricolarmente inquietante (consultabile a pagina 61 del documento divulgato). “Un (omissis) di ottobre ha pianificato un attacco con un fucile di precisione contro i manifestanti a Houston, in Texas”, si legge nella prima riga. Un episodio mai rivelato prima, su cui ci sono pochissimi dettagli e molti omissis. L’obiettivo – secondo il report dell’Fbi – era una non meglio identificata leadership del movimento. Una sorta di strategia della tensione? Oppure uno dei tanti episodi di violenza folle, sullo stile dei recenti attacchi? Difficile capirlo. Certo le 112 pagine divulgate sono senza dubbio solo la punta dell’iceberg di un momento storico ancora da raccontare. Con una domanda finale: e in Italia? Quali soo state le strategie di sorveglianza dei movimenti sociali in questo mesi di governo Monti? Anche da noi esiste un canale di comunicazione tra corporation e polizia?

Il rapporto dell'Fbi: http://www.documentcloud.org/documents/549518-fbi-ows-documents.html

da www.manifestiamo.eu

27 dicembre 2012

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