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COMUNICAZIONE E MEDIA

Obama e la rete: ai presidenti poteri di confisca del web per 90 giorni

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Obama e lo stato d’eccezione in Rete

Internet potrà essere chiuso per 90 giorni senza previe autorizzazioni

obama_in_guerra
Un editoriale sulla prima pagina del quotidiano La Stampa oggi in edicola, a firma Vittorio Emanuele Parsi, ci porta a conoscenza di un fatterello che non sembra aver catturato l'attenzione dei più ma la cui posta in gioco sembrerebbe invero piuttosto pesante.

Approvata in Commissione Senato, in attesa dello scrutinio dell'aula, la norma darebbe pieni e discrezionali poteri al Presidente in capo di -letteralmente- bloccare la Rete fino ad una durata massima di 90 giorni, senza preavviso o altri controlli, in caso di attacco cibernetico che mettesse a rischio la "sicurezza economica nazionale".

Come nota l'autore dell'editoriale:

«Neppure in seguito agli attentati terroristici dell'11 settembre si era arrivati a prevedere che l'Esecutivo potesse «confiscare» il web ai suoi cittadini per un tempo così lungo con un semplice ordine presidenziale. Il periodo di 90 giorni richiama immediatamente un altro caso particolarmente delicato in cui l'esercizio dei poteri presidenziali conosce una forte discrezionalità. Si tratta della disposizione che prevede che il Presidente possa impiegare truppe americane in operazioni di guerra per 90 giorni senza dover passare da una formale autorizzazione del Congresso. E' alla luce di una simile discrezionalità che è iniziato il coinvolgimento degli Usa in gran parte dei conflitti del secondo dopoguerra. Oggi che la rete potrebbe rappresentare il campo di battaglia del futuro, per molti aspetti altrettanto se non più pericoloso di quelli più consueti e tradizionali, gli Usa corrono ai ripari e mettono la difesa nazionale nelle condizioni di poter agire tempestivamente».

Qualcuno (ingenuo liberale!) potrebbe anche far notare che l'applicazione sarebbe quantomeno problematica visto la natura rizomatica, appunto reticolare, del world wide web. In realtà, e la cosa va intensificandosi d'innovazione in innovazione (tale è il salto nel web 2.0), la Rete è ben lungi dall'essere quel luogo orizzontale e "democratico", illimitatamente aperto alle diverse voci che popolano il cyberspazio. Aumentando anzi la sua centralità (economica e politica) nell'odierno Capitalismo, essa è al centro di furiose lotte per il suo controllo. Processi di gerarchizzazione e monopolio sono gli inevitabili corollari che ne definiscono la regolazione e le possibilità.
Più opportunamente va invece notato come l'eventuale applicazione di tali discrezionali poteri non potrà non avere conseguenze anche per gli/le internauti di mezzo mondo, essendo ubicati proprio negli Usa la maggior parte dei server e delle web farms che li ospitano.

Per parte nostra però, ci sembra ancor più importante sottolineare quanto questa piccola norma accosti gli Usa, autoproclamati e celebrati paladini della World-Wide-Democracy, a quei paesi come Cina e Iran ripetutamente attaccati ( proprio dai politici americani) per il ferreo controllo statale esercitato sulla Rete.
Più che scandalizzarsi val forse la pena far notare come, anche in Rete, vale la formula schmittiana per cui "sovrano è chi decide sullo stato d'eccezione". Gli Usa questa inconfutabile regola della politica (e della guerra) la conoscono da sempre, e da sempre la mettono in pratica. Non è questo che sorprende! Sorprende che i tanti obamofili del pianeta non facciano i conti in tasca al loro adorato beniamino. Come chiosa ottimamente il Parsi, "Cosa avrebbero detto se la stessa norma fosse stata emanata durante l'amministrazione Bush?"

Redazione Infoaut
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Ultimo aggiornamento Lunedì 28 Giugno 2010 18:47

Il digitale fa male

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digitale_terrestreDelle tante bordate alla concorrenza televisiva, dall’aumento dell’iva a Sky alla sottrazione del bouquet satellitare Rai, quella degli incentivi statali all’acquisto del decoder per il digitale terrestre fu sicuramente la madre. Correva l’anno 2004, la legge Gasparri superava il secondo assalto al Quirinale e introduceva un bonus di 150 per tutti coloro i quali avessero scelto lo scatolotto DVB-T anziché la parabola; la mossa si ripeteva poi nella finanziaria dell’anno successivo con un importo però ridotto a 70 euro.

In molti allora storsero il naso - primo fra tutti l’ex capo di Stato Carlo Azeglio Ciampi - soprattutto perché lo scatolotto a marca Amstrad, promosso con sì tanta solerzia dall’esecutivo, altro non era che un prodotto importato in esclusiva della Solari.com, una società a responsabilità limitata controllata al 51% da Paolo Berlusconi e dalla figlia di primo letto Alessia, attraverso la finanziaria Paolo Berlusconi financing (Pbf). Il palese conflitto d’interesse restò però impunito e i 220 milioni di euro (110 all’anno) preventivati della finanziaria, vennero regolarmente indirizzati nelle tasche del Berlusconi che solitamente va in prigione.

Allora i “maligni” affermarono che la clausola presente nella Gasparri era una sorta di risarcimento al fratello minore ed un sicuro sgambetto alla nemesi catodica Rupert Murdoch. Oggi, sei anni dopo, sono i giudici della Corte di Giustizia europea a dare nuovamente ragione di queste voci, sentenziando in primo grado che “gli auti di Stato sono stati erogati in modo illegittimo dal Governo” e comminando una multa a Mediaset pari all’importo tolto al bilancio statale, interessi esclusi ovviamente. La sentenza conferma quella emessa nel 2007 dalla Commissione Ue, pronunciamento contro cui Mediaset aveva ricorso appellandosi al fatto che del digitale terrestre il Biscione non è l’unico usufruttuario.

Il ricorso è stato però respinto in quanto nella pratica della sovvenzione statale sono assenti i requisiti di neutralità espressamente richiesti: gli incentivi statali andavano infatti a favorire solo una parte degli operatori televisivi (quelli che appunto hanno scelto la piattaforma digitale, imbarcandosi sul carro di quello che allora pareva il vincitore) ledendo al contrario i soggetti assestati sulle trasmissioni satellitari che, in quanto fruitori di una tecnologia diversa, non hanno avuto diritto agli aiuti.

Mancando di neutralità, il provvedimento varato dal secondo governo Berlusconi, inficiava le regole del mercato comune e della legittima concorrenza: un privato che fosse stato nel dubbio sulla scelta della nuova tecnologia da acquistare per il proprio televisore, avrebbe giustamente proteso per quella incentivata, anziché spendere una cifra superiore per quella a prezzo pieno.

Recita in proposito la sentenza: “Gli aiuti pubblici hanno incitato i consumatori a passare dal sistema analogico a quello digitale terrestre, limitando al tempo stesso i costi che le emittenti televisive digitali terrestri avrebbero dovuto sopportare e, dall’altro, ha consentito alle emittenti medesime di consolidare, rispetto ai nuovi concorrenti, la loro posizione sul mercato”.

Da Cologno Monzese annunciano però un secondo ricorso, dal momento che i contributi sull’acquisto sono stati erogati direttamente ai consumatori “mentre la rete non ha avuto nessun vantaggio materiale”, cosa che però ben due sentenze europee smentiscono categoricamente. Dal Ministero per lo Sviluppo Economico, retto ora ad interim dallo stesso Premier e oggetto dell’ennesimo conflitto d’interesse, una nota fa sapere che “in base alla decisione della Commissione europea sull'aiuto di Stato C52/2005 relativo al contributo per l'acquisto di decoder digitali (…) in data 4 febbraio 2009 la società Rti ha adempiuto a tale richiesta versando allo Stato italiano l'importo di euro 6.013.855,49”. Ne mancherebbero ancora 140 di milioni e, a quanto statuisce la Corte di Giustizia europea, ora lo Stato ha solo due mesi di tempo per adempiere alla sentenza e recuperare il maltolto dalle tasche degli italiani, soprattutto dei molti che del decoder di casa Berlusconi non ne hanno nemmeno voluto sentir parlare.

Sulla carta l’operazione sembra facile, ma dal momento che il risarcitore è formalmente a capo del soggetto da risarcire, viene spontaneo chiedersi se la gerachia delle fonti giudiarie, qui in Italia, abbia ancora un senso di fronte ad un conflitto d’interessi che assomiglia sempre di più ad una metastasi per il nostro sventurato Paese.

Mariavittoria Orsolato

tratto da www.altrenotizie.org

21 giugno 2010

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Lavoro interinale alla redazione di Repubblica

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gruppo_lespressoIl "salto di qualità" verso la massima esternalizzazione dei servizi
Gruppo L’Espresso batte Cdr 1 a 0. Alla fine anche Paola Cascella, membro “dissidente” del Cdr di Repubblica, ha dovuto capitolare e ha firmato la resa, ovvero il prepensionamento che non avrebbe voluto. E’ pur vero che il prepensionamento è volontario, ma è anche vero che l’idea di rimanere per mesi in cassa integrazione, con la minaccia finale di espulsione tramite la legge 223, ha messo in crisi anche la valorosa Cascella, unica voce contraria nella “pappetta” Cdr-azienda.

Ora la palla è passata a uno dei fondatori di Repubblica,  Sergio Frau, che dopo essere diventato famoso per aver scoperto che le colonne d’Ercole non erano in realtà nello stretto di Gibilterra, affronta adesso l’azienda a viso scoperto. Intanto pare che abbia già contestato la legittimità della Cig ed è pronto a sostenere qualunque battaglia per dimostrare un fatto semplice quanto inoppugnabile: che i prepensionamenti sono sempre volontari, soprattutto nel caso di Repubblica, laddove l’accordo Cdr-azienda specifica con chiarezza impressionante che la Cig verrà usata “esclusivamente ai fini dei pensionamenti e dei prepensionamenti”. Come a dire che, se uno non vuole andare in prepensionamento, non va neanche in cassa integrazione.

Autorevoli avvocati hanno già avvalorato questa tesi, ma non bisogna aver superato un esame da magistrato per valutare prima di tutto da un punto di vista lessicale l’esatto significato di quella frase.

Eppure finora l’azienda è riuscita a mandare via quasi tutti quelli che hanno già compiuto i fatidici 58 anni. Ci è riuscita grazie a un sapiente gioco di carota e bastone, laddove quest’ultimo gioca sempre la parte più importante. Infatti la carota, cioè i soldi, sembra siano pochini (salvo forse qualche caso che tocca colleghi famosi e che non viene naturalmente pubblicizzato).

Il bastone, invece, ovvero la minaccia di un allontanamento forzato – benché questa strada appaia giuridicamente quantomeno ardua – è servita a convincere quasi tutti. C’è da dire che la carota assume l’aspetto anche di un contratto di collaborazione che permette al fuoriuscito di continuare a sentirsi in qualche modo parte del giornale anche se ufficialmente non c’è più.

La contestata vicenda dei prepensionamenti “forzati” porta però ad altre interessanti conclusioni sulla nuova forma di organizzazione del lavoro che si sta creando a Repubblica, e che potrebbe presto applicarsi ad altre testate. Un nucleo di colleghi relativamente giovani e poco costosi, preferibilmente quarantenni, sta prendendo in mano le redini della macchina. Mentre gli ex, grazie ai contratti di collaborazione, in molti casi possono svolgere un ruolo importante di copertura qualificata delle notizie, soprattutto laddove ci vuole una certa esperienza, conoscenza dei settori e frequentazione delle persone.

In altre parole, Repubblica sta creando un “apparato giornalistico esterno”, poco pagato perché “protetto” da un minimo pensionistico ma anche molto efficiente e preparato, e facilmente utilizzabile perché si è formato in azienda.

Una tale organizzazione del lavoro, evidentemente appoggiata (se si crede in un capacità di pensiero autonomo della Fnsi) oppure subita (se si crede invece che la Federazione letteralmente non sappia quello che sta facendo a se stessa) dal sindacato, porterà nei prossimi anni a una ulteriore riduzione della forza lavoro in azienda (quella che versa i contributi all’Inpgi) e a un accrescimento della forza lavoro sottopagata esterna (che non versa più contributi all’Inpgi ma anzi ne prende i soldi sotto forma di pensione).

Inoltre questa forza lavoro è molto qualificata, relativamente giovane, e dunque andrà ancora una volta a discapito delle nuove leve.  Per quanto riguarda i riflessi sui bilanci dell’Inpgi, non c’è bisogno di fare facili previsioni: basta attendere qualche anno per vederli.

Questo, per Repubblica, non è che un ulteriore step verso una maggiore esternalizzazione del lavoro in redazione, una tendenza già presente da anni. Tuttavia questa volta siamo in presenza di un vero e proprio “salto di qualità”. Repubblica è ancora una volta all’avanguardia mondiale. Forse a molti “compagni” di una volta questo tipo di “avanguardia” non piace. Ma scusate, dove sono i “compagni” di una volta?

tratto da Il Veritiero

12 giugno 2010

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Afghanistan, la guerra mediatica della Cia

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ciaI consigli della CIA

NEW YORK. Come manipolare l'opinione pubblica europea per creare consenso alla guerra in Afghanistan: ecco le linee guida della CIA, in un documento top-secret pubblicato su Wikileaks.org, il sito canaglia per eccellenza. Dopo la caduta del governo olandese sul rinnovo della missione militare in Afghanistan, l'intelligence americana ha preparato un manuale per evitare che il pericolo si ripeta in Francia e Germania. Un utile compendio per capire cosa c'è sotto le notizie che dal fronte afghano arrivano sui nostri teleschermi.

La guerra in Afghanistan dura ormai da oltre otto anni: ha superato la durata del Vietnam e della Corea, diventando la più lunga guerra che gli Stati Uniti abbiano mai intrapreso. La drammatica escalation annunciata recentemente da Barack Obama richiede un notevole sforzo anche da parte degli altri alleati della coalizione internazionale. La crescente insofferenza dell'opinione pubblica nei confronti della guerra potrebbe mettere in forse il contributo di alcuni Paesi europei all'occupazione americana. Un problema che gli USA non possono permettersi di affrontare proprio ora.

Ecco che, come ai tempi della strategia della tensione, entra in campo la CIA per manipolare l'opinione pubblica in favore della guerra. Quando si tratta di guerra, il silenzio è d'oro: secondo la CIA la migliore strategia è che della guerra non se ne parli affatto, lasciando i governi liberi di fare i loro sporchi affari. “Il silenzio sulla missione in Afghanistan,” leggiamo dal dossier, “ha permesso ai leader di Francia e Germania di ignorare l'opposizione popolare e aumentare il loro contributo alla missione ISAF. Berlino e Parigi mantengono il terzo e quarto contingente militare (il secondo è quello britannico, ndr), nonostante l'opposizione dell'80% degli intervistati nel sondaggio dell'autunno 2009. Ma le morti tra i militari potrebbero rafforzare l'opposizione.”

Gli spioni notano con preoccupazione che dopo la caduta del governo olandese sul rinnovo del contingente militare in Afghanistan “i leader in altri Paesi potrebbero citare questo precedente per ascoltare i propri elettori” e ritirare le proprie truppe. Il rimedio è “cucire su misura il messaggio” per convincere l'opinione pubblica nei vari Paesi europei che “la guerra in Afghanistan coincide con i propri interessi interni.”

Dopo una dettagliata analisi basata sui sondaggi, il dossier della CIA propone due specifiche strategie per Francia e Germania. Dato che “i francesi si preoccupano di civili e profughi, sottolineare che gli afghani appoggiano largamente la missione” è la tattica vincente. Allo stesso tempo, “la prospettiva che il ritorno dei Talebani cancelli il progresso compiuto nell'educazione femminile provocherà indignazione in Francia e darà un motivo agli elettori per appoggiare la giusta causa, nonostante le perdite umane.” Un episodio in particolare dimostra la bontà di quest'ipotesi: “La controversia mediatica generata dalla decisione di Parigi di espellere 12 rifugiati afghani suggerisce che le storie di profughi afghani fanno presa sul pubblico francese.”

In Germania la situazione è completamente diversa. Secondo i sondaggi, “gli oppositori in Germania temono che la guerra non sia un problema tedesco, sia uno spreco di risorse e sia sbagliata per principio.” Dunque la propaganda deve fare perno su argomenti diversi da quelli francesi. “Messaggi che illustrino il fatto che una sconfitta in Afghanistan aumenterebbe l'esposizione della Germania al terrorismo, all'oppio e all'arrivo di profughi, potrebbero aiutare a convincere gli scettici. Insistere sull'aspetto umanitario della guerra allevierebbe la contrarietà dei tedeschi ad ogni tipo di guerra, come per gli interventi militari nei Balcani negli anni '90.”

Ma la CIA ha un asso nella manica: Barack Obama. Secondo i sondaggi, tre francesi e tedeschi su quattro credono che il Presidente americano sia in grado di risolvere la crisi afghana. Gli agenti segreti mostrano come una richiesta diretta di aiuto da parte di Obama e una critica esplicita degli alleati che non lo seguono aumenti di molto l'appoggio popolare all'invio di nuove truppe. Se i leader dei due Paesi propongono un aumento del contingente militare, possono aumentare fino al 15% il consenso ricordando ogni volta che la richiesta proviene da Obama in persona.

Infine, la CIA ricorda che le donne afghane sono lo strumento più potente per aumentare il consenso alla guerra. “Opportunità televisive in cui donne afghane condividano le loro storie con donne francesi, tedesche o di altri Paesi europei possono rovesciare lo scetticismo delle donne verso la missione militare”; donne che sono contrarie alla guerra in maniera nettamente superiore agli uomini.

Se vedrete in televisione storie di donne liberate dal burqa (nonostante il burqa sia sempre imposto alla totalità delle donne afghane), di campi di papaveri dati a fuoco (nonostante la produzione di oppio sia triplicata dall'invasione americana del 2001), di profughi che finalmente tornano a casa (nonostante la guerra abbia causato milioni di rifugiati), pensate a quanto manca al prossimo voto per il rinnovo della missione militare in Parlamento.

Luca Mazzuccato

tratto da www.altrenotizie.org

9 giugno 2010

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Posta certificata: la chimera

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posta_certificataL'entusiasmo seguìto all'istituzione delle caselle di posta elettronica certificata (PEC) per i cittadini, dopo l'annuncio trionfalistico del Ministro Brunetta e gli immancabili “disguidi tecnici”, dovuti a fantomatiche e non ben meglio precisate richieste di accesso in quantitativi massicci, pare essersi spento dopo la fiammata iniziale, rivelando una serie di contraddizioni e inefficienze che non fanno altro che ampliare il divario tecnologico e dei diritti del cittadino nei confronti della Pubblica Amministrazione.

La Posta Elettronica Certificata, in realtà, è da anni ampiamente disponibile, in forma capillare, ai cittadini, sia pure a pagamento. Non costituisce, dunque, di per sé, una novità. Probabilmente il “nuovo” ostentato era la gratuità della risorsa per il cittadino. Ma anche quest’aspetto si sgretola al confronto coi fatti.

Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, recante "Disposizioni in materia di rilascio e di uso della casella di posta elettronica certificata assegnata ai cittadini", in vigore dal 6 maggio 2009, prevede che ogni cittadino che lo desideri e ne faccia richiesta possa ottenere una casella di posta elettronica certificata gratuita e senza oneri (art. 2).

Del resto, non poche perplessità aveva destato il comma 4 dell'articolo 3 dello stesso testo, che prevedeva letteralmente: “La volontà del cittadino espressa ai sensi dell’art. 2, comma 1, rappresenta la esplicita accettazione dell’invio, tramite PEC, da parte delle pubbliche amministrazioni di tutti i provvedimenti e gli atti che lo riguardano” .

Dunque, con la richiesta della assegnazione di una casella di posta elettronica certificata il cittadino non solo dimostrava di volersi dotare di uno strumento, ma accettava anche che tutto ciò che veniva inviato dalla Pubblica Amministrazione rivestisse carattere di ufficialità (una comunicazione da una casella di PEC a un'altra, come è noto, ha il valore legale della classica raccomandata con ricevuta di ritorno). Con l'aggravante (naturalmente a carico del cittadino), che i documenti inviati alla Pubblica Amministrazione richiedono spesso la firma digitale, di cui nella quasi totalità dei casi il cittadino è sprovvisto, per poter dimostrare l'identità di chi formula una determinata richiesta o fornisce un determinato documento.

In breve, anche se il cittadino usa la PEC per rivolgersi al proprio Comune per richiedere un intervento dei Vigili Urbani, qualunque altra Pubblica Amministrazione diversa dal suo comune può notificargli qualunque documento via PEC (ad esempio, un atto giudiziario, una comunicazione da parte del fisco e quant'altro). Tutto questo in nome di una supposta trasparenza e abbattimento di costi e tempi di gestione a beneficio di tutti.

Il risparmio sui costi, appare evidente, è tutto a beneficio della Pubblica Ammistrazione che, già dal 2009, con l'introduzione della legge n. 2, deve comunicare con i suoi dipendenti attraverso la PEC. Il che non significa solo che il dipendente del Comune di Vibo Valentia possa e debba ricevere qualsiasi comunicazione dal suo ente di servizio nella casella PEC di Stato, ma anche - e soprattutto - che se lo stesso dipendente di Vibo Valentia dovesse incorrere in una contravvenzione del Codice della Strada nel territorio del Comune di Orgosolo, il Comune di Orgosolo è tenuto a notificargliela via PEC.

Ed è qui che il sistema comincia ad andare in tilt: nella Pubblica Amministrazione manca personale, risorse e know-how per gestire il baraccone inutile che il Ministro Brunetta ha costruito su un sistema di comunicazione indubbiamente utile (anche se costituisce un'anomalia del tutto italiana). Non si tratta di ripetere che basta una casella di posta elettronica tradizionale, come succede in qualsiasi altro Paese dell'Unione, perché è evidente che la necessità di certificare il messaggio e il mittente sono sacrosante; si tratta di rendere effettivamente chiaro e trasparente il rapporto tra cittadino e Pubblica Amministrazione che, in questo momento, appare assolutamente squilibrato a favore di quest'ultima.

Perché se il settore pubblico può interfacciarsi con il cittadino, non sempre (anzi, quasi mai) è vero il contrario. L'art. 34 della legge 18 giugno 2009, n. 69, recante Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile, aggiungendo il comma 2-ter all'art. 54 del D. Lgs. n. 82/20905 (Codice dell'Amministrazione Digitale) ha stabilito che le amministrazioni pubbliche, che dispongono di propri siti, sono tenute entro il 30 giugno 2009 a pubblicare nella pagina iniziale del loro sito web un indirizzo di posta elettronica certificata, a cui il cittadino possa rivolgersi per qualsiasi richiesta che riguardi il codice digitale della pubblica amministrazione.

A quasi un anno dall'entrata in vigore di quel provvedimento si continua ad assistere a una vera e propria diserzione da parte degli Enti Pubblici all'obbligo previsto. Comuni, Scuole, Istituzioni Pubbliche, Università, Ministeri, Tribunali, Uffici che dispongono di un sito web, difficilmente forniscono la loro casella di posta elettronica certificata, che il cittadino deve andarsi a cercare, se esiste, su altre risorse (www.indicepa.gov.it).

Un caso eclatante, in questo senso, è quello del sito ufficiale del Ministero dell'Istruzione e della Ricerca (www.istruzione.it) che continua gelminianamente a fornire un indirizzo di posta elettronica tradizionale per i contatti con il pubblico senza dare nessuna garanzia che i messaggi siano stati effettivamente ricevuti.

Il collasso finale del sistema si verifica alcuni giorni fa, quando, tra l'indifferenza della stampa e dei mezzi di informazione, lo stesso Ministero dell'Economia blocca alcune disposizioni del nuovo Codice dell'Amministrazione digitale, tra cui gli articoli 10 e 20 bis. Secondo il Ministero, l'assegnazione di un recapito di Posta Elettronica Certificata ad ogni cittadino per i contatti con l'Amministrazione Pubblica, avrebbe un significativo impatto sull'organizzazione delle Amministrazioni stesse.

In parole povere, il cittadino avrebbe tra le mani un'arma che la P.A. non sarebbe minimamente in grado di gestire (ogni Amministrazione avrebbe l'obbligo di protocollare qualsiasi comunicazione). Basti solo pensare alla paralisi che si avrebbe se ogni impiegato comunicasse, come sarebbe suo diritto, la propria condizione di malattia. Potrebbe farlo in qualunque ora (comprese quelle notturne), avrebbe un’immediata ricevuta della propria mail valida a tutti gli effetti legali e non avrebbe nessun altro obbligo, se non quello di recapitare successivamente la certificazione medica.

Se il personale addetto alla segreteria non controlla la PEC perché l'ufficio apre solo pochi minuti prima del turno del dipendente, o perché - si veda il caso - non è capace di gestire il sistema, tutto crolla miserevolmente: il dipendente risulta assente, lo si chiama a casa con ulteriore aggravio di costi per accertarsi che sì, aveva dato regolare comunicazione, ma spesso non si è in grado di sostituirlo (si prenda in considerazione l'assenza di un insegnante in una scuola).

Dulcis in fundo, l'obbligo delle Amministrazioni pubbliche di comunicare tra loro con la PEC, prevedere “ulteriori oneri finanziari e organizzativi“, per cui le pubbliche amministrazioni potranno continuare a comunicare tra di loro tramite telefono, raccomandata tradizionale, posta e fax a spese dei cittadini, in uno sperpero di denaro pubblico che ha come unica giustificazione l'incapacità di interfacciarsi con la tecnologia.

Valerio Di Stefano

tratto da www.altrenotizie.org

1 giugno 2010

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