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COMUNICAZIONE E MEDIA

Hacking netculture e sabotaggio

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Autorevolezza contro autorità, competenza contro gerarchie, libertà contro controllo

All’inizio c’era l’attivismo.

hackerDiverso dalla militanza nei partiti e nelle associazioni, l’activism è l’azione diretta dei movimenti di base per denunciare un torto, contestare una scelta politica e dare voce alla protesta sociale su questioni specifiche. Poi è venuto l’hack-tivism, l’attivismo al computer, l’azione diretta in rete con tecniche da hacker, e dopo ancora il media-attivismo, l’uso consapevole e critico di telecamere, televisioni di strada e web-tv autogestite. Oggi va di moda l’attivismo 2.0: giovani e meno giovani hanno abbracciato i social media (il web 2.0) per promuovere campagne sociali e fare attivismo oltre le forme tradizionali degli scioperi, delle occupazioni, dei boicottaggi, dei cortei e delle petizioni virtuali.

Questa nuova forma di attivismo che si esprime nel “Mi piace” di Facebook, nel commentare un video su Yutube o “retwittare” un post di 140 caratteri, pretende di contribuire a una singola causa con un piccolo atto pratico, un semplice click, ma spesso si risolve nel suo peggiore estremo, il clicktivism. Puoi twittare una causa e votarla su Facebook senza coinvolgerti in nessuna azione diretta o sentire che sei importante per il suo successo. Quel gesto ripetuto si trasforma allora in slacktivism, l’attivismo fannullone che non si interessa di come è andata a finire. Magari un piccolo click ci porta a impegnarci in una cosa successiva, ma la maggior parte delle cause richiede più di un semplice click. Soprattutto, se questi click non producono azione e cambiamento, c’è il rischio di diventare cinici e smettere di crederci. Perciò anche se qualcuno usa i social media come parte della propria strategia di cambiamento non vuol dire che li stia usando strategicamente. Ci sono tanti modi di perdere tempo in campagne che non cambiano niente. E non dipende dal fatto che gli strumenti sono inefficaci, ma dal fatto che vengono usati male. Un solo click non basta.

Culture digitali

Nel caos indistinto della comunicazione globale si sente parlare di “culture digitali”, o net-culture, per indicare temi, pratiche e comportamenti ormai trasversali tra classi e generazioni: lo scambio di musica nei circuiti peer to peer, la moltiplicazione della propria identità nei social network, il net-gaming o la condivisione di applicazioni per gli smartphone.

Se non fosse paradossale dovremmo più propriamente parlare di “cultura materiale”, quella “cultura” che caratterizza i modi di essere quotidiani.

Sarebbe più appropriato parlare di “cultura” digitale quando tali comportamenti sono consapevoli e si ritrovano all’interno di gruppi sociali. Quando sono legittimati da pratiche collettive, coerenti, ricorrenti. Ad esempio, quando lo scambio di file viene vissuto in maniera ludica ma consapevole con un pizzico di antagonismo e di ideologia antimonopolistica, quando si rifiuta moralmente la tutela del diritto d’autore almeno per com’è intesa oggi, tutta sbilanciata a favore delle major; quando la creazione di un profilo dentro facebook serve a irradiare un messaggio politico, ecologista, femminista, o a un pubblico fatto di amici di amici che sono i legami deboli attraverso cui arrivare al mondo; quando l’utilizzo di Linux è una scelta consapevole contro lo strapotere di Microsoft, e le chiusure di Apple, eccetera.

Le culture digitali esistono se sono consapevoli di se stesse, un po’ come la nozione di classe di antica memoria. Se utilizziamo questo grimaldello concettuale, possiamo dire che le culture digitali oggi esistono e vengono dallo stesso ceppo: la cultura hacker dei dormitori universitari degli anni ’60, come si è contaminata nella interazioni con i movimenti sociali, per i diritti umani e civili, attraverso l’uso degli stessi strumenti che ha contribuito a costruire: Internet e i suoi protocolli di comunicazione. Culture dietro le quali esiste una comunità, fatta di vincoli di fiducia, reciprocità, appartenenza e che spesso hanno un dizionario comune, regole non scritte che delimitano il dentro, il fuori, i comportamenti quotidiani.

E allora nonostante il successo dei social network, la forma più bassa di vita digitale, le culture digitali sono quella hacker, del software libero, dei diritti e delle libertà digitali. Comunità definite da un sentire comune, di chi si preoccupa se la rete viene colonizzata dalla pubblicità o se nei paesi autoritari ne viene ristretto l’uso, ma anche che denuncia l’esistenza del digital divide e cerca di colmarlo con iniziative di cooperazione nel Sud del mondo o mettendo a disposizione risorse di comunicazione nel Nord ricco; o ancora, persone in carne ed ossa che lavorano al recupero di computer obsoleti per dare una chance in più a un pianeta martoriato dai rifiuti elettronici.

Non è detto che queste comunità, queste culture, abbiano sempre un nome, chi vi appartiene si riconosce dall’odore.

In Italia ad esempio esiste una vasta comunità di hacktivisti e mediattivisti, attivisti della comunicazione che usano i computer e le reti telematiche per connettersi e parlare al mondo: di democrazia, di politica, di impiego attento delle risorse naturali.

Esiste una vasta comunità di difensori della “Cultura come bene comune”, pronti a insorgere a ogni nuova legge che ne impedisca la fruizione collettiva; ci sono gli appassionati del mash-up e del remix, del deturnamento semiotico – strumenti di consapevolezza e di autoironia – ma anche i giuristi che vogliono mantenere la rete aperta alla libera manifestazione del pensiero come detta la Costituzione. E poi ovviamente ci sono le culture del software libero, interessate da sempre a creare opportunità di comunicazione dove non ce ne sono, mettendo a disposizione di tutti un sapere collettivo fondamentale nella società dell’informazione. Come fanno quelli di Frontiere Digitali o dell’hackmeeting.

No, le “culture digitali” non hanno niente a che fare col libro delle facce.

Movimenti sociali su Internet

Il media-attivismo non è nato ieri, il Net-attivismo sì. Senza andare troppo indietro, basti pensare all’uso “alternativo” che del video fu fatto fin dagli anni ’70, o alle radio libere, o alle riviste ciclostilate. Negli anni ’80 poi, si afferma la sperimentazione con il computer: la tastiera divenne strumento per discutere di conflitto e democrazia.

I movimenti sociali, gli attivisti, hanno sempre avuto una gran mole di attività correlate all’uso dei media. All’interno dei movimenti perfino le “azioni” più dirette presuppongono un alto livello di coordinamento e quindi di comunicazione. Perciò più ampia è la mobilitazione, maggiore deve essere la penetrazione del medium. Una spinta potente a individuare forme di comunicazione autogestite.

Molte delle pratiche del mediattivismo di oggi non fanno altro che rimodulare pratiche del passato. Ma nel frattempo qualcosa è successo. Innanzitutto c’è stata la rivoluzione elettronica che ha immesso nel mercato strumenti di comunicazione personale – dal pc ai cellulari alle videocamere – e poi l’avvento di Internet, la digitalizzazione e la convergenza multimediale che in un processo noto come “rimediazione” consente che un medium ne veicoli un altro: la radio da ascoltare in Internet, il documentario in streaming video.

Ad ogni innovazione tecnologica degli strumenti del comunicare è stata sempre associata l’idea utopica di trasformazione della società e della politica prefigurando nuovi spazi di democrazia. Una tesi centrale per spiegare il successo di Internet che per il suo carattere globale, decentrato, resistente alla censura è stato presto accolto dai movimenti come medium rivoluzionario. Un’idea ingenua se non ci si interroga rapporto fra la politica e la rete. Graham Meikle nel libro Disobbienza Civile Elettronica prova a spiegarlo, focalizzandosi sull’uso politico di computer in network gestiti con l’intenzione di provocare un cambiamento sociale e culturale nel mondo offline. Per Meikle il momento fondativo del Net-attivismo è stata la rivolta di Seattle del 1999. C’è da dire che anche prima di quella data la rete Internet veniva usata come strumento di protesta e di mobilitazione, ma su una scala più ridotta, meno ricca e interattiva. Anche allora però con l’obiettivo, proprio del mediattivismo, di forzare i media tradizionali, infiltrarli, contaminarli, fino a imporne l’agenda. La prova generale della comunicazione indipendente e globale di Seattle è stato un momento seminale per lo sviluppo di tattiche comunicative, anch’esse rimodulate su pratiche preesistenti – si pensi alle petizioni online o ai sit-in virtuali – che fondano parte del loro successo sulla familiarità della pratica e poi sulla “global reach” del mezzo stesso.

Nel 1999 c’era il “popolo di Seattle” a contestare i vertici del WTO via computer con Indymedia, creatura dell’informazione indipendente nata da una generazione di attivisti dei media intenzionata a fare informazione senza doverla delegare ad altri, attingendo alla propria rete di relazioni e a patto di avere un computer su cui mettere le mani, dieci anni dopo è il Popolo Viola a contestare un governo su Internet. I “viola” sono stati il primo movimento politico a organizzare in Italia una grande manifestazione di piazza con l’aiuto di Facebook, il No Berlusconi-Day, per chiedere le dimissioni dell’allora Presidente del Consiglio.

Ma ancora oggi i guerriglieri per la libertà in rete usano due strategie prevalenti per rispondere alla prepotenza del denaro e della cattiva politica: producendo informazione dal basso e sabotando i flussi di comunicazione del potere.

Libera informazione

Negli ultimi venti anni i movimenti sociali hanno praticato un’alternativa all’informazione blindata che si chiama Internet, prima con i BBS (i Bulletin Board System) nei centri sociali, poi con i provider di movimento come lo European Counter Network, e gli hacklab, esperienza da cui sono gemmate Indymedia prima e Autistici/Inventati dopo. Perché?

Grazie alla rete ognuno può diventare editore di se stesso e anche piccoli nodi d’informazione possono competere con i grandi gruppi editoriali quando riescono a trovare la strada verso il proprio pubblico di “prosumer”, produttori e consumatori d’informazione. Della potenzialità di questo passaggio il potere è sempre stato avvertito e cosciente. E per questo i legislatori sono sempre al lavoro per limitarne uso e portata. Come se già non bastasse il digital divide a creare gli “information rich” e gli “information poor”.

Per questo Parlamento e governi si sono distinti in numerose iniziative per limitare le forme della libertà della comunicazione in rete. Tanto per esemplificare, proposte come quella di chiudere interi siti contenenti una sola frase ingiuriosa, o quelle volte a impedire l’anonimato in rete, a trasformare i provider in sceriffi digitali per individuare i potenziali criminali del peer to peer, hanno trovato il proprio corollario nella richiesta dell’obbligo di rettifica entro 48 ore delle informazioni sui blog pena una multa salatissima. O ancora la proposta di legge in cui si chiede di rendere integralmente applicabile a tutti i “siti internet aventi natura editoriale” l’attuale disciplina sulla stampa, assoggettandoli ai criteri di responsabilità previsti per le ipotesi di diffamazione a mezzo stampa o radiotelevisione.

Gli attivisti del web si sono mobilitati contro queste forme sotterranee di censura e anche contro il famigerato Pacchetto Telecom, che aveva l’obiettivo di ridisegnare il quadro comunitario delle telecomunicazioni favorendo ancora una volta le grandi compagnie e ridisegnando l’accesso ai servizi in rete su base censitaria. Con ciò attaccando uno dei pilastri su cui si è sempre fondata la democrazia di Internet, la net neutrality, cioè l’uguaglianza di accesso ai suoi contenuti, compromettendo la quale i grandi carrier di telecomunicazioni puntano a creare una rete a due velocità in base alla capacità di spesa di ognuno: solo se paghi vai veloce e scarichi tutto. Alla faccia della libertà. Lo stesso è accaduto con l’Acta, l’accordo globale anticontraffazione che ha visto scendere in campo decine di migliaia di attivisti con la maschera di Guy Fawkes per chiedere una Internet libera dai condizionamenti dei dententori della cosiddetta proprietà intellettuale, e del copyright su musica, software, libri e film.

Accesso e diffusione della cultura

E infatti negli ultimi anni il copyright (il diritto d’autore in Italia) ha smesso di essere un argomento per avvocati ed è diventato un tema di importanza cruciale per musicisti, designer, scrittori, accademici, consumatori e per chiunque sia coinvolto a vario titolo nella produzione e fruizione di cultura. Ma poco si dice di quanto un regime di copyright rigido danneggi la diffusione dell’istruzione nei paesi in via di sviluppo. Ma il copyright è nato e poi si è consolidato come un dispositivo di bilanciamento per garantire agli autori un incentivo alla produzione di opere creative e allo stesso tempo favorire la loro circolazione presso il pubblico, affinché chiunque potesse goderne. Non è nato certo per tutelare i profitti delle case editrici come qualcuno sostiene. E la migliore dimostrazione del ruolo di garanzia di questo istituto sta nel fatto che da sempre le biblioteche pubbliche esistono come alternativa alla distribuzione commerciale delle creazioni culturali. Per questo è nato un vasto movimento contro le storture del copyright, che ha preso di mira l’equo compenso sul prestito bibliotecario o i dubbi meccanismi della pubblicazione scientifica. Anche per questo è nata la Open Access Initiative: per garantire la libera fruibilità e circolazione dei prodotti della ricerca accademica finanziata con soldi pubblici, organizzandoli in archivi aperti liberamente accessibili e gratuiti. Oggi finalmente i ricercatori possono pubblicare una nuova generazione di riviste ad accesso aperto, in cui i costi sono coperti da meccanismi diversi dagli abbonamenti. Come il caso della Public Libray of Science – PLOS.

Contro la sorveglianza per la libera diffusione di sapere

L’insieme delle tecniche di controllo di Internet usate dai regimi autoritari è nota col nome di Peking consensus e indica l’origine di una forma di censura che si esprime a livello tecnologico con filtri informatici – ipfiltering, deep packet inspection, firewalle blocked proxy – e azioni come l’incoraggiamento alla delazione, le perquisizioni e i sequestri di computer non autorizzati ai cattivi netizens che, se non portano all’arresto, hanno comunque l’effetto di indurre conformismo e autocensura nella popolazione di Internet.

Per questo hacker etici e attivisti per i diritti umani hanno creato nel tempo strumenti per aggirare la censura dei governi e potenziare privacy e anonimato – software come il PGP, reti di server come Tor, o le Freenet – che possono essere usati per comunicare liberamente e accedere, senza essere scoperti, a contenuti bloccati o inaccessibili, nascondendo l’identità di chi vuole leggere e scrivere in rete senza temere ritorsioni. Perciò gli attivisti del progetto Tor lavorano incessantemente a migliorare e diffondere i loro software, ottenere fondi e aumentare il numero di server necessari a superare le muraglie tecnologiche degli stati canaglia. Tor è gestito da volontari di tutto il mondo e anonimizza la navigazione internet nascondendo la localizzazione fisica di chi lo usa, sia durante una semplice navigazione web che con client di instant messaging, e altre applicazioni basate sul protocollo base di Internet, il TCP/IP. In questo modo i cittadini che vogliono denunciare la corruzione o il malgoverno, i giornalisti che vogliono proteggere se stessi e le loro fonti, coloro che comunicano da zone di guerra e le famiglie che vogliono proteggere i propri figli possono farlo garantendosi un adeguato livello di anonimato: nessuno in Internet saprà se sei un cane e dove sta la tua cuccia.


Resistenza

Gli attivisti sanno bene che nella società digitale si è ampliato a dismisura il ruolo dei media e della comunicazione e sono coscienti che lì dove c’è comunicazione, produzione di sapere e di discorso, lì c’è il potere. Un potere nomadico, che non risiede in strutture stabili e definite e che non è una struttura che si conserva e può venire annientata, ma un sistema di relazioni che decide di volta in volta chi ha potere di parola e chi no, determinando l’agenda setting – ciò di cui si parla e che richiede il formarsi di un’opinione – dando un ruolo cruciale agli stregoni della notizia – gli spin doctors – e che determina nuove forme di esclusione rendendo i saperi inaccessibili. Proprio oggi che la mancanza di accesso al sapere e alla comunicazione equivale sempre di più all’esclusione dal lavoro e dai diritti.

È in questo rapporto fra il potere e la comunicazione che va sviluppata la nostra critica. La produzione controllata di sapere oggi è tutt’uno con la condizione di assoggettamento dei nuovi schiavi della comunicazione che svolgono vecchie e nuove professioni: nella formazione, nel giornalismo, nelle pubbliche relazioni, nel marketing e nella pubblicità, siano essi designer, copywriter, fotografi, registi, o che lavorino negli uffici stampa, nell’editoria cartacea e nelle professioni Internet.

E’ irreggimentando i comunicatori che la comunicazione e la cultura asservite alla logica spettacolare dei media diventano subalterne all’audience intesa come fonte di profitto. E’ con il ricatto della precarietà che si produce conformismo e censura preventiva.

Non c’è bisogno di essere marxisti per capire che la comunicazione è una merce che foraggia il sistema dei media che fa vendere le merci, con tutto quello che ne consegue: omologazione verso il basso dei gusti e dei comportamenti, contaminazione dei generi, produzione di consenso.

Che fare? Anzitutto prendere coscienza di questa situazione, non considerarla ineluttabile, ma collegarsi, connettersi, resistere. Come? Mobilitandosi. Sul web e fuori. Nelle scuole e nei centri sociali. Attraverso l’auto inchiesta, con la ricerca, per comprendere come la comunicazione sia fabbrica e recinto e che a dispetto della grande disponibilità di mezzi per comunicare si comunica poco e male. Perché manca quell’aspetto di tessitura relazionale, di costruzione collettiva del significato che è l’essenza della comunicazione.

Poi però la parola deve passare alla politica che deve essere capace di fare proposte nette, come quella di un reddito garantito per gli intermittenti dello spettacolo, come quella di facilitare l’accesso alle professioni dell’informazione ridiscutendo il ruolo degli ordini professionali, o studiando un sistema di ammortizzatori sociali per arti, mestieri e professioni che sono per natura basati sull’apprendimento continuo e si ricreano incessantemente nei circuiti della relazione sociale.

Altro che riduzione di stipendio, libertà di licenziare e guerre fra poveri: è tempo di chiedere più tempo, più soldi, più diritti per chi lavora nella produzione di cultura e comunicazione.

Sabotaggio

“Nella gara tra segretezza e verità vincerà sempre la verità”. Ma la verità, come la libertà, per gli hacker è un concetto binario: o c’è o non c’è. Questo è quello che credono molti sostenitori italiani di Wikileaks. La galassia hacker coagulata intorno a Wikileaks lo fa in omaggio al noto adagio dell’etica hacker “information wants to be free”. “Wikileaks è diventato un baluardo dell’informazione, non perché senza macchia e senza paura, ma perché difende il diritto fondamentale di rendere trasparenti notizie che contribuiscono a formare l’opinione pubblica”.

Alla spy story di Assange si poteva reagire in molti modi diversi, e gli hacker italiani ne hanno scelti due. Il primo è stato supportare l’operazione Payback attaccando i siti che hanno provato a togliere il terreno sotto ai piedi del progetto trasparenza di WL – Amazon, eBay, le Poste svizzere. Il secondo tipo di strategia è stato quello di replicare le informazioni di Wikileaks all’infinito come hanno fatto hacker e attivisti italiani riuniti intorno a Indymedia facendone un mirror o creando sistemi simili ma decentrati come Openleaks e Globaleaks.

I guerriglieri della libertà non dormono mai.

Arturo di Corinto

tratto da http://www.sinistrainrete.info

24 aprile 2012

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 25 Aprile 2012 10:54

Informazione e manipolazione sulla "crisi siriana"

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siria_protesteLa partita che si sta consumando dentro e intorno alla Siria è l'ennesimo capitolo di una contesa geo-strategica e geo-politica di lungo corso, dove il popolo siriano fa le veci dell'agnello sacrificale e l'"opinione pubblica" occidentale (quest'assente, ma soprattutto cos'è?!) l'utile idiota di interessi calibrati e pensati molto in alto tra i loro (reali) dominatori (loro e di quel "resto del mondo" che da 50 non subisce solo brutte riforme e peggioramenti delle condizioni di vita ma guerre, bombardamenti e invasioni militari). 

Da più di un anno stiamo così assistendo al precipitare della situazione interna dello stato siriano, nei decenni scorsi famoso per l'immutabile "normalità" mantenuta col bastone dell'esercito e il lavorio costante dei servizi segreti interni ma anche da una redibistruzione dei proventi del transito del petrolio e dalle buone relazioni storiche con Mosca (una normaliità in fondo comoda anche al vicino nemico israeliano).

Dall'inizio di questa "Crisi" non manca settimana che i media occidentali non parlino delle "orribili violenze perpetrate dall'esercito contro la popolazione civile inerme". Senza escludere la brutalità del mantenimento dell'ordine entro uno stato fondato e mantenuto militarmente (ma con particolari concause storiche che andrebbero sempre tenute presenti), e senza vedere in Assad jr. il paladino di un nuovo e improbabile fronte anti-imperialista, bisogna rilevare senza tentennamenti che prove (perlomeno dubbi) di una profonda intromissione occidentale e qaedista (e sì, possono andare insieme, Libia docet) dentro lo sconcassamento attuale. Nessuno dimentica i massacri di Assad padre contro le città di Homs e Hama (non ci dimentichiamo neanche del massacro dei palestinesi a Tall-El-Azar se è per questo) ma è indubbio che diverse incongruenze su come ci vengono raccontati i fatti iniziano ad essere palesi. Già lo scorso anno diverse ricostruzioni alla moviola mostravano come alcuni video caricati su youtube di presunti scontri avvenuti in Siria, erano in realtà filmati di spari e repressioni consumate invero entro i confini israeliani. Ogni settimana sentiamo parlare di centinaia,  a volte migliaia di vittime civili, senza che nessuno mostri mai qualcosa di più di immagini mosse e dalla provenienza dubbia. E' vero che la fermezza siriana esercita una censura inmparagonabile con le "democrazie" occidentali ma è altrettanto vero che la media warviene costantemente praticata da queste ultime contro gli ostacoli di turno che l'Occideente intende abbattere. La "sollevazione" siriana ha seguito a catena le rivolte arabe dello scorso anno ma, a differnza di Egitto e Tunisia e similmente alla Libia, l'entità dello scontro si è subito misurata in termini miliatri, con armamenti copiosi e l'indubbia presenza di un'intenazionale jihadista. Bisogna tenere a mente anche le guerre balcaniche degli anni '90 e degli attori che vi presero parte, ricordandoci come lo smembramento di forti aggregati nazionali sia un interesse di lungo corso dell'imperialismo occidentale (specie in tempi di pesante dis-artciolazione causata dalla globalizzazione e dalla sua crisi recente). Stiamo attraversando una fase storica foriera di profondi e violenti cambiamenti. In questo divenire, ognuno gioca le sue carte. Una sana avversione per le tesi complottardedi chi vede dietro ogni sussulto politico-sociale nel terzo mondo la mando degli Stati Uniti non deve comunque farci dimenticare che anche questi soggetti sono all'opera, perseguono i loro fini e posseggono mezzi e capacità superiori alle nostre e dei tanti compagni che possiamo riconoscere in ogni rivolta contro l'assetto esistente. 

Notizie di arresti di decine di istruttori militari francesi e inglesi in territorio siriano vengono sistematicamente ignorate dai media di casa nostra. Bisogna fare lo sforzo di consultare l'informazione un po' più  est (Russia e Asia) per scoprire che questi fatti sono realmente accaduti. A questo proposito, publichiamo qui di seguito questo interessante contributo proveniente da alcuni italiani che vivono in Siria, circolato di recente in rete e ora pubblicato dal quotidinao della Cei (L'Avvenire). Non lo prendiamo per oro colato ma ci sembra interessante rilevare come le notizie di "massacri di cristiani" in giro per il mondo vengano spesso iper-mediatizzate anche in contesti molto più turbolenti e problematici mentre una loro testimonianza in loco da un paese in fondo molto più vicino venga bellamente ignorata.

tratto da www.infoaut.org

***

«I ribelli ci uccidono. L’esercito deve restare»

Viviamo in Siria da più di sette anni, amiamo questo Paese e il suo popolo. Ci sentiamo indignati e impotenti di fronte al tipo di informazioni che circolano in Europa e fanno opinione, sostenendo le sanzioni internazionali, una delle armi più inique che l’Occidente usa per tenersi le mani pulite e dirigere comunque la storia di altri popoli. Pulite fino a un certo punto: si moltiplicano le segnalazioni della presenza di personale militare inglese, francese (e di altri Paesi) a fianco degli insorti per organizzare le azioni di guerriglia, grave violazione internazionale che passa sotto silenzio.

Sono state raccolte firme e fondi per aiutare la “primavera” del popolo siriano.

Ma chi ha dato – in perfetta buona fede – offerte e sostegno della “liberazione” della Siria deve sapere che ha finanziato assassini inumani, procurando loro armi, contribuito alla manipolazione dell’informazione, fomentato una instabilità civile che richiederà anni per essere risolta. Sconvolgendo l’equilibrio in un Paese dove la convivenza era pane quotidiano. Perché intervenendo senza conoscere la realtà non siamo più liberi, ma funzionali ad altri interessi che ci manipolano.

Non è nostro compito fornire una lettura socio-politica globale della vicenda siriana, altri lo stanno facendo meglio di noi. E chi lo vuole davvero può trovare informazioni alternative. Noi ci limitiamo a raccontare solo ciò che i nostri occhi vedono, qui nel piccolo villaggio di campagna dove viviamo. E dove, quasi ogni notte, i soldati presenti nella piccola guarnigione che lo presidia sono attaccati. Sia dagli insorti presenti nella zona, sia da bande mercenarie che passano il confine siriano nel tentativo di sopraffare l’esercito e aprire un varco per il flusso di armi e combattenti. I militari rispondono? Certo, e la gente ne è contenta perché di armi e mercenari il Paese è già pieno.

Sta per scadere l’ultimatum per il ritiro dell’esercito, che qui nessuno – nel senso letterale del termine – vuole. La gente si sente sicura solo quando i militari sono presenti. Ormai le violenze compiute dai cosiddetti liberatori nelle città, nei villaggi, sulle strade, sono tante e così brutali che la gente desidera solo vederli sconfitti. Gli abusi sono continui: uccisioni, case e beni requisiti o incendiati, persone, bambini usati come scudi umani. Sono i ribelli bloccare le strade, a sparare sulle auto dei civili, a stuprare, a massacrare e rapire per estorcere denaro alle vittime? Invenzioni? La notte del Venerdì Santo, non lontano da dove abitiamo, hanno ucciso un ragazzo e ne hanno feriti altri due: tornavano alle loro case per celebrare la Pasqua. Il ragazzo morto aveva 30 anni ed era del nostro villaggio. Non sono i primi tra la nostra gente a pagare di persona. Ormai prima di spostarsi a fare la spesa o anche solo per andare a lavorare ci si assicura che l’esercito controlli la zona. Anche a noi è capitato di trovarci bloccati dalle sparatorie per tre ore in un tratto di autostrada e siamo riusciti a ripartire solo quando si è formato un corridoio di carri armati che proteggevano gli automobilisti in transito dai tiri dei rivoltosi.

Perché di tutto questo non si parla? Perché non si parla dei tanti militari assassinati in vari agguati, gli ultimi ieri ad Aleppo? Sono tanti i drammatici esempi che potremmo citare. Il fratello di un nostro operaio, tenuto prigioniero a Homs dai ribelli insieme ad altri civili, è ormai considerato morto, due padri di famiglia del nostro villaggio sono stati sempre a Homs dai rivoltosi perché compravano e distribuivano pane a chi era rimasto isolato. La questione che qui, però, ci preme sottolineare e per la quale invitiamo tutti a mobilitarsi è quella delle sanzioni internazionali. Chi sta pagando e pagherà ancora di più fra poco, è la gente povera.

Non c’è lavoro, non ci sono le materie prime e le esportazioni di prodotti locali, come bestiame e uova, sono ferme. Quel poco che c’è, poi, si vende a prezzi esorbitanti.

Tra le principali urgenze c’è quella del latte per i bambini. I prezzi dei cartoni sono raddoppiati, passando da 250 lire siriane a 500 (la paga giornaliera di un operaio è di 7-800 lire). Scarseggia il mangime per il bestiame: le poche confezioni disponibili sono passate da 650 a 1850 lire. Mancano i medicinali specialistici, scarseggia l’elettricità perché i ribelli hanno fatto saltare più volte le centrali e le linee di conduzione. Non c’è gasolio (e l’inverno è stato molto freddo quest’anno), perché la Siria non può più esportare il suo greggio in cambio di petrolio raffinato. I trattori quindi sono fermi e non si può lavorare la terra. Sono bloccati perfino i camion che prelevano la spazzatura. Ci sono problemi con l’acqua perché le pompe funzionano col gasolio. Il nostro villaggio e quello vicino – che condividono lo stesso pozzo – hanno acqua un unico giorno alla settimana e solo per 3-4 ore. Si rischia una vera carestia per l’avvenire: presto mancherà il grano e quindi anche il pane, il solo alimento che, per ora, il governo riesce a distribuire a un prezzo calmierato, anche ai più poveri. E poi si protesta perché la Croce Rossa non può portare aiuti. È possibile arrivare a sanzionare addirittura l’importazione di pannolini per i lattanti?

Tutto questo è profondamente ingiusto. Non si è riusciti a rovesciare il governo con le armi, lo si vuole fare esasperando la gente. Certo, è proprio questa la logica delle sanzioni. Quando, però, una grande maggioranza della popolazione – che piaccia o meno – non vuole un cambiamento violento della situazione, tale sistema diventa una vera sopraffazione. Chiediamo con forza a chi può fare qualcosa di sospendere le sanzioni e di intervenire. Che la nostra tanto osannata democrazia si dimostri capace di servire il vero bene del popolo.

 

Un gruppo di italiani che vive in Siria

(Testo raccolto da Giorgio Paolucci)

Pubblicato su: http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/i-ribelli-ci-uccidono.aspx
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Yes we Kony! (parte 1)

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Kony 2012 è un mediometraggio prodotto dall'ONG Invisible Children e immesso sulle piattaforme comunicative globali il 5 marzo 2011. Il proposito di questo video è quello di attirare attenzione sull'esistenza e le attività del Lord Resistence Army, una formazione guerrigliera ugandese guidata da Joseph Kony ed attiva nello stato centrafricano fin dal 1986. Il video, con più di cento milioni di visualizzazioni in meno di un mese, è stato un successo su scala planetaria, fino a diventare il più grande fenomeno virale della storia di Internet. Ad un mese dalla sua pubblicazione, ed a pochi giorni dal rilascio della sua seconda parte, cominciamo a condividere su Infoaut una serie di riflessioni con cui inquadrare questo evento.

kony2012In un suo recente intervento su “Internazionale” («La strada dell'inferno è lastricata di video») il giornalista statunitense David Rieff, facendosi interprete di una critica largamente diffusa in merito al fenomeno Kony 2012, ha sostenuto che il video, girato dall'attivista dell'ONG Invisible Children (IC) Jason Russell, sia una «visione puerile del mondo», «non dica la verità» e pecchi di un eccesso di semplificazione.

Questo pare l'aspetto meno significativo di tutta la vicenda. È dagli anni '90 infatti che la sfera pubblica, dal giornalismo alla comunicazione politica, è soggetta ad un processo entropico dove, nella costruzione di una notizia, i criteri di verificabilità hanno lasciato spazio a quelli della spettacolarità. Kony 2012 ne è solo l'ennesimo prodotto: con il suo impianto narrativo soft, la sua fotografia hollywoodiana, la sua costruzione di un personaggio politico basata su una rappresentazione morale e dicotomica del mondo e la sua capacità di riprodurre attenzione ma non capacità cognitiva rappresenta lo standard de facto delle tecniche odierne di comunicazione politica. Jason Russell ne ha semplicemente interpretato i dettami alla perfezione ed ha scatenato una tempesta nell'ambiente mediatico globale. All'interno di un ecosistema che produce impulsi sensoriali confusi per via dell'overloading informativo, la campagna “Stop Kony”, anche in virtù della sua capacita persuasiva fondata proprio su un processo di riduzione della complessità sociale che traccia una netta linea di demarcazione tra sfere morali, è diventata una bussola di senso comune per milioni di persone. Questo a nostro avviso è il dato di partenza da cui avviare una riflessione. Non le invettive sull'ipersemplificazione o il paternalismo della retorica di IC, che pur essendo condivisibili ad un livello esteriore, non solo non scalfiscono nemmeno in superficie il potente costrutto simbolico di Kony 2012 ma neppure sembrano interrogarsi su come esso sia diventato il più grande fenomeno virale nella storia di internet.

«Yes we Kony!» recitava il titolo di un articolo pubblicato qualche giorno fa su Global Voices. Una sintesi perfetta che, clausewitzianamente parlando, allude tanto alla logica quanto alla grammatica sottese alla campagna lanciata da IC il 5 marzo. Un grande momento di public diplomacy statunitense 2.0 mediato dai social network della Silicon Valley, operato attraverso un sapiente uso delle tecniche di guerriglia e viral marketing e degli immaginari da esse evocati. Partiamo da quest'ultimo aspetto.

Costruire l'emozione

«Il più grande desiderio dell'umanità è quello di appartenere ad una comunità e connettersi. Oggi ci vediamo reciprocamente, ci sentiamo reciprocamente. Diffondiamo ciò che ci piace e questo ci ricorda quanto abbiamo in comune. E questa connessione sta cambiando il modo in cui funziona il mondo.»

(tratto da Kony 2012)

Tradizione, affetto ed abitudini trasmesse con il tempo. Ma anche storia, speranza ed utopia. Flashback di un passato senza tempo ed orizzonti di un futuro finalmente migliore. Tutti elementi che toccano le nostre corde più profonde e che attraverso fattori materiali, che sono anche fattori di comunicazione, possono essere intrecciati per creare connessioni e legami sociali, modellare dimensioni di appartenenza artificiali e comunità immaginate. Un capitale preziosissimo da spendere con lungimiranza nel mercato politico come effettivamente è avvenuto all'alba del secolo dei nazionalismi. Ma dal “risveglio delle nazioni”, passando per l'invenzione della colazione all'inglese (una trovata dei pubblicitari d'oltremanica per vendere prodotti di massa al pubblico nel secondo dopo guerra) fino al famoso spot della Apple del 1984, il passaggio di testimone si è ormai consumato. E la manipolazione di elementi simbolici condivisi – in passato appannaggio della tradizione collettiva, di letterati, storici e uomini politici – è oggi monopolio degli esperti di marketing che l'hanno saputa trasformare in una miriade di tattiche per veicolare scelte elettorali o di consumo legate alla sfera affettiva. L'emozione, sia quella legata ad una dimensione privata sia quella connessa agli immaginari collettivi attraversati da utopia e desiderio, è posta al centro di questo processo e funge da collante sociale.

Kony 2012 è innanzi tutto questo.

Un gioiellino di maketing, che trasmette tecnologicamente un sentimento di autenticità in grado di scuotere lo spettatore. Il suo incipit delimita un esteso campo di tensione narrativa ai cui estremi si collocano i caratteri ancestrali dell'uomo come animale sociale legato ad una comunità e lo spasmo del presagio di un mondo ideale. Lo scorrere delle immagini alterna sapientemente elementi legati alla tradizione (il richiamo alla comunità ed alla famiglia come suo nucleo e i codici emozionali peculiari della relazione padre-figlio in cui lo spettatore viene calato) ad altri che alludono ad una rottura con il passato. Una struttura narrativa simile a quella della favola dove il messaggio, posto su un piano morale e collocato in un contesto politico turbolento, si richiama ai valori fondamentali dell'esistenza ed assume connotati anticonformisti e rivoluzionari. Kony2012 in questo senso tratteggia il più classico degli scenari utopistici per costruire emozione: rappresenta l'ascesa di una classe emergente portatrice di nuovi valori e pratiche in un mondo in transizione. E par farlo mobilita e condensa tutti gli immaginari che negli ultimi anni, a ragione o a torto, di questa transizione sono i protagonisti.

La speranza del change obamiano delle presidenziali del 2008, trasposto idealmente nelle parole d'ordine e nelle rappresentazioni iconografiche di Jospeh Kony; le rivolte arabe rappresentate nei primi minuti del filmato come segnale tangibile di un cambiamento che ha spazzato via governi e dittatori che sembravano irremovibili dagli scranni che la storia aveva assegnato loro;

il 99% di Occupy Wall Street e le sue pratiche (come quella del megafono umano) riproposte quali espressioni diffuse di lotta, partecipazione e solidarietà distribuite ed in grado di esercitare pressione su una compagine politica bipartisan, “costretta” finalmente a piegarsi alla volontà popolare ed a farsene rappresentanza, esaudendone le richieste; ed infine l'ideologia 2.0 con la sua promessa di empowerment dell'individuo raggiunge il suo zenith: un click di mouse, un'idea, un'informazione condivisa in rete generano dimensioni di appartenenza ed azione collettiva che deviano il corso della storia.

Sono queste le forme significanti che vestono l'evento di Kony 2012: interstizi emotivi, immaginari positivi di rottura delle norme sociali consolidate messi in contrapposizione con la rappresentazione distopica e mondimensionale di Joseph Kony. Il suo personaggio ha le fattezze dell'orco malvagio (l'antagonista per eccellenza nella cultura popolare) che nel cuore della notte rapisce tenere creature innnocenti strappandole al calore della famiglia ed alla spensieratezza dell'infanzia. La figura del comandante del Lord Resistance Army (LRA) viene accostata a quella di Adolf Hitler ed Osama Bin Laden, rispettivamente nemesi politica occidentale novecentesca e icona del brand del terrore globale, sinonimi di autoritarismo retrogrado, fanatismo religioso ed arretratezza culturale.

Lo scontro simbolico che si produce all'interno del filmato allora è una trasposizione di una lotta epica tra bene e male, della battaglia del nuovo che si impone sul vecchio. Ed è uno scontro a cui lo spettatore non può assistere passivamente ma deve prendere parte in quanto membro di una “comunità globale” - unita dalla condivisione dei più elementari “diritti umani” e mediata dai social network digitali – mobilitandosi in rete ed in strada per spezzare l'incantesimo, stanare l'orco dalla sua grotta e consegnarlo alla giustizia.

Si può scatenare il proprio desiderio di cambiamento ed entrare in azione affinché gli invisible children possano tornare all'abbraccio delle loro famiglie (e tutti possano vivere felici e contenti) in pochi passi. Basta firmare una petizione on-line segnalando la propria casella di posta elettronica oppure è acquistare per 30 dollari l'“action kit”: una scatola contenente il merchandise della campagna “Stop Kony 2012” da distribuire.. anzi, con cui colpire le strade. Last but not least: condividere il video in rete grazie agli strumenti di mass-self comunication di cui tutti oggi dispongono.

Militanza politica a portata di mouse e di qualsiasi portafoglio. Fare la storia non è mai stato così facile.

Distribuire l'emozione

Kony 2012 è riuscito ad intercettare la sfera emotiva di un pubblico di centinaia di milioni di persone ad ogni latitudine del pianeta, fino ad imporsi nei network di comunicazione globale in quanto nuova porzione dello spazio pubblico prodotta da una catalizzazione delle emozioni (anche grazie ad un vocabolario traslitterato da quello delle rivoluzioni politiche degli ultimi anni) che ha unificato affettivamente la società.

All'interno di questo spazio creato artificialmente, le idee e le merci veicolate dalla campagna ideata da Jason Russell sono diventate irrinunciabili. In poco più di due settimane IC ha raccolto qualcosa come 30 milioni di dollari grazie alla vendita degli action kit. Il filmato di Kony 2012, caricato su diverse piattaforme di video streaming è stato visualizzato fino a questo momento da più di cento milioni di persone. Infine nei suoi momenti di punta l'hashtag #StopKony è stato twittato con una frequenza di 12000 volte ogni dieci minuti.

Come è stato possibile tutto questo?

L'auto-replicazione del video in rete non può essere imputata esclusivamente al suo contenuto. Bisogna andare più in profondità, guardare ai media che ne hanno stimolato la veicolazione e tenere presente come la campagna Kony 2012 è stata organizzata su diversi livelli: sia attraverso l'impiego delle tecniche fondamentali del marketing virale e del guerrilla marketing sia attraverso un'azione efficace su Twitter, dove i promotori si sono mimetizzati nel flusso caotico delle informazioni, producendo e facendo circolare impulsi comunicativi mirati, con l'obbiettivo di evocare uno sciame di utenti, organizzarne la spontaneità ed indirizzarne la direzione.

Primo livello. Kony 2012 non è un fenomeno che nasce in internet il 5 marzo ma è stato preceduto da una lunga fase di gestazione segnata dal presidio di social network e luoghi pubblici ritenuti strategici. Fin dal 2003 infatti IC ha intessuto un'estesa rete di contatti in scuole, università e chiese statunitensi (fra i suoi maggiori foraggiatori troviamo il Discovery Institute o The Call assieme ad altre organizzazioni omofobe e creazioniste della destra cristiana). L'ONG è riuscita a raccogliere finanziamenti e ad assemblare reti digitali e reali di comunicazione, promuovendo meeting, raduni ed incontri faccia a faccia in importanti nodi fisici dei network che innervano e mettono in connessione la società.

Secondo livello. Queste reti preesistenti sono state tutte attivate simultaneamente al momento del lancio della campagna. I primi a muoversi sono stati gli account Twitter che fanno direttamente riferimento ai fondatori di IC o che sono fortemente coinvolti nell'attività dell'organizzazione. A ruota hanno seguito altre comunità presenti sulla piattaforma di micro-blogging. Dall'analisi di Gilad Lotan sui meccanismi virali innescatisi intorno a Kony 2012 emerge in modo inequivocabile come tali comunità siano geograficamente collocate in città medio-piccole del sud degli Stati Uniti (in cui IC è evidentemente radicata) e composte principalmente da teen-ager appartenenti all'associazionismo cristiano . Inoltre secondo i dati di YouTube il video è stato visualizzato principalmente attraverso smartphone ed ha fatto breccia all'interno della “Facebook generation”: una componente giovanile compresa tra i 13 ed i 18 anni, un target di “nativi digitali” che è il vettore ideale per una diffusione attiva del suo contenuto sui social media.

Terzo livello. Attraverso il sito ufficiale di Kony 2012 gli utenti sono stati incoraggiati ad interagire su Twitter con diversi “policy makers”. Ma soprattutto con i ben più popolari ed influenti “culture makers”: personaggi del mondo dello spettacolo, presentatori televisivi, attori e musicisti. Bastava un click su www.kony2012.com per generare in maniera automatica 140 caratteri con cui chiedere supporto alla propria star del cuore. Attraverso quest'interfaccia ultrasemplificata per l'engagement con l'obbiettivo/popstar centinaia di migliaia di persone hanno generato veri e propri tweet storm richiamando così l'attenzione di nove celebrità.

Quando queste per non deludere i loro fans hanno deciso di spendersi per pubblicamente a favore della campagna Stop Kony, facendo pesare tutto il loro capitale reputazionale, i giochi erano fatti: Kony è stato nominato! Il video ha cominciato ad diffondersi viralmente senza bisogno di alcun tipo di regia. I focolai di contagio sono aumentati a dismisura e si sono manifestati in ogni ganglio del sistema comunicativo globale. I media mainstream (televisioni, radio e quotidiani) hanno coperto l'evento sia per la sua estensione eccezionale, sia per le polemiche che cominciavano a circondarlo, sia perché altre celebrità ancora decidevano di darsi al band wagoning, salendo sul carro dei vincitori pur di guadagnarsi i loro 5 minuti di visibilità. Il video è stato sottotitolato in decine di idiomi ed ha sfondato qualsiasi barriera linguistica grazie al lavoro volontario di migliaia di utenti. La Casa Bianca ha espresso in una conferenza stampa ufficiale il suo supporto per la campagna in difesa dei bimbi soldato ugandesi. Anonymous ha lanciato l'operazione Kony 2012 contro il leader dell'LRA. Le iniziative di solidarietà e supporto ad IC hanno cominciato a spuntare come funghi in università e scuole dentro e fuori gli Stati Uniti.

Non può allora non saltare all'occhio come uno dei messaggi principali della campagna Kony 2012 sia proprio il medium che l'ha promossa. Ha creato un'atmosfera di interazione positiva tra milioni di utenti che si sono interessati alla vicenda, mettendoli in connessione tra loro, creando una massa critica con cui colpire l'opinione pubblica internazionale e richiamando la copertura del mainstream. Chi vi ha partecipato ha avuto la percezione che l'agenda setting venisse fissata dal basso. Ancora una volta internet è stata raccontata come l'architettura di nuove forme di democrazia e partecipazione ed anche da questa narrazione la campagna di IC ha tratto legittimità, consenso ed attenzione (tra l'altro l'unico bene soggetto al principio di scarsità nell'economia digitale). La vera domanda ora è: in che modo verrà speso questo capitale accumulato?

Una risposta esaustiva non può essere ancora formulata.

Certo non si può non tenere in conto che il 21 marzo un gruppo bipartisan di 34 senatori del Congresso ha promosso una risoluzione di condanna nei confronti di Jospeh Kony e del LRA , dichiarando la necessità di aumentare gli sforzi militari in Uganda.

Certo non si può non tenere in conto che il 23 marzo l'Unione Africana ha mobilitato 5000 uomini per intensificare la caccia a Joseph Kony e dare maggior supporto al contingente statunitense inviato da Obama in Uganda ad ottobre 2011.

Certo non si può non tenere in conto che l'Africa Centrale rappresenti uno dei principali terreni strategici di scontro tra Cina ed Usa in ambito politico, energetico, commerciale, culturale e mediale.

Certo non si può non tenere in conto che è dal 2009 lo staff della Clinton, grazie alla collaborazione dei giganti della Silicon Valley prosegue un incessante lavorio di arruolamento e connessione tra ONG (ed IC è una di queste) che proprio nei social media a stelle e strisce individuano uno strumento di lotta contro le politiche di regimi invisi a Washington (e d'altra parte questi stessi social media vengono considerati ai piani alti del dipartimento di Stato come un canale di penetrazione culturale, politica e commerciale).

Non sembra azzardata una considerazione. Kony 2012 è stata un'operazione di guerriglia marketing dentro un'operazione di guerriglia marketing. Essa ha sfruttato (e sta continuando a sfruttare) la cooperazione comunicativa innescata da soggetti non immediatamente riconducibili a specifiche logiche politiche. Il vero brand sponsorizzato su scala planetaria non è stato (o almeno non solo) quello di IC ma quello del softpower statunitense e delle sue sue rinnovate pretese egemoniche a forma di network.

(...continua)

InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

4 aprile 2012

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Adolescenti nude sotto il Tirreno. L'eccitazione per lo schema masochistico della notizia in viale Alfieri

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tirreno_primapagina_04-04-2012_tagliatoDa tempo Senza Soste denuncia la concezione turbata della sessualità in cui versano i giornali del gruppo Espresso, in generale, e Il Tirreno in particolare. Un ruolo di denuncia da servizio pubblico che si rende tanto più importante nel momento in cui il sistema socio-sanitario livornese è regredito, quello formativo è in declino e le aggregazioni di massa stentano a produrre comportamenti diffusi sereni e liberatori.

Il danno all'ecologia della mente sul territorio, in questo scenario, è quindi enorme. In una città ansiosa rispetto alla crisi e impaurita nei confronti del futuro, il Tirreno svolge un ruolo di "regolatore" della parola pubblica sulla sessualità locale con una espressività indiscutibilmente perversa.

Tra gli schemi che il Tirreno abitualmente applica nelle notizie, per garantirsi questo ruolo, ce ne sono tre che sono emersi in articoli recenti. Si tratta dell'atteggiamento censorio e turbato nei confronti della sessualità degli adolescenti, del frasario ansiogeno sulla proliferazione di immagini autoprodotte riguardanti la sessualità, della riproposizione dello schema masochistico di eccitazione come codice di chiusura degli articoli.

Guardiamo un paio di produzioni recenti de Il Tirreno: prima pagina nazionale e locale e locandina dedicate alla produzione, diciamo non autorizzata, di immagini di adolescenti nude sotto la doccia. Segue ampia descrizione della preoccupazione delle famiglie delle adolescenti, e delle ragazze, per il fenomeno. Non manca la descrizione ansiogena dell'elemento tecnologico, la capacità di riprodurre immagini di nudo in ogni momento. Negli adolescenti di oggi, corpi e menti della società delle immagini, la riproduzione digitale della sessualità è però una prassi normale, consolidata e tecnologicamente pervasiva. Se poi si vogliono aiutare su questo piano gli adolescenti, a livello di discorso pubblico, la prima prassi da utilizzare è la distanza clinica unita alla sdrammatizzazione. Nella sessualità adolescenziale, ancor più che negli adulti, la sovrapposizione di elementi ansiogeni, è causa di ogni genere di disturbo più dello stesso fatto perturbativo. L'effetto eco, insomma.

Siccome al Tirreno sono geniali il fatto delle foto scattate alle ragazze viene invece elevato ad evento di primo rango come quando esplode una palazzina: prima pagina nazionale, locale e locandina. Immaginate l'effetto ansiogeno prodotto per queste ragazze, le famiglie, e le reti di parenti e amici vicine a questi soggetti. Si tratterà di un effetto dilatato come la pupilla di qualcuno in preda a droghe pesanti.
Ma guardiamo più in generale allo schema cognitivo complessivo che applica il Tirreno per la sovraesposizione di questo fatto. Si tratta di uno schema classicamente perverso. La perversione è infatti l'elevazione a chiave di attenzione irresistibile di un particolare, un dettaglio nel quale si stampano e si mescolano ansia, piacere ed esibizione (a vari livelli). Il particolare delle foto genere "adolescenti nude sotto la doccia" viene così trasformato in notizia proprio poggiando sull'attenzione provocata dal potenziale perverso del dettaglio facendo leva sulla pulsionalità emotiva che questo contiene. Proprio un bel servizio pubblico alle ragazze e alle famiglie. Ma è ancora peggio se si va a vedere lo schema generale di chiusura della notizia, quello che pretende di dettare un senso e uno schema di valori all'intero territorio. Immancabilmente nel Tirreno questo schema generale è dettato dal retroterra pulsionale dell'eccitazione tipico dello schema masochistico. Nel masochismo, che ha una pluralità di forme espressive non necessariamente violente, l'elemento di turbamento è infatti risolto, in un modo o in un altro, dall'intervento di una autorità. Nella trama pulsionale degli articoli del Tirreno, l'elemento di turbamento, minuziosamente descritto e dilatato secondo uno schema perverso di fissazione sul particolare, trova sempre immancabilmente un intervento risolutorio delle autorità. Paternali, camici, divise.

E che lo schema di formazione di questo genere di notizia sia masochistico, e non una nostra sovrapposizione di generi, ce lo rivela un altro articolo. Quello sull'arresto di un quarantenne che si masturbava in treno. La dettagliata descrizione della masturbazione del quarantenne sul sedile, interrotta dall'arresto in flagranza, rivela proprio il classico elemento masochistico in cui la rappresentazione del piacere è subordinata all'intervento dell'autorità. Che ha quindi il potere di prolungare il piacere o di interromperlo. Costruendo queste notizie ci si può anche nascondere dietro il diritto all'informazione, puntualmente negato su fatti vitali per il territorio, ma non si può omettere lo schema pulsionale che sta sotto la notizia e grazie al quale si spera di venderla ai lettori e agli inserzionisti pubblicitari.

Con questo non si intende negare la dimensione pulsionale presente nell'informazione (che esiste più di quanto si pensi comunemente). Ma sottolineare come l'uso di schemi ansiogeni, perversi, esibizionistici e masochistici sia ampio nella costruzione di questo tipo di informazione. Creando una dimensione amplificata di ansia nei soggetti interessati alla notizia e alterando l'ecologia della mente del discorso pubblico livornese con la costruzione di zone privilegiate di perversione.

Da tempo sosteniamo infine che il Tirreno è incompatibile con un sistema di comunicazione politica di un territorio che guarda al futuro. Il tempo ci rivela però che questa sorta di kombinat di luoghi comuni, in forma di notizia, tende anche a produrre potenziali e seri danni nella psiche collettiva dei livornesi. Mai infatti abbiamo parlato a caso del Tirreno come Chernobyl culturale di Viale Alfieri.

(red) 4 aprile 2012

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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Aprile 2012 00:13

Il mito infranto di al Jazeera

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al_jazzeraRoma, 17 marzo 2012. La molto mitizzata al Jazeera perde pezzi. A causa della sua copertura faziosa della crisi in Siria e anche della crisi nel piccolo Bahrain, una primavera araba che non fa notizia. Alcuni membri di primo piano dell’ufficio di Beirut della tv qatariota hanno annunciato le dimissioni o si sono già dimessi, secondo quanto riportato dal quotidiano libanese al-Akhbar.

Il «managing director» dell’ufficio di corrispondenza di Beirut, Hassan Shaaban, una settimana fa ha anticipato che se ne andrà, dopo che il corrispondente di al Jazeera Ali Hashem e il producer Mousa Ahmad se n’erano andati. Tutti in segno di protesta per i servizi giornalistici (e le censure), sugli avvenimenti in corso «nella regione araba» e in particolare in Siria e Bahrain.

Secondo quanto riporta il giornale, Ali Hashem ha preso la decisione dopo che al Jazeera «ha rifiutato di mostrare foto che lui aveva scattato in Siria di fighters armati impegnati in scontri con l’esercito siriano a Wadi Khaled». L’emittente, al contrario, «lo ha ripreso come fosse uno shabeeh», ossia un membro delle temute milizie pro-Assad. Sempre Ali Hashem si era infuriato per il rifiuto opposto da al Jazeera di coprire la repressione ordinata dal re del Bahrain contro i manifestanti che chiedono (pacificamente) quello stesse riforme democratiche pretese dall’opposizone siriana.

Nel Bahrain, il giornale fa dire a Ali Hashem, «noi vediamo scene di gente massacrata dalla macchina repressiva del Golfo, ma per al Jazeera, l’unica parola possibile è il silenzio». Idem il producer dell’ufficio di Beirut, Mousa Ahmad, che protestava perché al Jazeera aveva «totalmente ignorato» il recente referendum promosso da Assad sulle riforme costituzionali del regime (fine del regime monopartitico del Baath e limiti di tempo ai mandati presidenziali), che pure aveva visto la partecipazione del 57% del corpo elettorale.

Il mito di al Jazeera, «la Bbc del Medio Oriente», era già andato in pezzi durante gli otto mesi della guerra civile libica, in cui il Qatar, con soldi, soldati e potere di fuoco mediatico, aveva combattuto sfacciatamente a fianco degli insorti anti-Gheddafi.

Il giornalista Afshin Rattansi, che ha lavorato per al Jazeera, dice che «sfortunatamente» questa tv, che aveva cominciato «rivoluzionando» l’informazione nel mondo arabo, è diventata «la voce monocorde della posizione anti-Assad del governo qatariota». Rattansi rende omaggio «al coraggio di quei giornalisti che dicono: “Attenzione, non è così che noi dovremmo coprire questo tema perché lì in mezzo c’è gente di al Qaeda che si muove”. Il modo con cui al Jazeera ha coperto la storia della Siria è completamente unilaterale».

Un giudizio condiviso anche da Don Debar, giornalista e militante contro la guerra, anche lui un passato in al Jazeera: nelle sue prese di posizione l’emittente è stata «pesantemente» guidata dal governo del Qatar. «E’ così dall’aprile 2011, dice Debar. Il capo del bureau di Beirut se ne va e molta altra gente se ne va a causa della copertura faziosa e della mano pesante del governo qatariota nel dettare la linea editoriale sulla Libia prima e sulla Siria adesso».

Tratto da Nena news

1 aprile 2012

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