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COMUNICAZIONE E MEDIA

I soldi per l'editoria e la demagogia del Fatto

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I soldi spesi per le idee, per il confronto delle idee, e per la cultura sono una parte rilevante del nostro welfare. Della nostra democrazia. Lo ha capito anche Occupy

giornali_stracciatiUn'addizione che dà sempre zero. Tre notizie - diverse, diversissime fra di loro - il cui risultato, però, è sempre lo stesso: una sinistra ridotta ai minimi termini. Una sinistra, quella italiana, ridotta a zero. Tre notizie, allora, distanti anni luce l'una dall'altra. Lontane anche dal punto di vista temporale. La prima è quella che si puo' leggere anche nelle grandi testate nazionali in questi giorni. Dopo vent'anni di (più o meno) "onorata carriera", chiude Liberazione, l'organo ufficiale di Rifondazione. Chiude perche' ad oggi non si ha nessuna certezza sull'entità del finanziamento pubblico ai "giornali di idee", categoria che raggruppa qualcosa come cento testate. Dalla cooperativa del Manifesto al giornale della curia vicentina. Passando per il magazine che si occupa delle razze equine. Chiude perché i fondi sono stati quasi azzerati, anche se - proprio ai giornalisti di Liberazione - il sottosegretario Malinconico ha promesso che un po' di soldi alla fine li troverà, ma saranno distribuiti con criteri diversi da quelli adottati fino ad ora. Colpa di Monti, allora, del suo governo, dei suoi tagli. Ma anche colpa dell'editore, il partito della Rifondazione, che ha preso la palla al balzo e ha chiuso una "bottega" nella quale non aveva mai creduto molto. Senza voler neanche discutere coi rappresentanti dei lavoratori soluzioni alternative. Ora la redazione è occupata dai giornalisti e dai tipografi. E al giornale, arrivano molte e-mail di solidarietà, da parte del variegato mondo della sinistra. E-mail che il comitato di redazione si premura di pubblicare, puntigliosamente sul sito. E-mail che inducono lo stesso però a qualche riflessione. Perché tutte - dicasi proprio tutte tutte - usano la stessa frase, le stesse parole: la testata non deve chiudere "perché è una delle poche a raccontare le lotte". Lotte sociali, vertenze di fabbrica. Parole di circostanza forse, magari anche un po' retoriche. Ma in ogni caso non vere: perché tutti - anche qui: proprio "tutti tutti", compreso l'attuale gruppo dirigente di Rifondazione - ormai hanno capito che le "lotte" non si raccontano con un articolo di sessanta righe. Che si chiude, sistematicamente, con la dichiarazione del dirigente di turno. Oggi le lotte si raccontano da sole. Si "narrano" da sole, per usare una parola tanto in voga. E questo avviene con mille altri strumenti, che non sono Liberazione. Al punto che sono sedicimila su Twitter gli utenti che seguono passo passo le vicende dei lavoratori dei vagoni letto che da settimane protestano asserragliati in cima ad una torre. Lì si racconta quella vertenza, molto più che nelle poche centinaia di copie che vende Liberazione.

Una strana solidarietà, insomma, quella che arriva al quotidiano. Che evita il vero nodo della questione: e cioè cosa debba essere un giornale di sinistra oggi. All'epoca della comunicazione digitale. Un giornale che non può essere un "diario di partito" ma neanche un bollettino sindacale. E che dovrebbe non solo resocontare i fatti ma molto più difficilmente provare a trovare i fili che legano quei fatti. Provare a scavare le connessioni, anche quando diventano scomode. Un giornale insomma che dovrebbe suscitare discussioni, seminari dubbi, cercare strade. Cosa che la grigia Liberazione di questi anni non ha voluto né saputo fare. Ma questo è tutto un altro discorso. Discorso che comunque non si potrà riprendere tanto presto, visto che la segreteria di Rifondazione ha pensato bene di azzerare il tutto con una semplice sforbiciata. La seconda notizia, poi, riguarda un altro grande giornale della sinistra, l'Unità. La vera ammiraglia dell'editoria di sinistra. Da tempo in difficoltà. Anche qui per un mix di scelte editoriali e per il preventivato taglio ai finanziamenti. Al punto che da qualche tempo girano voci sulla definitiva chiusura dell'edizione bolognese. Con conseguente perdita di decine di posti di lavoro. La "notizia" in questo caso riguarda però non le sorti della vertenza, quanto un gesto di solidarietà concreta. Questo: il consiglio regionale dell'Emilia Romagna ha votato un documento in cui si chiede che non chiuda una testata così rilevante per il pluralismo. E si chiede il ripristino dei contributi all'editoria non commerciale. Mozione votata anche da un rappresentante del Movimento Cinque Stelle, Andrea Defranceschi. Forse sarebbe meglio dire ex rappresentante, visto che Grillo in testa ha tuonato contro di lui, mandandolo a quel paese. Colpevole di aver solidarizzato con una testata sua avversaria, e colpevole - soprattutto - di aver chiesto soldi pubblici per un giornale di partito. A giudicare dai commenti sul sito emiliano delle "Cinque stelle", la sorte del consigliere regionale sembra segnata: lui ha provato a difendersi sostenendo che l'ha fatto solo perché in ballo ci sono posti di lavoro, ma non sembra ci sia molto da fare. Lo insultano, lo sbeffeggiano, gli affibbiano ormai l'epiteto di "politico". Che da queste parti suona come una condanna definitiva.

Certo, tutto ciò ha poco a che fare con la sinistra. Riguarda Grillo e il suo partito. Che si può definire in mille modi ma non certo con quell'aggettivo. Ma viene da pensare lo stesso a quanti, da questa parte politica, ancora si attardano a "coccolare" questa formazione, ad inseguire queste culture. Viene da pensare a quanti, anche a sinistra, insistono con gli slogan sulla casta, sui privilegi. Finendo per mettere in questa categoria gli stipendi dei parlamentari ma anche i diritti sindacali ed il diritto ad avere un sistema di informazione che sia slegato dalle logiche mercantili. E che quindi sia pagato dallo Stato. Sì, pagato coi soldi delle tasse.

Viene da pensare, insomma, a quanti - e sono molto più di quanto si creda - dicono che in fondo Grillo è "una spia". Di qualcosa che va capito e magari assecondato. Non combattuto, e aspramente. In nome della democrazia. La terza notizia è vecchia di qualche mese. E viene dagli States. Esattamente da Zuccotti Park, dov'è nato Occupy Wall Street. Qui, il 29 settembre - qualche giorno dopo che aveva preso il via quel movimento che avrebbe dilagato un po' ovunque - fu votato la bozza di programma. Diciannove richieste e sedici "raccomandazioni" che hanno aperto la stagione della lotta ai poteri della finanza. Bene, uno di quei punti - di cui quasi nessuno ha parlato - riguarda il finanziamento statale all'editoria. Occupy Wall Street vuole che sia federale, che venga finanziato da Washington, insomma. Non lasciato alla facoltà dei singoli Stati. Vogliono che sia sicuro, certo. Perché quell'anarchico, quel cattolico, quel boy scout, quell'homeless, quella studentessa e quell'impiegata rimasta senza lavoro che hanno assediato per mesi la borsa di New York, sanno che la battaglia per restituire potere al 99 per cento del mondo, passa anche attraverso l'informazione. E vogliono che l'informazione "altra" non sia schiacciata e annullata da chi gestisce il flusso di notizie, da chi decide dove vanno a finire i soldi della pubblicità. Quel movimento vuole che l'informazione abbia un sostegno pubblico. Per continuare a vivere, per continuare a sottrarre anche in questo campo, un pezzo di mondo alle logiche mercantili, per sottrarlo alle oligarchie.

Qualcuno, allora, dirà che in fondo la richiesta di Occupy coincide con quella che stanno rivolgendo a Monti, le forze democratiche, la sinistra. Ma non è così. Qui da noi i fondi pubblici per l'editoria si chiedono "sottovoce", di più: la richiesta si delega ai giornalisti, ai tipografi. E a qualche loro amico del mondo dello spettacolo. Perché la sinistra si "vergogna" di farne una battaglia. Perché lo spot pubblicitario del "Fatto" di Padellaro ("un giornale senza neanche una lira dai contribuenti") è stato introiettato. Da tutti. Come fosse un valore. Come se i soldi spesi per le idee, per il confronto delle idee, i soldi spesi per la cultura non fossero una parte rilevante del nostro welfare. Della nostra democrazia. Come se i soldi per il pluralismo venissero dopo, molto dopo, in un'ipotetica gerarchia di spesa. Non la pensano così quelli di Occupy Wall Street. E provano a ricominciare. Da quest'altra parte dell'Oceano, invece, tutto tace. In un paese dove l'opposizione sta a zero.

Stefano Bocconetti

tratto da http://www.globalist.it

31 dicembre 2011

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Editoria di sinistra, serve un nuovo progetto

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Liberazione occupa la redazione e si "scontra" con il manifesto. Il quale rischia anch'esso la chiusura. Ce n'è abbastanza per tirare un bilancio di fondo e discutere di una ipotesi per il futuro

giornali-4-1024x768I lavoratori di Liberazione occupano la redazione del giornale e scrivono al manifesto chiedendo al "quotidiano comunista" di non ospitare sulle sue pagine un mini-inserto "Liberazione" come chiesto dall'editore del giornale a rischio chiusura, Rifondazione comunista. A sua volta il manifesto annuncia che la propria chiusura è nell'aria. Ce n'è abbastanza per capire che la stampa di sinistra ha ormai toccato il fondo e che ai problemi economici, scatenati dalla decisione dei vari governi di strozzare il finanziamenti ai giornali di partito e alle cooperative, si sommano quelli, molto più cruciali, politici ed editoriali.
Siamo convinti che l'editoria di sinistra abbia ampiamente dimostrato di non essere in grado di gestire i propri conti e di non saper fare bene il proprio mestiere. Sia Liberazione che il manifesto costituiscono l'esempio evidente di testate che hanno raggiunto picchi importanti di pubblico e audience e che non hanno saputo gestire i propri successi e le proprie giuste intuizioni (vale per tutti la manifestazione indetta dal manifesto il 25 aprile del 1994). Ma la ragioneria, ovviamente, non spiega abbastanza e i nodi politici, per una stampa che si è sempre voluta schierata e quindi politicamente impegnata, occupano un ruolo decisivo.
Quanto ha pesato il sostegno che quei giornali hanno dato, pentendosene in ritardo, alle derive governiste della sinistra italiana? Il ruolo di "nostalgia" per un passato che non può tornare o la speranza di tirare per la giacca una sinistra moderata che si è fatta parte integrante del sistema? E quanto ha pesato l'essere giornali di parte, nel senso deleterio, incapaci di allargare i propri orizzonti, di coinvolgere davvero le diverse istanze e le varie propensioni culturali dei tanti movimenti che pure si voleva rappresentare quotidianamente? Certo, c'è il ruolo delle grandi ristrutturazioni, i costi sempre più alti, il peso di internet. Ma è un caso che a sinistra non ci sia un giornale online, degno di questo nome, in grado di realizzare qualche centinaio di migliaia di contatti mentre altri lo hanno realizzato con poco sforzo? E la dipendenza dal finanziamento pubblico non ha forse messo in secondo piano la gestione efficiente con l'obiettivo di allargare lettori e vende più copie? E, infine, la qualità giornalistica, che per un giornale è il primo requisito, non è stata sacrifica sempre di più alle esigenze della politica?

Scriviamo tutto ciò non per farci gli affari degli altri. In fondo se giornali come il manifesto sparissero ci perderemmo un po' tutti. Ma questa discussione andrebbe fatta seriamente, in sedi più ampie di quelle che oggi si dimenano per la propria sopravvivenza, facendo un bilancio serio della storia passata e provando a costruire un progetto per il futuro. Continuiamo a credere - lo crediamo da quando abbiamo creato questo piccolo strumento editoriale - che ci sia lo spazio, e la domanda, di un polo giornalistico-editoriale schierato dal lato dei movimenti, dei sindacati, delle ragioni dei lavoratori, della pace, dell'ambiente, del femminismo, che si presenti come uno spazio ampio e plurale, competente ed efficiente, in grado di parlare i nuovi linguaggi dell'informazione e di costruire un comune sentire pur rispettando le differenze. Se non la si prende da questo lato assisteremo a una morte lenta da cui non ci saranno possibilità di salvezza.

tratto da http://www.ilmegafonoquotidiano.it - 29 dicembre 2011

A seguire, il comunicato di Liberazione e la lettera scritta al manifesto e un articolo di Gigi Sullo (ex direttore di Carta) che riflette sulla crisi della stampa di sinistra.

OCCUPY LIBERAZIONE. LE LAVORATRICI E I LAVORATORI DI LIBERAZIONE OCCUPANO LA REDAZIONE DEL GIORNALE

da liberazione.it

Occupazione aperta del giornale, perché Liberazione continui a vivere. E' questa la decisione dell'assemblea permanente di Liberazione riunita oggi per valutare in che modo proseguire la battaglia per la vita della testata e la difesa dei suoi 50 lavoratori. Dopo la rottura del tavolo sindacale, avvenuta ieri in seguito alla decisione unilaterale e irremovibile della Mrca spa (socio unico il Partito della Rifondazione comunista) di sospendere le pubblicazioni cartacee dal primo gennaio prossimo, l'obiettivo di giornalisti e poligrafici è quello di continuare a fare il giornale, continuando a lavorare tutti, come previsto dai contratti di solidarietà firmati a luglio. Se la Mrc non dovesse tornare sulle sue decisioni, ancora tre uscite su carta e poi il prodotto completo a disposizione dei lettori on line. Già stanotte un gruppo di lavoratori srotolerà i sacchi a pelo sui pavimenti della redazione di viale del Policlinico 131. Perché? Per un motivo simbolico: rimarcare il fatto che Liberazione non è proprietà privata di nessuno ma appartiene a una grande collettività, stratificata e composita, formata dai lettori, dai militanti di Rifondazione, da tutti quelli e quelle che il giornale hanno fatto negli anni, dai diversi direttori che lo hanno guidato (tra gli altri Luciano Doddoli, Luciana Castellina, Lucio Manisco, Sandro Curzi, Sansonetti, Greco), dai tantissimi pezzi di società e movimenti che il giornale ha raccontato (dal mondo del lavoro a Genova 2001, all'acqua pubblica, ai No Tav, ai No Ponte). E per un motivo pratico: per chiedere all'editore di riconsiderare le proprie posizioni e venire a costruire nel confronto almeno una soluzione-ponte di un mese, per farsi trovare ancora vivi dalla riforma e dagli stanziamenti del governo. La redazione è aperta. L'invito è a tutti coloro che hanno a cuore la stampa libera e vogliono portare solidarietà ai lavoratori: collegatevi, passate, scrivete, discutete, partecipate.

L'assemblea permanente di Liberazione Cdr e Rsu di Liberazione

***

«Cari compagni, seguite la nostra lotta ma non pubblicate una mini-Liberazione»

da il manifesto

Care compagne e cari compagni, il 15 dicembre la Mrc, la società editrice che pubblica Liberazione per conto di Rifondazione, ci ha annunciato di aver deciso, in modo «irrevocabile» ci hanno detto, di sospendere sia l'edizione cartacea che quella online della testata. Il motivo indicato a sostegno di tale scelta drastica è l'incertezza, che ben conoscete, dei finanziamenti pubblici all'editoria.
Abbiamo chiesto immediatamente un tavolo sindacale nazionale per chiedere all'azienda chiarimenti e per avanzare delle proposte alternative: riduzione della distribuzione e taglio ulteriore dei costi, compreso quello del lavoro, e magari aumento del prezzo per un paio di mesi - siamo già in solidarietà e abbiamo firmato 23 esuberi su 30 giornalisti e 9 poligrafici su 20 che si concretizzeranno nell'estate del 2013 (oltre tredici colleghi sono però già in uscita) - per affrontare gennaio e magari febbraio mentre la presidenza del consiglio e il sottosegretario Malinconico fissano i criteri per i finanziamenti. Affrontare tutti insieme questa fase di incertezza senza pregiudicare il futuro del giornale e dei suoi lavoratori.
Parallelamente alle iniziative assunte dal direttore di Liberazione, insieme alla direzione del manifesto e a quelle di molte altre testate minacciate dai tagli governativi, per una settimana abbiamo organizzato una mobilitazione con sit-in alla sede nazionale della Fnsi e al Quirinale, ne avete scritto anche sulle vostre pagine, per richiamare l'attenzione sulla nostra vicenda e abbiamo ottenuto un incontro urgente con il sottosegretario Malinconico. Di fronte alle nostre preoccupazioni sui tagli governativi e sull'annuncio della Mrc di sospendere le pubblicazioni, Malinconico ci ha detto cose importanti e si è impegnato per la «continuità occupazionale e editoriale» di un giornale storico come Liberazione. Parole, certo, ma significative se si pensa che vengono espresse a proposito di una singola vicenda e di una singola testata.
Purtroppo però tutto questo è risultato inutile. La Mrc ci ha riproposto lo stop al giornale e, dopo 7 ore di discussione, si è detta disponibile a mantenere aperto l'online ma con soli 2 giornalisti, un poligrafico e il direttore. Accanto alla decisione unilaterale sul blocco del cartaceo ci hanno annunciato di voler mettere tutti in cassa integrazione a zero ore e poi, non si sa bene quando, richiamare chi vogliono loro per non si sa bene quale prodotto editoriale. Ma proprio dalle vostre pagine Paolo Ferrero ha parlato negli stessi giorni di «un settimanale».
E' in questo contesto che il nostro editore vi ha chiesto uno spazio sul manifesto. Mentre sceglieva di non impegnarsi in alcun modo nei confronti dei propri dipendenti - giornalisti e poligrafici - proponendo per loro la cassa integrazione in base alla sospensione del cartaceo, e ipotizzando che avrebbe «tenuto solo alcuni», chiedeva a voi di essere sostenuto contro le scelte del governo Monti.
Come potete capire - e come si può leggere in tutti i comunicati che abbiamo diffuso in questi giorni e che hanno descritto giorno per giorno l'evoluzione della nostra vicenda - il nostro editore, nell'incertezza relativa ai finanziamenti pubblici, sta facendo una scelta unilaterale che pregiudica il futuro di Liberazione e i nostro posti di lavoro.
Crediamo che sarebbe grave non considerare questo elemento nella vostra decisione di concedere uno spazio sulle pagine del manifesto a chi sembra considerare, nella propria azienda, i diritti dei lavoratori come un intralcio e come una variabile di cui non è necessario tener conto. Inoltre una mini Liberazione che uscisse sulle vostre pagine ora, in assenza di una redazione e delle nostre professionalità, con noi tutti in cassa integrazione, cosa sarebbe? Forse un volantino, non certo un qualche tipo di prodotto giornalistico o editoriale.
La nostra battaglia per continuare a far vivere Liberazione e per difendere i nostri posti di lavoro è appena iniziata ed è a questa battaglia che vi chiediamo di concedere spazio e visibilità sul manifesto.
Certi della vostra solidarietà, un abbraccio fraterno.
Cdr e Rsu di Liberazione.

***

I giornali di sinistra

Pierluigi Sullo, da il manifesto

Nell'ottobre del 2008 - data poi non molto remota - i "tre giornali della sinistra", ossia il manifesto, Liberazione e Carta, convocarono una manifestazione, a Roma, cui parteciparono, si disse, un milione di persone.
Magari erano mezzo milione, ma comunque un'enormità. Si trattava di un estremo tentativo di rivitalizzare la partecipazione al governo di quella che all'epoca si chiamava "sinistra radicale". Di fronte a una marea di bandiere rosse parlarono, oltre a Pietro Ingrao, i tre direttori, Gabriele Polo, Piero Sansonetti e chi scrive. Non servì a niente, la "sinistra radicale" si era impantanata dentro quel che adesso Fausto Bertinotti definisce «il recinto». Probabilmente, lo sbaglio fu commesso in partenza, quando i partiti di sinistra decisero che "i movimenti" da soli non erano in grado di cambiare nulla e che si trattava appunto di impugnare qualche leva del governo. Prodi subito dopo cadde (grazie a Mastella, pensa un po') e le sinistre riunite ottennero zero parlamentari alle elezioni successive. Rievoco questa poco gloriosa pagina per ricordare a me stesso, prima di tutto, quale fosse il ruolo, il peso, che la stampa di sinistra o "di movimento", e specialmente il manifesto, riusciva ad avere, anzi era spinta ad avere: inutile ricordare il mitico 25 aprile del '94, quando una sinistra tramortita dalla prima vittoria di Berlusconi trovò l'occasione di risorgere dalle sue ceneri grazie a una manifestazione convocata dal "quotidiano comunista". Ma ora? Carta ha cessato di esistere, in quanto settimanale, da più di un anno: era il più fragile. L'editore di Liberazione ha deciso di interrompere le pubblicazioni dal primo gennaio. E il manifesto, come leggiamo quasi ogni giorno, non sta affatto bene. Dunque la domanda che uno come me, giornalista "irregolare" per tutta la vita, si pone è: oltre alle aggressioni alle provvidenza pubbliche all'editoria cooperativa o di idee, oltre alla crisi generale della carta stampata che arretra combattendo (poco e male) di fronte al dilagare di internet, oltre alla crisi economica che svuota le tasche dei lettori, oltre a tutto questo non è per caso avvenuto un cambiamento radicale, tale da svuotare di senso, più precisamente di attualità sociale e culturale, la sinistra e i suoi giornali? Qualcosa del genere dovrebbe suggerire il fatto che uno dei pochi cambiamenti che si sono ottenuti, con i referendum su acqua e nucleare, lo si deve a una miriade di comitati cittadini; o ancora il fatto che le vittorie di Pisapia e De Magistris si devono a fenomeni avvenuti a fianco o anche contro i partiti. Lezioni inutili, a giudicare dalle reazioni della ex sinistra radicale alla candidatura di Sandro Medici alle primarie romane (come ha riferito sul manifesto Carlo Lania). Ecco, messi alle strette dalla fine di un'epoca, i giornalisti "irregolari" sbaglierebbero di grosso se tentassero di ricominciare nello stesso modo. Perché non c'è dubbio che di una informazione indipendente, sociale, anti-liberista (chiamatela come vi pare) vi è oggi ancora più bisogno che ieri, ed è però altrettanto sicuro che ci si deve inventare qualcosa di tanto innovativo quanto fu il manifesto alla sua nascita. Spero ci sarà occasione di discuterne.

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Il Pd contro Englaro e Bellocchio

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pd_coerenzaQuesto 2011 si chiude con l'ennesima conferma di quello che un po' tutti pensano, magari anche di nascosto da se stessi. Il Pd è sì un grande partito, è sì moderno, ma soprattutto non è più di sinistra (sempre se mai lo fosse stato). Lasciando perdere per un attimo l'appoggio al governo di Mario Monti (che non è poco, ma è argomento ormai inflazionato), siccome sono le "piccole" cose che spiegano ben più delle grandi analisi, basta andarsi a rivedere quanto succede nel tanto decantato "Pd dei territori".

In Friuli Venezia Giulia il partito di Bersani vota con Pdl, Udc, Fli (che poi cosa c'è da stupirsi? Governano già insieme l'Italia...) e anche con la cattivissima e anti-nazionale Lega Nord un ordine del giorno presentato dai cattolici di Casini che vietano alla regione di finanziare il film di Marco Bellocchio su Eluana Englaro. Non sia mai che questo bellissimo clima di "unità e coesione nazionale" venga disturbato da quelle noiosissime discussioni su libera scelta, testamento biologico e laicità. Meglio un bel bagno di ipocrisia perbenista e ovviamente "democratica", facendo franella (in Toscana sta per "amoreggiare") con i seguaci di quell'uomo (Berlusconi, chi sennò?) che ebbe il coraggio di dire che Eluana, da 17 anni su un letto in stato vegetativo, poteva addirittura procreare. Ecco, il Pd ha il fegato di votare con chi direttamente o meno pronunciava tali bestialità, che blasfeme lo sono davvero ma nei confronti della vita stessa.

Passiamo in Emilia Romagna, patria del glorioso socialismo municipale che mezza Europa invidiava all'Italia. Ora nessuno ce lo invidia più, anche perché di socialismo non c'è più neanche la minima traccia. Tanto per dire, laggiù il Pd ha appena votato l'aumento delle tariffe dell'acqua del 6%. Questo perché l'esito del referendum di giugno che diceva "no" alla privatizzazione dei servizi idrici è stato bellamente cestinato praticamente ovunque (salvo che a Napoli). L'acqua emiliana è rimasta in mano a un'azienda privata (la Hera) a partecipazione pubblica. E pretende di guadagnarci. Chi se ne frega del voto dei cittadini di soli sei mesi fa. E chi se ne frega se lo stesso Pd, molto furbescamente, aveva messo il cappello su quella battaglia referendaria. La coerenza in politica, si sa, per D'Alema Veltroni e company è roba da mammolette. La cronaca di Italia Oggi raccontava di cittadini inferociti che dopo la riunione dei 32 sindaci e presidenti delle province locali li hanno accolti gridando "ladri, ladri, siete come Craxi" (uno giustamente si domanda: ma un cittadino, per essere rispettato nelle proprie scelte avvenute in democrazia come ad esempio un voto referendario dall'esito così chiaro e schiacciante, cosa deve fare?).

Le cose basta saperle. Nessuno si strappa le vesti se il Pd ha perso ogni legame ideale con il proprio passato. Da anni i raffinati ed arguti strateghi "riformisti" si lamentano di non avere in Italia un centrodestra moderno europeo e liberale. Non si erano accorti di avere la soluzione a portata di mano: il centrodestra sono loro.

Matteo Pucciarelli

tratto da http://temi.repubblica.it

29 dicembre 2011

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Guerrilla radio, il blog di Vittorio Arrigoni riprende la sua attività

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vittorio_murales_gazaLa famiglia di Vittorio Arrigoni ha deciso, guerrillaradio tornerà a vivere. Il blog creato da Vittorio Arrigoni "contro l'accanimento terapeutico all'informazione moribonda veicolata dai grossi media che ormai sono tutti istituzionalizzati, lobotomizzati quindi a grancassa di una mediocre politica che non si vuole estinguere" rinascerà, perchè " rimanere immobili significa sostenere il genocidio". Dopo essersi a lungo interrogati su quanto Vittorio avrebbe preferito per il futuro di questo spazio così importante per lui, la famiglia di Vik ha deciso di fare in modo che guerrillaradio continui a dar voce ai testimoni di tutte le ingiustizie e delle negazioni dei diritti umani, ovunque esse si manifestino. Per continuare ad abbattere il complice muro del silenzio. Gli articoli verranno letti dalla famiglia di Vik e da alcuni fidati collaboratori, ne verranno verificati i contenuti e le generalità di chi li scrive. Solo allora, pubblicati. Considerato il ruolo cardinale che il blog di Vittorio ricopriva come organo di infomazione, la selezione sarà molto scrupolosa, e verranno pubblicati esclusivamente gli articoli ritenuti coerenti con i principi che hanno spinto Vik a dedicare la sua vita alla Palestina.

Egidia Beretta, Alessandra Arrigoni

21 diecembre 2011

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Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple

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iphoneLa settimana scorsa The Morning Call, un quotidiano della Pennsylvania, ha pubblicato una lunga e dettagliata inchiesta – intitolata Inside Amazon’s Warehouse – sulle terribili condizioni di lavoro nei magazzini Amazon della Lehigh Valley. Il reportage, risultato di mesi di interviste e verifiche, sta facendo il giro del mondo ed è stato ripreso dal New York Times e altri media mainstream. Il quadro è cupo:
- estrema precarietà del lavoro, clima di perenne ricatto e assenza di diritti;
- ritmi inumani, con velocità raddoppiate da un giorno all’altro (da 250 a 500 “colli” al giorno, senza preavviso), con una temperatura interna che supera i 40° e in almeno un’occasione ha toccato i 45°;
- provvedimenti disciplinari ai danni di chi rallenta il ritmo o, semplicemente, sviene (in un rapporto del 2 giugno scorso si parla di 15 lavoratori svenuti per il caldo);
- licenziamenti “esemplari” su due piedi con il reprobo scortato fuori sotto gli occhi dei colleghi.
E ce n’è ancora. Leggetela tutta, l’inchiesta. Ne vale la pena. La frase-chiave la dice un ex-magazziniere: “They’re killing people mentally and phisically.

A giudicare dai commenti in rete, molti cadono dalle nuvole, scoprendo soltanto ora che Amazon è una mega-corporation e Jeff Bezos un padrone che – com’è consueto tra i padroni – vuole realizzare profitti a scapito di ogni altra considerazione su dignità, equità e sicurezza.
Come dovevasi sospettare, il “miracolo”-Amazon (super-sconti, spedizioni velocissime, “coda lunga”, offerta apparentemente infinita) si regge sullo sfruttamento di forza-lavoro in condizioni vessatorie, pericolose, umilianti. Proprio come il “miracolo”-Walmart, il “miracolo”-Marchionne e qualunque altro miracolo aziendale ci abbiano propinato i media nel corso degli anni.
Quanto appena scritto dovrebbe essere ovvio, eppure non lo è. Il disvelamento non riguarda un’azienda qualsiasi, ma Amazon, sorta di “gigante buono” di cui – anche in Italia – si è sempre parlato in modo acritico, quando non adorante e populista.
The Morning Call ha rotto un incantesimo. Fino a qualche giorno fa, con poche eccezioni, i mezzi di informazione (e i consumatori stessi) accettavano la propaganda di Amazon senza l’ombra di un dubbio, come fosse oro colato. D’ora in poi, forse si cercheranno più spesso i riscontri, si faranno le dovute verifiche, si andranno a vedere eventuali bluff. Con il peggiorare della crisi, sembra aumentare il numero degli scettici.

Il problema di multinazionali che vengono percepite come “meno aziendali”, più “cool” ed eticamente – quasi spiritualmente – migliori delle altre riguarda molte compagnie associate a Internet in modo tanto stretto da essere identificate con la rete stessa. Un altro caso da manuale è Apple.

iPhone, iPad, youDie

L’anno scorso ha fatto scalpore – prima di essere sepolta da cumuli di sabbia e silenzio – un’ondata di suicidi tra gli operai della Foxconn, multinazionale cinese nelle cui fabbriche si assemblano iPad, iPhone e iPod.
In realtà le morti erano iniziate prima, nel 2007, e sono proseguite in seguito (l’ultimo suicidio accertato è del maggio scorso; un altro operaio è morto a luglio in circostanze sospette). A essersi uccisa, nel complesso, è una ventina di dipendenti. Indagini di vario genere hanno indicato tra le probabili cause tempi infernali di lavoro, mancanza di relazioni umane dentro la fabbrica e pressioni psicologiche da parte del management.
A volte si è andati ben oltre le pressioni psicologiche: il 16 luglio 2009, un dipendente 25enne di nome Sun Danyong si è gettato nel vuoto dopo aver subito un pestaggio da parte di una squadraccia dell’azienda. Sun era sospettato di aver rubato e/o smarrito un prototipo di iPhone.
Che soluzioni ha adottato la Foxconn per prevenire queste tragedie? Beh, ad esempio, ha installato delle “reti anti-suicidio”.
[Per approfondire questo tema, consiglio i link raccolti nella pagina di wikipedia e la visione del video divulgativo Deconstructing Foxconn]

Video: Apple? No Thanks! - Deconstructing Foxconn

Questi dietro-le-quinte del mondo Apple non ricevono molta attenzione, a paragone dei bollettini medici di Steve Jobs o di pseudo-eventi come l’inaugurazione, nella centralissima via Rizzoli di Bologna, del più grande Apple Store italiano (kermesse doverosamente smitizzata dal sempre ottimo Mazzetta). In quella circostanza, diverse persone hanno trascorso la notte in strada in attesa di entrare nel tempio. Costoro non sanno niente del connubio di lavoro e morte che sta a monte del marchio che venerano. Nel capitalismo, mettere la maggiore distanza possibile tra “monte” e “valle” è l’operazione ideologica per eccellenza.

Video: Inaugurazione Apple Store Bologna

Feticismo, assoggettamento, liberazione

Quando si parla di Rete, la “macchina mitologica” dei nostri discorsi – alimentata dall’ideologia che, volenti o nolenti, respiriamo ogni giorno – ripropone un mito, una narrazione tossica: la tecnologia come forza autonoma, soggetto dotato di un suo spirito, realtà che si evolve da sola, spontaneamente e teleologicamente. Tanto che qualcuno – non lo si ricorderà mai abbastanza – ha avuto la bella pensata di candidare Internet (che come tutte le reti e infrastrutture serve a tutto, anche a fare la guerra) al… Nobel per la Pace.

A essere occultati sono i rapporti di classe, di proprietà, di produzione: se ne vede solo il feticcio. E allora torna utile il Karl Marx delle pagine sul feticismo della merce (corsivo mio):

«Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi.»

“Forma fantasmagorica di un rapporto tra cose”. Come i computer interconnessi a livello mondiale. Dietro la fantasmagoria della Rete c’è un rapporto sociale determinato, e Marx intende: rapporto di produzione, rapporto di sfruttamento.
Su tali rapporti, la retorica internettiana getta un velo. Si può parlare per ore, giorni, mesi della Rete sfiorando solo occasionalmente il problema di chi ne sia proprietario, di chi detenga il controllo reale dei nodi, delle infrastrutture, dell’hardware. Ancor meno si pensa a quale piramide di lavoro – anche para-schiavistico – sia incorporata nei dispositivi che usiamo (computer, smartphone, Kindle) e di conseguenza nella rete stessa.

Ci sono multinazionali che tutti i giorni (in rete) espropriano ricchezza sociale e (dietro le quinte) vessano maestranze ai quattro angoli del mondo, eppure sono considerate… “meno multinazionali” delle altre.
Finché non ci si renderà conto che Apple è come la Monsanto, che Google è come la Novartis, che fare l’apologia di una corporation è la pratica narrativa più tossica che esista, si tratti di Google, FIAT, Facebook, Disney o Nestlé… Finché non ci si renderà conto di questo, nella rete ci staremo come pesci.
[N.B. A scanso di equivoci: io possiedo un Mac e ci lavoro bene. Ho anche un iPod, uno smartphone con Android e un Kindle. Chi fa il mio lavoro deve conoscere le modalità di fruizione della cultura e di utilizzo della rete. Ma cerco di non essere feticista, di non rimuovere lo sfruttamento che sta a monte di questi prodotti. E' uno sforzo improbo, ma bisogna compierlo. Come spiegherò meglio sotto, la mia critica non si incentra sull'accusa di « incoerenza » del singolo e sul comportamento individuale del consumatore, su cui negli ultimi anni si è costruita una retorica sviante, ma sulla necessità di connettere l'attivismo in rete alle lotte che avvengono « a monte », nella produzione materiale.]

Per colpa del net-feticismo, ogni giorno si pone l’accento solo sulle pratiche liberanti che agiscono la rete – pratiche su cui, per essere chiari, noi WM scommettiamo tutti i giorni da vent’anni -, descrivendole come la regola, e implicitamente si derubricano come eccezioni le pratiche assoggettanti: la rete usata per sfruttare e sottopagare il lavoro intellettuale; per controllare e imprigionare le persone (si veda quanto accaduto dopo i riots londinesi); per imporre nuovi idoli e feticci alimentando nuovi conformismi; per veicolare l’ideologia dominante; per gli scambi del finanzcapitalismo che ci sta distruggendo.
In rete, le pratiche assoggettanti sono regola tanto quanto le altre. Anzi, a voler fare i precisini, andrebbero considerate regola più delle altre, se teniamo conto della genealogia di Internet, che si è evoluta da ARPAnet, rete informatica militare.

La questione non è se la rete produca liberazione o assoggettamento: produce sempre, e sin dall’inizio, entrambe le cose. E’ la sua dialettica, un aspetto è sempre insieme all’altro. Perché la rete è la forma che prende oggi il capitalismo, e il capitalismo è in ogni momento contraddizione in processo. Il capitalismo si affermò liberando soggettività (dai vincoli feudali, da antiche servitù) e al tempo stesso imponendo nuovi assoggettamenti (al tempo disciplinato della fabbrica, alla produzione di plusvalore). Nel capitalismo tutto funziona così: il consumo emancipa e schiavizza, genera liberazione che è anche nuovo assoggettamento, e il ciclo riparte a un livello più alto.

La lotta allora dovrebbe essere questa: far leva sulla liberazione per combattere l’assoggettamento. Moltiplicare le pratiche liberanti e usarle contro le pratiche assoggettanti. Ma questo si può fare solo smettendo di pensare alla tecnologia come forza autonoma e riconoscendo che è plasmata da rapporti di proprietà e produzione, e indirizzata da relazioni di potere e di classe.
Se la tecnologia si imponesse prescindendo da tali rapporti semplicemente perché innovativa, la macchina a vapore sarebbe entrata in uso già nel I secolo a.C., quando Erone di Alessandria realizzò l’eolipila. Ma il modo di produzione antico non aveva bisogno delle macchine, perché tutta la forza-lavoro necessaria era assicurata dagli schiavi, e nessuno poté o volle immaginarne un’applicazione concreta.

E’ il feticismo della tecnologia come forza autonoma a farci ricadere sempre nel vecchio frame “apocalittici vs. integrati”. Al minimo accenno critico sulla rete, gli “integrati” ti scambieranno per “apocalittico” e ti accuseranno di incoerenza e/o oscurantismo. La prima accusa di solito risuona in frasi come: “Non stai usando un computer anche tu in questo momento?”; “Non li compri anche tu i libri su Amazon?”; “Ce l’hai anche tu uno smartphone!” etc. La seconda in inutili lezioncine tipo: “Pensa se oggi non ci fosse Internet…”
Nell’altro verso, ogni discorso sugli usi positivi della rete verrà accolto dagli “apocalittici” come la servile propaganda di un “integrato”.
Ricordiamoci sempre di Erone di Alessandria. La sua storia ci insegna che quando parliamo di tecnologia, e più nello specifico di Internet, in realtà stiamo parlando di altro, cioè dei rapporti sociali.

Insomma, torniamo a chiederci: chi sono i padroni della rete? E chi sono gli sfruttati nella rete e dalla rete?
Scoprirlo non è poi tanto difficile: basta leggere le “Norme di utilizzo” dei social network a cui siamo iscritti; leggere le licenze del software che utilizziamo; digitare su un motore di ricerca l’espressione “Net Neutrality”… E, dulcis in fundo, tenere in mente storie come quelle dei magazzini Amazon e della Foxconn.
Solo in questo modo, credo, eviteremo scemenze come la campagna “Internet for Peace” o, peggio, narrazioni del futuro orrende, di “totalitarismo soffice”, come quella che emerge dal famigerato video della Casaleggio & Associati intitolato Gaia: The Future of Politics.

Video: GAIA - Il futuro della politica: NWO

Non illudiamoci: saranno conflitti durissimi a stabilire se all’evoluzione di Internet corrisponderà un primato delle pratiche di liberazione su quelle di assoggettamento, o viceversa.

Il lavoro (di merda) incorporato nel tablet

Ultimamente, chi ritiene che nel capitalismo odierno non valga più la teoria marxiana del valore-lavoro fa l’esempio dell’iPad, e dice: il lavoro fisico compiuto dall’operaio per assemblare un tablet è poca roba, il valore del tablet è dato dal software e dalle applicazioni che ci girano sopra, quindi dal lavoro mentale, cognitivo, di ideazione e programmazione. Lavoro che “sfugge” da ogni parte, inquantificabile in termini di ore di lavoro.
Ciò metterebbe in crisi l’idea marxiana che – taglio con l’accetta – il valore di una merce sia dato dalla quantità di lavoro che essa incorpora, o meglio: dal tempo di lavoro socialmente necessario per produrla. Per “tempo socialmente necessario” Marx intende il tempo medio utilizzato dai produttori di una data merce in una data fase dello sviluppo capitalistico.

Non sono un esperto di economia politica, ma mi sembrano due livelli coesistenti. Forse la teoria del valore-lavoro viene liquidata troppo in fretta. Io credo che il suo nocciolo di senso (nocciolo “filosofico” e concretissimo) permanga anche col mutare delle condizioni.

Oggi il lavoro è molto più socializzato che ai tempi di Marx e i processi produttivi ben più complessi (e il capitale più condizionato da limiti esterni, cioè ambientali), eppure chi fa quest’esempio accorcia il ciclo e isola l’atto dell’assemblaggio di un singolo iPad. Mi sembra un grosso errore metodologico.
Andrebbe presa in considerazione la mole di lavoro lungo l’intero ciclo produttivo di un’intera infornata di tablet (o di laptop, di smartphone, di e-reader, quel che vi pare). Come giustamente diceva Tuco nella discussione in cui ha iniziato a prendere forma il presente intervento:

«Uno dei punti essenziali è che tutta la baracca non si potrebbe mai mettere in movimento per produrre cento iPad. Se ne devono produrre almeno cento milioni. A prima vista potrebbe sembrare che il lavoro intellettuale necessario per sviluppare il software dell’iPad generi di per sé valore, indipendentemente dal resto del ciclo produttivo. Questo però vorrebbe dire che il valore generato da questo lavoro intellettuale è indipendente dal numero di iPad che vengono prodotti. In realtà non è così. Se non facesse parte di un ciclo che prevede la produzione con modalità fordiste di cento milioni di iPad, quel lavoro intellettuale non genererebbe praticamente nessun valore.»

Fissato questo punto, nel considerare quanto lavoro vada a incorporarsi in un tablet si può:
1) partire dal reperimento di una materia prima come il litio. Senza di esso non esisterebbero le batterie ricaricabili dei nostri gadget. In natura non esiste in forma “pura”, e il processo per ottenerlo è costoso e impattante per l’ambiente.
[Tra l'altro, il 70% dei giacimenti mondiali è in fondo ai laghi salati della Bolivia, e il governo boliviano non ha alcuna intenzione di svenderlo. Oltre a questi problemi geopolitici, ci si mettono pure i terremoti. Questa fase primaria del ciclo pare destinata a complicarsi e a richiedere più lavoro.];
2) prendere in considerazione le nocività esperite da chi lavora nell’industria petrolchimica che produce i polimeri necessari;
3) considerare il lavoro senza tutele degli operai che assemblano i dispositivi (di come si lavora alla Foxconn abbiamo già parlato sopra);
4) arrivare fino al lavoro (indegno, nocivo, ai limiti del disumano) di chi “smaltisce” la carcassa del laptop o del tablet in qualche discarica africana. Trattandosi di una merce a obsolescenza rapida e soprattutto pianificata, questo lavoro è già incorporato in essa, fin dalla fase della progettazione.

Prendendo in considerazione tutto questo, si vedrà che di lavoro fisico (lavoro di merda, sfruttato, sottopagato, nocivo etc.) un’infornata di iPad ne incorpora parecchio, e con esso incorpora una grande quantità di tempo di lavoro. E non vi è dubbio che si tratti di tempo di lavoro socialmente necessario: oggi gli iPad si producono così e in nessun altro modo.
Senza questo lavoro, il general intellect applicato che inventa e aggiorna software, semplicemente, non esisterebbe. Quindi non produrrebbe alcun valore. Se “per fare un tavolo ci vuole il legno”, per fare il tablet ci vuole l’operaio (e prima ancora il minatore etc.). Senza gli operai e il loro lavoro, niente valorizzazione della merce digitale, niente quotazione di Apple in borsa etc. Azionisti e investitori danno credito alla mela perché produce, valorizza e vende hardware e gadget, e ogni tanto fa un nuovo “colpo”, mettendo sul mercato un nuovo “gioiellino”. E chi lo fa il gioiellino?

Se sia ancora possibile una precisa contabilità in termini di ore-lavoro, non sono in grado di dirlo. Ripeto: non sono un esperto di economia politica. Ma so che quando gettiamo nell’immondizia un telefonino perfettamente funzionante perché il nuovo modello “fa più cose”, stiamo buttando via una porzione di vita e fatica di una gran massa di lavoratori, sovente pagati con due lire e – nella migliore delle ipotesi – un calcio nel culo.

Intelligenza collettiva, lavoro invisibile e social media

Quel che sto cercando di dire lo anticipava già Marx nel Capitolo VI inedito del Capitale (ed. it. Firenze, 1969, la citazione che segue è alle pagg. 57-58). Il passaggio è denso perché, appunto, è uno di quei testi che Marx non rivide per la pubblicazione:

«L’incremento delle forze produttive sociali del lavoro, o delle forze produttive del lavoro direttamente sociale, socializzato (reso collettivo) mediante la cooperazione, la divisione del lavoro all’interno della fabbrica, l’impiego delle macchine e in genere, la trasformazione del processo di produzione in cosciente impiego delle scienze naturali, della meccanica, della chimica ecc. e della tecnologia per dati scopi, come ogni lavoro su grande scala a tutto ciò corrispondente [...] questo incremento, dicevamo, della forza produttiva del lavoro socializzato in confronto al lavoro più o meno isolato e disperso dell’individuo singolo, e con esso l’applicazione della scienza – questo prodotto generale dello sviluppo sociale – processo di produzione immediato, si rappresentano ora come forza produttiva del capitale anziché come forza produttiva del lavoro, o solo come forza produttiva del lavoro in quanto identico al capitale; in ogni caso, non come forza produttiva del lavoratore isolato e neppure dei lavoratori cooperanti nel processo di produzione.
Questa mistificazione, propria del rapporto capitalistico in quanto tale, si sviluppa ora molto più di quanto potesse avvenire nel caso della pura e semplice sottomissione formale del lavoro al capitale.»

In sostanza, Marx dice che:

1) la natura collettiva e cooperativa del lavoro viene realmente sottomessa (a volte si traduce con “sussunta”) al capitale, cioè è una natura collettiva specifica, che prima del capitale non esisteva.
La“sottomissione reale” del lavoro al capitale è contrapposta da Marx alla “sottomissione formale“, tipica degli albori del capitalismo, quando il capitale sottometteva tipologie di lavoro pre-esistenti: la tessitura manuale, i processi del lavoro agricolo etc. “Sottomissione (o sussunzione) reale” significa che il capitale rende forza produttiva una cooperazione sociale che non pre-esisteva a esso, perché non pre-esistevano a esso gli operai, il lavoro salariato, le macchine, le nuove reti di trasporto e distribuzione.

2) Quanto più è avanzato il processo produttivo (grazie all’applicazione di scienza e tecnologia), tanto più mistificata sarà la rappresentazione (oggi qualcuno direbbe la narrazione) della cooperazione produttiva.

Ora cerchiamo nell’oggi gli esempi di questa formulazione: la produzione di senso e di relazioni in Internet non è considerata forza produttiva di lavoratori cooperanti; tantomeno l’ideologia dominante permette di riconoscere il lavoro del singolo. Questa produzione viene (truffaldinamente, mitologicamente) attribuita direttamente al capitale, allo “spirito d’impresa”, al presunto genio del capitalista etc. Per esempio, si dice che dobbiamo a una “intuizione” di Mark Zuckerberg se oggi grazie a Facebook bla bla bla.
Altrettanto spesso tale produzione di senso viene considerata, come dice Marx, “forza produttiva del lavoro in quanto identico al capitale”. Traduciamo: lo sfruttamento viene occultato dietro la facciata di un lavoro in rete autonomo, non subordinato, fatto tutto di autoimprenditoria e/o libera contrattazione e/o comunque molto più “cool” dei lavori “tradizionali” etc., quando invece la produzione di contenuti in rete va avanti anche grazie al lavoro subordinatissimo di masse di “negri” – nel senso di “autori-fantasma” – che lavorano a cottimo, come racconta Adrianaaaa a proposito di Odesk.com.

Esiste, per usare un’espressione marxiana, la “Gemeinwesen”, una tendenza dell’essere umano al comune, alla comunità e alla cooperazione? Sì, esiste. E’ sempre rischioso usare quest’espressione, ma se c’è un universale antropologico, beh, è questo. “Compagnevole animale”, così Dante traduce lo “zòon politikon” di Aristotele (lo ricorda Girolamo De Michele nel suo ultimo libro Filosofia) e le neuroscienze stanno dimostrando che siamo… “cablati” per la gemeinwesen (la scoperta dei neuroni specchio etc.)
Nessun modo di produzione ha sussunto e reso produttiva la tendenza umana alla cooperazione con la stessa forza del capitalismo.
Oggi l’esempio più eclatante di cooperazione sussunta – e al tempo stesso di lavoro invisibile, non percepito come tale – ce lo forniscono i social media.

Sto per fare l’esempio di Facebook. Non perché gli altri social media siano “meno malvagi”, ma perché al momento è il più grosso, è  quello che fa più soldi ed è – come dimostra la recentissima ondata di nuove opzioni e implementazioni – il più avvolgente, pervasivo ed espansionista. Facebook si muove come se volesse inglobare tutta la rete, sostituirsi ad essa. E’ il social network par excellence, dunque ci fornisce l’esempio più chiaro.

Sei uno degli oltre settecento milioni di utenti che usa Facebook? Bene, vuol dire che quasi ogni giorno produci contenuti per il network: contenuti di ogni genere, non ultimo contenuti affettivi e relazionali. Sei parte del general intellect di Facebook. Insomma, Facebook esiste e funziona grazie a quelli come te. Di cos’è il nome Facebook se non di questa intelligenza collettiva, che non è prodotta da Zuckerberg e compagnia, ma dagli utenti?

Tu su Facebook di fatto lavori. Non te ne accorgi, ma lavori. Lavori senza essere pagato. Sono altri a fare soldi col tuo lavoro.

Qui il concetto marxiano che torna utile è quello di “pluslavoro”. Non è un concetto astruso: significa “la parte di lavoro che, pur producendo valore, non si traduce in salario ma in profitto del padrone, in quanto proprietario dei mezzi di produzione”.
Dove c’è profitto, vuol dire che c’è stato pluslavoro. Altrimenti, se tutta la quota di lavoro fosse remunerata in base al valore che ha creato, beh… sarebbe il comunismo, la società senza classi. E’ chiaro che il padrone deve pagare in salari meno di quel che trarrà dalla vendita delle merci. “Profitto” significa questo. Significa pagare ai lavoratori meno del valore reale del lavoro che svolgono.
Per vari motivi, il padrone può anche non riuscire a venderle, quelle merci. E quindi non realizzare profitti. Ma questo non significa che i lavoratori non abbiano erogato pluslavoro. L’intera società capitalistica è basata su plusvalore e pluslavoro.

Su Facebook il tuo lavoro è tutto pluslavoro, perché non vieni pagato. Zuckerberg ogni giorno si vende il tuo pluslavoro, cioè si vende la tua vita (i dati sensibili, i pattern della tua navigazione etc.) e le tue relazioni, e guadagna svariati milioni di dollari al giorno. Perché lui è il proprietario del mezzo di produzione, tu no.
L’informazione è merce. La conoscenza è merce. Anzi, nel postfordismo o come diavolo vogliamo chiamarlo, è la merce delle merci. E’ forza produttiva e merce al tempo stesso, proprio come la forza-lavoro. La comunità che usa Facebook produce informazione (sui gusti, sui modelli di consumo, sui trend di mercato) che il padrone impacchetta in forma di statistiche e vende a soggetti terzi e/o usa per personalizzare pubblicità, offerte e transazioni di vario genere.
Inoltre, lo stesso Facebook, in quanto rappresentazione della più estesa rete di relazioni sul pianeta, è una merce. L’azienza Facebook può  vendere informazione solo se, al contempo e senza sosta, vende quella rappresentazione di se stessa. Anche tale rappresentazione è dovuta agli utenti, ma a riempirsi il conto in banca è Zuckerberg.
Ovviamente, il genere di « lavoro » appena descritto non è comparabile, per fatica e sfruttamento, al lavoro materiale descritto nei primi paragrafi di questo testo. Inoltre, gli utenti di Facebook non costituiscono una « classe ». Il punto è che dobbiamo in ogni momento tenere in considerazione sia la fatica che sta alla base della produzione dell’hardware, sia la continua privatizzazione predatoria di intelligenza collettiva che avviene in rete. Come scrivevo sopra: « I due livelli coesistono ». La valorizzazione dipende da entrambe le attività, vanno visualizzate e analizzate insieme.

Non c’è dentro e fuori

Se dopo questo discorso qualcuno mi chiedesse: “Allora la soluzione è stare fuori dai social media?”, oppure: « La soluzione è usare soltanto il software libero? », o ancora: « La soluzione è non comprare certe macchine? », risponderei che la questione è mal posta.
Certamente, costruire dal basso social media diversi, funzionanti con software libero e non basati sul commercio di dati sensibili e relazioni, è cosa buona e giusta. Ma lo è anche mantenere una presenza critica e informativa nei luoghi dove vive e comunica la maggioranza delle persone, magari sperimentando modi conflittuali di usare i network esistenti.
Dura da troppo tempo l’egemonia di un dispositivo che « individualizza » la rivolta e la lotta, ponendo l’accento prevalentemente su quel che può fare il consumatore (questo soggetto continuamente riprodotto da precise tecnologie sociali): boicottaggio, consumo critico, scelte personali più radicali etc. Le scelte personali sono importanti, ma
1) troppo spesso questo modo di ragionare innesca una gara a chi è più « coerente » e più « puro », e ci sarà sempre qualcuno che metterà in mostra scelte più radicali delle mie: il vegano attacca il vegetariano, il frugivoro crudista attacca il vegano etc. Ciascuno rivendica di essere più « fuori », più « esterno » alla valorizzazione, immagine del tutto illusoria;
2) Il consumatore è l’ultimo anello della catena distributiva, le sue scelte avvengono alla foce, non alla sorgente. E forse andrebbe consigliata più spesso la lettura di un testo « minore » di Marx, la Critica del programma di Gotha, dove si critica il « socialismo volgare » che parte dalla critica della distribuzione anziché da quella della produzione.

Sto provando a spiegare, da un po’ di tempo a questa parte, che secondo me le metafore spaziali (come il “dentro” e il “fuori”)  sono inadeguate, perchè è chiaro che se la domanda è: “dov’è il fuori?”, la risposta – o l’assenza di risposta – può solo essere paralizzante. Perchè è già paralizzante la domanda.

Forse è più utile ragionare ed esprimersi in termini temporali.
Si tratta di capire quanto tempo di vita (quanti tempi e quante vite) il capitale stia rubando anche e soprattutto di nascosto (perché tale furto è presentato come “natura delle cose”), diventare consapevoli delle varie forme di sfruttamento, e quindi lottare nel rapporto di produzione, nelle relazioni di potere, contestando gli assetti proprietari e la “naturalizzazione” dell’espropriazione, per rallentare i ritmi, interrompere lo sfruttamento, riconquistare pezzi di vita.

Non è certo nuovo, quel che sto dicendo: un tempo si era soliti chiamarla “lotta di classe”. In parole povere: gli interessi del lavoratore e del padrone sono diversi e inconciliabili. Qualunque ideologia che mascheri questa differenza (ideologia aziendalistica, nazionalistica, razziale etc.) è da combattere.
Pensiamo agli albori del movimento operaio. Un proletario lavora dodici-quattordici ore al giorno, in condizioni bestiali, e la  sua sorte è condivisa anche da bambini che non vedono mai la luce del sole. Cosa fa? Lotta. Lotta finché non strappa le otto ore, la remunerazione degli straordinari, le tutele sanitarie, il diritto di organizzazione e di sciopero, la legislazione contro il lavoro minorile… E si riappropria  di una parte del suo tempo, e afferma la sua dignità, finché queste conquiste non saranno di nuovo messe in discussione e toccherà lottare di nuovo.

Già renderci conto che il nostro rapporto con le cose non è neutro né innocente, trovarci l’ideologia, scoprire il feticismo della merce, è una conquista: forse cornuti e mazziati lo siamo comunque, ma almeno non “cornuti, mazziati e contenti”. Il danno resta, ma almeno non la beffa di crederci liberi in ambiti dove siamo sfruttati.
Trovare sempre i dispositivi che ci assoggettano, e descriverli cercando il modo di metterli in crisi.

La merce digitale che usiamo incorpora sfruttamento, diventiamone consapevoli. La rete si erge su gigantesche colonne di lavoro invisibile, rendiamolo visibile. E rendiamo visibili le lotte, gli scioperi. In occidente se ne parla ancora poco, ma in Cina gli scioperi si fanno e si faranno sempre di più.
Quando uno sfigato diventa un tycoon, andiamo a vedere su quali teste ha camminato per arrivare dov’è, quale lavoro ha messo a profitto, quale pluslavoro non ha ricompensato.
Quando parlo di “defeticizzare la rete”, intendo l’acquisizione di questa consapevolezza. Che è la precondizione per stare “dentro e contro”, dentro in modo conflittuale.

E se stiamo “dentro e contro” la rete, forse possiamo trovare il modo di allearci con coloro che sono sfruttati a monte.
Un’alleanza mondiale tra “attivisti digitali”, lavoratori cognitivi e operai dell’industria elettronica sarebbe, per i padroni della rete, la cosa più spaventosa.
Le forme di quest’alleanza, ovviamente, sono tutte da scoprire.

Wu Ming 1

tratto da http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241

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