Monday, Nov 24th

Last update:06:52:59 PM GMT

You are here:

COMUNICAZIONE E MEDIA

Cinque cose fuori dai denti su Steve Jobs e sulla Apple

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 33
ScarsoOttimo 

apple_biancaneveI lutti non sono il momento adatto per le puntigliosità ma per la celebrazione del caro estinto. Tuttavia la morte di Jobs si è trasformata nell’ennesimo evento globale. Così il segno encomiastico rischia di impedire una valutazione equanime, sul personaggio, sull’impresa a maggior capitalizzazione al mondo e su un’epopea dove non tutto luccica. Siamo di fronte ad un’operazione di marketing funerario sulla quale è bene riflettere brevemente.

1) Le invenzioni di Steve Jobs, spesso un passo avanti a tutti e a volte dei veri capolavori soprattutto dal punto di vista estetico, sono sempre stati dei prodotti di fascia alta per consumatori in grado di spendere (o svenarsi). Al dunque quel costo di un 20% in più rispetto ad un Sony Vaio o 30% in più rispetto ad un Toshiba Satellite, il surplus che ti garantisce lo status symbol per fare quasi sempre le stesse cose, te lo devi poter permettere.
2) I prodotti simbolo degli ultimi dieci anni, ipod, iphone, ipad, sono stati presentati come una rivoluzione universale. Nonostante le centinaia di milioni di pezzi venduti (e quindi un indiscutibile successo di marketing) la vera innovazione, quella che cambia davvero il mondo, non è quella per chi se la può permettere ma quella per tutti. Tra il notebook da 35$ annunciato dal governo indiano (il prossimo Steve Jobs verrà da lì) e il più fico degli ipad c’è la stessa relazione che c’è tra il vaccino anti-polio e un brevetto contro la caduta dei capelli.
3) È giusto che un capitano d’industria si prenda i meriti dei prodotti innovativi che licenzia, soprattutto quando il gruppo che dirige diventa quello a più alta capitalizzazione al mondo. Ma sta restando nell’ombra che, soprattutto in campo tecnologico e in pieno XXI secolo, vi dev’essere sì una visione di fondo (che può essere anche di una persona sola), ma vi è soprattutto un lavoro di gruppo, anzi di molti gruppi ed un continuo confronto perfino con la concorrenza. Senza Steve Jobs non avremo l’ipad come lo conosciamo ma non è vero che non avremmo lo smartphone (probabilmente il più grande salto in avanti dalla diffusione del personal computer). Insomma un grande, ma presentarlo come l’uomo della provvidenza è esagerato.
4) La concezione proprietaria della Apple su software e brevetti è ben più che per il mondo Windows l’esatto opposto del software libero, dell’open source e della libera circolazione dei saperi. Lo stesso Jobs ammise di non inserire nell’iphone la possibilità di ascoltare la radio via etere (un banale chippino da pochi centesimi presente in qualunque cellulare da 40 Euro in su) perché dall’ascolto della radio non poteva lucrare. Ma il profitto appare solo una giustificazione rispetto alla maniera orwelliana con la quale l’iphone o l’ipad continuano ad essere controllati dalla Apple e non dal legittimo proprietario. Se non permettete ad un estraneo di entrare in casa vostra per portarsi via un libro o un disco o per spostare un soprammobile, perché accettate che Apple lo faccia sul vostro telefono?
5) La Apple di Jobs è stata in questi anni una delle imprese simbolo del mondo globalizzato nel più deleterio dei modi possibili. Dalle accuse di mobbing alle documentate orribili condizioni di lavoro in Cina (vedi alla voce Foxconn) con decine di casi di suicidi denunciati, Jobs non è mai stato meglio della Nike, della Monsanto, della Coca-Cola o dell’ultimo padrone delle ferriere. L’esteticità, la bellezza, l’innovazione tecnologica più spinta (ma parliamo sempre di prodotti consumer, l’avanguardia vera è in altri campi) si sono sempre sposate con le più vecchie e conosciute pratiche dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Steve Jobs invitava a pensare differente (“Think different” fu uno degli slogan più efficaci) ma sui rapporti di produzione pensava molto antico.
AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Ottobre 2011 16:07

“Salviamo Wikipedia!” Sortita dal basso nella guerra mediale italiana

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 7
ScarsoOttimo 

censura_wikipediaWikipedia Italia scende in campo contro la cosiddetta legge ammazza blog. E per protestare entra in sciopero. Da 24 ore infatti le 800000 voci dell'enciclopedia libera risultano essere inaccessibili al pubblico. Una scelta che gli amministratori del sito hanno spiegato alla loro utenza con un breve ma significativo comunicato.

Sotto accusa è il comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni, in questi giorni sotto il fuoco incrociato di roventi polemiche all'interno della stessa maggioranza di governo.

«Tale proposta di riforma legislativa» afferma il comunicato di Wikimedia Italia «prevede, tra le altre cose, anche l'obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine»

Qualora questo nuovo dispositivo giuridico venisse introdotto «chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiedere l'introduzione di una "rettifica", volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.»

Un fatto che Wikipedia non esita a definire come «una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza».

La protesta inscenata da Wikipedia Italia ha il sapore della prova di forza, giocata intelligentemente proprio nel momento in cui la tenuta del governo sembra minata da crepe che si fanno più vistose giorno dopo giorno. Pur non facendo appello diretto alla mobilitazione, Wikipedia ha deciso di sfruttare il suo brand e la sua centralità nell'odierna geografia dei servizi web per calcare un palcoscenico vastissimo ed incendiare ampli segmenti dell'opinione pubblica. Operazione che pare essere andata in porto se il trending topic di Twitter Italia registra fra gli hashtag più chiacchierati proprio quello dell'enciclopedia libera. Una conferma ulteriore arriva da Facebook dove pagine (“Rivolgiamo Wikipedia - No alla legge bavaglio”) ed eventi (Salviamo Wikipedia) creati nelle ultime ore sono stati accolti positivamente da decine di migliaia di profili (ma i numeri sembrano essere destinati a lievitare). E questo senza contare la raffica di agenzie stampa susseguitesi in serata e l'approdo della notizia sui grandi quotidiani in mattinata.

Un'operazione che più andrà avanti più potrebbe avere la capacità di mettere in evidenza, di fronte agli occhi di un pubblico assai vasto ed eterogeneo, l'anacronismo del DDL intercettazioni e la sua incapacità di misurarsi con quelle che oggi sono di fatto le nuove modalità di produzione del sapere. In questo senso la parte forse più emblematica del sopracitato comunicato è quella in cui viene affermato a chiare lettere: «Wikipedia non ha una redazione». Una dichiarazione che si sposa con la firma, posta in calce al comunicato, a nome de “Gli utenti di Wikipedia”. Come dire, nell'era dei prosumer, dove le figure di produttori e consumatori della conoscenza si confondono, meccanismi di regolamentazione dell'informazione come quelli previsti dal DDL intercettazioni arrivano fuori tempo massimo.

Semplificando si potrebbe dire che questa vicenda assume i contorni dello scontro culturale tra old e new media in atto ormai già da diverso tempo in Italia. È questo è in parte vero, anche a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate a mezzo stampa del deputato del PDL Cassinelli secondo cui «l'obbligo di rettifica riguarda solo i giornali on line e non i blog»).

Parole prive di senso se si pensa a come di fatto ormai, le due categorie tendano a sovrapporsi sempre di più ed in maniera sempre più sfumata. Si pensi per esempio al modello dell'Huffington Post, uno dei più influenti organi di informazione statunitense o anche alle home page di molti dei grandi quotidiani italiani, costellati da una miriade di “blog d'autore” sui più disparati argomenti e temi d'attualità.

Parole a cui fa da contraltare un breve tweet del fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, che bolla come “idiota” la proposta di legge che verrà discussa probabilmente la settimana prossima in Parlamento.

I confini di questa vicenda però vanno oltre la semplificazione implicitamente racchiusa nel dualismo (spesso invocato in modo acritico) che contrappone “old” e “new”, “mainstream” e contenuti autoprodotti. A fare da sfondo c'è infatti un processo di trasformazione del modello di comunicazione di alcuni dei più importanti media italiani (sia cartacei che televisivi) che sembra aver preso il via. Un fatto sottolineato proprio ieri da Riccardo Luna (l' ex direttore di Wired Italia) in un articolo comparso su Repubblica ed altri siti. Anche se i tempi non saranno brevissimi (e non comporteranno affatto la sostituzione degli old media con quelli nuovi, ma semmai una reciproca contaminazione) il traguardo da tagliare è all'insegna di due parole d'ordine: “partecipazione” e “comunità”. L'intento è riconquistare audience, royalties sui diritti di proprietà e creare nuovi format pubblicitari di concerto con i grandi attori del mercato ICT. Unica grande assente in questa corsa alle forme di impresa “2.0”? Ovviamente Mediaset, che non sembra avere in questo momento le risorse, la capacità e tanto meno la volontà politica di abbandonare il vecchio modello di televisione generalista con cui ha costruito la propria egemonia negli ultimi 20 anni.

Dunque lo scenario è più complesso: uno scontro tra poteri economici, diversi modi di intendere i processi di creazione della conoscenza e del concetto di opinione pubblica. Ma anche un vecchio drago messo all'angolo che batte i suoi ultimi e disperati colpi di coda. Si tratta solo di capire chi alla fine scaglierà la lancia che ne trafiggerà il petto.

InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

5 ottobre 2011

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Ottobre 2011 16:07

Anche Wikipedia lancia il grido di allarme sul disegno di legge che censura il web

E-mail Stampa PDF

censuraCara lettrice, caro lettore,

in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. La pagina che volevi leggere esiste ed è solo nascosta, ma c'è il rischio che fra poco si sia costretti a cancellarla davvero.

Negli ultimi 10 anni, Wikipedia è entrata a far parte delle abitudini di milioni di utenti della Rete in cerca di un sapere neutrale, gratuito e soprattutto libero. Una nuova e immensa enciclopedia multilingue e gratuita.

Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto — neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti — rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni.

Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l'obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine.

Purtroppo, la valutazione della "lesività" di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all'opinione del soggetto che si presume danneggiato.

Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiederne non solo la rimozione, ma anche la sostituzione con una sua "rettifica", volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.

In questi anni, gli utenti di Wikipedia (ricordiamo ancora una volta che Wikipedia non ha una redazione) sono sempre stati disponibili a discutere e nel caso a correggere, ove verificato in base a fonti terze, ogni contenuto ritenuto lesivo del buon nome di chicchessia; tutto ciò senza che venissero mai meno le prerogative di neutralità e indipendenza del Progetto. Nei rarissimi casi in cui non è stato possibile trovare una soluzione, l'intera pagina è stata rimossa.

L'obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza: tale limitazione snatura i principi alla base dell'Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l'abbiamo conosciuta fino a oggi.

Sia ben chiaro: nessuno di noi vuole mettere in discussione le tutele poste a salvaguardia della reputazione, dell'onore e dell'immagine di ognuno. Si ricorda, tuttavia, che ogni cittadino italiano è già tutelato in tal senso dall'articolo 595 del codice penale, che punisce il reato di diffamazione.

Con questo comunicato, vogliamo mettere in guardia i lettori dai rischi che discendono dal lasciare all'arbitrio dei singoli la tutela della propria immagine e del proprio decoro invadendo la sfera di legittimi interessi altrui. In tali condizioni, gli utenti della Rete sarebbero indotti a smettere di occuparsi di determinati argomenti o personaggi, anche solo per "non avere problemi".

Vogliamo poter continuare a mantenere un'enciclopedia libera e aperta a tutti. La nostra voce è anche la tua voce: Wikipedia è già neutrale, perché neutralizzarla?

Link: Wikipedia Italia chiuso causa norma anti-blog

Gli utenti di Wikipedia

http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia

Il Disegno di legge - Norme in materia di intercettazioni telefoniche etc., p. 24, alla lettera a) recita:

«Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Ottobre 2011 16:07

Al Jazeera, stralci di WikiLeaks e dimissioni di Khanfar

E-mail Stampa PDF

al_jazzeraE' di questi giorni la notizia delle dimissione di Wadah Khanfar. Il direttore di Al Jazeera lascia dopo otto anni di lavoro in quello che è diventato uno dei network di informazione televisiva (e non solo) più potenti sulla scena globale. Ciò avviene a fronte di alcuni dispacci di WikiLeaks, che hanno rivelato i rapporti di Khanfar con la diplomazia statunitense.

Un coro mainstream unanime ha presto fatto sapere che Aljazeera, anche se questo episodio ne macchia la reputazione, rimane insostituibile per informarsi sul Medio Oriente, il che è tremendamente vero, per quanto - a nostro avviso - si debba sempre fare i conti con quelli che sono i differenti livelli di realtà sui quali ci si muove. Tutto potremmo provare innanzitutto a sintetizzarlo con un: Al Jazeera, come qualunque altro media o cos'altro, non è una realtà neutra, imparziale e 'volontaristica'!

Si pensi alla metodologia differente politicamente che ha scandito lo start della primavera araba, l'impasse siriano e la guerra libica... ragione per la quale crediamo che un buon contributo con il quale imprimere senso a questo ragionamento possa essere un articolo che abbiamo letto qualche mese fa sull'edizione italiana de Le Monde Diplomatique, che pensiamo ci azzecchi nel delineare il quadro.

L'epopea dell'emittente del Qatar

Al Jazeera, un palcoscenico politico vicario

Le Monde Diplomatique - maggio 2011

A Damasco, alcune centinaia di sostenitori del regime siriano hanno manifestato davanti alla sede televisiva di al Jazeera denunciandone la «parzialità». Nello stesso tempo, il regime libico ha vietato la presenza a Tripoli dei giornalisti dell’emittente accusandoli di sostenere gli insorti. In pochi anni, al Jazeera ha sconvolto il paesaggio mediatico della regione e creato uno spazio pubblico transnazionale, diventando così il protagonista dei sommovimenti che scuotono il mondo arabo dalla fine del 2010.

di Mohammed El Oifi (*)

Il 2 marzo 2011, di fronte ai membri della Commissione affari esteri del Senato americano, Hillary Clinton ha pronunciato le parole che l’emiro del Qatar e i dirigenti di al Jazeera attendevano dal 2001. Gli Stati uniti, ha spiegato il Segretario di stato, «perdono la guerra dell’informazione» nel mondo a causa dei grandi canali televisivi privati americani «che mandano in onda milioni di spot pubblicitari e dibattiti tra esperti», mentre «l’audience di al Jazeera negli Stati uniti aumenta perché fa vera informazione». E, rivolta ai senatori, Clinton ha aggiunto: «Che piaccia o no, [al Jazeera] è veramente potente. Sta cambiando il modo di pensare e i comportamenti.» Il riconoscimento del ruolo e dell’impatto internazionale di al Jazeera, benché interessato – Clinton difendeva il bilancio del suo ministero –, assume una particolare risonanza nel contesto delle rivolte del mondo arabo. Sul piano regionale, l’emittente ha imposto il suo ritmo e le sue regole di funzionamento in campo mediatico, marginalizzando così alcuni concorrenti di lingua araba e intralciando il gioco degli altri. A questo riguardo, è molto significativa la sfida lanciata in diretta ai suoi datori di lavoro da Hafez Al-Mirazi, noto presentatore del canale televisivo al Arabiya, il principale concorrente di al Jazeera.

Commentando la caduta del regime di Hosni Mubarak, il giornalista egiziano si è rammaricato in diretta che il canale per il quale lavorava non osasse «dire una sola parola sul re Abdallah o sul regime saudita». La requisitoria si è conclusa con un ultimatum: «Se non possiamo esprimere la nostra opinione, tanto vale chiudere. Nella prossima trasmissione faremo un esperimento: parleremo dell’impatto [della rivoluzione in Egitto] sull’Arabia saudita. Se la cosa funziona, al Arabiya è un canale indipendente; altrimenti, grazie a tutti e arrivederci». È stata la sua ultima apparizione sul canale controllato dai sauditi. Il gesto tuttavia rivela l’impasse a cui hanno portato la strategia mediatica di Riyad e l’incapacità dei responsabili di adattarsi alle nuove realtà politiche. Ma esso annuncia anche il ritorno dell’Egitto, emancipato dalla tutela paralizzante del presidente Mubarak, nel gioco mediatico arabo, il che, probabilmente, rappresenterà nei prossimi anni l’evento di maggior rilievo nella regione. Dalla sua nascita, nel novembre 1996, l’emittente televisiva d’informazione continua al Jazeera ha rivoluzionato il sistema mediatico regionale, trasformandone la struttura, le regole di funzionamento e i rapporti di forza politici che li sottendono (1). C’è chi le attribuisce un ruolo anche più importante di quello svolto dalle reti sociali nell’innesco delle rivolte che scuotono il mondo arabo. Ad esempio, secondo il cofondatore di WikiLeaks, Julian Assange, Twitter e Facebook «hanno certo avuto un loro ruolo, ma non comparabile a quello di al Jazeera (2)». Fine del monopolio saudita I media arabi sono caratterizzati dall’esistenza di una sfera condivisa – resa possibile dalla lingua comune – che trascende stati e opinioni pubbliche nazionali e la cui genesi risale alla fine del XIX secolo. Le rivalità interarabe passano dal controllo di questo spazio pubblico, un settore in cui i paesi del Golfo, in particolare Arabia saudita e Qatar, hanno preso l’iniziativa. Dopo il ritiro dell’Egitto, alla morte nel 1970 del presidente Gamal Abdel Nasser, e dell’Iraq, dopo l’invasione del Kuwait nel 1990, l’Arabia saudita prende il controllo della maggior parte dei media panarabi. Alla metà degli anni ’90, il lancio di al Jazeera, voluto dall’emiro del Qatar, lo sceicco Hamad Ben Khalifa Al-Thani, segna la fine del monopolio saudita. Con la scelta del luogo d’inserimento, dei giornalisti da reclutare e con le sue opzioni ideologiche, al Jazeera introduce una triplice rottura rispetto alla formula saudita. Prima dominava l’idea che solo i media insediati all’estero potessero godere di una relativa libertà.

L’emigrazione di parte della stampa libanese in Europa, dopo lo scoppio della guerra civile nel 1975, aveva rafforzato questa tesi. Le basi dell’impero mediatico saudita erano a Londra o in Italia, dove si sfruttava la massiccia presenza di giornalisti arabi, soprattutto libanesi, diventati gli alleati – alcuni direbbero i prezzolati – degli emiri del regno. al Jazeera ha smentito questa tesi, dimostrando che un media panarabo, insediato in un paese arabo, può godere di grande libertà.

Poco alla volta, i media sauditi hanno cominciato a tornare nella regione, in particolare negli Emirati – ma non in Arabia saudita. Per aumentare la partecipazione e l’identificazione del pubblico, gli ideatori di al Jazeera hanno voluto che gli effettivi dell’emittente fossero rappresentativi delle diverse nazioni arabe; ponendo così termine al predominio dei giornalisti libanesi e delle strutture saudite. Certo i dissensi all’interno delle equipe giornalistiche sono frequenti, come dimostrano le dimissioni collettive di cinque presentatrici, il 25 maggio 2010. Alcuni media arabi, ripresi dalla stampa internazionale, hanno messo l’accento sulle pressioni dell’emittente per imporre un preciso codice di abbigliamento. Ma, secondo Joumana Nammour, una delle giornaliste dimissionarie, le vere ragioni della protesta non riguardavano affatto l’abbigliamento ed erano invece di ordine professionale. Le presentatrici lamentavano il fatto di avere poco potere. Ad esempio, nessuna delle numerose trasmissioni politiche dell’emittente è affidata a una donna. Un’attenta lettura dell’identità ideologica di al Jazeera e della sua linea editoriale, attraverso l’analisi dei dibattiti proposti e delle tematiche scelte, ma anche degli orientamenti rivendicati dai suoi principali animatori, rivela un sottile equilibrio tra tre tendenze: panaraba, islamizzante e liberale. Il successo di al Jazeera, l’interesse e la passione stessa che suscita nell’opinione pubblica di lingua araba si spiegano con il modo nuovo con cui viene trattata l’attualità, ma anche con la liberalità delle procedure. Dando la parola all’opposizione di ciascun paese arabo per commentare le verità ufficiali, al Jazeera ha offerto ai telespettatori una vera contrapposizione di opinioni. La diversità dei partecipanti, tanto dal punto di vista della nazionalità, della sensibilità ideologica e politica che del loro luogo di residenza, ha permesso la circolazione delle idee e dei punti di vista, abolendo le frontiere nazionali e aggirando ogni censura. L’emittente ha così partecipato in modo decisivo alla formazione di uno spazio pubblico arabo transnazionale (3). Strutturato con canali televisivi satellitari e telegiornali panarabi, ai quali si aggiungono internet, i blog e le reti sociali, questo spazio è diventato il luogo in cui si formano opinioni e preferenze politiche intorno a tutte le problematiche che riguardano la regione. Questo pluralismo, legato al moltiplicarsi dei mezzi d’informazione transfrontaliera lanciati dagli stati concorrenti, come l’Arabia saudita (Al-Arabiya), gli Stati uniti (al Hurra), l’Iran (al Alam), ha portato a un’inedita configurazione politico-mediatica nella quale si sovrappongono una sfera mediatica pluralista relativamente libera e regimi politici nazionali autoritari.

La contraddizione, acuita dall’audacia e dall’influenza di al Jazeera, ha tenuto sotto pressione i poteri scossi dalla circolazione di tanta informazione. La maturazione dei processi rivoluzionari nel mondo arabo deve molto a questa tensione tra ordine politico e ordine mediatico. Copertura militante delle rivoluzioni Visto il carattere fittizio – o addirittura l’assenza – di strutture di parte e sindacali in grado di organizzare il dibattito pubblico, al Jazeera ha progressivamente smesso di essere un normale canale televisivo per trasformarsi in un palcoscenico politico vicario. Da ormai una decina di anni, tutti i grandi temi che interessano i popoli della regione vengono discussi sui suoi schermi. È diventata un punto di riferimento per tutti i conflitti, dall’Afghanistan alla Palestina, tanto più che il dinamismo della diplomazia del Qatar mette spesso in crisi tradizioni e usi locali. La critica agli orientamenti dell’emittente, che provenga dall’interno (4) o dall’esterno del mondo arabo (5), fa ormai parte del gioco politico mediorientale. In genere punta a mettere sulla difensiva il governo del Qatar, presumendo che la linea editoriale dell’emittente non sia altro che la traduzione mediatica degli orientamenti diplomatici di questo stato. Ma tutto dimostra – a cominciare dalla copertura delle rivoluzioni di questi ultimi mesi – che al Jazeera è diventata un fenomeno arabo, uno specchio dell’evoluzione regionale che scavalca ampiamente la volontà di Doha. Benché al Jazeera sia popolare, è comunque un’emittente discussa, anche se per ragioni spesso contraddittorie. Alcuni contestano l’apertura nei confronti di Israele (è stata la prima tv satellitare a intervistare dei responsabili dello stato d’Israele), altri la sua propensione «islamista». Dimostra però un deciso antiamericanismo, malgrado la forte presenza militare americana in Qatar, che fa dell’emirato uno degli strumenti dell’influenza degli Stati uniti sul Medioriente. La copertura militante delle rivoluzioni arabe, in particolare in Libia e Yemen, e l’appoggio all’intervento militare dell’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico (Nato) sono stati denunciati come intromissione negli affari interni dei paesi arabi. L’assenza dell’opposizione saudita o di quella del Qatar dai suoi schermi, la timidezza su ciò che avviene in Bahrein e le modeste critiche a proposito dell’intervento delle forze armate saudite e dei loro alleati nel regno vengono interpretate come una volontà di preservare lo statu quo nel Golfo. L’annuncio, alla fine di aprile, delle dimissioni del responsabile dell’ufficio di Beirut dell’emittente, Ghassan Ben Jeddou, per divergenze relative a una copertura della Libia e della Siria giudicate troppo di parte, dimostra la sensibilità di al Jazeera alle evoluzioni regionali. Inoltre, la tesi dei detrattori, che presentavano l’emittente come una semplice fucina islamista, è stata sconfessata dall’appoggio alle rivolte maghrebine e mediorientali, in cui gli islamisti sono quasi inesistenti. E il lancio di al Jazeera in inglese, nel 2006, ha contribuito a smantellare l’immagine costruita dal Middle East Media Research Institute (Memri) che, attraverso traduzioni parziali ed estratti decontestualizzati, cercava di presentare al Jazeera come un media antioccidentale e antisemita (6).

note:

* Politologo. bess (sotto la dir. di), Les Arabes parlent aux Arabes: La révolution de l’information dans le monde arabe, Actes Sud, coll. «Sindbad», Arles, 2009.

(2) Le Monde, 11 marzo 2011.

(3) «Influence without power: Al-Jazeera and the Arab public sphere», in Mohamed Zayani (sotto la dir. di), The Al-Jazeera Phenomenon Critical Perspectives on New Arab Media, Pluto Press, Londra, 2005.

(4) Mamoun Fandy, (Un)Civil War of Words: Media and Politics in the Arab World, Praeger Security International, Santa Barbara (Stati uniti), 2007.

(5) Zvi Mazel, «Al Jazeera et le Qatar: le sombre empire des Frères musulmans?», Controverses, n° 13, Parigi, marzo 2010, www.controverses.fr.

(6) Leggere «Vietato criticare Israele», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2005.

(Traduzione di G. P.)

tratto da www.infoaut.org

4 ottobre 2011

AddThis Social Bookmark Button

Africa, chi ha paura di Facebook

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 
Il caso di un ragazzo portato in tribunale in Zimbabwe per una frase postata su Facebook dimostra quanto i social network siano temuti dalle "democrature" continentali
 
Facebook_v_per_vendettaLa sentono arrivare e la temono, corrono ai ripari, tentano contromosse che spesso hanno la stessa efficacia degli scongiuri. La "Primavera araba" bussa alle porte di diversi autocrati africani, che dopo aver assistito al rovesciamento dei regimi di Tunisia, Egitto e Libia, temono di fare la stessa fine di Ben Ali, Mubarak e Gheddafi. E allora stringono la morsa, irrobustiscono la censura ma si trovano a dover combattere contro un nemico nuovo contro il quale le vecchie armi non bastano: i social network. Fa riflettere ad esempio la sconfitta subita martedì dal vecchio Robert Mugabe, un tempo liberatore, oggi despota dello Zimbabwe. La corte di Bulawayo ha lasciato cadere il procedimento contro Vikhas Mavhudzi, un ragazzo colpevole di aver postato, lo scorso 13 febbraio, un messaggio sul profilo Facebook del principale oppositore di Mugabe, il premier Morgan Tsvangirai, in cui inneggiava alla rivoluzione egiziana. Nulla di particolarmente eclatante, a dire il vero. Il testo diceva: "Sono sopraffatto dalla gioia, non so cosa dire signor Primo ministro. Quel che è successo sta mandando onde d'urto ai dittatori in tutto il mondo. Nessuna arma ma unità nello scopo". Mavhudzi era finito subito in carcere e c'era rimasto fino al 31 marzo, quando era stato liberato su cauzione. Ma l'accusa per lui era grave: sedizione. Il processo però continua per altre sei persone, accusate di aver dato vita ad una cospirazione per il semplice fatto di aver partecipato ad una lezione universitaria nella quale il docente, riferendosi alla caduta di Hosni Mubarak in Egitto, aveva chiesto: "Quali lezioni si possono trarre?".

Una lezione gli autocrati in questione l'hanno imparata: Facebook, Twitter e la rete in generale sono strumenti fenomenali e se ben usati possono mettere in serie difficoltà un regime, soprattutto perché si legano alla telefonia mobile e a cellulari spesso muniti di camera. Sono strumenti per coordinarsi, scambiare informazioni in tempo reale ma anche per documentare ciò che i governi potrebbero voler tacere. Lo scorso aprile, ad esempio, il violento arresto del leader dell'opposizione ugandese, Kizza Besigye, fu documentato con una serie di scatti che finirono su internet immediatamente e contribuirono a far crescere la tensione fino a un livello di guardia. Se, come il caso delle Zimbabwe dimostra, le leggi esistenti non sono un deterrente perché inutili, la lotta si sposta su un piano più tecnologico. Lo ha confermato di recente il numero uno del dipartimento commerciale di Mtn, gigante sudafricano della telefonia, operativo in 21 Paesi di Africa e Medio Oriente, ha ammesso di aver ricevuto pressioni da diversi governi perché chiudesse i principali social network. De Faria non ha fatto nomi, ma non è difficile capire di chi stesse parlando. Dell'Uganda di Yoweri Museveni, il presidente che ha fatto arrestare Vicent Nzaramba, autore di un libro giudicato scomodo (People Power. Battle the Mighty General). Qui, non ci sono molte speculazioni da fare: due colossi della telefonia, internet provider come Warid Uganda Ltd e Uganda Telecom Ltd hanno bloccato l'accesso ai Twitter e Facebook più volte nei giorni più caldi delle marce contro carovita e disoccupazione (e contro Museveni) dell'iniziativa Walk to Work. La stessa Uganda Comunication Commission ha ammesso forti pressioni da parte degli apparati di sicurezza per chiudere i due network.

Lo stesso è accaduto in Senegal, in occasione delle proteste contro il presidente Abdoulaye Wade, in Swaziland, una delle ultime monarchie assolute al mondo, sull'orlo della bancarotta, in Camerun dove la presidenza di Paul Biya è piuttosto traballante e, lo scorso marzo, grazie a pressioni sull'Mtn, è stato bloccato l'accesso a Twitter dal cellulare. Facebook in particolare fa molta paura per le percentuali di crescita dell'utenza che si registrano in Africa: è quasi ovunque, nel continente, il secondo sito per numero di accessi. Ma è la rete in generale a tenere in apprensioni i governi africani. In Ruanda è stato chiuso il sito Umuvugizi e il suo editore condannato a due anni in contumacia per aver insultato il presidente Paul Kagame. La lotta si fa dura e alcuni stati stanno investendo ingenti risorse nella repressione del dissenso on line. Lo ha detto chiaramente il Comitato per la protezione dei giornalisti che a giugno ha organizzato un incontro in Sudafrica per discutere della situazione africana. La reporter della Bbc Karen Allen, scrivendo dell'evento, si chiedeva se la crescente presenza cinese nel continente non comportasse anche un travaso dell'esperienza di Pechino in materia. Secondo la Allen, i casi di Sudan e Tanzania, i cui governi avevano fatto ricorso a Malware per entrare nei computer e controllarli, cancellando dati o modificandoli, sono piuttosto preoccupanti.

Alberto Tundo

tratto da http://it.peacereporter.net/

25 settembre 2011

AddThis Social Bookmark Button

Pagina 60 di 111