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COMUNICAZIONE E MEDIA

Cile, la dittatura non è mai esistita

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pinochet1Il ministro dell’Educazione cileno, Harald Beyer, ha confermato che il governo del presidente Sebastian Pinera ha modificato i libri di testo base delle scuole elementari, sostituendo la parola ‘dittatura’ con ‘regime militare’ in riferimento al periodo di governo del generale Augusto Pinochet (1973-1990).

A diffondere la notizia il quotidiano on-line ‘La Jornada’. Beyer, diventato ministro il 29 dicembre in sostituzione di Felipe Bulnes, ha ammesso che si tratta di un tema delicato. “Riconosco che è stato un governo dittatoriale – ha affermato Beyer – ma per le prime classi verrà usata l’espressione più generica di regime militare”. La destra cilena, tornata al potere dopo 20 anni, fornì sostegno ideologico alla dittatura di Pinochet, iniziata l’11 settembre 1973 dopo aver abbattuto il governo socialista di Salvador Allende.

Per lungo tempo ha evitato di ammettere l’esistenza di una dittatura, riconoscendo le violazioni dei diritti umani, compresi 30 mila casi di tortura, anche su bambini, che sono stati documentati in un rapporto consegnato a Pinera nel 2011. Circa 700 ex militari sono stati processati e oltre un migliaio di cause sono state affrontate nelle aule di giustizia negli ultimi 22 anni, successivi alla fine della dittatura.

Luca Galassi

tratto da http://www.eilmensile.it

6 gennaio 2012

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Ultimo aggiornamento Lunedì 09 Gennaio 2012 11:07

Senzasoste.it: un anno di informazione online. Le statistiche

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2012Il sito di Senza Soste è nato nel gennaio 2007 dopo un lungo lavoro di messa a punto di uno spazio web che ben presto è diventato un quotidiano online oltre che un collettore di quelli che noi consideriamo i migliori commenti alla giornata politica e i migliori articoli rintracciabili online.

Oltre ai nostri editoriali infatti, i lettori possono trovare gli articoli di siti come infoaut.org, autautpisa.it, altrenotizie.org, contropiano.org, peacereporter.org, ilmanifesto.it, ilmegafonoquotidiano.it, radiondadurto.org, femminismo-a-sud.noblogs.org, medea.noblogs.org oltre che altre decine di contributi pescati da blog e quotidiani.

Le piattaforme su cui ci muoviamo quindi sono molteplici e da un anno possiamo contare anche su spazi su facebook e twitter oltre al nostro mensile cartaceo arrivato al numero 66 con 6 anni di vita.

Il punto di riferimento quotidiano rimane tuttavia il sito internet dal quale poi linkiamo gli articoli più importanti su facebook dove possiamo contare al momento su oltre 3400 amici.

Ecco una carrellata di statistiche numeriche, geografiche e di contenuto che fanno meglio comprendere chi interagisce con la redazione e quali contenuti sono ritenuti più interessanti dai lettori.

I numeri delle visite (1 gennaio - 31 dicembre 2011)

506.083 visite totali (una media di circa 1400 giornaliere)

313.966 visitatori unici (una media di circa 900 giornalieri)

In poche parole ogni giorno si collegano al sito di Senza Soste circa 900 diversi computer che totalizzano 1400 ingressi in quanto alcuni di questi entrano più volte nell’arco della giornata.

1.448.783 visualizzazioni di pagina (cioè aperture di pagine di contenuto una volta entrati nel sito, che significa oltre 4000 pagine lette al giorno)

1 minuto e 45 secondi è il tempo medio sul sito per ogni collegamento

Le fonti

Un altro dato importante è capire il modo con il quale un internauta finisce sul nostro sito.

Il 44,87% ci finisce da un motore di ricerca (Google ha quasi il monopolio) digitando delle parole chiave. Più della metà di questo dato però si riferisce a lettori che poi scrivono “Senza Soste” o “senzasoste.it” come parola chiave che equivale nella sostanza ad un ingresso diretto.

Gli ingressi diretti sono invece un dato che si riferisce a coloro che scrivono direttamente nell’url o che hanno memorizzato l’indirizzo www.senzasoste.it e che rappresentano il 19,58% degli ingressi.

Il 35,55% entra nel nostro sito da link che trova altrove. In questo caso la stragrande maggioranza arriva da facebook (112.000 ingressi all’anno), sia dalla nostra pagine che da altri profili. A distanza con oltre 7.000 ingressi ci sono il sito alelivorno.it e oknotizie.virgilio.it. E’ un numero impressionante di ingressi esterni che spiega, oltre che la potenza di facebook, anche perché a prima vista il contatore di lettura degli articoli può sembrare basso. Infatti il nostro sito registra come lettura di articolo solo quella cliccata direttamente da dentro il sito stesso ma non contabilizza quella da un link esterno. Quindi a volte quando un link a un articolo gira molto può apparire sul sito con 200 letture ma in realtà sono 2000 come poi dimostrano le statistiche.

I contenuti

Interessante è anche la statistica riguardante i contenuti. Se si eccettua un articolo che da anni è sul sito che elenca i requisiti per avere l’accesso al sussidio di disoccupazione e uno col link alle foto di Cucchi dopo il pestaggio subito e che sono entrambi cliccatissimi, ecco la classifica degli articoli più letti

1. Eurogendfor: la nuova polizia europea con poteri illimitati(tratto da “La voce del ribelle) – 26.599 letture

2. Islanda, una rivoluzione nel cuore dell’Europa(traduzione redazionale di Andrea Grillo, articolo tratto dal sito spagnolo nodo50.org) – 15.355 letture

3. Senza Soste: cronaca e commento della giornata del 15 ottobre(editoriale redazionale) – 10.262 letture

4. Il killer dei senegalesi era a tutte le udienze del processo di Pistoia(editoriale redazionale) – 7.665 letture

5. In Libia i mercenari italiani reprimono la rivolta?(articolo di Gianni Lo Raocevo per Senza Soste) – 7.333 letture

6. E’ golpe. Liquidati statuto dei lavoratori e contratto nazionale(editoriale redazionale) – 7.227 letture

7. Consumo e spaccio di eroina dall’Afghanistan: sotto inchiesta la Folgore a Livorno(editoriale redazionale) – 6.777 letture

8. La carezza del celerino: Repubblica alla testa del movimento(editoriale redazionale) – 6.441 letture

9. Ecco cosa sta succedendo in Libia: intervista a Angelo del Boca, storico del colonialismo italiano(articolo tratto da Liberazione) – 6012 letture

10. Dalla Val di Susa una testimonianza di un nostro lettore: “Hanno fatto il tiro al piccione e la gente ha reagito. Altro che Black Bloc”(editoriale redazionale) – 5.908 letture

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Ultimo aggiornamento Lunedì 09 Gennaio 2012 11:01

I soldi per l'editoria e la demagogia del Fatto

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I soldi spesi per le idee, per il confronto delle idee, e per la cultura sono una parte rilevante del nostro welfare. Della nostra democrazia. Lo ha capito anche Occupy

giornali_stracciatiUn'addizione che dà sempre zero. Tre notizie - diverse, diversissime fra di loro - il cui risultato, però, è sempre lo stesso: una sinistra ridotta ai minimi termini. Una sinistra, quella italiana, ridotta a zero. Tre notizie, allora, distanti anni luce l'una dall'altra. Lontane anche dal punto di vista temporale. La prima è quella che si puo' leggere anche nelle grandi testate nazionali in questi giorni. Dopo vent'anni di (più o meno) "onorata carriera", chiude Liberazione, l'organo ufficiale di Rifondazione. Chiude perche' ad oggi non si ha nessuna certezza sull'entità del finanziamento pubblico ai "giornali di idee", categoria che raggruppa qualcosa come cento testate. Dalla cooperativa del Manifesto al giornale della curia vicentina. Passando per il magazine che si occupa delle razze equine. Chiude perché i fondi sono stati quasi azzerati, anche se - proprio ai giornalisti di Liberazione - il sottosegretario Malinconico ha promesso che un po' di soldi alla fine li troverà, ma saranno distribuiti con criteri diversi da quelli adottati fino ad ora. Colpa di Monti, allora, del suo governo, dei suoi tagli. Ma anche colpa dell'editore, il partito della Rifondazione, che ha preso la palla al balzo e ha chiuso una "bottega" nella quale non aveva mai creduto molto. Senza voler neanche discutere coi rappresentanti dei lavoratori soluzioni alternative. Ora la redazione è occupata dai giornalisti e dai tipografi. E al giornale, arrivano molte e-mail di solidarietà, da parte del variegato mondo della sinistra. E-mail che il comitato di redazione si premura di pubblicare, puntigliosamente sul sito. E-mail che inducono lo stesso però a qualche riflessione. Perché tutte - dicasi proprio tutte tutte - usano la stessa frase, le stesse parole: la testata non deve chiudere "perché è una delle poche a raccontare le lotte". Lotte sociali, vertenze di fabbrica. Parole di circostanza forse, magari anche un po' retoriche. Ma in ogni caso non vere: perché tutti - anche qui: proprio "tutti tutti", compreso l'attuale gruppo dirigente di Rifondazione - ormai hanno capito che le "lotte" non si raccontano con un articolo di sessanta righe. Che si chiude, sistematicamente, con la dichiarazione del dirigente di turno. Oggi le lotte si raccontano da sole. Si "narrano" da sole, per usare una parola tanto in voga. E questo avviene con mille altri strumenti, che non sono Liberazione. Al punto che sono sedicimila su Twitter gli utenti che seguono passo passo le vicende dei lavoratori dei vagoni letto che da settimane protestano asserragliati in cima ad una torre. Lì si racconta quella vertenza, molto più che nelle poche centinaia di copie che vende Liberazione.

Una strana solidarietà, insomma, quella che arriva al quotidiano. Che evita il vero nodo della questione: e cioè cosa debba essere un giornale di sinistra oggi. All'epoca della comunicazione digitale. Un giornale che non può essere un "diario di partito" ma neanche un bollettino sindacale. E che dovrebbe non solo resocontare i fatti ma molto più difficilmente provare a trovare i fili che legano quei fatti. Provare a scavare le connessioni, anche quando diventano scomode. Un giornale insomma che dovrebbe suscitare discussioni, seminari dubbi, cercare strade. Cosa che la grigia Liberazione di questi anni non ha voluto né saputo fare. Ma questo è tutto un altro discorso. Discorso che comunque non si potrà riprendere tanto presto, visto che la segreteria di Rifondazione ha pensato bene di azzerare il tutto con una semplice sforbiciata. La seconda notizia, poi, riguarda un altro grande giornale della sinistra, l'Unità. La vera ammiraglia dell'editoria di sinistra. Da tempo in difficoltà. Anche qui per un mix di scelte editoriali e per il preventivato taglio ai finanziamenti. Al punto che da qualche tempo girano voci sulla definitiva chiusura dell'edizione bolognese. Con conseguente perdita di decine di posti di lavoro. La "notizia" in questo caso riguarda però non le sorti della vertenza, quanto un gesto di solidarietà concreta. Questo: il consiglio regionale dell'Emilia Romagna ha votato un documento in cui si chiede che non chiuda una testata così rilevante per il pluralismo. E si chiede il ripristino dei contributi all'editoria non commerciale. Mozione votata anche da un rappresentante del Movimento Cinque Stelle, Andrea Defranceschi. Forse sarebbe meglio dire ex rappresentante, visto che Grillo in testa ha tuonato contro di lui, mandandolo a quel paese. Colpevole di aver solidarizzato con una testata sua avversaria, e colpevole - soprattutto - di aver chiesto soldi pubblici per un giornale di partito. A giudicare dai commenti sul sito emiliano delle "Cinque stelle", la sorte del consigliere regionale sembra segnata: lui ha provato a difendersi sostenendo che l'ha fatto solo perché in ballo ci sono posti di lavoro, ma non sembra ci sia molto da fare. Lo insultano, lo sbeffeggiano, gli affibbiano ormai l'epiteto di "politico". Che da queste parti suona come una condanna definitiva.

Certo, tutto ciò ha poco a che fare con la sinistra. Riguarda Grillo e il suo partito. Che si può definire in mille modi ma non certo con quell'aggettivo. Ma viene da pensare lo stesso a quanti, da questa parte politica, ancora si attardano a "coccolare" questa formazione, ad inseguire queste culture. Viene da pensare a quanti, anche a sinistra, insistono con gli slogan sulla casta, sui privilegi. Finendo per mettere in questa categoria gli stipendi dei parlamentari ma anche i diritti sindacali ed il diritto ad avere un sistema di informazione che sia slegato dalle logiche mercantili. E che quindi sia pagato dallo Stato. Sì, pagato coi soldi delle tasse.

Viene da pensare, insomma, a quanti - e sono molto più di quanto si creda - dicono che in fondo Grillo è "una spia". Di qualcosa che va capito e magari assecondato. Non combattuto, e aspramente. In nome della democrazia. La terza notizia è vecchia di qualche mese. E viene dagli States. Esattamente da Zuccotti Park, dov'è nato Occupy Wall Street. Qui, il 29 settembre - qualche giorno dopo che aveva preso il via quel movimento che avrebbe dilagato un po' ovunque - fu votato la bozza di programma. Diciannove richieste e sedici "raccomandazioni" che hanno aperto la stagione della lotta ai poteri della finanza. Bene, uno di quei punti - di cui quasi nessuno ha parlato - riguarda il finanziamento statale all'editoria. Occupy Wall Street vuole che sia federale, che venga finanziato da Washington, insomma. Non lasciato alla facoltà dei singoli Stati. Vogliono che sia sicuro, certo. Perché quell'anarchico, quel cattolico, quel boy scout, quell'homeless, quella studentessa e quell'impiegata rimasta senza lavoro che hanno assediato per mesi la borsa di New York, sanno che la battaglia per restituire potere al 99 per cento del mondo, passa anche attraverso l'informazione. E vogliono che l'informazione "altra" non sia schiacciata e annullata da chi gestisce il flusso di notizie, da chi decide dove vanno a finire i soldi della pubblicità. Quel movimento vuole che l'informazione abbia un sostegno pubblico. Per continuare a vivere, per continuare a sottrarre anche in questo campo, un pezzo di mondo alle logiche mercantili, per sottrarlo alle oligarchie.

Qualcuno, allora, dirà che in fondo la richiesta di Occupy coincide con quella che stanno rivolgendo a Monti, le forze democratiche, la sinistra. Ma non è così. Qui da noi i fondi pubblici per l'editoria si chiedono "sottovoce", di più: la richiesta si delega ai giornalisti, ai tipografi. E a qualche loro amico del mondo dello spettacolo. Perché la sinistra si "vergogna" di farne una battaglia. Perché lo spot pubblicitario del "Fatto" di Padellaro ("un giornale senza neanche una lira dai contribuenti") è stato introiettato. Da tutti. Come fosse un valore. Come se i soldi spesi per le idee, per il confronto delle idee, i soldi spesi per la cultura non fossero una parte rilevante del nostro welfare. Della nostra democrazia. Come se i soldi per il pluralismo venissero dopo, molto dopo, in un'ipotetica gerarchia di spesa. Non la pensano così quelli di Occupy Wall Street. E provano a ricominciare. Da quest'altra parte dell'Oceano, invece, tutto tace. In un paese dove l'opposizione sta a zero.

Stefano Bocconetti

tratto da http://www.globalist.it

31 dicembre 2011

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Editoria di sinistra, serve un nuovo progetto

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Liberazione occupa la redazione e si "scontra" con il manifesto. Il quale rischia anch'esso la chiusura. Ce n'è abbastanza per tirare un bilancio di fondo e discutere di una ipotesi per il futuro

giornali-4-1024x768I lavoratori di Liberazione occupano la redazione del giornale e scrivono al manifesto chiedendo al "quotidiano comunista" di non ospitare sulle sue pagine un mini-inserto "Liberazione" come chiesto dall'editore del giornale a rischio chiusura, Rifondazione comunista. A sua volta il manifesto annuncia che la propria chiusura è nell'aria. Ce n'è abbastanza per capire che la stampa di sinistra ha ormai toccato il fondo e che ai problemi economici, scatenati dalla decisione dei vari governi di strozzare il finanziamenti ai giornali di partito e alle cooperative, si sommano quelli, molto più cruciali, politici ed editoriali.
Siamo convinti che l'editoria di sinistra abbia ampiamente dimostrato di non essere in grado di gestire i propri conti e di non saper fare bene il proprio mestiere. Sia Liberazione che il manifesto costituiscono l'esempio evidente di testate che hanno raggiunto picchi importanti di pubblico e audience e che non hanno saputo gestire i propri successi e le proprie giuste intuizioni (vale per tutti la manifestazione indetta dal manifesto il 25 aprile del 1994). Ma la ragioneria, ovviamente, non spiega abbastanza e i nodi politici, per una stampa che si è sempre voluta schierata e quindi politicamente impegnata, occupano un ruolo decisivo.
Quanto ha pesato il sostegno che quei giornali hanno dato, pentendosene in ritardo, alle derive governiste della sinistra italiana? Il ruolo di "nostalgia" per un passato che non può tornare o la speranza di tirare per la giacca una sinistra moderata che si è fatta parte integrante del sistema? E quanto ha pesato l'essere giornali di parte, nel senso deleterio, incapaci di allargare i propri orizzonti, di coinvolgere davvero le diverse istanze e le varie propensioni culturali dei tanti movimenti che pure si voleva rappresentare quotidianamente? Certo, c'è il ruolo delle grandi ristrutturazioni, i costi sempre più alti, il peso di internet. Ma è un caso che a sinistra non ci sia un giornale online, degno di questo nome, in grado di realizzare qualche centinaio di migliaia di contatti mentre altri lo hanno realizzato con poco sforzo? E la dipendenza dal finanziamento pubblico non ha forse messo in secondo piano la gestione efficiente con l'obiettivo di allargare lettori e vende più copie? E, infine, la qualità giornalistica, che per un giornale è il primo requisito, non è stata sacrifica sempre di più alle esigenze della politica?

Scriviamo tutto ciò non per farci gli affari degli altri. In fondo se giornali come il manifesto sparissero ci perderemmo un po' tutti. Ma questa discussione andrebbe fatta seriamente, in sedi più ampie di quelle che oggi si dimenano per la propria sopravvivenza, facendo un bilancio serio della storia passata e provando a costruire un progetto per il futuro. Continuiamo a credere - lo crediamo da quando abbiamo creato questo piccolo strumento editoriale - che ci sia lo spazio, e la domanda, di un polo giornalistico-editoriale schierato dal lato dei movimenti, dei sindacati, delle ragioni dei lavoratori, della pace, dell'ambiente, del femminismo, che si presenti come uno spazio ampio e plurale, competente ed efficiente, in grado di parlare i nuovi linguaggi dell'informazione e di costruire un comune sentire pur rispettando le differenze. Se non la si prende da questo lato assisteremo a una morte lenta da cui non ci saranno possibilità di salvezza.

tratto da http://www.ilmegafonoquotidiano.it - 29 dicembre 2011

A seguire, il comunicato di Liberazione e la lettera scritta al manifesto e un articolo di Gigi Sullo (ex direttore di Carta) che riflette sulla crisi della stampa di sinistra.

OCCUPY LIBERAZIONE. LE LAVORATRICI E I LAVORATORI DI LIBERAZIONE OCCUPANO LA REDAZIONE DEL GIORNALE

da liberazione.it

Occupazione aperta del giornale, perché Liberazione continui a vivere. E' questa la decisione dell'assemblea permanente di Liberazione riunita oggi per valutare in che modo proseguire la battaglia per la vita della testata e la difesa dei suoi 50 lavoratori. Dopo la rottura del tavolo sindacale, avvenuta ieri in seguito alla decisione unilaterale e irremovibile della Mrca spa (socio unico il Partito della Rifondazione comunista) di sospendere le pubblicazioni cartacee dal primo gennaio prossimo, l'obiettivo di giornalisti e poligrafici è quello di continuare a fare il giornale, continuando a lavorare tutti, come previsto dai contratti di solidarietà firmati a luglio. Se la Mrc non dovesse tornare sulle sue decisioni, ancora tre uscite su carta e poi il prodotto completo a disposizione dei lettori on line. Già stanotte un gruppo di lavoratori srotolerà i sacchi a pelo sui pavimenti della redazione di viale del Policlinico 131. Perché? Per un motivo simbolico: rimarcare il fatto che Liberazione non è proprietà privata di nessuno ma appartiene a una grande collettività, stratificata e composita, formata dai lettori, dai militanti di Rifondazione, da tutti quelli e quelle che il giornale hanno fatto negli anni, dai diversi direttori che lo hanno guidato (tra gli altri Luciano Doddoli, Luciana Castellina, Lucio Manisco, Sandro Curzi, Sansonetti, Greco), dai tantissimi pezzi di società e movimenti che il giornale ha raccontato (dal mondo del lavoro a Genova 2001, all'acqua pubblica, ai No Tav, ai No Ponte). E per un motivo pratico: per chiedere all'editore di riconsiderare le proprie posizioni e venire a costruire nel confronto almeno una soluzione-ponte di un mese, per farsi trovare ancora vivi dalla riforma e dagli stanziamenti del governo. La redazione è aperta. L'invito è a tutti coloro che hanno a cuore la stampa libera e vogliono portare solidarietà ai lavoratori: collegatevi, passate, scrivete, discutete, partecipate.

L'assemblea permanente di Liberazione Cdr e Rsu di Liberazione

***

«Cari compagni, seguite la nostra lotta ma non pubblicate una mini-Liberazione»

da il manifesto

Care compagne e cari compagni, il 15 dicembre la Mrc, la società editrice che pubblica Liberazione per conto di Rifondazione, ci ha annunciato di aver deciso, in modo «irrevocabile» ci hanno detto, di sospendere sia l'edizione cartacea che quella online della testata. Il motivo indicato a sostegno di tale scelta drastica è l'incertezza, che ben conoscete, dei finanziamenti pubblici all'editoria.
Abbiamo chiesto immediatamente un tavolo sindacale nazionale per chiedere all'azienda chiarimenti e per avanzare delle proposte alternative: riduzione della distribuzione e taglio ulteriore dei costi, compreso quello del lavoro, e magari aumento del prezzo per un paio di mesi - siamo già in solidarietà e abbiamo firmato 23 esuberi su 30 giornalisti e 9 poligrafici su 20 che si concretizzeranno nell'estate del 2013 (oltre tredici colleghi sono però già in uscita) - per affrontare gennaio e magari febbraio mentre la presidenza del consiglio e il sottosegretario Malinconico fissano i criteri per i finanziamenti. Affrontare tutti insieme questa fase di incertezza senza pregiudicare il futuro del giornale e dei suoi lavoratori.
Parallelamente alle iniziative assunte dal direttore di Liberazione, insieme alla direzione del manifesto e a quelle di molte altre testate minacciate dai tagli governativi, per una settimana abbiamo organizzato una mobilitazione con sit-in alla sede nazionale della Fnsi e al Quirinale, ne avete scritto anche sulle vostre pagine, per richiamare l'attenzione sulla nostra vicenda e abbiamo ottenuto un incontro urgente con il sottosegretario Malinconico. Di fronte alle nostre preoccupazioni sui tagli governativi e sull'annuncio della Mrc di sospendere le pubblicazioni, Malinconico ci ha detto cose importanti e si è impegnato per la «continuità occupazionale e editoriale» di un giornale storico come Liberazione. Parole, certo, ma significative se si pensa che vengono espresse a proposito di una singola vicenda e di una singola testata.
Purtroppo però tutto questo è risultato inutile. La Mrc ci ha riproposto lo stop al giornale e, dopo 7 ore di discussione, si è detta disponibile a mantenere aperto l'online ma con soli 2 giornalisti, un poligrafico e il direttore. Accanto alla decisione unilaterale sul blocco del cartaceo ci hanno annunciato di voler mettere tutti in cassa integrazione a zero ore e poi, non si sa bene quando, richiamare chi vogliono loro per non si sa bene quale prodotto editoriale. Ma proprio dalle vostre pagine Paolo Ferrero ha parlato negli stessi giorni di «un settimanale».
E' in questo contesto che il nostro editore vi ha chiesto uno spazio sul manifesto. Mentre sceglieva di non impegnarsi in alcun modo nei confronti dei propri dipendenti - giornalisti e poligrafici - proponendo per loro la cassa integrazione in base alla sospensione del cartaceo, e ipotizzando che avrebbe «tenuto solo alcuni», chiedeva a voi di essere sostenuto contro le scelte del governo Monti.
Come potete capire - e come si può leggere in tutti i comunicati che abbiamo diffuso in questi giorni e che hanno descritto giorno per giorno l'evoluzione della nostra vicenda - il nostro editore, nell'incertezza relativa ai finanziamenti pubblici, sta facendo una scelta unilaterale che pregiudica il futuro di Liberazione e i nostro posti di lavoro.
Crediamo che sarebbe grave non considerare questo elemento nella vostra decisione di concedere uno spazio sulle pagine del manifesto a chi sembra considerare, nella propria azienda, i diritti dei lavoratori come un intralcio e come una variabile di cui non è necessario tener conto. Inoltre una mini Liberazione che uscisse sulle vostre pagine ora, in assenza di una redazione e delle nostre professionalità, con noi tutti in cassa integrazione, cosa sarebbe? Forse un volantino, non certo un qualche tipo di prodotto giornalistico o editoriale.
La nostra battaglia per continuare a far vivere Liberazione e per difendere i nostri posti di lavoro è appena iniziata ed è a questa battaglia che vi chiediamo di concedere spazio e visibilità sul manifesto.
Certi della vostra solidarietà, un abbraccio fraterno.
Cdr e Rsu di Liberazione.

***

I giornali di sinistra

Pierluigi Sullo, da il manifesto

Nell'ottobre del 2008 - data poi non molto remota - i "tre giornali della sinistra", ossia il manifesto, Liberazione e Carta, convocarono una manifestazione, a Roma, cui parteciparono, si disse, un milione di persone.
Magari erano mezzo milione, ma comunque un'enormità. Si trattava di un estremo tentativo di rivitalizzare la partecipazione al governo di quella che all'epoca si chiamava "sinistra radicale". Di fronte a una marea di bandiere rosse parlarono, oltre a Pietro Ingrao, i tre direttori, Gabriele Polo, Piero Sansonetti e chi scrive. Non servì a niente, la "sinistra radicale" si era impantanata dentro quel che adesso Fausto Bertinotti definisce «il recinto». Probabilmente, lo sbaglio fu commesso in partenza, quando i partiti di sinistra decisero che "i movimenti" da soli non erano in grado di cambiare nulla e che si trattava appunto di impugnare qualche leva del governo. Prodi subito dopo cadde (grazie a Mastella, pensa un po') e le sinistre riunite ottennero zero parlamentari alle elezioni successive. Rievoco questa poco gloriosa pagina per ricordare a me stesso, prima di tutto, quale fosse il ruolo, il peso, che la stampa di sinistra o "di movimento", e specialmente il manifesto, riusciva ad avere, anzi era spinta ad avere: inutile ricordare il mitico 25 aprile del '94, quando una sinistra tramortita dalla prima vittoria di Berlusconi trovò l'occasione di risorgere dalle sue ceneri grazie a una manifestazione convocata dal "quotidiano comunista". Ma ora? Carta ha cessato di esistere, in quanto settimanale, da più di un anno: era il più fragile. L'editore di Liberazione ha deciso di interrompere le pubblicazioni dal primo gennaio. E il manifesto, come leggiamo quasi ogni giorno, non sta affatto bene. Dunque la domanda che uno come me, giornalista "irregolare" per tutta la vita, si pone è: oltre alle aggressioni alle provvidenza pubbliche all'editoria cooperativa o di idee, oltre alla crisi generale della carta stampata che arretra combattendo (poco e male) di fronte al dilagare di internet, oltre alla crisi economica che svuota le tasche dei lettori, oltre a tutto questo non è per caso avvenuto un cambiamento radicale, tale da svuotare di senso, più precisamente di attualità sociale e culturale, la sinistra e i suoi giornali? Qualcosa del genere dovrebbe suggerire il fatto che uno dei pochi cambiamenti che si sono ottenuti, con i referendum su acqua e nucleare, lo si deve a una miriade di comitati cittadini; o ancora il fatto che le vittorie di Pisapia e De Magistris si devono a fenomeni avvenuti a fianco o anche contro i partiti. Lezioni inutili, a giudicare dalle reazioni della ex sinistra radicale alla candidatura di Sandro Medici alle primarie romane (come ha riferito sul manifesto Carlo Lania). Ecco, messi alle strette dalla fine di un'epoca, i giornalisti "irregolari" sbaglierebbero di grosso se tentassero di ricominciare nello stesso modo. Perché non c'è dubbio che di una informazione indipendente, sociale, anti-liberista (chiamatela come vi pare) vi è oggi ancora più bisogno che ieri, ed è però altrettanto sicuro che ci si deve inventare qualcosa di tanto innovativo quanto fu il manifesto alla sua nascita. Spero ci sarà occasione di discuterne.

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Il Pd contro Englaro e Bellocchio

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pd_coerenzaQuesto 2011 si chiude con l'ennesima conferma di quello che un po' tutti pensano, magari anche di nascosto da se stessi. Il Pd è sì un grande partito, è sì moderno, ma soprattutto non è più di sinistra (sempre se mai lo fosse stato). Lasciando perdere per un attimo l'appoggio al governo di Mario Monti (che non è poco, ma è argomento ormai inflazionato), siccome sono le "piccole" cose che spiegano ben più delle grandi analisi, basta andarsi a rivedere quanto succede nel tanto decantato "Pd dei territori".

In Friuli Venezia Giulia il partito di Bersani vota con Pdl, Udc, Fli (che poi cosa c'è da stupirsi? Governano già insieme l'Italia...) e anche con la cattivissima e anti-nazionale Lega Nord un ordine del giorno presentato dai cattolici di Casini che vietano alla regione di finanziare il film di Marco Bellocchio su Eluana Englaro. Non sia mai che questo bellissimo clima di "unità e coesione nazionale" venga disturbato da quelle noiosissime discussioni su libera scelta, testamento biologico e laicità. Meglio un bel bagno di ipocrisia perbenista e ovviamente "democratica", facendo franella (in Toscana sta per "amoreggiare") con i seguaci di quell'uomo (Berlusconi, chi sennò?) che ebbe il coraggio di dire che Eluana, da 17 anni su un letto in stato vegetativo, poteva addirittura procreare. Ecco, il Pd ha il fegato di votare con chi direttamente o meno pronunciava tali bestialità, che blasfeme lo sono davvero ma nei confronti della vita stessa.

Passiamo in Emilia Romagna, patria del glorioso socialismo municipale che mezza Europa invidiava all'Italia. Ora nessuno ce lo invidia più, anche perché di socialismo non c'è più neanche la minima traccia. Tanto per dire, laggiù il Pd ha appena votato l'aumento delle tariffe dell'acqua del 6%. Questo perché l'esito del referendum di giugno che diceva "no" alla privatizzazione dei servizi idrici è stato bellamente cestinato praticamente ovunque (salvo che a Napoli). L'acqua emiliana è rimasta in mano a un'azienda privata (la Hera) a partecipazione pubblica. E pretende di guadagnarci. Chi se ne frega del voto dei cittadini di soli sei mesi fa. E chi se ne frega se lo stesso Pd, molto furbescamente, aveva messo il cappello su quella battaglia referendaria. La coerenza in politica, si sa, per D'Alema Veltroni e company è roba da mammolette. La cronaca di Italia Oggi raccontava di cittadini inferociti che dopo la riunione dei 32 sindaci e presidenti delle province locali li hanno accolti gridando "ladri, ladri, siete come Craxi" (uno giustamente si domanda: ma un cittadino, per essere rispettato nelle proprie scelte avvenute in democrazia come ad esempio un voto referendario dall'esito così chiaro e schiacciante, cosa deve fare?).

Le cose basta saperle. Nessuno si strappa le vesti se il Pd ha perso ogni legame ideale con il proprio passato. Da anni i raffinati ed arguti strateghi "riformisti" si lamentano di non avere in Italia un centrodestra moderno europeo e liberale. Non si erano accorti di avere la soluzione a portata di mano: il centrodestra sono loro.

Matteo Pucciarelli

tratto da http://temi.repubblica.it

29 dicembre 2011

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