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COMUNICAZIONE E MEDIA

5 GENNAIO ricordiamo Peppino, ad un anno dall'apertura di RADIO 100 PASSI

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Musica, della politica, dell’informazione e d’associazioni alla “petizione a sostegno dell’apertura di Radio 100 passi” è nato il nucleo fondatore delle associazioni che hanno dato vita all’emittente.

radio_100_passiLa data scelta per aprire i microfoni per la prima volta è stata quella del 5 gennaio 2010, giorno che sarebbe stato il compleanno di Peppino Impastato, questo, per iniziare un percorso di memoria delle vittime delle mafie

nel giorno della loro nascita, alternativo alle commemorazioni retoriche nell’anniversario del loro assassinio.

L’emittente, che ha simbolicamente iniziato a trasmettere da “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” dove Peppino visse si è successivamente trasferita a Palermo per insediarsi in un quartiere a rischio dove opera

all’insegna del volontariato insieme con un ambulatorio pediatrico, una scuola popolare per il conseguimento della licenza media, ed un asilo multirazziale.

Dopo un anno di proficua attività che ha dato vita ad un palinsesto ricco di programmi d’interesse sociale, culturali e di controinformazione che hanno polarizzato l’interesse di migliaia d’ascoltatori, il bilancio è soddisfacente, e c’esorta a perseverare nonostante gli otto atti intimidatori.

Per restare libera ed indipendente, la radio ha vissuto, sia pure a stento, esclusivamente con i contributi dei soci-ascoltatori caratterizzandosi con gli slogan:

“il microfono degli onesti” e “quello che gli altri non dicono”, ed imperniando l’attività nel dare voce a tutti coloro che non trovano visibilità nei mezzi d’informazione ufficiali.

Radio 100 passi ha scelto d’essere una web radio perché consapevole che i passi da percorrere sono molto più di cento per arrivare la dove le mafie hanno investito i loro capitali. La scelta di internet non è quindi casuale ma

preferita perché oltre a percorrere grandi distanze è il luogo più frequentato dalle giovani generazioni.

L’emittente è nata per essere un microfono aperto alla partecipazione d’associazioni, gruppi, ma anche di singoli che vorranno proporre trasmissioni e contenuti.

Per questo attorno a radio 100 passi è nata una vera e propria comunità consapevole ormai stabile di oltre centomila persone impegnate nella diffusione della cultura della legalità, la lotta alle mafie, l’affermazione dei

valori della costituzione, la difesa dell’informazione libera ed indipendente.

Diverse sono state le occasioni di collaborazione con “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” che ci ha sempre sostenuto. Per questo ad un anno dall’apertura RADIO 100 PASSI effettuerà una diretta con uno special per l’intera giornata con tanti ospiti e per condividere con Giovanni Impastato, i compagni di Peppino, gli ascoltatori, e tutti i partecipanti alla comunità di rete 100 passi questa giornata.

Il 5 gennaio 2011 dalle ore 10. vi aspettiamo all'ascolto.

RADIO 100 PASSI

http://lnx.radio100passi.net/radio/

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Ultimo aggiornamento Sabato 08 Gennaio 2011 01:46

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Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Dicembre 2010 10:24

Open non è free, pubblicato non è pubblico

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Creatività inscatolata o crowdsourcing di massa al servizio del marketing? Libertà di esprimersi o auto-delazione compulsiva? Introduzione ad una analisi critica dei social media

rete_dizionarioRoma - Sono passati diversi anni da quando Ippolita insisteva sulla necessità di distinguere l'apertura al "libero mercato" propugnata dai guru dell'open source economy dalle libertà che il movimento del software libero continua a porre a fondamento della propria visione dei mondi digitali. "Il Software libero è una questione di libertà, non di prezzo": l'open source si occupa esclusivamente di definire, in una prospettiva totalmente interna alle logiche di mercato, quali siano le modalità migliori per diffondere un prodotto secondo criteri open, cioè aperti. La giocosa attitudine hacker della condivisione fra pari veniva cooptata in una logica di lavoro e sfruttamento volta al profitto e non al benessere, sterilizzandone la potenzialità rivoluzionaria vissuta e individuata da Richard Stallman: "Freedom 3: Freedom to contribute to the community".

Muovendosi nella stessa ottica, Ippolita ha analizzato Google, un tentativo chiaramente egemonico di "organizzare tutta la conoscenza del mondo". La logica open, coniugata alla filosofia dell'eccellenza accademica californiana, trovava nel motto "Don't be evil" la scusa per lasciarsi cooptare al servizio del capitalismo dell'abbondanza, del turbocapitalismo illusorio della crescita illimitata. La favola è che more, bigger, faster sia sempre meglio. Tomorrow is another day, e sarà un giorno migliore, perché in sottofondo cova la fede nel miraggio incarnato dal bottone "mi sento fortunato": una tecnica per definizione buona, figlia di una ricerca scientifica disinteressata, soddisferà tutti i nostri bisogni e desideri, immediatamente e senza sforzo, con un semplice click del mouse.

Purtroppo, questa pretesa di totalitarismo informazionale è meno ridicola di quanto potrebbe apparire. Appurato che non c'è più nulla da produrre, e soprattutto che la crescita illimitata è una chimera anche nel mondo digitale, la rincorsa al prossimo inutile gadget luccicante e rigorosamente touch screen potrebbe vacillare, la crisi di crescita dovrebbe essere dietro l'angolo.

Un minimo di consapevolezza dovrebbe soffiare sul nostro mondo esausto: invece di crescere correndo verso il baratro con le cuffie a tutto volume potremmo cominciare a guardarci intorno, guardarci in faccia, parlarci, scambiarci ciò di cui abbiamo bisogno, immaginare e costruire insieme qualcosa di sensato.

Messa in piedi questa gigantesca macchina tecnologica costituita di datacenter, di cervelli di prim'ordine e di codici open prontamente rinchiusi da NDA (Non-Disclosures Agreement) e simili, bisognava pur riempirla di qualcosa. Di qualsiasi cosa. Possibilmente spendendo il meno possibile o, meglio ancora, gratis. La produzione industriale del nulla sotto vuoto spinto doveva crescere, a costo zero e con profitti favolosi per i soliti noti, ma come?

La rete ormai era gettata. Piano piano, le connessioni a banda larga si sono fatte meno asimmetriche (soprattutto grazie agli investimenti e agli incentivi in perdita del settore pubblico, per "connettere" e colmare il "digital divide"...), le tariffe sono scese (ma rimangono ingiustificabilmente alte), la capacità di upload è aumentata. Ed ecco palesarsi la soluzione a tutti i problemi: riversare online i contenuti degli utenti. Quello che hanno sui loro computer, telefoni cellulari, apparecchi fotografici ecc. Ecco il frutto maturo dell'apertura al "libero mercato": la possibilità di pubblicare per tutti. E il bello, per l'ideologia della crescita illimitata, è che il margine è enorme, il processo di "webbizzazione" è iniziato da poco e le prospettive sono favolose.

Infatti per ora si tratta perlopiù di metadati (tag, profilazione ecc.), la "nuvola" del cloud computing può crescere di molti ordini di grandezza, visto che gli strumenti per gestire i documenti online (Gdocs, Facebook Doc con Microsoft Fuselabs ecc.) sono ancora poco utilizzati. Una delle più efficaci armi di distrazione di massa mai messe a punto: dispensa gratificazione presso gli utenti dei vari servizi cosiddetti "web 2.0", che non vedono l'ora di riversarsi nel grande mare nostrum dei social network (e perché mai dovrebbe essere "nostro", se sta a casa di qualcun altro: Facebook, Flickr, Twitter, Netlog, YouTube, o altri?).

Siamo contenti e felici di avere sul tavolo e in tasca l'ultimo costoso strumento di auto-delazione dal basso, sempre connesso e con tanto di GPS integrato, con cui presto potremo fare acquisti dimenticando la carta di credito, perché chi deve sapere sappia sempre cosa ci interessa e ci piace, dove siamo, cosa acquistiamo, cosa facciamo, con chi ecc. E poiché i device sono sempre più piccoli e meno capienti, è facile prevedere un'esplosione dello stoccaggio dei dati personali online.

E siamo arrivati ai giorni nostri. A differenza di quando Ippolita gridava nel deserto dell'entusiasmo tecnofilo che forse non era il caso di mettere "tutto su Google", dalle mail in su, perché la delega (anche semi-inconsapevole) segna l'inizio del dominio (in questo caso, tecnocratico), oggi molte voci si levano contro i social network, accusati di violare la privacy degli utenti. Di essere frutto di un'ideologia fintamente rivoluzionaria, perché Internet sarà anche un movimento sociale, ma quanto elitario e contraddittorio...

In particolare Facebook, dicono alcuni autorevoli commentatori, è un progetto basato sull'ideologia della "trasparenza radicale", per cui è nella sua natura tendere a pubblicare indiscriminatamente ogni cosa, come dimostrano alcune mosse.

Bisognerebbe ricordare anche che i finanziatori di Facebook vengono dalla cosiddetta Mafia di Paypal, sono legati a doppio filo con i servizi di intelligence civili e militari, sostengono politici dell'estrema destra libertarian statunitense. Qualcuno si azzarda anche a notare, dall'osservatorio privilegiato di Harvard, che forse c'è una bolla dei social media, anche dal punto di vista economico, visto che nessuno ha ancora dimostrato che questi social media permettano di vendere meglio i prodotti personalizzati attraverso pubblicità mirate. Persino i supporter cominciano a temere le ambizioni di Facebook.

Al di là delle proposte concrete, piuttosto velleitarie (suicidio di massa su Facebook; Diaspora Project e Lorea per ricostruire un social network "libero"; reclami e petizioni alle varie Authority e ai vari Garanti ecc), qualcuno comincia a mettere il dito nella piaga. Il pubblico. Come "aprire" un codice non significa affatto "renderlo libero", così "pubblicare" un contenuto non significa affatto renderlo "pubblico". Al contrario. Continuando per comodità con l'esempio di Facebook, è proprio l'opposto: tutto ciò che viene postato diventa di proprietà esclusiva della società, (ri)leggetevi i TOS (Terms of Service). Ma come, non era stato pubblicato? Non era pubblico? Ma pubblicato non significa pubblico. In quasi tutti i casi del cosiddetto "web 2.0" significa, al contrario: privato, di proprietà di una multinazionale o comunque di una azienda privata. Abbiamo lavorato gratuitamente per quelli che cercheranno poi di guadagnare sulla nostra pelle, servendoci le pubblicità personalizzate che ci ammorbano sempre più.

Proprio così. La contingenza è critica. Ma questa storia non è cominciata ieri, non ci troviamo per caso in questa situazione.

Piuttosto, vale oggi quello che valeva ieri, e che non siamo certo i primi a sostenere: bisogna essere in grado di immaginare il proprio futuro per capire il proprio presente. Ricordando il proprio passato, e creando un racconto collettivo, perché la memoria è un ingranaggio collettivo, nulla si ripete mai ma le differenze si somigliano, e la minestra scipita di ieri, un poco adulterata, potrebbe esserci propinata come l'innovazione radicale di domani.

Se l'immaginario sono le pubblicità, televisive o d'altro tipo, e si concretizzano nella "libertà di scelta" tra le infinite applicazioni per iPhone (se proprio non avete nulla da fare, e ne provate dieci al giorno, ne avrete per i prossimi vent'anni) o relazionarci con i cinquecento "amici" su Facebook (una cena ciascuno, riusciamo a malapena a incrociarci tutti una volta ogni due anni), beh, forse abbiamo insistito troppo poco sulla necessità di desiderare e immaginare qualcosa di meglio.

Finora abbiamo descritto l'informatica del dominio così come la percepiamo quotidianamente.

Il metodo che si è costruito (cartografico, interdisciplinare) è necessariamente parziale e a volte poco rigoroso, ma ha permesso di far emergere il problema della delega tecnocratica in tempi non sospetti. "Tirare un colpo dritto con un bastone storto" dicevano gli schiavi giamaicani. Scrivere significa immaginare vie di fuga, e provare a raccontarle; immaginare e costruire strumenti adeguati per realizzare i nostri desideri. Mettere tutto ciò a disposizione di un pubblico che è fatto di persone, non pubblicarlo attraverso il megafono privato della bacheca invadente di qualche multinazionale.

Siamo in tanti nella stessa condizione, a non voler collaborare, a non voler partecipare al crowdsourcing delle masse dei social media.

I servizi di social networking spingono a ritoccare compulsivamente il proprio profilo per distinguersi dagli altri. Tuttavia non si tratta di differenze reali ma di variazioni minime all'interno di categorie predefinite (single? sposata? amico?). Il risultato è l'auto-imposizione dell'omofilia, gruppi in cui siamo "amici" perché diciamo che ci piacciono le stesse cose. La diversità scompare nell'omologazione di gusti e comportamenti.

"Se la biodiversità è intesa come un bene per le altre specie e per l'ecosistema globale, perché non lo è altrettanto per la specie umana e i suoi eco-sistemi bio-culturali?" (Lucius Outlaw, On race and Philosophy). Il valore della differenza però non è un principio quantitativo. Di più non è meglio; più oggetti/amici a disposizione non significa maggiore libertà di scelta. Il mercato globale digerisce ogni differenza. È difficile quindi rallegrarsi che qualche albero striminzito sia stato piantato per compensare le emissioni di CO2: il green capitalism rimane una follia come ogni ideologia produttivista.

Ma pur essendo immersi in questo mondo tecnologico, vorremmo cercare di prenderne le distanze, per scrivere una sorta di etnografia dei social media. Non di come funzionano (ci sono how-to e manuali per quello), ma del perché siamo in questa situazione e di come influenzarla, iniettando eterogeneità, caos, germi di autonomia. Siamo compromessi e implicati, ma questo non significa che dobbiamo accettare tutto in maniera acritica. A partire dall'esperienza collettiva si possono trarre conclusioni individuali, in un processo di straniamento che procede dall'interno all'esterno, invece che dall'estraneità alla familiarità come accade nelle osservazioni etnografiche classiche. I selvaggi siamo noi, e abbiamo bisogno di uno sguardo dichiaratamente soggettivo, non della presunta oggettività di un osservatore esterno. E poi per fortuna il mito dell'oggettività scientifica sopravvive solo nella vulgata deteriore. È più di un secolo che le scienze dure hanno imboccato la via del relativismo, è ora che anche le "scienze umane" lo facciano con decisione. Abbiamo bisogno di relativismo radicale, di prendere le distanze da noi stessi, di osservarci dal di fuori, per capire cosa stiamo facendo, per rendere concreta la nostra attività e poterla così comunicare in uno spazio pubblico, che va preservato, rinegoziato e costruito senza sosta. Usando la terminologia della Arendt, abbiamo bisogno di elaborare un discorso che renda conto delle nostre azioni di ricerca.

Qualcuno ha qualche idea? Noi qualcuna sì, fateci sapere!

Ippolita - www.ippolita.net

tratto da punto-informatico.it

25 dicembre 2010

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Wikileaks, Calipari e il doppio gioco di Gianni Letta

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Le rivelazioni di Wikileaks sul caso Calipari rendono evidente il doppio gioco del Governo italiano, e spiegano i cinici movimenti interni agli apparati di sicurezza

letta_berlusconiAddolora, e come potrebbe essere diversamente, leggere nero su bianco nel cablo dell'ambasciatore Mel Sembler che quello che si è pensato al momento della pubblicazione del rapporto dei commissari italiani Campregher e Ragaglini sull'omicidio dell'agente del Sismi Nicola Calipari in Iraq, era effettivamente stato concordato tra il governo di Roma e quello di Washington. Addolora, e in primo luogo chi è stato colpito direttamente come Rosa Villecco e Giuliana Sgrena. Ma purtroppo non stupisce affatto.
Quelle poche parole relative alla "non intenzionalità" dell'omicidio, inserite nelle pagine conclusive di un rapporto che in molte parti divergeva profondamente da quello redatto dal generale Vangjel, costituivano il tentativo di sterilizzare preventivamente l'operato della magistratura italiana, impossibilitata a celebrare un processo per un delitto commesso fuori dai confini del paese.
Quelle parole appositamente studiate dal governo Berlusconi per bloccare i procuratori Ionta, Saviotti e Amelio, come riferisce Sembler, sono state scritte dal responsabile per la sicurezza e l'attività di intelligence della presidenza del consiglio, Gianni Letta. Difficile avere dubbi al riguardo.
Lo stesso che, insieme a tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione, si era adoperato con tutti i mezzi a disposizione per ottenere il rilascio della giornalista del Manifesto e in precedenza anche degli altri ostaggi. La loro liberazione era, infatti, interesse comune sia di chi doveva dimostrare efficacia nell'azione di governo, sia di chi voleva innanzi tutto salvare delle vite umane, anche agendo in contrasto netto con le disposizioni del plenipotenziario Usa a Baghdad, John Negroponte: ogni trattativa col nemico, era il diktat, è equivalente al suo sostegno, specie quando di mezzo ci sono i soldi dei riscatti che gli italiani hanno sempre pagato.
E' il mediatore politico italiano per antonomasia che poteva individuare i margini entro i quali definire il tasso di divergenza inevitabile con gli Stati Uniti, senza scalfire l'alleanza con George Bush e tentare, nel contempo, di depotenziare la "famigerata" attività giudiziaria italiana.
Per questo la procura di Roma per cercare di arrivare al processo fu costretta a ignorare le conclusioni del rapporto italiano e a imboccare la strada opposta – e giuridicamente inattaccabile – dell'accusa per "omicidio volontario oggettivamente politico" nei confronti dello sparatore Mario Lozano.
Nel difficile equilibrio ricercato dal sottosegretario Letta, il governo doveva fronteggiare anche l'offensiva interna di quei settori di apparato di sicurezza che consideravano da "furbetti" i tentativi della squadra di Nicola Calipari di aggirare le tassative disposizioni antitrattativiste degli americani. Rileggere gli articoli di Repubblica, che pure passa per un giornale progressista, a sostegno di questa tesi a pochi giorni dall'assassinio dell'agente del Sismi fa rabbrividire forse più di quanto il dispaccio di Sembler pubblicato ora da Wikileaks.
Già, perchè ci fu chi tentò di depistare dall'Italia lo stesso Calipari durante i tentativi di liberare Giuliana e anche approfittò cinicamente di questa tragica circostanza per scalzare il capo del Sismi Niccolò Pollari, nominato dal centrodestra, e aprirsi la strada al controllo di tutti gli apparati di sicurezza del paese, servizi segreti compresi. I passi successivi, come dovrebbe essere noto, furono la vicenda del cosiddetto Niger Gate italiano e il rapimento di Abu Omar, di cui tutti sapevano, ma che una parte sola ha pagato (si fa per dire, perchè il segreto di Stato apposto da governi di differente colore, alla fine avrebbe salvato tutti...).
Gianni Letta aveva di fronte un percorso molto stretto, ma era certo che la stessa opposizione parlamentare non sarebbe stata conseguente anche in questo caso e non avrebbe sollevato problemi, per gli stretti rapporti da questa intrattenuti con chi – settore della sicurezza alleato in quel momento con i falchi dell'amministrazione Usa – voleva la testa di Pollari e compagni. L'ha dimostrato ampiamente il successivo governo Prodi, intervenuto nel 2007 per frenare l'inchiesta della magistratura romana sull'omicidio Calipari, esattamente come per bloccare la magistratura milanese sul sequestro dell'imam egiziano.
Come a ogni congiuntura che vede implicati i responsabili dell'ordine pubblico e della sicurezza negli ultimi anni, perlomeno dal G8 di Genova in poi, tornano – naturalmente per chi non voglia omettere opportunisticamente nomi e cognomi – le stesse persone, in contrasto durissimo tra loro per l'egemonia: Niccolò Pollari e Gianni De Gennaro, uno sconfitto e un vincitore su tutta la linea.
E il mediatore, appunto, Gianni Letta. Che in questo contesto, mi si passi la forzatura, ha giocato per anni il ruolo che ebbe per la borghesia italiana Mediobanca nel gestire gli equilibri economico-finanziari del paese, almeno fino all'avvento di Berlusconi.
Chi poteva avere tanto potere da spingersi a sfidare una linea di condotta bipartisan, anzi di tutto il mondo politico italiano, sulla vicenda degli ostaggi italiani in Iraq? Chi ha potuto accreditarsi a sinistra portando in dote la collaborazione con Falcone nella lotta contro la mafia negli anni '90 e a battere in breccia qualsiasi velleità a destra di sostituirlo come capo della polizia dopo la dura repressione a Genova nel 2001?
Gianni Letta - che risulta il riferimento istituzionale più ascoltato da Washington, come si è visto sia con l'ambasciatore di Bush Sembler, ma anche con quello di Obama Thorne (ricordiamo le sue dichiarazioni sul Berlusconi bollito sempre rivelate dal sito di Assange) – è l'immagine più chiara del potere e di come questo funziona, senza scrupoli. A chi ne esalta le qualità al punto da vederlo bene a Palazzo Chigi o persino al Quirinale, vorrei far presente questa spregiudicata pugnalata alle spalle a un uomo inviato in Iraq per ordine del suo governo, ucciso deliberatamente perchè disturbava il manovratore americano e abbandonato all'oblio nello stesso giorno in cui lo si esaltava come eroe.
Alla luce del cablo di Sembler, mi suonano ancor meglio le parole che mi rivolse un giorno ai margini di una riunione del Copaco in merito al credo decimo sollecito in aula (erano ormai passati mesi!) a una mia interpellanza urgente sul rapporto Campregher-Ragaglini depositata il 10 maggio 2005, ossia qualche giorno dopo le comunicazioni del presidente del consiglio avvenute in un parlamento semideserto: "Senatore, abbia pazienza – disse Letta – risponderemo alla sua interpellanza, ma deve capire con quali delicati equilibri internazionali dobbiamo fare i conti...". Ho capito.

Gigi Malabarba*

tratto da www.ilmegafonoquotidiano.it

*Sinistra Critica, senatore della XIVa legislatura e membro del Copaco, autore del libro "2001-2006 Segreti e bugie di Stato".

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Ultimo aggiornamento Martedì 21 Dicembre 2010 23:50

Personaggio dell’anno a Mark Zuckerberg: l’ipocrisia ripetuta del Time

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zuckemberg_timeIl prestigioso settimanale statunitense “Time”, nell’assegnare il suo tradizionale riconoscimento come persona dell’anno al padrone di Facebook Mark Zuckerberg, ribaltando il risultato del sondaggio tra i propri lettori su chi fosse stato il personaggio più cospicuo del 2010, ovvero Julian Assange di Wikileaks, ha ripetuto lo stesso gioco truffaldino già fatto nel 2006.

Quell’anno infatti Il “Time” nominò “persona dell’anno” il “popolo di Internet” che, con il Web 2.0, «controlla l’era dell’informazione». L’ipocrita paradosso da parte di “Time” della nomina di “you”, te stesso, come personaggio dell’anno in quanto utente di Internet, stava nel fatto che in realtà il “giudizio popolare” evocato attraverso la Rete ed espresso da quello stesso popolo, aveva eletto di larga misura il presidente venezuelano Hugo Chávez.

Questo, nonostante l’anatema lanciato all’unisono del mainstream, era all’apice della propria credibilità internazionale. Il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, paese dove vige la prima Costituzione partecipativa al mondo, poche settimane prima, alle Nazioni Unite, aveva infatti espresso le proprie documentate critiche sul sistema neoliberale, i segni della crisi del quale erano già allora evidenti. Se, come detto, su Chávez era caduto l’anatema dei media, non vi aveva abboccato quel “popolo della Rete” che lo aveva riconosciuto personaggio dell’anno nel sondaggio aperto dal settimanale statunitense.

Lo stesso “Time”[1] riconosceva quel popolo come più colto, informato e attivo della media della popolazione. Ma ciò non toglieva che premiare Chávez era un imbarazzante fallimento per il settimanale, uno dei più ortodossi rappresentanti del giornalismo mainstream statunitense, che aveva per anni contribuito a demonizzare in maniera strumentale e diffamatoria il governante latinoamericano, come oggi, guarda caso, anche i file ripubblicati da Wikileaks si incaricano di confermare.

Chávez nel 2006, come oggi Assange, non poteva essere premiato e il fatto che il sondaggio popolare li scegliesse doveva e deve essere cancellato da scelte politiche. Pertanto il settimanale stesso nel 2006 tirò fuori dal cilindro il premio a “te stesso” lettore, in quanto parte del popolo di Internet e “padrone dell’era dell’informazione”. Tale riconoscimento avveniva sulla base di una manipolazione con la quale “Time” premiava e allo stesso tempo imbrogliava ed esautorava il “padrone dell’era dell’informazione” del diritto di pensare in maniera differente da come il mainstream riteneva di averlo ammaestrato a pensare.

Oggi il gioco si ripete. La percezione di Wikileaks come uso antisistema della Rete, e di per sé quindi contributo alla trasparenza, è simile al ruolo svolto dall’America latina integrazionista, il continente che, allontanandosi dai diktat dell’FMI e dal “Washington consensus” ha di gran lunga sofferto meno la crisi del modello neoliberale, nello svelare l’insostenibilità del modello stesso. Proprio il ruolo di coscienza critica svolto dal continente ribelle e dai suoi leader, Lula, Evo Morales, Nestor Kirchner, Hugo Chávez era stato considerato dai lettori come fondamentale e dal “Time” inaccettabile preferendo la capriola descritta.

Adesso, di nuovo, piuttosto che la Rete liberatoria, distributrice di informazione verticale da molti a molti, si sceglie di premiare un simbolo della Rete commerciale come Facebook in una ripetuta antinomia, legittima e allo stesso tempo resa stridente dalla manipolazione. “Adattatevi”, sembra dire “Time” come fosse il ministro Frattini, “la Rete libera è terrorista e pertanto va limitata e ne deve essere negato il potenziale. Contentatevi di giocare con Facebook”.

Purtroppo Facebook non è solo un simbolo della Rete commerciale. FB è un sistema chiuso, opaco, autoritario, che per meno di niente cancella utenti, contatti, relazioni senza spiegazioni. E’ un grande fratello in grado di creare in pochi anni uno schedario mondiale di gusti, preferenze, dati sensibili che non viene usato solo per profilare clienti per il mercato pubblicitario ma per ben più inconfessabili usi. Facebook, per quanto fenomeno in grado di rendere Zuckerberg uno dei più giovani miliardari al mondo, è quindi piuttosto il simbolo del Grande Fratello, la Rete depotenziata che smette di essere policentrica e si concentra in un solo sistema chiuso e controllabile da un potere occhiuto con il quale da sempre Zuckerberg ha dimostrato di essere in sintonia se non complice.

Quello di “Time” che chiama i lettori a votare, ma poi disinnesca il responso che dai lettori giunge, lusingandoli e premiandoli poi con una piroetta, è però ancor di più al premio al Grande Fratello Facebook: è un utile esempio di come il giornalismo mainstream utilizzi ma allo stesso tempo svuoti la partecipazione popolare insita nel medium. Tale partecipazione, infatti, una volta evocata risulta difficile da governare. Diviene quindi preferibile edulcorarla. Per il “Time” è evidentemente meglio Zuckenberg che il negraccio Chávez o il terroristaAssange.


[1] “Time”, 25 dicembre 2006. Le preferenze del pubblico erano visibili qui: http://www.time.com/time/personoftheyear/2006/walkup/. Tra le decine di articoli che spiegano nel dettaglio la truffa operata dal settimanale statunitense Cfr. almeno: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=43362 e http://www.rebelion.org/noticia.php?id=43298.

Gennaro Carotenuto

tratto da http://www.gennarocarotenuto.it

16 dicembre 2010

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