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COMUNICAZIONE E MEDIA

FdS e SeL, quando l’a-sinistra ci lascia…

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jobs_sel_senza_parolePer la serie: “Quando pensi che sia stato toccato il fondo c’è sempre qualcuno che prende la pala e inizia a scavare”. Questa mattina sui muri di Roma è apparso un manifesto di SeL per commemorare Steve Jobs. Il creativo Steve Jobs, il visionario Stev Jobs… il padrone Steve Jobs. Vendola e soci sembrano proprio non aver capito che quel “siate affamati” che l’i-man ci ha lasciato come eredità era tutt’altro che una metafora, ma piuttosto un invito a diventare tutti come quegli operai ipersfruttati su cui poggia il successo della mela mozzicata. Questa trovata fa il paio con la sortita della Federazione della Sinistra davanti alla Banca d’Italia l’altro giorno. Pur sapendo benissimo che era stata indetta per oggi una mobilitazione generale a cui tutti avevano aderito, Ferrero e Diliberto hanno pensato bene di garantirsi quei 15 minuti di fama di cui pure parlava Warhol anticipando l’apparizione a favore di telecamere. Un gesto non proprio corretto, soprattutto se praticato da chi continua a sostenere di voler stare dentro il movimento e di non volerlo solo cavalcare a fini elettorali. Sappiamo tutti, però, che esiste uno iato incolmabile tra le buone intenzioni e le cattive abitudini. Così come sappiamo quanti e quali mal di pancia provochi in Via del Policlinico la sovraesposizione mediatica del governatore con l’orecchino…

tratto da http://www.militant-blog.org

12 ottobre 2011

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India, un tablet da 35 dollari

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Il governo indiano ha presentato un dispositivo ultraeconomico per abbattere il digital divide
india_tabletMentre il mondo piange la morte del padre dell'iPad, il governo indiano lancia un tablet ultraeconomico da 35 dollari destinato agli studenti delle università del subcontinente.

"I ricchi hanno accesso al mondo digitale, mentre i poveri ne sono esclusi: Aakash porrà fine al digital divide", ha dichiarato il ministro indiano dell'Istruzione, Kapil Sibal.

L'Aakash ('Cielo' in hindi), sistema operativo Andoid 2.2 Froyo e schermo da 7 pollici (risoluzione 800x480), è stato progettato dall'Indian Institute of Technology in collaborazione con l'azienda britannica DataWind, e viene fabbricato in uno stabilimento di Hyderabad.

Il governo indiano acquisterà milioni di pezzi che verranno distribuiti alle università. Il dispositivo sarà presto messo anche in vendita, pure all'estero, con il nome 'UbiSlate' a circa 60 dollari.

tratto da http://it.peacereporter.net

6 ottobre 2011

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Cinque cose fuori dai denti su Steve Jobs e sulla Apple

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apple_biancaneveI lutti non sono il momento adatto per le puntigliosità ma per la celebrazione del caro estinto. Tuttavia la morte di Jobs si è trasformata nell’ennesimo evento globale. Così il segno encomiastico rischia di impedire una valutazione equanime, sul personaggio, sull’impresa a maggior capitalizzazione al mondo e su un’epopea dove non tutto luccica. Siamo di fronte ad un’operazione di marketing funerario sulla quale è bene riflettere brevemente.

1) Le invenzioni di Steve Jobs, spesso un passo avanti a tutti e a volte dei veri capolavori soprattutto dal punto di vista estetico, sono sempre stati dei prodotti di fascia alta per consumatori in grado di spendere (o svenarsi). Al dunque quel costo di un 20% in più rispetto ad un Sony Vaio o 30% in più rispetto ad un Toshiba Satellite, il surplus che ti garantisce lo status symbol per fare quasi sempre le stesse cose, te lo devi poter permettere.
2) I prodotti simbolo degli ultimi dieci anni, ipod, iphone, ipad, sono stati presentati come una rivoluzione universale. Nonostante le centinaia di milioni di pezzi venduti (e quindi un indiscutibile successo di marketing) la vera innovazione, quella che cambia davvero il mondo, non è quella per chi se la può permettere ma quella per tutti. Tra il notebook da 35$ annunciato dal governo indiano (il prossimo Steve Jobs verrà da lì) e il più fico degli ipad c’è la stessa relazione che c’è tra il vaccino anti-polio e un brevetto contro la caduta dei capelli.
3) È giusto che un capitano d’industria si prenda i meriti dei prodotti innovativi che licenzia, soprattutto quando il gruppo che dirige diventa quello a più alta capitalizzazione al mondo. Ma sta restando nell’ombra che, soprattutto in campo tecnologico e in pieno XXI secolo, vi dev’essere sì una visione di fondo (che può essere anche di una persona sola), ma vi è soprattutto un lavoro di gruppo, anzi di molti gruppi ed un continuo confronto perfino con la concorrenza. Senza Steve Jobs non avremo l’ipad come lo conosciamo ma non è vero che non avremmo lo smartphone (probabilmente il più grande salto in avanti dalla diffusione del personal computer). Insomma un grande, ma presentarlo come l’uomo della provvidenza è esagerato.
4) La concezione proprietaria della Apple su software e brevetti è ben più che per il mondo Windows l’esatto opposto del software libero, dell’open source e della libera circolazione dei saperi. Lo stesso Jobs ammise di non inserire nell’iphone la possibilità di ascoltare la radio via etere (un banale chippino da pochi centesimi presente in qualunque cellulare da 40 Euro in su) perché dall’ascolto della radio non poteva lucrare. Ma il profitto appare solo una giustificazione rispetto alla maniera orwelliana con la quale l’iphone o l’ipad continuano ad essere controllati dalla Apple e non dal legittimo proprietario. Se non permettete ad un estraneo di entrare in casa vostra per portarsi via un libro o un disco o per spostare un soprammobile, perché accettate che Apple lo faccia sul vostro telefono?
5) La Apple di Jobs è stata in questi anni una delle imprese simbolo del mondo globalizzato nel più deleterio dei modi possibili. Dalle accuse di mobbing alle documentate orribili condizioni di lavoro in Cina (vedi alla voce Foxconn) con decine di casi di suicidi denunciati, Jobs non è mai stato meglio della Nike, della Monsanto, della Coca-Cola o dell’ultimo padrone delle ferriere. L’esteticità, la bellezza, l’innovazione tecnologica più spinta (ma parliamo sempre di prodotti consumer, l’avanguardia vera è in altri campi) si sono sempre sposate con le più vecchie e conosciute pratiche dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Steve Jobs invitava a pensare differente (“Think different” fu uno degli slogan più efficaci) ma sui rapporti di produzione pensava molto antico.
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Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Ottobre 2011 16:07

“Salviamo Wikipedia!” Sortita dal basso nella guerra mediale italiana

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censura_wikipediaWikipedia Italia scende in campo contro la cosiddetta legge ammazza blog. E per protestare entra in sciopero. Da 24 ore infatti le 800000 voci dell'enciclopedia libera risultano essere inaccessibili al pubblico. Una scelta che gli amministratori del sito hanno spiegato alla loro utenza con un breve ma significativo comunicato.

Sotto accusa è il comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni, in questi giorni sotto il fuoco incrociato di roventi polemiche all'interno della stessa maggioranza di governo.

«Tale proposta di riforma legislativa» afferma il comunicato di Wikimedia Italia «prevede, tra le altre cose, anche l'obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine»

Qualora questo nuovo dispositivo giuridico venisse introdotto «chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiedere l'introduzione di una "rettifica", volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.»

Un fatto che Wikipedia non esita a definire come «una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza».

La protesta inscenata da Wikipedia Italia ha il sapore della prova di forza, giocata intelligentemente proprio nel momento in cui la tenuta del governo sembra minata da crepe che si fanno più vistose giorno dopo giorno. Pur non facendo appello diretto alla mobilitazione, Wikipedia ha deciso di sfruttare il suo brand e la sua centralità nell'odierna geografia dei servizi web per calcare un palcoscenico vastissimo ed incendiare ampli segmenti dell'opinione pubblica. Operazione che pare essere andata in porto se il trending topic di Twitter Italia registra fra gli hashtag più chiacchierati proprio quello dell'enciclopedia libera. Una conferma ulteriore arriva da Facebook dove pagine (“Rivolgiamo Wikipedia - No alla legge bavaglio”) ed eventi (Salviamo Wikipedia) creati nelle ultime ore sono stati accolti positivamente da decine di migliaia di profili (ma i numeri sembrano essere destinati a lievitare). E questo senza contare la raffica di agenzie stampa susseguitesi in serata e l'approdo della notizia sui grandi quotidiani in mattinata.

Un'operazione che più andrà avanti più potrebbe avere la capacità di mettere in evidenza, di fronte agli occhi di un pubblico assai vasto ed eterogeneo, l'anacronismo del DDL intercettazioni e la sua incapacità di misurarsi con quelle che oggi sono di fatto le nuove modalità di produzione del sapere. In questo senso la parte forse più emblematica del sopracitato comunicato è quella in cui viene affermato a chiare lettere: «Wikipedia non ha una redazione». Una dichiarazione che si sposa con la firma, posta in calce al comunicato, a nome de “Gli utenti di Wikipedia”. Come dire, nell'era dei prosumer, dove le figure di produttori e consumatori della conoscenza si confondono, meccanismi di regolamentazione dell'informazione come quelli previsti dal DDL intercettazioni arrivano fuori tempo massimo.

Semplificando si potrebbe dire che questa vicenda assume i contorni dello scontro culturale tra old e new media in atto ormai già da diverso tempo in Italia. È questo è in parte vero, anche a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate a mezzo stampa del deputato del PDL Cassinelli secondo cui «l'obbligo di rettifica riguarda solo i giornali on line e non i blog»).

Parole prive di senso se si pensa a come di fatto ormai, le due categorie tendano a sovrapporsi sempre di più ed in maniera sempre più sfumata. Si pensi per esempio al modello dell'Huffington Post, uno dei più influenti organi di informazione statunitense o anche alle home page di molti dei grandi quotidiani italiani, costellati da una miriade di “blog d'autore” sui più disparati argomenti e temi d'attualità.

Parole a cui fa da contraltare un breve tweet del fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, che bolla come “idiota” la proposta di legge che verrà discussa probabilmente la settimana prossima in Parlamento.

I confini di questa vicenda però vanno oltre la semplificazione implicitamente racchiusa nel dualismo (spesso invocato in modo acritico) che contrappone “old” e “new”, “mainstream” e contenuti autoprodotti. A fare da sfondo c'è infatti un processo di trasformazione del modello di comunicazione di alcuni dei più importanti media italiani (sia cartacei che televisivi) che sembra aver preso il via. Un fatto sottolineato proprio ieri da Riccardo Luna (l' ex direttore di Wired Italia) in un articolo comparso su Repubblica ed altri siti. Anche se i tempi non saranno brevissimi (e non comporteranno affatto la sostituzione degli old media con quelli nuovi, ma semmai una reciproca contaminazione) il traguardo da tagliare è all'insegna di due parole d'ordine: “partecipazione” e “comunità”. L'intento è riconquistare audience, royalties sui diritti di proprietà e creare nuovi format pubblicitari di concerto con i grandi attori del mercato ICT. Unica grande assente in questa corsa alle forme di impresa “2.0”? Ovviamente Mediaset, che non sembra avere in questo momento le risorse, la capacità e tanto meno la volontà politica di abbandonare il vecchio modello di televisione generalista con cui ha costruito la propria egemonia negli ultimi 20 anni.

Dunque lo scenario è più complesso: uno scontro tra poteri economici, diversi modi di intendere i processi di creazione della conoscenza e del concetto di opinione pubblica. Ma anche un vecchio drago messo all'angolo che batte i suoi ultimi e disperati colpi di coda. Si tratta solo di capire chi alla fine scaglierà la lancia che ne trafiggerà il petto.

InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

5 ottobre 2011

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Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Ottobre 2011 16:07

Anche Wikipedia lancia il grido di allarme sul disegno di legge che censura il web

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censuraCara lettrice, caro lettore,

in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. La pagina che volevi leggere esiste ed è solo nascosta, ma c'è il rischio che fra poco si sia costretti a cancellarla davvero.

Negli ultimi 10 anni, Wikipedia è entrata a far parte delle abitudini di milioni di utenti della Rete in cerca di un sapere neutrale, gratuito e soprattutto libero. Una nuova e immensa enciclopedia multilingue e gratuita.

Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto — neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti — rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni.

Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l'obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine.

Purtroppo, la valutazione della "lesività" di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all'opinione del soggetto che si presume danneggiato.

Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiederne non solo la rimozione, ma anche la sostituzione con una sua "rettifica", volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.

In questi anni, gli utenti di Wikipedia (ricordiamo ancora una volta che Wikipedia non ha una redazione) sono sempre stati disponibili a discutere e nel caso a correggere, ove verificato in base a fonti terze, ogni contenuto ritenuto lesivo del buon nome di chicchessia; tutto ciò senza che venissero mai meno le prerogative di neutralità e indipendenza del Progetto. Nei rarissimi casi in cui non è stato possibile trovare una soluzione, l'intera pagina è stata rimossa.

L'obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza: tale limitazione snatura i principi alla base dell'Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l'abbiamo conosciuta fino a oggi.

Sia ben chiaro: nessuno di noi vuole mettere in discussione le tutele poste a salvaguardia della reputazione, dell'onore e dell'immagine di ognuno. Si ricorda, tuttavia, che ogni cittadino italiano è già tutelato in tal senso dall'articolo 595 del codice penale, che punisce il reato di diffamazione.

Con questo comunicato, vogliamo mettere in guardia i lettori dai rischi che discendono dal lasciare all'arbitrio dei singoli la tutela della propria immagine e del proprio decoro invadendo la sfera di legittimi interessi altrui. In tali condizioni, gli utenti della Rete sarebbero indotti a smettere di occuparsi di determinati argomenti o personaggi, anche solo per "non avere problemi".

Vogliamo poter continuare a mantenere un'enciclopedia libera e aperta a tutti. La nostra voce è anche la tua voce: Wikipedia è già neutrale, perché neutralizzarla?

Link:Wikipedia Italia chiuso causa norma anti-blog

Gli utenti di Wikipedia

http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia

Il Disegno di legge - Norme in materia di intercettazioni telefoniche etc., p. 24, alla lettera a) recita:

«Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»

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Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Ottobre 2011 16:07

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