“Continua la melina sui bacini di carenaggio”

“Non si può accettare che un’infrastruttura pubblica come questa, il secondo bacino di carenaggio più grande d’Europa, venga lasciata all’incuria più totale e rimanga inutilizzato mentre centinaia di persone rimangono senza lavoro”.

Non c’era davvero bisogno delle parole pronunciate la settimana scorsa a Livorno da Luigi Di Maio per ribadire l’inaccettabilità dell’abbandono in cui viene lasciato il grande bacino da carenaggio, tuttavia l’intervento del pretendente dei 5 Stelle alla presidenza del Consiglio dei ministri è servito, oltre che a stimolare il sindaco Nogarin a non lasciar cadere la questione, anche a tener viva l’attenzione su un tema che continua a gridare vendetta almeno dal 2006, anno in cui all’interno dell’impianto navalmeccanico – sotto la gestione di Azimut Benetti – furono effettuate le ultime riparazioni navali.

E’ bene tener sempre presente che, se mentre altrove il comparto delle riparazioni fiorisce, a Livorno, sede di un bacino di 350 metri per quasi 60 di proprietà pubblica, gli addetti al settore continuano a tirare la cinghia e questo avviene, almeno in buona parte, perché l’Autorità che lo amministrava e lo amministra per conto dello Stato ha lasciato, senza colpo ferire e senza alcuna censura, che quel prezioso impianto venisse progressivamente smantellato e ridotto nelle condizioni in cui attualmente si trova

Insomma, se oggi il grande bacino è ridotto ad essere una vasca inservibile e malridotta è perché, allo scadere dell’ultima concessione, il 31 Dicembre del 2009, quella stessa Autorità che avrebbe dovuto tutelarla si è ben guardata dall’imporre al concessionario uscente di restituire quel bene almeno nelle condizioni di efficienza e funzionalità in cui l’aveva ricevuto con ciò tenendo in completo non cale il dettato del codice della Navigazione, senza che alcuno gliene chiedesse conto..

Ciò detto, poiché – come si dice – soltanto alla morte non c’è rimedio, sarebbe già molto se l’attuale responsabile di quella poco adempiente Autorità provasse almeno a tener fede a quanto dichiarato circa un paio di settimane fa quando, in un suo intervento alla commissione ambiente della regione Toscana., ha assicurato che l’affidamento della gara avverrà, nella migliore delle ipotesi, nel prossimo Giugno correggendo parzialmente _in melius_ quanto aveva affermato in Dicembre: ”…..  _sarà presto ripresa la procedura di gara indipendentemente dalla rimozione della nave Urania, in modo da consegnare le strutture appena disponibili. Il nostro obiettivo è quello di chiudere la vicenda entro in 2018 e anche prima_”.

La soluzione dell’annoso problema questione sarebbe dunque _ad portas_?

Magari! Il fatto è che non vediamo come possa essere realisticamente possibile “_riprendere la procedura di gara……e chiudere la vicenda entro il 2018 e anche prima _(forse intendeva proprio Giugno?)” sulla scorta di un bando in cui viene proposto un bacino libero da impicci e pienamente efficiente mentre, invece, a più di dieci mesi dal dissequestro, l’Urania si trova ancora intrappolata nella struttura, fra l’altro danneggiata e non funzionante..

Forse…., se non sarà Giugno è assai probabile che si lascerà passare l’Estate……, poi….chissà se basterà tutto il 2018, ma….. perché sottilizzare?.

Consideriamo che quella del temporeggiare è un’arte a cui siamo stati abituati da tempo, essa, però, può essere esercitata con successo solo verso chi si lascia corbellare ed è proprio ciò che sembra essere avvenuto ed avvenga a Livorno, una città che, non ostante la sbandierata ripresa, continua ad essere strangolata da una disoccupazione che non accenna ad attenuarsi.

E’, fra l’altro, di questi ultimi giorni l’annuncio del trasferimento forzoso – provvisorio, secondo l’ADPs (da intendersi, naturalmente all’italiana) – alla banchina 75 della metà o poco più delle quasi seicento imbarcazioni da diporto ospitate nel porto Mediceo, un’operazione che molti hanno interpretato come finalizzata a predisporre un argomento in più per impedire la riapertura del grande bacino in muratura

Intanto i lavoratori delle riparazioni continuano a limitarsi ad avanzare civilissime rimostranze espresse con richieste e documenti mentre una delle maggiori e tradizionali potenzialità del territorio, quella della navalmeccanica (fra i 350 e i 400 posti di lavoro), che continua ad avere un mercato abbastanza interessante, come dimostra la costruzione di nuovi bacini in Italia e all’estero, viene progressivamente e surrettiziamente estromessa dal conteso produttivo cittadino.

Secondo una relazione del RINa, stando alle iscrizioni del 2008 nei registri art. 68 dell’Autorità portuale, gli addetti al settore navalmeccanico a Livorno, con la grave crisi allora già in atto, risultavano essere circa 1.380, ripartiti su un totale di circa novantacinque imprese, inoltre, dalle conclusioni di un studio appositamente commissionato nell’Agosto del 2011 dall’allora Autorità portuale sempre al RINa emerge che le potenzialità del grande bacino, con riferimento alle riparazioni di varia tipologia e durata, sarebbero tali da attrarre a Livorno almeno una settantina di navi all’anno.

Affinché ciascuno possa farsi una propria idea su come vadano da noi certe faccende e per completezza di informazione, c’è da ricordare che lo stesso RINa, in un lavoro commissionato poco dopo da Azimut, si espresse in maniera abbastanza diversa.

Ebbene, al di là dell’indovinare quale fra le due relazioni (stese a distanza di un tempo relativamente breve) sia quella attendibile, il dato che rimane certo è che, se anche le settanta navi previste dal Registro nella relazione stesa per l’Authority risultassero – roviniamoci – la metà, si tratterebbe pur sempre di quasi sei navi al mese, ma chi potrebbe dire che, di questi tempi, non andrebbe bene anche la metà della metà?.

Inviato a Senza Soste da RR

4 febbraio 2018

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