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CORPI E POTERE

'Quello che non si dice' su liberalizzazioni & privatizzazioni

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taxi-Sono oramai giorni che il capitolo 'liberalizzazioni' anticipato e previsto dal governo Monti ha preso piede nel dibattito pubblico, tematizzato dagli organi di stampa, sponsorizzato dalle 'forze politiche dell'austerity', contestato dai primi destinatari (cetuali?) dei provvedimenti, quindi discusso e dibattuto da coloro che nella categorizzazione gerarchica dei decreti sono e saranno sempre più la clientela...

Necessariamente il nodo liberalizzazioni non è esente di complessità e problematicità, laddove vanno a scontrarsi interessi contrapposti e particolari. Bisogna fare i conti con degli interrogativi, ineludibili, e il primo non può che essere quello relativo all'antagonismo tra strutture dell'oligopolio capitalistico in avversione al corporativismo cetuale di alcune categorie... che, semplificando, non possono che essere ascritte allo stesso sistema organizzativo?!

Ovviamente una delle necessità è quella di mantenere chiaro il contesto nel quale ci si muove, ben introdotto dall'articolo che segue di Tonino Perna; la dimensione del mercato e i suoi centri i potere, l'ideologia liberista e l'onta delle privatizzazioni, etc. Considerando soprattutto quanto nascosto dal velo delle liberalizzazioni del governone dei professori, soprattutto se andiamo a considerare la gestione dei territori e dei suoi servizi (acqua, trasporti, etc), dove la traduzione da compiere è quella di liberalizzazioni in privatizzazioni, che spinge ancora di più nello spazio del libero mercato quanto dobbiamo considerare servizio pubblico, collettivo, comune.

Tonino Perna con il suo articolo su Il Manifesto, intitolato 'Quello che non si dice', crediamo fornisca un primo contributo utile ed interessante per rovesciare il credo smithiano del liberismo in quelle che sono state le risultanti di un'ideologia che ha sospinto il mondo intero in una crisi sistemica che affonda le sue radici in una religione che è la crisi stessa a mettere in discussione, che non può che vederci protagonisti di una critica e contestazione radicale in avversione ad un sistema marcio, che le libertà le vuole strangolare a favore di un dio mercato programmato per il saccheggio. tratto da www.infoaut.org

***

Quello che non si dice

«Si restituisca a tutti i sudditi di sua maestà, come ai soldati e ai marinai, la libertà naturale di esercitare qualsiasi tipo di attività piaccia loro, si abbattano così i privilegi esclusivi delle Corporazioni e si revochi lo statuto dell'apprendistato, che sono vere usurpazioni della libertà naturale, e si aggiunga a ciò la revoca delle leggi sui domicili, in modo che un operaio povero, quando perde un'occupazione in un mestiere o in un luogo, possa cercarne un'altra in un altro mestiere o in un altro luogo...» (Adam Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, p. 459).

Il padre dell'economia politica moderna, il fondatore del pensiero economico liberale, mise al centro della sua teoria la lotta alle Corporazioni, in quanto impedivano lo sviluppo della concorrenza e la crescita economica di una nazione. Smith era convinto, infatti, che la causa prima della povertà e della disoccupazione fosse dovuta alla mancanza di un libero mercato del lavoro, correlata alla presenza di monopoli gestiti dalle corporazioni che impedivano al capitale il libero accesso alle diverse attività. Le liberalizzazioni sbandierate dal governo Monti, e osannate dalle "lenzuolate" di Bersani, sono perfettamente coerenti con la teoria smithiana, che risale alla fine del XVIII secolo, usando spesso lo stesso linguaggio e gli stessi ragionamenti.

Anche Marx vedeva nelle Corporazioni un constraint, un vincolo, allo sviluppo del capitalismo, ma da un'altra angolazione: «Il capitale denaro formatosi mediante l'usura e il commercio veniva intralciato nella sua trasformazione in capitale industriale, nelle campagne dalla costituzione feudale, nelle città dalla costituzione corporativa» (Marx, Il Capitale, Cap. XXIV, p. 209). E spiegava bene i termini dello scontro sociale che si registrò in quel periodo: «Le leggi delle Corporazioni impedivano sistematicamente, limitando all'estremo il numero dei garzoni che potevano essere impiegati da un singolo maestro artigiano, che questi si trasformasse in capitalista... La Corporazione respingeva gelosamente ogni usurpazione da parte del capitale mercantile, l'unica forma libera di capitale che le si contrapponesse. Il mercante poteva comprare tutte le merci; ma non poteva comprare il lavoro come merce» (Cap. XII p. 59).

In sintesi, sia Smith che Marx hanno visto nelle Corporazioni delle arti e mestieri un vincolo allo sviluppo del capitalismo. Con la differenza che Marx, che certo non difendeva le istituzioni feudali, aveva colto la vera natura dello scontro: la mercificazione del lavoro, l'espansione della sfera di influenza del capitale, un ruolo rilevante nella fase dell'accumulazione originaria del capitale. Non di certo uno strumento per combattere la povertà o la disoccupazione. Anzi, questo processo comportava una crescita della proletarizzazione che investiva i lavoratori autonomi, gli artigiani e i contadini.

Che senso ha oggi propagandare le liberalizzazioni come strumento per la crescita economica e di lotta alla disoccupazione? Vediamo alcuni esempi in concreto. Se si liberalizza il mestiere del taxista è vero che si produrrebbe una maggiore concorrenza, e quindi un abbassamento dei prezzi, ma questo è un effetto solo di breve periodo.

Nel medio periodo, chi possiede capitali adeguati può acquistare un centinaio di auto, adibirle a taxi e pagare a cottimo dei giovani, magari immigrati, che lavoreranno senza tregua pur di raggiungere un minimo di salario, con tutte le conseguenze del caso in termini di sicurezza e qualità del servizio. Così avverrà anche a livello di mezzi di trasporto locale (ferrovie, bus, ecc). La liberalizzazione/privatizzazione di questo settore è già stata sperimentata in altri paesi con conseguenze nefaste.

Vorrei qui ricordare il caso del Cile di Pinochet, quando alla fine degli anni '70 del secolo scorso venne privatizzato il trasporto locale a Santiago. I conducenti dei Micro (come venivano chiamati gli autobus nella capitale cilena), essendo pagati a cottimo, quindi a chilometri effettuati durante la giornata, correvano come pazzi: stanchi, assonnati e stressati, erano diventati un incubo per i pedoni. E la liberalizzazione nella vendita dei farmaci in Cile non l'ho mai dimenticata. Vedere le vetrine delle farmacie offrire «due scatole di antibiotico al prezzo di una» era veramente deprimente, quanto l'avere eliminato l'obbligo alla dichiarazione della composizione delle bevande gassate, ed altri prodotti alimentari, in nome di una libertà assoluta del mercato.

Per non parlare delle grandi liberalizzazioni/privatizzazioni che interessano settori strategici (come l'energia) e che, come dimostra l'esperienza, da monopoli parastatali si trasformano in oligopoli privati che presto convergono in strategie di cartello, come avviene da anni in tutti i paesi che ci hanno preceduto nelle cosiddette liberalizzazioni.

È chiaro che non bisogna fare di tutta l'erba un fascio. Per esempio, i notai sono notoriamente una categoria privilegiata, ma anche tra i pochi professionisti che non evadono le imposte. Il loro numero è davvero esiguo: 5 mila notai per 60 milioni di abitanti! In questo caso, basterebbe semplicemente raddoppiare il numero e si creerebbero 5 mila nuovi posti di lavoro per i laureati in giurisprudenza. Al contrario, la linea del governo è prevalentemente quella di trasformare le professioni liberali in aziende capitalistiche, sul modello nordamericano dei megastudi che assumono come salariati centinaia di ingegneri, avvocati, commercialisti ecc..

Nessuno ha mai pensato solo per un attimo di liberalizzare le droghe leggere, un vero e proprio tabù nel nostro paese, e non solo. Dalle stime che conosciamo, ogni anno si spendono nel nostro paese qualcosa come 70 miliardi per le droghe, di cui circa 20 solo per la marijuana. Se si legalizzasse, lo Stato potrebbe applicare una tassa rilevante che porterebbe nelle sue casse non meno di 7-8 miliardi l'anno. Se lo stesso procedimento si applicasse alla cocaina, per lo Stato le entrate potrebbero oscillare tra 12 e 15 miliardi l'anno. Invece con perfetta ipocrisia si continua a blaterare di lotta alle droghe, mentre i consumatori rimangono stabili o, per qualche tipo di droga, addirittura crescono. E mafia, camorra e 'ndrangheta ringraziano. Il loro potere economico - secondo il volume Prodotto interno Mafia di Serena Danna - è pari a 140 miliardi, e continua a crescere e ad avvelenare l'economia e le istituzioni. Sarebbe l'unica liberalizzazione veramente urgente e con effetti positivi sull'economia, il bilancio dello Stato e la società. Ma guai a parlarne: si rischia il reato di istigazione a delinquere.

Continuiamo a pensare che viviamo ancora nella fase dell'accumulazione originaria del capitalismo che ha bisogno di conquistare altri spazi e altre vite, portando a tutti benessere e felicità. Forse una linea netta di demarcazione tra destra e sinistra nel nuovo secolo passa proprio da qui: tra chi considera che il modo di produzione capitalistico abbia ancora un ruolo positivo da svolgere e chi considera esaurito il suo ruolo progressista e pensa che bisognerebbe procedere ad un deciso processo di de-mercificazione, per salvare la società ed il patrimonio naturale e culturale che abbiamo ereditato. Tertium non datur.

Tonino Perna, tratto da Il Manifesto

13 gennaio 2012

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Rosarno, due anni dopo. Perché gli africani vivono ancora nei ghetti?

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Vengono soprattutto dal Nord. Avevano case, documenti e un buon lavoro. Hanno perso tutto con la crisi e oggi lavorano nelle raccolte. Duemila lavoratori africani (e altrettanti dell`Est Europa) cercano lavoro a giornata nella raccolta delle arance. Di Rosarno dicono: “E` un`onta per l`umanità”. Sono lo specchio della crisi italiana: pagano affitti cari come a Roma e chiedono semplicemente diritti e regole. Come tutti i lavoratori.

rosarno_immigrati_pullmanLa domanda è: che ci fanno qui? Li chiamano clandestini e loro vogliono regole; sanno fare di tutto e sono costretti a raccogliere mandarini; leggono Tahar Ben Jelloun e ricevono lettere offensive. Quest`anno i contrasti sono più evidenti del solito, perché ci sono soprattutto quelli del Nord. Sono gli espulsi dalla crisi delle fabbriche, vittime della legge Bossi-Fini che ha collegato posto fisso e permesso di soggiorno. Sono africani che parlano con accenti 'padani`. Sono quello che saremmo noi senza i residui di welfare e senza l`aiuto delle famiglie.

Prendete Ahmed. Lavorava a Cuneo. Oggi si trova sballottato in un pezzo di Calabria che non gli sembra neppure Italia. E` esterrefatto, lui che è nato a Casablanca, dall`assenza di regole. Era abituato a salari da 60 euro al giorno, contributi pagati, affitti in regola. Oggi, dopo una giornata a raccogliere le arance, gli danno una banconota da 20. E però gli chiedono 500 euro per una stanza: la cifra che paga uno studente a Roma. Ma l`affitto è un 'privilegio` riservato ai regolari.

Nessun proprietario rischia il carcere o il sequestro dell`immobile. Un appartamento 'in centro` costa fino a 1400 euro al mese. Tanti soldi, troppi. Con un euro a cassetta (il compenso per il cottimo) non si possono pagare le spese e mandare soldi a casa, dal Western Union sempre affollato che si trova sulla 'Nazionale`. Le soluzioni sono tre. Dividere un appartamento in tanti, con cento euro a testa te la cavi ma lo 'spazio vitale` è ridottissimo. Oppure provare a ottenere un letto sul centinaio di posti disponibili al campo container fuori dal paese (sono già tutti esauriti da tempo). Infine, dormire nei casolari e sperare che il freddo non ti uccida. E che alla polizia non venga voglia di fare uno sgombero a campione, come avveniva l`anno scorso.

Il lavoro ‘rosarnizzato`

Salari bassi e alto costo della vita, ecco le cause della povertà estrema che colpisce tanto i giornalisti che arrivano qui e visitano i casolari come la Pomona o la Fabiana. Nessuno lo dice ma tanti lo pensano: sono poveri perché africani. Al loro paese stavano così. Aiutiamoli, come aiuteremmo i poveri del continente nero. E invece disoccupazione e leggi ingiuste sono gli stessi problemi che colpiscono i lavoratori italiani, che però non sono perseguitati da una legge che nega i documenti se non hai un contratto di lavoro. E possono contare ancora su un 'paracadute`.

'Se non avessimo il sistema di protezione delle famiglie, anche noi dormiremmo sotto gli alberi`, spiega Salvatore Lo Balbo, per anni nella segreteria nazionale della Flai Cgil. Mentre tutti continuano a chiedersi se Rosarno è cambiata (il titolo 'Nulla è cambiato` è stato ossessivamente pubblicato in occasione del secondo anniversario della rivolta), si è 'rosarnizzato` il lavoro italiano: paghe sempre più basse, condizioni sempre più precarie e l`abitudine di scaricare il disagio della crisi sul livello più basso delle varie filiere.

Tutto tranne l`essenziale

F. è una prova vivente dei deliri della burocrazia italiana. Ha in tasca il 'libretto di lavoro per extracomunitari` della direzione del lavoro di Foggia, il libretto di idoneità sanitaria della AUSL foggiana di San Severo, la carta di identità e il codice fiscale. Gli manca il documento più importante: il permesso di soggiorno. Anni fa a Manfredonia fecero un controllo mentre lavorava, non era in regola e gli consegnarono un foglio di via. Da allora e per sempre è 'clandestino`. Eppure ci dice: 'Vogliamo pagare le tasse come gli italiani, invece siamo costretti a vivere in una casa abbandonata. Senza acqua, senza luce`.

Lavoravano nelle fabbriche di Treviso o nelle aziende agricole della Puglia, sanno stare alla catena di montaggio o guidare un trattore, cucinano piatti da ristorante parigino (il thieb yappe, riso con carne, di Boubakar è degno dell`alta cucina internazionale), parlano nella peggiore delle ipotesi tre lingue e sono da anni in Europa. Sembra uno scherzo del destino quello che li ha portati qui. Accanto a loro ci sono 'quelli della Libia`. Spaesati, confusi. Lavoravano anche loro, spesso con buone posizioni, nel paese arabo. Poi la guerra li ha spazzati via, stretti tra i fedeli di Gheddafi e i ribelli. Una barca direzione Lampedusa era l`unica via di fuga. Quando la salvezza sembrava raggiunta hanno conosciuto il sistema italiano di gestione di rifugiati. Tempi lunghi e tanti dinieghi. Avvocati che promettono ricorsi. Soldi da spendere, attese e alla fine una sola prospettiva di lavoro: la campagna. Rosarno è una parola che gira spesso tra migranti, d`inverno. 'C`è lavoro quest`anno?`, ci avevano chiesto due settimane fa tre africani ospitati a Caulonia, nei pressi di Riace. Vengono dal Ghana, dalla Somalia e dalla Liberia e attendono la risposta alla loro richiesta d`asilo. Come tanti, non vogliono stare senza fare niente. E prendono il treno che porta a Rosarno.

Festassemblea

Due anni fa i 'fatti`, la rivolta dei neri, la reazione della popolazione locale, la fuga e la cacciata di un migliaio di uomini di colore in poche ore. Oggi nello spiazzo della 'seconda area industriale` (ovviamente una distesa di capannoni abbandonati) si tiene una 'festassemblea`, organizzata dall`associazione Equosud. In queste campagne stanno per arrivare 100mila metri cubi di calcestruzzo per un rigassificatore. Gli africani e i portuali in cassa integrazione, i giovani di 'San Ferdinando in movimento` che si oppongono all`impianto inquinante e i piccoli produttori collegati ai gruppi di acquisto in tutta Italia hanno occupato simbolicamente per un giorno il terreno.

Le politiche nazionali 'ricacciano tutti nelle campagne più interne, nei casolari dove si sta ancora peggio di prima, col terrore accresciuto d`incorrere per un controllo nei rigori della Bossi-Fini`, spiega Equosud. 'Rosarno è un`onta per tutta l`umanità, per l`Italia, per questo posto`, dice Ibrahim in assemblea. Alla fine della giornata i manifestanti piantano simbolicamente alcuni alberi di arance. Interviene la polizia, manca l`autorizzazione. Siamo al confine tra il regno mafioso dei Piromalli e quello dei Pesce – Bellocco.

A poca distanza dagli alberelli fuorilegge una colata di cemento è diventata una piccola pista abusiva per aeromodellismo. Un po` più in là un paio di discariche di piccoli cubetti di cemento. A due chilometri di distanza, sulle banchine del porto, le ‘ndrine fanno arrivare dall`America Latina le tonnellate di coca che invaderà l`Europa, nascoste nei container, nei blocchi di marmo, nelle confezioni di frutta. Alla fine gli alberi saranno piantati, mentre due consiglieri comunali ci raccontano dell`ennesima minaccia contro l`assessore ai lavori pubblici, Teodoro De Maria. Nuovamente tagliate le piante di kiwi nei terreni di famiglia. La notizia è stata comunicata dall`amministrazione comunale in conferenza stampa. 'Continueremo il lavoro avviato senza farci intimidire`, ha detto il sindaco Elisabetta Tripodi.

Il pacchetto sicurezza

Paradossalmente, oggi quelli più sicuri sono gli africani. Nessuno li toccherebbe mai, dopo tutto quello che è successo. Saliamo a piedi dalla stazione a piazza Valarioti. Solo stranieri ai bordi delle strade: fanno la spesa, ricaricano i cellulari, chiacchierano tra loro. Fino a due anni fa era un incubo. Balordi col motorino e le mazze potevano colpirti per gioco, solo gli stranieri camminano a piedi. Oggi vediamo ragazzi col casco e la raccolta differenziata porta a porta. Una donna sindaco, una nuova amministrazione. Chi comanda oggi a Rosarno? 'Noi`, mi rispondono due consiglieri della maggioranza democraticamente eletta dopo due scioglimenti consecutivi per mafia, record italiano. Non sono tutti d`accordo. Dopo le retate contro i Pesce e i Bellocco potrebbe ridisegnarsi la geografia mafiosa. Stanno per arrivare imponenti fondi pubblici, dai milioni per i centri immigrati ai PISU. Ma fossero anche pochi euro per un`aiuola, quello che conta sono i simboli. Chi imporrà il suo volere allo Stato potrà incoronarsi nuovo re di Rosarno.

'Conosci Bel Jelloun?`, mi chiede Ahmed. Molti suoi compagni parlano francese, inglese, arabo. E` curioso sentirsi ignorante nelle campagne del Sud dove tutti vedono degrado e miseria, ma è quello che succede confrontandosi con queste persone colte e intelligenti. E generose: K. è stato assunto in regola nell`ambito dei progetti di Equosud, ma non è contento: 'I miei fratelli vengono sfruttati e lavorano in nero`. E` rimasta strana, Rosarno. Un gruppo di cittadini – rigorosamente anonimi – ha scritto alle autorità lamentando che i neri 'si riversano nelle strade della città, molte volte senza meta. E urinano di fronte alle bambine`. E` strano questo luogo dove la generosità senza limiti del gruppo di Africalabria – da anni avanti e indietro nei ghetti a rispondere a tutti i bisogni – convive con deliri senza fondamento. E negozi di lusso accanto a baracchette, luci vicino al buio, palazzottotti autocostruiti e non finiti e locali di lusso, da grande città. La ricchezza è distribuita in maniera ineguale, come accade in genere al denaro sporco. E sarebbe rimasta così, ingiusta e ineguale, senza l`iniezione di lavoratori africani che ha avviato un percorso di speranza.

Antonello Mangano

Da Terrelibere.org

gennaio 2012

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Natale e repressione: polizia in azione a Roma e Brescioa contro compagni

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Il Natale nella crisi e le sue sorprese!

repressione_striscioneCi troviamo a rendere pubblico un episodio di carattere repressivo e intimidatorio messo in campo dalla Questura di Roma attraverso l’uso della legislazione speciale antiterrorismo, che ad opera di uomini della Digos si è voluto confezionare al Laboratorio Acrobax come dono per le feste del Santo Natale. Un episodio grave che poteva degenerare così come tutte le volte che zelanti agenti armati con il colpo in canna dello loro pistole spianate possono, per paura o per singolare coraggio a servizio della Patria, esplodere il solito “colpo per errore”. Ma ripercorriamo i fatti: la sera del 21 Dicembre due nostri compagni che sostavano in auto insieme ad un loro amico davanti all’ingresso del Verano per un semplice e banale appuntamento, sono stati accerchiati da sei uomini in borghese che qualificandosi tutti come agenti della Digos, con armi in pugno hanno prima fatto uscire tutti rapidamente dal veicolo, e poi li hanno perquisiti personalmente una prima volta, cosa che verrà poi ripetuta una seconda volta circa un’ora dopo. La perquisizione è proseguita in forma quasi maniacale e ossessiva con le automobili coinvolte senza peraltro trovare alcunché. L’accusa provocatoria e paradossale è di traffico d’armi. Dal verbale risulta che l’operazione di polizia sia stata attuata usando l’art. 4 della L. 152 del 1975. Ovvero uno degli strumenti normativi previsti dalla legislazione speciale varata per affrontare la fase di emergenza politica e sociale che negli anni 70’ ha segnato la vita del nostro paese determinando manu militari l’annichilimento e la repressione dei  movimenti sociali più radicali.     Riteniamo gravissimo l’accaduto nelle sue forme e nei suoi malcelati obiettivi.  Non in ultimo perché colpisce in maniera vile e ambigua due compagni, attivisti del Laboratorio Acrobax, che hanno subito un’intimidazione mirata evidentemente alla loro struttura politica. La stessa che dal 15 Ottobre scorso viene messa alla berlina e ostinatamente accusata di essere nel “migliore” dei casi referente di un’area radicale dei movimenti contro l’austerity e la precarietà. E nella “peggiore” e più fantasiosa, di essere il perno organizzativo indicato come necessario per dar conto di tutte le violenze di quel giorno e per non rendere conto invece della violenza del potere – che le ha generate e che esse hanno disvelato. Anche nei mesi precedenti alla manifestazione del 15 Ottobre si erano manifestati segnali ed episodi inquietanti e provocatori che avevano già determinato intorno al nostro collettivo un clima di intimidazione e repressione preventiva. Come sempre però con umiltà e determinazione abbiamo proseguito sulla nostra strada senza curarci troppo delle intimidazioni, respingendo al mittente tutte le provocazioni e accuse paradossali, alternate dal linciaggio mediatico e dall’accanimento giudiziario. Dopo questo gravissimo ed ultimo episodio riteniamo necessario prendere parola con un comunicato pubblico e ribadire ciò che da sempre diciamo e sosteniamo con forza. Rivendichiamo a pieno la nostra attività politica di base e indipendente, radicale e solidale, da sempre a fianco delle lotte sociali, sostenendo le vertenze dei precari, dei senza casa, dei comitati contro le grandi opere e le devastazioni ambientali. Convintamente abbiamo animato sin dal principio l’esperienza dei comitati referendari per l’acqua pubblica e attivamente partecipato alle iniziative nazionali promosse dai Notav in Val di Susa. Questo nello spirito aperto e inequivocabile di contribuire ai processi di conflitto sociale che riteniamo i veri dispositivi di democrazia, i veri spazi di alternativa, il vero motore costituzionale. A fronte di una crisi sistemica e terribilmente costruita e ricercata dalle politiche folli e suicide del neoliberismo, dal basso noi insieme a tante e tanti stiamo passo a passo resistendo alla miseria del presente, costruendo la ricchezza del possibile. Su questa strada crediamo sia necessario impegnarci e dare tutta la nostra energia. Forse è proprio questa passione e desiderio di trasformazione radicale dell’esistente ad essere oggi ancora una volta ingiustamente attaccato e denigrato. Forse è questo che fa paura perché mosso da sfere profonde e incorruttibili della vita comune che stiamo passo dopo passo costruendo. E allora se il 15 Ottobre come tutti sanno o possono verificare osservando la rivolta di piazza di quel giorno, si produce una generale, diffusa e spontanea degna rabbia, che resiste per ore alle cariche della polizia fatte con i caroselli dei blindati e le nubi tossiche dei gas CS , è più semplice per il potere e le autorità trovare il capro espiatorio, il mostro da sbattere in prima pagina, riempiendo editoriali, articoli e talk show di fantasiose menzogne e strumentali ricostruzioni. E’ sicuramente più facile così piuttosto che affrontare nel merito le questioni sollevate e le richieste non più rinviabili di maggiore diritti e democrazia nella crisi epocale che stiamo attraversando. Ancora una volta quindi saremo a fianco dei più deboli, contro le ingiustizie e l’arroganza dello Stato e dei suoi sgherri, contro la peggiore classe politica che la Repubblica abbia mai conosciuto. A testa alta come sempre continueremo a lottare e a sognare, con amore e con furore. All’intimidazione, alle minacce, a questo clima di provocazioni intendiamo rispondere assieme a tutte quelle e tutti quelli che condividono il nostro spirito impegnandoci a costruire prossimamente un primo appuntamento di confronto sui dispositivi di interdizione delle lotte sociali come momento collettivo di condivisione per ri-costruire la libertà di movimento e il dibattito necessario per poterla affermare e praticare.

Merry Crisis and A Happy New Fear… Fight Back!

Laboratorio Acrobax

***

BRESCIA: PERQUISITE LE ABITAZIONI DI 5 COMPAGNI/E

Operazione repressiva all’alba di mercoledì 4 gennaio a tesa a colpire chi in questi mesi ha lottato nella nostra citta’ contro la .
Il 12 dicembre scorso a Brescia  in occasione dello sciopero generale proclamato dalla Cgil  lo spezzone del Kollettivo Studenti in Lotta si stacco’ dal corteo e tento’ di entrare a Palazzo Loggia . Sotto il porticato ci fu una collutazione con alcuni vigili e agenti della digos: uno degli agenti della digos riporto’ delle lesioni e da qui la conseguente apertura di un procedimento penale per una serie di reati che vanno dalla resistenza a pubblico ufficiale, al tentativo di invasione della Loggia, alle lesioni aggravate nei confronti di pubblico ufficiale. La Procura nell’ambito del procedimento penale ha quindi deciso di eseguire una serie di perquisizioni nei confronti delle persone indagate avvenute alle sei di questa mattina.

Nel decreto di perquisione e sequestro della Procura si parla di ricerca di armi, oggetti atti ad offendere e documentazione informatica e cartacea. Colpiti dalla perquisizione un attivista della sinistra critica e collaboratore di Radio Onda d’Urto e quattro militanti maggiorenni del Kollettivo Studenti in Lotta. Tra gli indagati altri tre militanti minorenni del collettivo studentesco.

Sentiamo Sergio Pezzucchi avvocato dell’Associazione Diritti per Tutti

Per l’entità dell’episodio accaduto sotto il porticato della Loggia si tratta di una operazione di polizia pesante e sproporzionata: era dal 1980 che non avveniva un numero così alto di perquisizioni domiciliari contro studenti; è chiaro quindi che l’operazione rappresenta un tentativo di intimidazione nei confronti del Kollettivo studenti in lotta e di tutti gli studenti e le studentesse che in forma autorganizzata lottano nelle scuole e nelle piazze contro la crisi, i tagli all’istruzione e la privatizzazione-aziendalizzazione del sapere e che si ribellano alla logica dei sacrifici, propugnata oggi dal  governo neoliberista di Monti. Indubbiamente si tratta anche di un’azione repressiva contro i soggetti che in questo periodo hanno animato le iniziative in difesa del csa e per gli spazi di libertà.

Ascolta la trx con le considerazioni di Sauro , uno dei perquisiti e collaboratore della Radio, e l’avvocato Sergio Pezzucchi

Ascolta le testimonianze di due perquisiti del Kollettivo studenti in lotta

Nel decreto di perquisizione locale e sequestro disposto dalla Procura di Brescia si legge che ” i soggetti in questione sono tra i fomentatori dei disordini che si stanno verificando a Brescia , anche con riferimento alla nota vicenda dello sfratto del Magazzino 47 , sono da ritenere socialmente pericolosi e , quindi, vi è fondato motivo di ritenere che questi possano occultare armi da utilizzare nelle manifestazioni che si prevedono anche in merito alla contestazione alla manovra economica del Governo , e che queste siano in uno dei seguenti luoghi: o presso abitazioni private; o presso altro luogo che dovesse risultare nella loro disponibilita’. ”

Il commento di Beppe Corioni del centro sociale 28 Maggio di Rovato

Il commento di Walter Longhi della Rete Antifascista

Il commento di Michele Borra del centro sociale Magazzino 47 di Brescia

tratto da http://www.radiondadurto.org

4 gennaio 2012

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Carceri, ancora due morti

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carcere_violenze_sessualiL’anno nuovo parte all’insegna della cronica emergenza carceri. Una notte di Capodanno tragica che ha chiuso un anno già drammatico, segnato da un sovraffollamento insostenibile, con oltre 68 mila detenuti a fronte di una capienza di poco più di 45 mila posti. La cronaca parla di un detenuto suicida alle Vallette di Torino; altri due che hanno tentato di togliersi la vita nei carceri di Vigevano e Vasto un altro ancora morto nel penitenziario di Trani per cause ancora in corso di accertamento, ma che – secondo i suoi familiari – non era in condizioni tali da poter sopportare il regime carcerario.

Si tratta di Gregorio Durante, di 34 anni, detenuto morto nel sovraffollato carcere di Trani (439 reclusi a fronte di 233 posti letto regolamentari). I familiari hanno presentato una denuncia e la procura ha aperto un’inchiesta: l’ipotesi di reato é omicidio colposo a carico di ignoti. Secondo i parenti lo stato di detenzione era incompatibile con il regime carcerario, per i postumi di encefalite virale che aveva colpito l’uomo in passato. Le sue condizioni di salute sarebbero ulteriormente peggiorate per una punizione che gli era stata inflitta: il detenuto era stato costretto a rimanere tre giorni in isolamento diurno – affermano i familiari – perché era stato accusato di aver ‘simulato una malattia’. Questi drammatici eventi hanno fatto chiudere il 2011 con 183 morti in carcere e ben 66 suicidi, secondo le stime diffuse da Ristretti Orizzonti.

Sul sempre più crescente numero di suicidi nelle patrie galere sentiamo il commento di Italo di Sabato, dell’osservatorio sulla repressione. Ascolta

tratto da http://www.radiondadurto.org - 2 gennaio 2012

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Migranti: cittadini solo per il fisco

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Mentre ancora si discute di ius soli e di riconoscimento della cittadinanza a chi nasce nel nostro paese, di diritto di voto per chi lavora in Italia, del marchio di sangue e di altre fesserie razziste a metà tra il folclore e il nazionalismo spinto, gli stranieri sono già italiani per le casse dello Stato. Una bella mossa, ipocritamente taciuta, di chi ha recuperato dalla soffitta l’inno dell’Italia agli italiani.

I migranti, infatti, dati della Fondazione Leone Moressa alla mano, rappresentano il 6,8% dei contribuenti e da loro arriva il 4,1% del gettito complessivo. Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia le regioni in cui il peso delle contribuzioni degli stranieri su quelle totali all’IRPEF è più consistente. Oltre 2,1 milioni gli stranieri contribuenti del nostro Paese. Gli stranieri di Lazio e Lombardia sono quelli che versano di più, rispetto a tutte le altre regioni.

E’ chiaro che il confronto con i contributi dei lavoratori italiani segna un forte divario di gettito, che aumenta soprattutto nelle aree del meridione, ma che è dovuto ai redditi minori guadagnati dagli immigrati e alle conseguenti maggiori detrazioni di cui beneficiano in virtù di questo. Pagano l’IRPEF il 64,9% degli stranieri contro il 75,5% degli italiani.

Nelle aree del Nord, dove il lavoro degli stranieri, è più presente e diffuso, la situazione cambia molto e la differenza diminuisce. Peraltro se si riducesse la grande quota di lavoro nero, utilizzato per far guadagnare di più i datori di lavoro italiani, il contributo degli stranieri alla finanza pubblica crescerebbe di molto.

Basta pensare che il 90% del lavoro agricolo nelle regioni del Sud, Campania in testa, è in nero. Schiavi e caporali i protagonisti di una spietata catena di sfruttamento che arriva a 25 euro per più di dieci ore di lavoro, fino a violenza vera e propria: percosse, terrore e razionamento dell’acqua.

In qualche misura l’integrazione e l’abbattimento dei pregiudizi può venire anche dall’elementare constatazione di come il lavoro degli stranieri vada al paese Italia e ai servizi pubblici. Cade, in un colpo solo, il mito dell’usurpazione, dell’invasione, dello sfruttamento del paese Italia senza nulla in cambio.

Se questo è vero, vale solo per tutte le volte in cui gli stranieri lavorano nell’illegalità, diventando carne da macello e veri e propri schiavi per volontà di quegli italiani che preferiscono evadere il fisco, contando sulla penuria di controlli seri.

In un clima culturale che utilizza miti ideologici a buon mercato, spesso da tutte le parti, si deve forse ritornare ai numeri: quelli del lavoro e di certi lavori, quelli dei figli che gli italiani non fanno più, quelli delle tasse dove la maestria italiana dell’evasione, la vera causa delle disuguaglianze sociali interne al Paese, non ha bisogno di utilizzare il capro espiatorio degli stranieri per spiegare tutto quello che c’è da spiegare. L’Italia dei poveri, questa si, che è tutta degli italiani.

Rosa Ana de Santis

tratto da http://www.altrenotizie.org

30 dicembre 2011

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