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CORPI E POTERE

Le donne sono i veri creditori del debito pubblico

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L'impatto delle misure di austerità sulle donne in Europa

donna_poliziaIl debito, cavallo di Troia di una guerra sociale senza precedenti contro i popoli d'Europa, non è affatto neutro da un punto di vista di genere. Le misure di austerità imposte in suo nome sono sessuate nelle loro caratterestiche come nei loro effetti. Dappertutto si abbattono sui lavoratori e sulle lavoratrici, i/le pensionati/e, i/le disoccupati/e, i “senza” di ogni tipo (senza casa, senza documenti, senza minimo vitale...) cercando di far pagare a loro gli effetti di una crisi profonda di cui non sono per niente responsabili. Dappertutto impongono le peggiori regressioni sociali alle popolazioni più fragilizzate, più povere e quindi maggioritariamente alle donne! E tra di esse le più vulnerabili (le   madri non sposate, le giovani, le anziane, le migranti, le donne provenienti da una minoranza etnica, da un ambiente rurale o ancora donne che hanno subito violenza) saranno le più sottoposte a pressione per venire in aiuto a coloro che traggono beneficio dal debito.

Così come i piani di aggiustamento strutturale hanno estenuato e impoverito le donne dei Paesi del Sud, i piani di austerità saranno un salasso per le donne d'Europa. Gli stessi meccanismi, derivanti dalla stessa ideologia neoliberista, sono ormai all'opera dappertutto. Privatizzazioni, liberalizzazioni, restrizioni di bilancio - i piatti serviti dalle misure di austerità – tagliano con la scure i diritti sociali delle donne, accentuano la loro povertà, induriscono e aggravano le disuguaglianze tra i sessi e minano le conquiste femministe. Senza dubbio gli innumeroveli arretramenti socioeconomici testati su di loro oggi, per non far pagare ai capitalisti la crisi che hanno provocato, saranno inflitti domani a tutte le classi popolari, donne e uomini.

Sguardo d'insieme sulle regressioni sociali imposte alle donne a livello europeo

Tra le principali misure architettate per i governi dell'Europa, messi sotto tutela o sotto forte influenza del FMI e delle Istituzioni europee, ci sono: una riduzione generalizzata dei salari e delle pensioni, lo smanellamento della protezione sociale, la distruzione dei servizi pubblici, la rimessa in discussione del diritto del lavoro e l'aumento delle tasse sui consumi. Tutte queste politiche col tempo vanno a scapito dell'emancipazione delle donne in Europa.

I. Una diminuzione dei redditi da lavoro retribuito delle donne

Già prima della recessione, la situazione delle donne sul mercato del lavoro era lungi dall'essere ugualitaria (a quella degli uomini). L'impiego femminile resta caratterizzato da una forte segregazione donne-uomini per tipo di attività, differenza salariale, alto tasso di lavoro a tempo parziale e concentrazione nei settori economici meno remunerativi, sottovalorizzati, meno protetti dalla sicurezza sociale e informali. In queste circostanze, non è sorprendente che le donne si trovino in una situazione meno avvantaggiata per affrontare la crisi.

Più fattori, direttamente legati alla crisi del debito e alle manovre macroeconomiche correlate, premono sui redditi da lavoro remunerato delle donne:

  1. Il tasso di disoccupazione delle donne aumenta

Se, nella sua prima fase, la crisi ha colpito in pieno i settori prevalentemente maschili (bancari, costruzioni, industria dell'automobile, trasporti), i settori maggioritariamente femminili (servizi alle persone e alle imprese – ristorazione, alberghi, pulizie, ecc – i settori finanziati dagli entii pubblici e quelli del commercio) sono attualmente fortemente sotto tiro. Questo impatto della crisi sull'impiego delle donne e degli uomini, sessualmente differenziato, è rivelatore della pregnanza della segmentazione professionale (già sottolineata prima).

Le perdite d'impiego femminili sono essenzialmente imputabili al mancato rinnovo dei contratti a tempo indeterminato, alla perdita di potere d'acquisto dei/lle consumatori/trici e degli/lle utenti dei servizi, e ai tagli di bilancio nelle finanze pubbliche imposte dalle misure di austerità. Siccome le donne, in Europa, sono largamente prevalenti nei servizi pubblici (costituiscono non meno di 2/3 degli attivi nei settori dell'educazione, della sanità e dell'assistenza sociale), le restrizioni finanziarie imposte dai poteri pubblici le colpiscono in modo sproporzionato. Un numero notevole di donne perde il lavoro, vedendo il proprio reddito già basso ancora precipitare. Ora, siccome sappiamo che oggi come ieri sono le donne ad assicurare l'essenziale delle spese per l'alimentazione, sanità e educazione della famiglia, si ha la misura di quanto questa caduta del loro potere d'acquisto colpisca i bambini e le persone anziane a carico, ma anche le donne più povere che tendono a far passare i bisogni della famiglia prima dei loro. Ciò ha un impatto sulla loro salute fisica e morale: mangiano meno e peggio, eliminano le cure preventive e palliative, per non parlare delle privazioni sulle spese per eventi culturali, sociali, letture,.. Questo scivolamento verso la precarietà le porta spesso a cercare un secondo o un terzo lavoro e a ricorrere al credito per poter assicurare i bisogni e la sopravvivienza della famiglia. Non è un caso se il microcredito si sta sviluppando in Europa, con il target privilegiato delle donne con le loro “smanie comsumistiche”.

Se le perdite d'impiego delle donne sono meno improvvise, meno spettacolari e quindi meno visibili di quelle che hanno vissuto - e vivono – gli uomini, non sono di certo meno dolorose. Infatti le conseguenze della disoccupazione sono più tragiche a lungo termine per le donne. Nella misura in cui esse hanno in media meno esperienza professionale valorizzata degli uomini e che le loro carriere sono spesso basate su lavori a tempo parziale o con contratti a termine e periodi di interruzione, le donne sono più vulnerabili sul mercato del lavoro e provano di conseguenza più difficoltà a ritrovare un lavoro.

Inoltre le inchieste attestano che le donne sono più suscettibili ad essere licenziate quando il lavoro  scarseggia poichè gli uomini sono ancora e sempre considerati capofamiglia leggitimi. Uno studio  a livello mondiale realizzato nel 2005 (1) rivela che circa il 40 % delle persone interrogate pensano che in questa situazione gli uomini hanno più diritto al lavoro delle donne. Mentre questo è un diritto costituzionale in molti Paesi europei.

Infine le lavoratrici migranti impiegate come domestiche o assistenti famigliari subiscono in pieno l'abbassamento del potere d'acquisto delle loro “datrici di lavoro”. Siccome queste hanno sempre meno mezzi per permettersi un aiuto in casa, sono costrette a licenziarle. Anche se il lavoro delle donne migranti non è per la maggior parte sinonimo di lavoro decente e accentua le differenze tra donne, l'immigrazione economica permette loro di supplire alla povertà che rovina la loro famiglia nel Paese di origine.

Per concludere, facciamo notare che nonostante gli effetti della crisi del debito sul lavoro delle donne siano catastrofici, con tutta la probabilità saranno sottovalutati. La realtà è molto peggio di quanto non traspaia dai rapporti ufficiali. Di fatto le persone che lavorano a tempo parziale sono escluse dalle liste di disoccupazione. In Europa, nel 2007, il 31,2 % (2) delle donne lavoravano a tempo parziale (quattro volte più degli uomini). Va detto senza ambiguità: il passaggio delle donne ad un impiego a tempo parziale è raramente il risultato di una scelta personale, essendo invece una delle conseguenze dirette della crisi...

Alcuni esempi della disoccupazione femminile in Europa in seguito alla crisi del debito:

Nella Repubblica Ceca (3), la disoccupazione colpisce soprattutto le donne al momento del ritorno dal congedo di maternità, le donne con bambini piccoli in generale, le donne con più di 50 anni e le donne migranti, mentre in una cittadina del Nord del Portogallo su 17.000 abitanti, 6.000 donne sono disoccupate (4)!

In Polonia l'industria tessile essenzialmente femminile si è ritrovata in sofferenza quando i settori principali che riforniva in Europa occidentale sono crollati: 40.000 posti di lavoro sono andati persi.

  1. I salari e le pensioni delle lavoratrici si sono ridotti

Una delle principali variabili dell'aggiustamento consiste nella riduzione dei salari e del tempo di lavoro dei/lle lavoratori/trici del settore pubblico, composto maggioritariamente da donne.

I salari vengono bloccati (6) o ridotti del 15% (7), le pensioni ridotte (in Irlanda le pensioni vengono tassate del 7,5% (8)), i vantaggi professionali come premi o versamenti complementari come la tredicesima o la quattordicesima vengono erosi, molti posti a tempo pieno vengono convertiti in tempo parziale, il ricorso alle ferie non pagate si generalizza (in Romania, i lavoratori e le lavoratrici sono stati/e costretti/e a prendere due settimane di ferie non pagate nel 2009 (9), …

In Belgio le donne che lavorano come assistenti famigliari o nelle pulizie degli uffici pubblici o privati, dove spesso già lavorano a tempo parziale, hanno visto il loro orario ancora decurtato. (10)

Queste perdite di salario obbligano spesso le donne a cumulare vari impieghi o a alternare, come in Inghilterra, il loro tempo di lavoro con quello del consorte: uno/a lavora di giorno mentre l'altra/o lavora di notte per evitare di dover spendere parte del loro reddito per la custodia dei figli...

La precarietà attuale delle pensionate viene ancora peggiorata. Sempre più donne vivranno l'inferno di una vecchiaia a corto di soldi, pur avendo lavorato tutta la vita. Non solo diminuisce l'ammontare delle pensioni ma viene anche ritardata l'età pensionistica delle donne, come in Austria dove in 2014 le donne invece di andare in pensione a 57 anni dovranno attendere i 60, mentre in Italia dovranno continuare a lavorare fino a 65 anni a partire dal 1° gennaio 2012 (11)!

Da notare che in Francia, anche a causa della generalizzazione del tempo parziale (e chi dice  tempo parziale, dice reddito parziale!) le pensioni femminili sono del 40 % inferiori a quelle maschili mentre in Polonia percepiscono una pensione più bassa del salario minimo già estremamente limitato.

La diminuzione dei redditi delle famiglie generata dalla recessione spinge la gente delle classi popolari ad accettare dei lavori che si collocano nettamente al di sotto delle loro qualifiche professionali o del loro livello di studio, spesso combinato con un livello di fatica crescente (lavoro a turni, notturno, a orario spezzato, con spostamenti non previsti). Questo fenomeno si verifica specialmente per le donne (e ancora di più per le madri) che fanno più fatica degli uomini ad accettare lavori che non consentono di conciliare vita professionale e responsabilità familiare (es. lavoro lontano dal domicilio, difficilmente accessibile e/o il cui orario non è compatibile con quello delle strutture scolastiche o parascolastiche).

Così, oggi più di ieri, le donne sono maggioritarie negli impieghi precari (a part time, tempo determinato, lavoro interinale o informale) (14). Non solo sono questi i primi posti ad essere soppressi in caso di licenziamento ma in più essi consentono poco o niente di accedere alla protezione offerta dalla legislazione del lavoro e dalla sicurezza sociale. Spesso le lavoratrici precarie sono prive di tutela durante la gravidanza e non godono di alcun sussidio di maternità, e neppure delle altre forme maggiori di protezione sociale.

Il peggioramento delle condizioni di lavoro delle donne accentua questa precarizzazione dell'impiego femminile. Pressioni sulle condizioni di lavoro o lavoro sottopagato, intensificazione dei carichi di lavoro (tentativo di soppressione o diminuzione delle pause, riduzione dell'organico, …), flessibilizzazione crescente degli orari che intensifica la paura e lo stress dovuto alla difficoltà di prevedere il proprio impiego del tempo, di poter conciliare vita professionale e personale, pretese di polivalenza non accompagnata da nessuna formazione... Tutto ciò porta ad un vero e proprio esaurimento da lavoro che provoca i suoi effetti sulla salute delle donne.

Nell'insieme dell'Europa, la crisi del debito è sinonimo di precarizzazione finanziaria, fisica e psicologica del lavoro delle donne, l'aumento della povertà (un numero crescente di lavoratrici ha redditi inferiori alla soglia di povertà) e la perdita di autonomia finanziaria, elemento fondamentale di ogni reale emancipazione delle donne.

  1. La demolizione della protezione sociale

Gran parte dei risparmi imposti al settore pubblico in nome del debito proviene dai tagli alle prestazioni sociali. Ora le spese come le entrate pubbliche hanno un carattere di genere: gli uomini tendono ad essere i principali contribuenti delle entrate fiscali pubbliche, in ragione dei loro salari più alti, mentre le donne tendono ad essere le principali “beneficiarie” delle spese pubbliche tramite i servizi sociali ugualmente caratterizzati dal punto di vista del genere: custodia dei figli, cura delle persone dipendenti, gestione della casa, educazione, salute,..

Di conseguenza le riduzioni nelle risorse pubbliche destinate alla protezione sociale sono molto più suscettibili di influire direttamente sulle donne.

Questa constatazione grida particolarmente vendetta in due campi:

  1. Le misure di austerità bloccano le politiche pubbliche a favore delle famiglie

La riduzione o la soppressione netta di certi sussidi sociali colpiscono specificamente le donne e in particolare le madri e tra di esse le madri “capofamiglia”.

Ecco, a titolo illustrativo, alcune misure che ostacolano, dappertutto in Europa, i processi che favoriscono la parità fra i sessi:

Il governo rumeno ha ridotto gli assegni famigliari e quelli per il congedo di maternità nonché i sussidi per le famiglie monoparentali (di cui oltre il 90 % è composto da donne con figli) e le prestazioni di assistenza alle persone portatrici di handicap (15).

Nella Repubblica ceca, le prestazioni sociali versate alle famiglie di basso reddito (e quindi spesso monoparentali) sono state eliminate, l'ammontare dei sussidi di congedo parentale è diminuito e le condizioni per accedervi sono diventate più rigorose. Sono stati ridotti anche i sussidi per la nascita e quelli per le cure a domicilio (16).

In Inghilterra, il sussidio di buona salute che si dà durante la gravidanza, gli assegni famigliari, i crediti d'imposta legati alla nascita di un figlio sono stati tutti ridotti o congelati. Altre riduzioni di prestazioni sociali come quelle di assistenza all'alloggio, colpiscono le donne in modo sproporzionato. Di fatto più donne che uomini dipendono da queste indennità. Uno studio per conto del sindacato inglese TUC rileva che le madri single perderanno, in seguito all'insieme di queste misure, non meno del 18 % dei loro redditi netti (17).

In più, mentre le donne sono spesso svantaggiate in termini di accesso a e di livello di sussidio di disoccupazione (in Germania nel 2010, sul 47 % delle donne disoccupate solo il 28 % riceve un' indennità (18))  le politiche di austerità previste tendono ancora a peggiorare la situazione.

Certi Paesi hanno ristretto i criteri di accesso ai sussidi sociali mentre altri come l'Irlanda ne diminuiscono l'importo (del 4 % (20)) oppure ne decurtano la durata (la Danimarca ha ridotto della metà – da 4 a 2 anni – la durata dei sussidi di disoccupazione(21)). In Belgio, il presidente del governo, Elio di Rupo, prevede una progressiva decrescita dei sussidi, la fine dei sussidi a vita e un peggioramento nella Politica di Accompagnamento ai Disoccupati (22).

Tutti questi esempi dimostrano bene come tutte queste misure di austerità che risultano dal “sistema debito” sono contrarie ad ogni obiettivo emancipatorio delle donne: non solo erodono la loro autonomia finanziaria e la possibilità di meglio conciliare i loro diversi tempi di vita – facendo ricorso tra le altre cose ai servizi pubblici – ma intendono far pagare a loro il maggior prezzo della crisi.

  1. Le politiche di austerità minano i programmi che favoriscono l'equità di genere

Le politiche di parità

Si constata chiaramente che la crisi del debito provoca una diminuzione sia nell'attenzione dei politici che nei finanziamenti per i meccanismi che promuovono l'equità di genere, così come per la messa in pratica delle leggi esistenti in materia, mentre le misure di promozione dell'uguaglianza tra i sessi non dovrebbero essere “un lusso” riservato unicamente ai periodi di crescita economica. In Spagna, il Ministero per l'uguaglianza è stato semplicemente soppresso mentre in Italia il bilancio delle politiche famigliari è stato decurtato del 70% (23). Ora, l'importanza dell'esistenza di tali politiche è particolarmente palese in fase di recessione.

A causa delle misure di austerità i servizi di cura per i bambini e le persone a carico diventano sempre meno abbordabili, adeguati, accessibili e la loro qualità peggiora. Ora, buoni servizi di cura sono la garanzia per le donne di un miglior equilibrio tra tempo di vita professionale e personale, tra lavoro produttivo e riproduttivo, facilitano la loro partecipazione al mercato del lavoro e stimolano l'uguaglianza tra i sessi.

Inoltre servizi pubblici di qualità giocano un ruolo positivo nello sviluppo dei bambini.

In Bulgaria il numero di strutture di accoglienza e di protezione dell'infanzia è stato ridotto; in Estonia le ore di apertura sono state tagliate, mentre in Irlanda i prezzi dei posti al nido sono sensibilmente aumentati, oscillando, a Dublino, tra 800 e 1000 euro al mese!!! (24)

Questo declino nei servizi di cura ha già obbligato tante donne europee a diminuire le loro ore di lavoro retribuito finendo nel lavoro a part time o direttamente ad abbandonare il mercato del lavoro. Così il tasso di occupazione delle donne in Europa cala del 12,4 % quando fanno figli (dati del 2009, ora la situazione deve essere ben peggiore) (25).

Si vede fino a che punto le misure di austerità mettono in pericolo le conquiste, frutto delle lotte femministe e rafforzano gli stereotipi dell'uomo che porta a casa il pane e della donna al focolare.

Il settore associativo

Le associazioni di promozione delle donne come i centri per il planning famigliare (o consultori ndr), le case di accoglienza per le donne picchiate, violentate o maltrattate, le linee di ascolto e di aiuto telefonico per donne in situazione di crisi, i rifugi per donne e bambini... si trovano anch'essi nell'occhio del ciclone dai tagli di bilancio imposti in nome del debito.

Ovunque in Europa queste associazioni, che hanno contribuito ad  un cambiamento significativo  a favore delle donne e del benessere in generale, devono far fronte ad una diminuzione dei loro fondi sia pubblici che privati. Infatti, sotto l'effetto della recessione economica, i donatori privati versano sempre meno per i settori della solidarietà.

Così, malgrado la crisi sia sinonimo di femminilizzazione della povertà e di maggiore precarietà tanto finanziaria che psicologica e fisica (i numeri indicano che la violenza domestica aumenta con la crisi), le associazioni femminili – che potevano offrire appoggio e prospettive – diventano meno accessibili e saranno costrette a ridurre la quantità e la qualità dei servizi che potevano offrire alle donne.

Il resto del settore socio-culturale che lavora principalmente con i settori  popolari impoveriti, fornendo aiuto e sostegno prevalentemente alle donne, cade ugualmente sotto la scure delle misure di austerità. Non c'è da stupirsi: se diminuiscono l'aiuto alimentare, l'alloggio d'emergenza, la formazione per gli adulti, le azioni culturali, sono le donne ad essere le prime colpite.

In conclusione si può affermare senza ombra di dubbio che il debito provoca una spirale negativa che ostacola ogni politica ed ogni processo che andava in direzione dell'emancipazione delle donne in Europa.

  1. La distruzione dei servizi pubblici

Lo smantellamento dei servizi pubblici tocca in primo luogo le donne per tre motivi.

Essendo maggioritariamente impiegate nel settore pubblico (26) le donne sono le prime vittime delle politiche di licenziamento massiccio imposte dai piani di austerità. L'Inghilterra prevede di sopprimere 500.000 posti di lavoro entro il 2015, la Romania ne ha già cancellati 100.000 nel 2010 e la Francia prevede di eliminarne 31.000 nel 2011 (27).

Le donne sono anche le principali utenti dei servizi pubblici la cui esistenza è cruciale per la loro partecipazione al mercato del lavoro e per la loro autonomia economica. Di fatto, servizi collettivi di qualità, in numero sufficiente e accessibili finanziariamente, sono leve indispensabili per l'emancipazione.

Infine saranno le donne ad assicurare il lavoro di cura e di educazione, trascurato dalla funzione pubblica, aumentando il loro lavoro di riproduzione, non remunerato e invisibile. Si tratta di una vera sostituzione dei ruoli e delle responsabilità dello Stato verso il privato e quindi verso le donne, (che in Italia, e in particolare in Lombardia, viene addirittura teorizzata come virtuoso principio di “sussidiarietà” - ndr) che impedisce loro di partecipare pienamente a tutte le sfere della vita. In nome del debito pubblico,  si produce così uno spostamento: dal concetto di “Stato sociale” si passa a quello di “Madre sociale”. E tutto ciò gratuitamente, per ridurre le spese e rimborsare i banchieri: bella la crisi, no?

Tagli nel sistema di sanità

Gli attacchi contro i sistemi di sanità in Europa costituiscono un elemento fondante delle politiche di austerità. Le donne sono le prime interessate anche in questo campo e ciò per tre motivi.

Come abbiamo visto, le donne costituiscono il grosso della manodopera del settore sanitario e sono anche sproporzionalmente colpite dalle perdite di impiego nel settore. Anche qui occupano i posti meno rimunerati e meno valorizzati: assistiamo ad una precarizzazione dei contratti e delle condizioni di lavoro (es. negli ospedali non si assumano più aiuto infermieri a tempo pieno e  indeterminato bensì a part time e per brevi periodi).

Le misure di austerità prevedono di tagliare i fondi destinati alla salute sessuale e riproduttiva che permette loro di controllare il proprio corpo e di conseguenza la propria vita. Ora questo settore specifico della sanità pubblica è assolutamente fondamentale per la promozione effettiva dell'uguaglianza tra i sessi. Inoltre meno fondi pubblici sono attribuiti alla prevenzione dell'HIV, all'IVG, ai consultori, ai servizi pre e post natali e alle cure di salute preventiva delle donne.

Le chiusure di centri di salute – com'è successo in Bulgaria dove da settembre 2009, 21 ospedali sono stati chiusi, essenzialmente in piccoli villaggi e cittadine (28) – aumentano il lavoro di cura e riproduttivo delle donne.

Tagli nell'educazione

Le restrizioni di bilancio praticate nel campo dell'educazione hanno un impatto maggiore sulle donne poiché in quanto lavoratrici prevalenti nel settore sono, come nel campo della sanità, maggiormente toccate dalle perdite di impiego (in Bulgaria non meno di 50 scuole sono state chiuse, in Lettonia e in Grecia il fenomeno si sta estendendo ugualmente) e dal peggioramento delle condizioni di lavoro (più alunni per classe, p.es in Estonia (29) ma non solo).

In Francia, si stanno chiudendo le scuole materne pubbliche e gratuite per i bambini a partire dai 2 anni a favore dei nidi (“jardins d'éveil”) privati e paganti, ciò che comporta una perdita di posti di lavoro nel settore pubblico e un aumento dei prezzi per la custodia e la cura dei bambini.

Altre misure di austerità come la riduzione dei fondi per l'acquisto dei libri e del materiale scolastico (cfr Estonia) o ancora la diminuzione dei sussidi per la mensa nelle scuole materne e elementari (riduzione di 2/3 in Ungheria) fanno lievitare le spese legate all'educazione dei figli generalmente coperte dalle madri (30).

La privatizzazione dei servizi alla persona

La privatizzazione dei servizi alla persona è incentivata dalle politiche di austerità. Le carenze nei servizi vengono compensate da ogni donna individualmente ma anche e soprattutto dalle donne migranti e senza documenti. Queste donne spesso lavorano in nero e senza accesso alla protezione e ai vantaggi sociali e professionali, sono fortemente esposte a condizioni che rasentano il lavoro forzato nonché alle violenze sessiste e/o razziste.

  1. Attacco al diritto del lavoro

Le politiche di austerità che i governi vogliono imporre con l'appoggio del FMI e delle Istituzioni europee puntano ad una forte deregulation del mercato del lavoro, sinonimo dello smantellamento della legislazione del lavoro, dei diritti sindacali,... Progressivamente il lavoro precario delle donne  diventa più la norma che l'eccezione. Le donne, ovunque in Europa, lavorano di più per guadagnare di meno, a causa del pagamento del debito.

Lavoro flessibile, precario e informale

Certi datori di lavoro, a fronte di un abbassamento dei profitti causato dalla recessione, sono tentati di prendere la crisi come pretesto per sfruttare ancora di più le lavoratrici. Le donne accettano più “facilmente” degli uomini condizioni di lavoro precarie, con un salario decurtato e senza sicurezza sociale, a causa della loro posizione più debole sul mercato del lavoro che produce un minor potere di contrattazione. Per non assumere personale nuovo, le direzioni flessibilizzano gli orari di lavoro delle donne e non rinnovano i loro contratti a tempo determinato. Per minimizzare i contributi, evitare di pagare le tasse e altri oneri legati al lavoro formale, alcuni non esitano a spingere le donne ad accettare il lavoro informale.

Aumento delle procedure illegali contro le donne

Per “risparmiare”, certi padroni eliminano le iniziative favorevoli alle donne o adottano addirittura delle pratiche illegali come il licenziamento delle donne incinte. Il fatto che l'uguaglianza tra i sessi non costituisce più una priorità per i governi, rafforza ovviamente questa tendenza.

Benché le donne abbiano sempre dovuto affrontare il rischio di perdere il loro posto di lavoro durante una gravidanza o un congedo di maternità, questo rischio aumenta in periodo di recessione. Così in Inghilterra, la Commissione per le Pari Opportunità riconosce che, essendo di 30.000  all'anno il numero di licenziamenti di donne incinte (2009), questo fenomeno inevitabilmente aumenterà con la crisi del debito (31).

Questa conseguenza scioccante dei piani di austerità non è solo immorale e profondamente antinomica all'uguaglianza tra i generi sui posti di lavoro, ma è anche illegale.

  1. Aumento delle tasse sul consumo – IVA

Le misure di austerità non mettono sotto pressione i ricchi e le imprese bensì le classi popolari. L'aumento dell'IVA sui beni di consumo corrente (alimentazione, beni e servizi) illustra perfettamente questa realtà. Svantaggia particolarmente le donne che assicurano i bisogni di base e l'alimentazione, creando una povertà crescente nelle famiglie. In Inghilterra l'IVA passerà dal 17,5 al 20% (32).

Logoramento generalizzato delle donne

Non solo i piani di austerità non affrontano per niente le cause reali della crisi ma essi spingono milioni di esseri umani nella miseria e nella precarietà. E le donne si trovano al primo posto, minate dall'impatto psicologico di una povertà crescente, dal logoramento provocato dal superlavoro e dallo stress indotto dalla necessità di assumere molteplici ruoli.

Come abbiamo visto, il debito e i piani di austerità non sono assolutamente neutri da un punto di vista di genere. Al contrario, sono la causa della femminilizzazione della povertà, della precarizzazione del lavoro femminile, dell'aumento considerevole dei carichi di lavoro gratuito fornito dalle donne per ammortizzare gli effetti devastanti della crisi e in più distruggono le conquiste femministe... Ora, essendo le donne le prime colpite da queste misure, non hanno nessun tipo di debito da pagare! Sono loro le vere creditrici a livello nazionale e internazionale. Sono titolari di un enorme debito sociale. Senza il loro lavoro gratuito di produzione, di riproduzione e di cura alle persone, le nostre società deperirebbero semplicemente!

Le alternative femministe al debito

L'insieme delle regressioni sociali imposte alle donne in nome del “sistema debito” dimostra quanto

un vero processo di emancipazione implichi lottare contro questo debito che, insieme al patriarcato, asservisce le donne e impedisce loro di godere dei diritti più fondamentali.

Ovunque nel mondo i movimenti femministi lavorano per sviluppare le loro convergenze. All'inizio del 2011 è stata creata in Grecia l'Iniziativa “Donne in movimento contro il debito e le misure di austerità” (33). Questa rete in costruzione spera di poter contribuire alla creazione in Europa di uno spazio politico di riflessione e di azioni coordinate delle donne contro il “sistema debito” e per l'elaborazione di alternative femministe alle logiche mortifere del capitalismo finanziario. Intende essere parte attiva in quanto Iniziativa femminista del processo europeo in cammino contro il debito e le misure di austerità,  intervenendo in diversi incontri e mobilitazioni sulla questione del debito.(Cfr Conferenze europee contro il debito e l'austerità a Atene il 6 e 7 aprile 2011 (34), a Bruxelles il 31 maggio al Parlamento europeo (35) e a Londra il 1° ottobre 2011 (36)..). L'Iniziativa intende anche promuovere una campagna femminista europea che contribuirà a far crollare il “sistema debito”, nemico di ogni reale emancipazione delle donne e dell'insieme dei popoli in Europa. Ovunque processi di audit si mettono in piedi (Francia, Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna), l'Iniziativa “Donne in movimento contro il debito e le misure di austerità” ha come obiettivo di attrezzare il movimento femminista perché possa sostenerli e parteciparvi attivamente, testimoniando così la determinazione delle femministe a battersi contro un debito esclusivamente al soldo di interessi finanziari e a contribuire all'elaborazione di un nuovo modo di produzione e di distribuzione delle richezze affrancato dal capitalismo e dal patriarcato.

Christine Vanden Daelen – CADTM

tratto da http://rivoltaildebito.globalist.it

18 novembre 2011

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Note

|1| European Women’s Lobby, « Women, the Financial and Economic Crisis – the Urgency of a Gender Perspective”, September 2009, http://www.womenlobby.org/spip.php?...

|2| Ibid.

|3| Oxfam International/ European Women’s Lobby, “Women’s poverty and social exclusion in the European Union at a time of recession – An Invisible Crisis ?”, March 2010, p.15, http://www.oxfam.org.uk/resources/p...

|4| Trades Union Congress, « Bearing the brunt, leading the response – Women and the global economic crisis”, March 2011, London, p.7, http://www.tuc.org.uk/extras/TUC_Gl...

|5| Ewa Charkiewicz, « L’impact de la crise financière sur les femmes d’Europe Centrale et de l’Est », Awid, mars 2010, p. 8-9, http://www.awid.org/fre/Library/L-i...

|6| Sous la pression de la crise de la dette, partout en Europe, l’indexation automatique des salaires, qui bénéficie surtout aux petits revenus et donc majoritairement aux femmes, est remise en cause.

|7| Confédération européenne des syndicats – CES, « Enquête du 8 mars 2011 – Section III. L’impact de la crise économique sur l’emploi féminin », mars 2001, p. 18, http://www.etuc.org/IMG/pdf/8_March...

|8| Ibid

|9| Confédération européenne des syndicats – CES, Op. Cit, p. 19.

|10| Confédération des syndicats chrétiens – CSC, « Femmes Vs Crise », p. 3-5, http://www.world-psi.org/TemplateEN...

|11| D. Millet, E. Toussaint (ss la dir.), « La dette ou la vie », CADTM/Ed. Aden, juin 2011, Bruxelles, p.343-358.

|12| European Women’s Lobby, « Women, the Financial and Economic Crisis – the Urgency of a Gender Perspective”, Op.Cit.

|13| Confédération des syndicats chrétiens – CSC, « Femmes Vs Crise », Op. Cit, p. 17.

|14| En Europe occidentale, entre un quart et un tiers de la main-d’œuvre travaille actuellement dans le cadre de contacts provisoires et/ou à temps partiels, en particulier au Royaume-Uni, en Hollande, en Espagne et en Italie. W. Harcourt, « L’impact de la crise financière sur les femmes d’Europe occidentale », Awid, mars 2010, p. 8-9.

|15| Confédération européenne des syndicats – CES, Op. Cit., p. 12

|16| Ibid

|17| Op. Cit., p. 13

|18| M. Jespen, European Trade Union Institute (ETUI), « Aspects contemporains de la crise au féminin », intervention durant le Séminaire Le nerf de la guerre…des sexes. Rapports sociaux et argent organisé par L’Université des femmes, Bruxelles, 16 décembre 2010.

|19| Les systèmes de protection sociale continuent d’être construits sur le concept d’une carrière ininterrompue au cours d’une vie professionnelle allant de 40 à 45 ans, ce qui correspond rarement au cycle de la vie professionnelle des femmes.

|20| Oxfam International/ European Women’s Lobby, Op. Cit., p. 31

|21| M. Jespen, Op. Cit.

|22| Collectif Solidarité contre l’Exclusion, « Un gouvernement anti-chômeur », n°72 du trimestriel Ensemble pour la solidarité, contre l’exclusion, oct. 2011, p. 18-47 et carte blanche publiée dans Le Soir du 26 octobre 2011, « Saigner les chômeurs pour soigner les banquiers ? Inacceptable ! », http://www.netevents.be/ExternalLin...

|23| D. Millet, E. Toussaint (ss la dir.), Op. Cit., , p.343-358.

|24| Oxfam International/ European Women’s Lobby, Op. Cit., p 25

|25| W. Harcourt, Op. Cit., p 10.

|26| En Europe, les femmes représentent 78% de la force de travail des services sociaux et de santé et 60% des enseignant-e-s des secteurs primaires et secondaires. Voir Oxfam International/ European Women’s Lobby, Op. Cit., p 24-25

|27| D. Millet, E. Toussaint (ss la dir.), Op. Cit., p.343-358.

|28| Oxfam International/ European Women’s Lobby, Op. Cit., p. 25

|29| Ibid

|30| Oxfam International/ European Women’s Lobby, Op. Cit., p. 6.

|31| H. Philomena, « Les femmes et la crise de la civilisation », juillet 2009, http://www.europe-solidaire.org/spi...

|32| J. Leschke and M. Jespen, “The economic crisis – Challenge or opportunity for gender equality in social policy outcomes. A comparison of Denmark, Germany and UK”, ETUI, Brussel, April 2011, p. 53.

|33| M. Karbowska, S. Mitralias, C. Vanden Daelen, « Femmes en Mouvement. Vers une Initiative pour la construction d’un réseau féministe contre la dette et les mesures d’austérité en Europe », mars 2011, Inédit.

|34| S. Mitralias, « Une expérience pionnière en Grèce : l’Initiative des Femmes contre la Dette et les Mesures d’Austérité », 31 mai 2011, http://www.cadtm.org/Une-experience...

|35| Ewa Charkiewicz, “Austerity, debt and social destruction in Europe”, intervention réalisée lors de la Conférence – Stop à la dette, à l’austérité et au démantèlement social : coordonnons nos luttes ! - du 31 mai 2011 au Parlement européen, http://www.ekologiasztuka.pl/pdf/EC...

|36| Discours de Sonia Mitralias à la Conférence de Londres contre l’austérité organisée par Coalition of Resistance (1er octobre 2011), 10 octobre 2011, http://www.cadtm.org/Discours-de-So...

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Torino, sotto neve cadente 10.000 senza paura

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no_tav_torino_manifTorino, 28 gennaio 2012

Un'altra straordinaria giornata di mobilitazione notav. Una nuova prova di maturità per un movimento che non accetta di essere messo in un angolo neanche dal super-procuratore baciamo-le-mani Giancarlo Caselli e risponde -come sempre- con serenità e a testa alta. 10.000 persone hanno attraversato oggi la città di Torino nell'unica nevicata dell'anno sul capoluogo piemontese.

Tante le persone scese dalla valle e tanti i torinesi che hanno sentito la necessità di portare la loro solidarietà personale o di gruppo ai compagni arrestati* per la loro generosità nella lotta. Fitte delegazioni da Milano, Genova, Bologna, Livorno, Cremona e altre città del nord Italia.

Articolata e varia la protesta che prende le forme della creatività personale nella costruzione di striscioni e cartelloni auto-costruiti per ricordare il compagno più caro, l'arrestato del paese, l'ex compagno di banco o  il barbiere che terrà aperto il negozio nonostante sia rinchiuso in una cella (miracoli della contro-cooperazione valsusina!). Sopra tutto, spicca però la richiesta della liberazione incondizionata di tutt* perché il movimento non accetta le divisioni tra buoni e cattivi e, come Alberto ricorda, "Siamo tutti black bloc".

In apertura, uno sbarramentoi di cariole con detriti del cantiere e candelotti di lacrimogeni tra le centinaia raccolti dall'estate a oggi, il tutto scaricato difronte al Palazzo della Regione del governatore leghista Cota (padrone a casa degli altri).

Chi gufava sull'iniziativa, magari confidando nel tempo ostile, è rimasto deluso; ai notav, la consapevolezza di poter tornare a casa fieri e soddisfatti una volta ancora capaci di determinare la risposta all'altezza della sfida che viene posta.

Una fitta serie di iniziative vedrà la luce nelle prossime settimane: una cena benefit  per gli arrestati martedì sera alla Credenza di Bussoleno, altre inziative sotto al carcere e soprattutto -perché non è la repressione a dettare la nostra agenda- una grande manifestazione nazionale contro il tav e a difesa dei beni comuni da Susa a Bussoleno il prossimo 25 febbraio.

La val susa (e il notav tutto) paura non ne ha!

tratto da notav.info

***

Qui di seguito la cronaca in tempo reale e i collegamenti di radio onda d'urto che ringraziamo per il lavoro continuo e capillare.

Ore 15.30: Il corteo è partito dalla zona stazione al rilento dietro le carriole giunte dalla valle di Susa con dentro le “macerie” provocate dalla militarizzazione in valle: pezzi di albero e lacrimogeni. Al seguito migliaia di persone avanzano verso il centro città. Da Torino Daniele della redazione

Ore 16: Il corteo giunge sotto la sede della Regione Piemonte. La corrispondenza di Gianluca di Infoaut.org

Ore 16.30: Il corteo in via Po lascia la sede della Regione dove sono state scaricate le carriole giunte dalla Valle di Susa. Da Torino Daniele della redazione

Ore 17: la manifestazione si avvia alla conclusione. Da Torino l’ultima corrispondenza di Daniele della redazione.

***

Foto-gallery dai quotidiani:

La StampaRepubblica Corriere della Sera

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Paura? …ma neanche per sogno!!! …8.000 in strada!!!

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no_tav_fiaccolata_arrestiBuona notte popolo in lotta,
La giornata odierna è iniziata con decine di perquisizioni, arresti e provvedimenti cautelari a carico di persone che hanno partecipato e vissuto la lotta #NOTAV#. Le stelle della sera hanno visto:
- migliaia di persone sfilare con determinazione per le vie di Bussoleno.
- le luci dei negozi del piccolo paese valsusino tutte accese in segno di solidarietà.
- colleghi di un barbiere, che in queste ore langue in carcere, offrirsi di aprire la sua bottega, non pensando di rubargli i clienti ma rinunciando a parti del loro lavoro.
- decine di città coinvolte in manifestazioni di protesta.
- Sindaci che si sono dichiarati di nuovo disponibili a stare a fianco del loro popolo. Hanno visto tante cose e godono per la certezza che molte altre ancora ne vedranno.
Senza che nessuno lo chiedesse, il procuratore generale della repubblica di Torino Caselli ha ripetuto per tutto il giorno che non era un attacco al movimento NO-TAV e alla libertà di opporsi. Evidentemente il popolo non gli ha creduto e ha dimostrato che sa rispondere con forza agli attacchi che gli vengono portati. Tutto ciò è successo con buona pace dei mestatori politici che vanno da settimane blaterando che il movimento NO-TAV è ridotto a pochi pazzi senza seguito alcuno. Li invitiamo a guardare le immagini della fiaccolata di questa sera e delle manifestazioni di oggi e poi a pensare dove hanno sbagliato al di là della propaganda di cui sono maestri.
La lotta per la libertà dura da cinque lustri ma è come se fosse appena iniziata e difficilmente finirà prima della vittoria.
I pensieri e le emozioni di questa notte devono però essere tutti dedicati a chi è chiuso ingiustamente dentro le tristi mura del potere e domani il sole ci vedrà ancora una volta tutti insieme a faticare per ottenere ciò che ci è dovuto.
Palla di biliardo civico
Dopo gli arresti e le viscide dichiarazioni di Caselli, ecco la straordinaria risposta della Valle di Susa. Sbagliava di grosso chi credeva di dividerci in buoni e cattivi. 8000 le persone che hanno risposto all’appello lanciato solo oggi pomeriggio; come sempre il solito colorato mondo no tav con bambini, nonni, giovani studenti…tutti insieme per chiedere l’immediato rilascio di tutti gli arrestati. Da sottolineare poi la risposta dei commercianti di Bussoleno che in solidarietà a Mario, il barbiere arrestato, hanno tenuto i negozi aperti, nonostante l’ora, ed esposto bandiere no tav e locandine di solidarietà.
Etinomia, la neo-associazione che si batte per un economia etica al di fuori di grandi opere inutili e distruttive, ha in progetto di tenere aperto il negozio di Mario. I parrucchieri iscritti a Etinomia hanno già dato la loro disponibilità a turnare. Un gesto di straordinaria generosità che poteva avvenire solo in una valle come la nostra, dove al primo posto ci sono i rapporti umani, le relazioni tra paesani e non il profitto.
Un pensiero particolare va al nostro Guido. Per noi di Spinta dal bass è zio Guido, uno di famiglia con cui si è condiviso  anni di lotta ma anche e sopratuttp di amicizia sincera. Zio Guido non è solo un volto conosciuto del movimento, non è solo un bravo consigliere comunale nè solo un presidiante di ferro…Zio Guido è una persona che sa farsi amare e noi lo rivogliamo immediatamente in mezzo a noi. Così come rivogliamo liberi tutti!

La lotta della Valle di Susa non si arresta!
comitato no tav spinta dal bass – Takuma

tratto da http://www.lavallecheresiste.info

26 gennaio 2012

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Arresti #notav: operazione in tutta Italia

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notav_giorgioQui la paura non è di casa!

Ricordatelo bene signori inquirenti...

Era da tempo nell'aria e questa mattina all'alba puntualmente è scatta un'operazione di polizia contro il movimento notav. Le ultime notizie parlano di 26 arresti sparsi sul territorio nazionale e 11 denunce nell'area "antagonista ed anarchica". Tra gli arrestati anche Guido Fissore, consigliere comunale di Villarfocchiardo, Giorgio Rossetto, del csoa Askatasuna e numerosi altr* compagn* a Torino e in giro per l'Italia (appartenenti a svariate aree di movimento), a Asti, Milano, Trento, Palermo, Roma, Padova, Genova, Pistoia, Cremona, Macerata, Biella, Bergamo, Parma, Modena, colpit* per la loro generosità e impegno nelle lotte sociali: pe rla casa, i migranti, contro il precariato, contro la svendita dell'università...  etc. Una perquisizione anche in Francia.

Un'operazione in perfetto Caselli-style (come affermano sempre fonti giornalistiche “supervisionate dal Procuratore capo Caselli”) interessata a raccontare la provenienza "esterna" della protesta contro l'alta velocità, per dividere, avvertire, spaventare.

Ma il movimento notav non accetta distinguo di sorta. Rassemblamenti sono attualmente in corso a Villarfocchiarda, di fronte a casa di Guido e a Vaie, dov'è in corso un'assemblea popolare e dove si terrà una conferenza stampa del movimento alle 14.30.

I primi commenti: Nicoletta Dosio, da Vaie

Ascolta

Un videocon commenti a caldo di Perino, Claudio Cancelli, Nicoletta Dosio e Giorgio Cremaschi della Fiom, presente ieri a Bussoleno per un incontro sulle proposte del No-debito.

Link: Il comunicato del nework antagonista torinese "La valle non si arresta"

Link: Solidarietà agli arrestati dal gruppo Famiglie No Tav

Link: Solidarietà! Dalla rete alle piazze l'abbraccio dell'Italia ai no tav

Link: Come ti colpisco un movimento

Video:Intervista a Giorgio Rossetto

tratto da www.infoaut.org

26 gennaio 2012

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Ultimo aggiornamento Venerdì 27 Gennaio 2012 00:01

"Ingaggiami contro il lavoro nero". Anche a Livorno in vendita le arance di Rosarno

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CONTRO IL LAVORO NERO, CONTRO LA MAFIA, PER UN’ALTRA ECONOMIA, SOSTENIAMO L’AUTORGANIZZAZIONE DEI piccoli PRODUTTORI E DEI BRACCIANTI DELLA PIANA DI GIOIA TAURO

locandina_aranceSono passati due anni dalla rivolta di Rosarno, scoppiata in seguito all’ennesimo omicidio di alcuni braccianti. Ogni anno migliaia di schiavi della terra lavorano in condizioni disumane e ogni anno, a fine stagione, vengono minacciati, aggrediti, fatti sparire. Rosarno come Castel Volturno, come Palazzo S. Gervasio, come Foggia, o Nardò. Questo è il capitalismo nelle campagne, la filiera tutta italiana dello sfruttamento, che porta il Made in Italy sugli scaffali del mondo e garantisce i profitti a Carrefour, Esselunga, Coop ecc., che stabiliscono il prezzo di acquisto ai produttori, un prezzo-ricatto che le medie-grandi imprese sostengono con l’abbattimento dei costi di manodopera, con lo sfruttamento, con il lavoro nero, il caporalato, e la criminalità organizzata a dettar legge mentre i piccoli produttori e contadini sono costretti a vendere la terra o a buttare i raccolti .
Ma noi vogliamo altro!
Vogliamo rompere le catene della schiavitù e dello sfruttamento! Vogliamo riprenderci i campi, per coltivare uguaglianza e integrazione! Vogliamo creare circuiti di distribuzione alternativi, a prezzi equi e criteri etici. Per questo, partendo dalla campagna “SOS ROSARNO” promossa da oltre due anni dalla rete “Equosud –auto produzioni equo e solidali” e dall’Associazione “Africalabria – uomini e donne senza frontiere”, abbiamo organizzato una distribuzione di arance in tutta Italia, collegando ad essa la nostra campagna “INGAGGIAMI CONTRO IL LAVORO NERO”,  con le arance che altrimenti i piccoli produttori di Rosarno dovrebbero mandare al macero.
Noi le distribuiamo per sostenere loro e i braccianti insieme, con un rincaro che andrà a finanziare un centro di aggregazione, servizi e autorganizzazione dentro un edificio confiscato alla mafia, per i lavoratori della terra, italiani e africani dell’Associazione “Africalabria” e l’intervento delle Brigate di Solidarietà Attiva (BSA) a Rosarno .

CAMPAGNA INGAGGIAMI  CONTRO IL LAVORO NERO

L’impegno politico delle BSA sviluppato in questi anni intorno al tema del lavoro (iniziato dal sostegno alla lotta dei lavoratori Eutelia, Frattini, Answers, Merloni  ecc…)  si è concentrato a Nardò (LE) nella costruzione di pratiche di accoglienza degna in grado di far convergere l’erogazione di servizi di assistenza primaria con un percorso di emersione del lavoro nero e di tutela dei diritti dei lavoratori. Presso la Masseria Boncuri abbiamo infatti gestito insieme all’associazione Finis Terrae e ai braccianti stessi, un campo per lavoratori impegnati nella raccolta di angurie e pomodori. L’intervento, a partire dalla messa a disposizione di acqua, posti letto, assistenza sanitaria e legale, scuola di italiano, era volto alla ricostituzione di una coscienza collettiva  dei lavoratori attraverso l’informazione e la tutela dei loro diritti, nel tentativo di favorire processi di autorganizzazione che potessero portare a meccanismi di rivendicazione e vertenzialità.
Il campo di Nardò ci ha permesso di assumere il punto di vista di chi subisce il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento in agricoltura vivendone le dinamiche dall’interno e creando un luogo di aggregazione e messa in sicurezza al fine di limitare la condizione di emarginazione e frammentazione dei lavoratori. Esserci per noi significa ripristinare solidarietà tra lavoratori (noi e loro), non intervenendo come operatori dell’assistenza, ma sul principio della solidarietà di classe. Esserci per noi significa attivare interventi pratici mantenendo attivo un sistema di monitoraggio del fenomeno e supportando processi di vertenzialità. Esserci per noi significa lottare insieme per i diritti di tutti, un percorso che quest’anno ha portato allo storico sciopero dei braccianti frutto di processi di autorganizzazione e maturazione del senso critico e coscienza di classe. Siam partiti da qui, dalla situazione più complessa e difficile, perché all’interno del mondo del lavoro nero i migranti rappresentano la categoria più sensibile perché doppiamente ricattabili, spesso costretti a condizioni di vita precarie, privi di reti di sostegno sociale e sindacale.
Si è venuta a formare di conseguenza una massa di forza lavoro disponibile e facilmente sfruttabile, che produce un effetto di livellamento verso il basso dei costi del lavoro e delle relative garanzie di diritto.
Ciò detto, difendere il lavoro del migrante significa difendere il lavoro di tutti. Crediamo che la fase di crisi economica in cui ci troviamo stia sempre più diventando il pretesto per la progressiva cancellazione dei diritti di cittadinanza e lavoro. Riteniamo essenziale la collaborazione in reti solidali allargate e non escludenti come strumento di lotta necessario ed efficace per la costruzione reale di un’alternativa possibile. Ma quello che facciamo, ed è bene ribadirlo, non rappresenta l’ammortizzatore sociale di un sistema ingiusto, lo facciamo per organizzare nel tempo in tutta Italia risposte come queste, che nascono dal basso e riescono a contrattare i diritti di accoglienza, a sopperirne dove carenti e  a favorire gli ingaggi contro il lavoro nero e l’emancipazione dei lavoratori. Sono piccoli passi di un movimento che vorremmo diventi vigoroso. La campagna “Ingaggiami contro il lavoro nero”, prevede di confrontarsi e collaborare con altre realtà in territori differenti, sia per seguire la transumanza dei lavoratori stagionali nelle diverse campagne, nella prospettiva della creazione di una “Lega dei Braccianti del XXI secolo”, sia per allargarsi ad altri settori del lavoro. Vorremmo estenderla nel resto del paese, vorremmo vedere tutti i braccianti d’ Italia andare a lavoro con la maglietta che portavano con orgoglio i braccianti a Nardò con un messaggio chiaro per il padrone “INGAGGIAMI CONTRO IL LAVORO NERO” basta piegare la testa allo sfruttamento, basta ricatti. Vorremmo che  volantini informativi sui diritti dei braccianti agricoli come quelli che sventolavano a Nardò proclamando lo sciopero, arrivassero ovunque, insieme alle assemblee, alle nottate in bianco e a questa forte voglia di cambiare radicalmente le cose.

BRIGATE DI SOLIDARIETà ATTIVA

ARANCE ETICHE DELLA PIANA PER UN FUTURO D’INTEGRAZIONE E SOSTENIBILITA’

A due anni dalla rivolta di Rosarno, nulla è sostanzialmente cambiato. Certo, gli africani presenti nella piana di Gioia Tauro sono di meno. Certo, la militarizzazione ha fatto sì che ci fosse qualche contratto di lavoro in più. Certo, a breve saranno nuovamente disponibili i container per 120 regolari, selezionati tra la massa di almeno 800 lavoratori del continente nero. Ma la sostanza resta uguale: 20, al massimo 25 euro al giorno per sgobbare al freddo e all’umido, senza garanzia alcuna di essere retribuiti, e tornare la sera in ricoveri di fortuna, malsani, privi di acqua ed elettricità, con il rischio di essere sgomberati dalla polizia e se irregolari addirittura arrestati. Una sostanza di sfruttamento e abbandono ch’è l’altra faccia dei sette centesimi al Kg pagati dall’industria del succo d’arancia, quella che assorbe l’80% dell’agrumicoltura pianigiana, o dei 20 centesimi offerti dalla Grande Distribuizone Organizzata per le arance da tavola. E allora meglio non raccogliere, dice qualcuno. O ancora comprare direttamente il succo o gli agrumi che arrivano al porto dal Brasile, da Israele, o dal Marocco e poi rivenderli alle grandi catene. E infatti il lavoro diminuisce e le condizioni di sfruttamento peggiorano man mano che l’economia di questo territorio degrada. Meglio venderli, i terreni, magari a qualche multinazionale che ci fa un inceneritore o una centrale…Altro che agricoltura di qualità, altro che made in Italy! Tanto, per i succhi vanno bene pure le arance alla diossina e i grandi gruppi d’entrambi i settori possono continuare a lucrare con la complicità d’affaristi locali e la protezione degli ‘ndranghetisti.
Noi non ci vogliamo stare. Per questo insieme ad alcune realtà locali della solidarietà con gli immigrati abbiamo deciso che bisogna rompere questo circolo vizioso, che dal malessere crescente fa nascere il razzismo e mette poveri contro poveri a nascondere le reali responsabilità, politiche ed economiche, di questa situazione.
Abbiamo deciso di mettere i poveri con i poveri e lottare:
- Per il recupero dell’agricoltura, quella sana, quella che si regge sui piccoli produttori, fondata sul rispetto verso la terra e verso l’uomo. - Per la difesa del nostro territorio. - Per la solidarietà e l’accoglienza verso chi viene a lavorare nella nostra terra e costituisce non solo una risorsa per la sopravvivenza dell’economia rurale ma anche una grande possibilità d’arricchimento umano e civile per un territorio sempre più spopolato e impoverito.
Per tutto questo abbiamo messo insieme alcuni piccoli produttori della piana di Gioia Tauro, già da tempo avviati a metodi di produzione biologici e fermi nel rifiuto di qualunque sfruttamento dei lavoratori, siano italiani o immigrati e li abbiamo messi a confronto con chi da anni, a Rosarno e dintorni, lotta a fianco dei lavoratori africani, in un contesto sociale a dir poco difficile. Abbiamo unito chi fino ad oggi ha resistito da solo, per portare avanti un’altra possibilità di futuro nella piana di Gioia Tauro. Un futuro di sostenibilità: economica, sociale, ambientale. Per questo vi proponiamo le arance etiche della campagna “SOS ROSARNO”. Perché un futuro diverso può nascere solo dalla solidarietà!

Le nostre arance: Le arance dei produttori di riferimento di EquoSud vengono tutte, rigorosamente, da agricoltura biologica certificata. Tutti i produttori sono piccoli proprietari, singoli o associati in cooperative, assumono regolarmente la manodopera impiegata nella raccolta, per oltre il 50% immigrata, e sono interni al circuito della solidarietà con gli africani di Rosarno, che in mancanza di qualunque politica d’accoglienza possono sopperire ai bisogni più elementari solo grazie al sostegno delle realtà associative della società civile.
Equosud,  Africalabria

CASSA DI RESISTENZA DEI LAVORATORI:

La crisi economica morde. Le aziende chiudono, vittime del buco nero che la speculazione finanziaria ha creato. Non solo: le aziende chiudono per la volontà meschina dei padroni di spostare le fabbriche laddove la manodopera costa di meno, dove i lavoratori sono  meno organizzati e hanno minore potere contrattuale, dove la sicurezza del lavoro è più facilmente sacrificabile sull'altare della produttività, dove i salari sono più bassi.
In tutto questo la vittima non è certo il banchiere speculatore e i governi di tutta Europa scaricano consapevolmente e sempre più apertamente, i costi della crisi sulle classi più deboli. Fortunatamente i lavoratori si organizzano, lottano, scioperano, occupano, difendono il proprio posto di lavoro. Questo comporta sacrifici, lunghi mesi di scioperi e occupazioni, spese legali per chi, come i precari Bros di Napoli finiscono addirittura in carcere con folli accuse di associazione a delinquere. L'operare a fianco dei migranti non può essere scisso dal lavoro da svolgere a fianco dei lavoratori nostrani, perchè difendere i diritti dei migranti significa difendere i nostri e viceversa, perchè creare un’ unitaria coscienza di classe permette di respingere il demente disegno della guerra tra poveri e di avere maggiore forza di opposizione contro le politiche padronali.
Per questo motivo la Brigata di Solidarietà attiva Toscana ha deciso di maggiorare devolvere una parte dell'introito della vendita delle arance a sostegno dei lavoratori in lotta della Pioltello.
Dopo quattro mesi di lotta, nonostante il krumiraggio organizzato dall’Esselunga e dalle cooperative, i licenziamenti e le aggressioni squadriste, i lavoratori delle cooperative dei magazzini Esselunga di Pioltello sono ancora in sciopero per il rispetto dei loro diritti e della loro dignità contro il ”sistema di lavoro Esselunga” . Il presidio permanente fuori dai cancelli del magazzino continua ed è sempre attivo per cercare di aggregare e coinvolgere i lavoratori di tutte le cooperative presenti all’interno dei magazzini.
contro il lavoro a chiamata e il mancato rispetto dell'orario di lavoro;
contro i ritmi insopportabili di lavoro;  
contro i sistematici furti retributivi;
contro  le angherie di capi e capetti e il sistema di caporalato organizzato attraverso le cooperative.

SOSTENIAMO LA LOTTA DEI LAVORATORI SAFRA DI  LIMITO DI PIOLTELLO:
LA SOLIDARIETA' E' UN'ARMA. USALA!

Composizione del prezzo – ARANCE biologiche navel:
per ordini E ACQUISTI inferiori ai 10 Kg: 1,50 €/Kg di cui Produzione, costo del lavoro, lavorazione, trasporto e iva : 0,832 €/kg + Contributo per progetto Bsa a Rosarno e mantenimento campagna: 0,35 €/kg + Quota di solidarietà per i lavoratori in lotta della SAFRA: 0,25 €/kg;
per ordini E ACQUISTI superiori ai 10 Kg: 1,30 €/Kg

3474736623 - 3281135636 - Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 08 Febbraio 2012 22:35

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