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CORPI E POTERE

Emergenza Alemanno

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L'assurda morte a Roma di quattro bambini rom e le politiche emergenziali di Alemanno, basate sul razzismo e sui favori ai palazzinari

zingariL'assurda morte dei quattro bambini che abitavano nelle baracche di via Appia Nuova segna ancora una volta la cronaca della città di Roma. E l'unica cosa che sa fare il Primo Cittadino è scagliarsi contro la "burocrazia" e chiedere "poteri straordinari".
Ancora più straordinari? Più della nomina di un Commissario Straordinario all'Emergenza rom, nella persona del Prefetto Pecoraro che ha il potere di spendere 31 (31!) milioni di euro senza rendere conto a nessun organo di controllo o consiglio democraticamente eletto? Più di poter stracciare ogni Convenzione Internazionale, come quando, in questi due anni, ha deciso di "trasferire" decine di famiglie in pieno inverno? E poi vuole poteri per fare cosa? "La Sovraintendenza ci ha impedito di costruire un campo a 6 chilometri da qui". Quindi il tanto sbandierato Piano (?) Nomadi (?) prevede il salto di qualità dalle baracche in legno ai container in lamiera? Eppure 10 giorni fa parte delle 40 famiglie che un anno fa furono "trasferite" in un campeggio a 30 chilometri dal campo di Casilino 900 hanno provato a occupare uno stabile abbandonato per protestare contro le condizioni assurde in cui sono stati messi. La verità è che quello che il governo di questa città sta portando avanti certo non può essere definito un Piano, visto che non parte da un'analisi reale della situazione e non ha prospettive concrete. Ne si rivolge a ipotetici Nomadi, visto che stiamo parlando di residenti a Roma spesso da decenni, molti cittadini italiani o comunque comunitari, come i genitori dei bambini morti ieri, e chi non lo è ha nella stragrande maggioranza dei casi un regolare permesso di soggiorno.
Il Piano Nomadi non è nient'altro che un maldestro tentativo di mantenere le promesse di una campagna elettorale basata sul razzismo. Quello che si sta facendo coi 31 milioni di euro straordinari è semplicemente deportare centinaia di persone da una parte all'altra della città, in un macabro gioco delle carte fatto con persone in carne e ossa, ammassate in container da meno di 30 metri quadri, dentro recinti con guardiani armati all'entrata e lontani dagli occhi degli "Elettori". La realtà dei fatti è che questa città non ha un'"emergenza" rom, ma un'emergenza case che riguarda tutti i suoi abitanti: Ci sono più di 200.000 appartamenti sfitti, il costo di un metro quadro è alle stelle, gli affitti sono insostenibili per uno stipendio medio, figuriamoci per chi lavora a nero nell'edilizia, come molti abitanti dei campi, abusivi o attrezzati che siano.
Già, l'edilizia! Mentre quella popolare è praticamente ferma, quella privata va a gonfie vele! Mentre chi abita la città occupa stabili abbandonati, dorme in rifugi di fortuna, cresce nell'immondizia e muore tra le fiamme, il Governo della città discute solo di abbattere e ricostruire le Torri di Tor Bella Monaca, di fare altri affari con le Olimpiadi dopo il disastro degli appalti dei Mondiali di Nuoto, di "regalare" le caserme dismesse ai palazzinari già padroni di Roma. Il fatto è che l'unico Piano dell'amministrazione Alemanno, in continuità coi suoi predecessori, è di garantire i profitti degli imprenditori edili a scapito della città e dei suoi abitanti.

Antonio Ardolino

tratto da www.ilmegafonoquotidiano.it

8 febbraio 2011

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Febbraio 2011 10:01

Intervento sulla manifestazione del 13 febbraio

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femminismo_sitoPubblichiamo un intervento di Emma Baeri, "femminista storica e storica femminista", fondatrice insieme ad altre della Società Italiana delle Storiche, sull'appuntamento del 13 febbraio. Una riflessione ad alta voce su questa manifestazione e gli appelli che la promuvono: "Non ho firmato nessuno dei due, piuttosto mi sembrava auspicabile una parola pubblica maschile, di genere, esplicitamente separatista che finalmente si assumesse l'onere di una mediazione maschile nel rapporto tra i sessi. No, mah, sì: ecco perché scenderò comunque in piazza.

Un appello di donne? Nooo....Un altro appello di donne? Mah... Perché, perché sempre noi? Come ai tempi della legge contro la violenza sessuale, "questione maschile" per eccellenza, reato dispari, fuor di dubbio.

Cosa ha mosso "le donne" a farsi ancora una volta carico di una parola civile nel rapporto tra i sessi? Ricostruisco "la scena del delitto" nei suoi tratti essenziali. C'è un gruppo di lavoratrici precarie, a tempo determinato, ma con qualche speranza di carriera: niente di nuovo, più o meno; c'è un datore di lavoro ricchissimo e potente, palesemente disturbato, in gara con la morte, circondato da un nugolo di anziani sporcaccioni e opportunisti: la solita questione sesso-denaro-potere, la storia ne è piena.

Ma per la prima volta c'è un inedito in scena, le ragazze, che occupano lo spazio pubblico con sicurezza, che negano di essere prostitute, che parlano del loro lavoro rivendicandone la normalità. Che abbiano assorbito l'eco di quel grido collettivo di trent'anni addietro, "né puttane, né madonne, finalmente solo donne"? Per quanto possa sembrare stridente penso che anch'esse siano figlie del femminismo, perchè a modo loro hanno rotto quella polarità obbligata, "naturale", che ha ammorbato per millenni noi e le nostre antenate.

Poi c'è lui, il padrone, tutto rifatto, elmetto in testa e blefaroplastica ingenerosa: se non fosse il presidente del consiglio, se non fosse uno che ha scelto la politica per sottrarsi alla galera, se non abusasse del suo potere giorno dopo giorno, se non irridesse alla Costituzione con disinvoltura, se non fosse quello che ha formato i modelli di genere - come dicono le storiche - delle donne e degli uomini attraverso il suo strapotere mediatico, sarebbe solo un poveraccio (... ho un piccolo cedimento della memoria: come mai nei tempi del centro sinistra al governo non fu fatta una legge contro il conflitto d'interesse? Che qualcuno me lo ricordi, per favore...).

Vengo agli appelli: l'appello "De Gregorio" è quello del mio "Nooo!", perché le donne non sono un'entità antropologica, indifferente ai contesti politici, ai progetti, alle scelte: sono figlia, mamma, nonna, sorella, ma sono laica, femminista, pensionata, animalista, storica indisciplinata, cittadina infine.

Ovviamente, l'esperienza biostorica delle donne eccede le forme della politica pensate dagli uomini, ma il rischio della trasversalità è che si arretri rispetto a un nuovo patto di cittadinanza tra le cittadine e i cittadini fondato su tutti i diritti conosciuti e su altri da inventare, un orizzonte che non è indifferente ai contesti politici, ai progetti, alle scelte: lo aveva già capito Olympe de Gouges nel 1791. Il secondo appello, quello del mio "Mah...", mi sembra più attento alle differenze/diversità, ma leggendo le firme il disagio della trasversalità mi ha fatto ancora una volta arretrare: non ho firmato nessuno dei due; piuttosto mi sembrava auspicabile una parola pubblica maschile, di genere, esplicitamente separatista ( poiché implicitamente separatiste sono la politica, l'economia, e tutti i luoghi deputati al potere culturale), che finalmente si assumesse l'onere di una mediazione maschile nel rapporto tra i sessi.

Poi ho parlato con alcune amiche - pisane, catanesi, palermitane - che in forme e parole diverse mi hanno fatto capire che non bisogna perdere di vista la realtà, dove monta un'indignazione di massa delle donne, e mi hanno consigliato di governare una volta tanto quell'attitudine "giacobina" - aristocratica ! - abbastanza comune nella mia generazione politica, che fa volare alto il pensiero, magari stando in poltrona...

Così ho deciso di mettere in gioco una passione barbara, indignata e irridente, a cuore aperto. Non ho firmato, ma camminando senza correre, e sorridendo, il 13 febbraio andrò in piazza, dove spero di incontrare moltissimi uomini.

Emma Baeri 

tratto da pisanotizie.it 

08 febbraio 2011

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Ultimo aggiornamento Martedì 08 Febbraio 2011 19:51

Contro il sessismo fuori e dentro il movimento

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femministe_sitoAl disgusto e allo sdegno che dobbiamo provare non c’è mai fine.

Le donne oggi più che mai vengono umiliate e attaccate, umiliate da chi crede che il corpo femminile esista solo per il piacere maschile, nato per questo e per nulla più che questo, attaccate da chi è convinto di poter decidere del nostro corpo, delle nostre scelte di vita, dall’aborto al concepimento, dalla contraccezione all’ru486 (pillola abortiva).

Le donne non possono scegliere: se una donna rimasta incinta non vuole un figlio non può abortire senza “la punizione” di un intervento invasivo, mentre spesso chi vorrebbe averne uno non ne ha la possibilità perché vive di contratti precari senza futuro.

Il corpo delle donne viene ogni giorno spogliato, spiato, desiderato e venduto, nei programmi televisivi d’entertainment come nei discorsi del premier, apice dell’assenza di vergogna che regna incontrastata in questo paese in cui il più ignorante si gloria di esserlo, felice di aver raggiunto quello per cui lavora dagli anni ’80 sia in televisione che fuori, l’incontrastata violenza degli uomini sulle donne, la loro totale riduzione ad un ammasso di tette, culi e cosce, al massimo inframmezzati da occhiatine e sorrisi ammiccanti.

Ma non vogliamo qui ripresentare l’ennesimo discorso incentrato sullo sdegno che proviamo per il comportamento di Silvio Berlusconi e per il suo modo di fare spettacolo che ha aperto le porte all’odierna tv spazzatura, vogliamo anzi soffermarci sul lato opposto, se così si può dire, della barricata. I discorsi del premier non sono solo stati ripresi com’è ovvio da giornali e telegiornali, ma sono stati anzi interiorizzati e fatti propri persino da coloro che avremmo voluto considerare almeno “di sinistra”, dalla stampa ai cosiddetti “movimenti”, dall’articolo in prima pagina del quotidiano Liberazione intitolato “…e l’Italia va a puttane...”, addirittura ripreso poco tempo fa da una realtà studentesca milanese per un manifesto, alle parole dette all'interno dei cortei con e senza microfono.

Ci rendiamo conto dei limiti della fase in cui ci troviamo, ma questo non giustifica nulla, anzi rende ancor più grave la colpa di chi dovrebbe nettamente rifiutare i discorsi e i contenuti della destra radicale al governo e al contrario utilizza gli stessi schemi, ed anche le stesse parole, spianando la strada al maschilismo e confermando la subordinazione delle donne agli uomini in questa società.

La questione della condizione delle donne nella società capitalista è un tema che all’interno di quello che una volta veniva chiamato Movimento Antagonista dovrebbe invece essere considerato al centro dell’agire politico e personale di tutti. All’interno di molti collettivi e realtà politiche questa contraddizione non viene spesso affrontata. La sensazione, spesso appurata da fatti, è che il problema dell’oppressione dell’uomo sulla donna venga considerata da molti come un problema di serie B, come una paranoica e bacchettona questione morale e di genere che poco ha a che fare con temi più importanti come il conflitto Capitale/Lavoro.

Spesso molti compagni dimenticano, o trovano più semplice non voler ricordare, che in questa società esiste non solo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ma anche quello dell’uomo sulla donna.

Spesso si ricalcano meccanismi e strategie proprie di ciò che combattiamo.

Nel vivere quotidiano all’interno delle nostre realtà dovremmo cercare di pretendere che si individuino, riconoscano, e bandiscano atteggiamenti, e perché no anche linguaggi, che non fanno altro che ricalcare logiche incentrate sulla prevaricazione e sul sessismo, sulla visione delle donne come oggetto sessuale, sempre pronte ad assecondare voglie, desideri e passioni del maschio di turno.

Perché ad un compagno, o sincero democratico, non verrebbe mai in mente di apostrofare un suo amico di origini africane come “negro” e invece non si fa nessun problema se si tratta di offendere una donna con epiteti riguardanti il suo sesso?

Perché all’interno di un corteo sindacale di movimento si sentono interventi politici sessisti e nessuno dice niente?

E poi perché le compagne dovrebbero armarsi di santa pazienza e andare a spiegare al compagno in questione che la prostituzione non è una libera scelta?

Nessuno mai entra nel merito dello stupro legalizzato che è la prostituzione. Queste donne vengono sfruttate sia sessualmente che economicamente, vengono mantenute in schiavitù con la forza e sono molto spesso vittime di innumerevoli violenze sia da parte dei cosiddetti “clienti” che dei loro “protettori”. Sappiamo che la condizione delle donne costrette a vendersi in strada è ben differente da quella delle donne che vediamo citate in questi mesi dai mass media, ma ci teniamo a precisare che la situazione di subalternità in cui una donna viene tenuta fin dalla nascita a volte rende, purtroppo, molto difficile mettere in discussione il ruolo imposto da una società economicamente, socialmente e culturalmente patriarcale, senza con questo voler minimamente giustificare il loro ruolo corrotto e corruttore di arrampicatrici sociali. Ma domandiamoci ancora perché in questa società le ragazze si convincono fin dall’adolescenza che l’unico strumento di “falsa emancipazione” debba essere per forza il loro corpo, arrivando persino a vendersi a dei coetanei per una ricarica del cellulare. Queste ragazze e queste donne hanno perfettamente introiettato il modello che gli viene imposto adeguandosi al loro ruolo di bambole di plastica atte unicamente a soddisfare desideri maschili, e non fanno altro che convincersi di ciò che gli viene suggerito dall’esterno, cioè che l’unico mezzo che hanno per aspirare al denaro o ad una fetta del potere sia usare il loro sesso. Hanno ormai interiorizzato l’assunto per cui una donna non può avere altre potenzialità a prescindere dal suo corpo, e per questo si convincono che l’unica via per perfezionare sé stesse debba essere modificare l’aspetto fisico allineandolo al modello dominante con interventi di chirurgia plastica, ormai pratica diffusa anche tra le adolescenti. E’ veramente il caso di dire che per queste ragazze una donna ha solo il suo corpo, e deve sfruttarlo e auto-sfruttarsi, per “fare strada”, e che anzi una donna non è altro che il suo corpo, non è altro che l’oggetto da utilizzare ad uso e consumo dell’uomo, oggetto agli occhi dell’uomo ma ormai anche agli occhi delle donne stesse, che aderiscono alla visione maschilista e la perpetuano, felici quasi di poter essere sempre più donne-oggetto rispetto alle altre, perché così facendo, grazie a cene e favori sessuali, salgono i gradini del “successo” politico o televisivo.

Ma la questione che qui vogliamo affrontare è come si pone la cosiddetta “sinistra” di fronte a tutto questo.

Noi abbiamo deciso di non voler stare zitte e zitti, abbiamo deciso che la questione delle donne appartiene a tutte/i noi, che non solo deve essere pratica politica ma che dovrebbe essere anche una discriminante nell’agire politico di un movimento che intende essere portatore di un cambiamento rivoluzionario.

Perché non cercare di scardinare alla base quel meccanismo di ruoli in cui segregare le proprie madri, sorelle, mogli, compagne e amiche?

Perché non cercare di rompere quell’immaginario collettivo che vede le donne subalterne sul posto di lavoro e in famiglia?

Perché dobbiamo continuare a far finta di non sentire o di non leggere, spesso su siti di movimento, frasi che ricalcano un sistema ideologico patriarcale?

E perché nel momento in cui si denuncia questo si passa per moralisti?

Fondare il proprio agire politico su discriminanti antisessiste, antiomofobe e antirazziste deve essere, nella pratica politica, la premessa affinché si possano creare le basi di uno stravolgimento reale della società.

Sinceramente siamo stanche e stanchi di dover in qualche modo spiegare perché non si dovrebbero gridare in un corteo frasi sessiste. Allora forse dovremmo ammettere che in qualche caso siamo stati collettivamente tutte e tutti noi incapaci di tracciare una linea netta di delimitazione tra cosa siamo noi rispetto a quelli contro cui combattiamo nelle nostre lotte.

Sarebbe bello poter non solo ripensare all’aggregazione politica su altre tematiche e questioni ma agire anche sul nostro quotidiano individuale e collettivo cercando, nella sperimentazione politica, spazi di confronto e di azione che considerino centrali le questioni di genere. Ci teniamo a precisare che non ci interessano le trite e ritrite scuse “d'ufficio”, questa non intende essere una lettera aperta ai compagni e non del movimento per chiedere di “stare più attenti”, o per sentirsi rispondere per l’ennesima volta “scusate, non ci eravamo resi conto, non ce ne eravamo accorti, non ci avevamo pensato”. Sottolineiamo inoltre ancora una volta che questa non vuole neanche essere una spiegazione o una lezione, perché chiunque si consideri un compagno dovrebbe sapere bene che utilizzare termini dispregiativi per indicare le prostitute, come se avessero colpa e fossero responsabili, come se non fossero costrette da necessità, significa avvallare il discorso sessista e maschilista che vi sta dietro.

Abbiamo deciso di scrivere questa lettera aperta solo per dire una cosa semplicissima, ma che va detta nel modo più duro e schietto possibile, senza sorrisi né scuse. Ma non vi vergognate?? Ma non vi vergognate di uscire con titoli del genere in prima pagina?? Ma non vi vergognate di intervenire davanti ad un corteo di lavoratori e lavoratrici dicendo che un uomo a 70 anni “è normale che vada a mignotte”, anzi “deve” farlo, ma l’importante è che non sfrutti i lavoratori”?? Ma come si può anche solo pensare una frase del genere, e come si può dirla apertamente con un microfono in mano alla fine di un corteo?? E come si può, lavoratori/ici ma anche compagni/e, sentendo un intervento simile detto da un palco, applaudire e festeggiare chi lo ha pronunciato?? Come possiamo pensare che siano slegate le rivendicazioni di libertà e di diritti le une dalle altre, come possiamo credere che la libertà delle donne e i diritti delle donne di decidere del proprio corpo e della propria vita vada messa in secondo piano di fronte alla crisi economica come se fossero questioni separate tra loro??

Questa domanda è diretta a noi, un “noi” allargato a tutta la cosiddetta sinistra, non alla destra: ma la risposta c'è ed è una sola: vergognatevi ! Adesso basta !

Le compagne e i compagni del Centro Sociale Vittoria Milano

05 febbraio 2011

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E’ morta Franca Salerno, storica militante dei Nap

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Franca Salerno, militante dei Nap durante gli anni 70, sedici anni di carcere duro sulle spalle, un figlio nato in prigione poco dopo l’arresto, si è spenta ieri a Roma dopo aver resistito a lungo contro la malattia. Quel bambino, Antonio, che aveva tenuto con sé in cella nei primi anni di vita l’aveva perso cinque anni fa, ormai uomo e impegnato politicamente in uno dei centri sociali della Capitale, l’Acrobax, portato via da un incidente sul lavoro. Le foto d’archivio in bianco e nero di Maria Pia Vianale e Franca Salerno col bimbo nel grembo, riprese mentre sorridono dietro la gabbia di un’aula giudiziaria, provocano oggi quasi un senso di vertigine. Una distanza siderale le separa dalle figure femminili che la cronaca politica diffonde in questi giorni. Valerio Lucarelli, autore di un recente volume sulla storia fin troppo dimenticata dei Nap, Vorrei che il futuro fosse oggi. Nuclei armati proletari, ribellione, rivolta e lotta armata (Ancora), sottolinea quanto l’esperienza femminile fosse stata pregnante nella storia di quel gruppo, originale e innovativo nel panorama delle formazioni politiche che impugnarono le armi. D’altronde un ruolo decisivo e di vertice le donne l’ebbero anche in altri gruppi armati della sinistra, dove la presenza femminile è risultata sempre la più alta rispetto ai gruppi legali. Vianale e Salerno furono le prime donne ad evadere. Era il 22 gennaio 1977 quando, aiutate da altri tre militanti giunti dall’esterno, scalarono le mura del carcere di Pozzuoli. Impresa pagata a caro prezzo. Dopo quella fuga i loro volti furono diffusi ovunque e la loro cattura divenne un’ossessione per le forze di polizia. Franca Salerno ebbe modo di raccontare anni dopo che al momento dell’arresto: «se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. Ero incinta e mi picchiarono. Erano fuori di sé perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile».
Nicola Pellecchia, un passato importante nei Nap, racconta: «Quando dal carcere la portarono al Fatebenefratelli di Napoli per partorire, nonostante l’imponente dispiegamento militare mezzo ospedale tifava per lei. Fui uno dei primi a conoscerla. Di lei ricordo la vivacità, la spontaneità, la sua capacità di essere politica senza venire dalla politica. Aveva un intuito formidabile, era una combattente vera». Già, ma cosa erano i Nap? «Senza i Nap – risponde Pellecchia – non ci sarebbe stata la riforma carceraria.
Il primo regolamento di quella riforma fu scritto dalla commissione carceri dei detenuti di Poggio Reale di cui facevamo parte. Molti istituti innovativi, come la socialità, vennero pensati dalla commissione di Poggio Reale. Prima in carcere si parlava di “ricreazione”, come all’asilo. Venne istituzionalizzata la rappresentanza dei detenuti, poi recepita nel regolamento carcerario». Sante Notarnicola, altro protagonista delle lotte carcerarie, ricorda l’arrivo di Franca Salerno a  Badu ’e Carros, il carcere speciale di Nuoro, qualcosa di molto vicino ad un lager. «Franca arrivò col suo bambino di pochi giorni. Occupava una sezione isolata, la vedevamo e la sentivamo. Ci fu subito la corsa a prendere le celle che davano sul suo lato. La sera si spegnevano tutte le televisioni e sul carcere calava un silenzio surreale. Cominciava così il dialogo. Anche se ero uno dei pochi compagni, e quindi avevo con lei un rapporto privilegiato, Franca era ben attenta a non trascurare nessuno. Il piccino fu subito adottato da tutta la comunità carceraria e così i pacchi di cibo che arrivavano dalle famiglie venivano mandati a lei. Una mattina, fatto insolito, mi urlò dalla cella. Improvvisamente il carcere si ammutolì. Il bambino stava male e le guardie non facevano niente. Franca mi chiese di chiamare il capo delle guardie. Quel silenzio totale risuonò per loro come una minaccia. Il maresciallo arrivò di corsa chiedendoci di restare tranquilli che il medico sarebbe arrivato entro 5 minuti. Una macchina era stata spedita a prenderlo. “Avete rischiato molti – gli dissi -, siete feroci ma non potete immaginare quanto potremmo diventarlo noi per una cosa del genere”». Sante si ferma, è commosso, «Quanta forza venne dai Nap, organizzazione fatta di studenti e detenuti.  Di fronte allo sfacelo che c’è oggi nelle carceri, a Franca vorrei dire “avevate ragione voi”».

Paolo Persichetti
tratto da Liberazione del 4 febbraio 2011

Link
Il libro sulla storia dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno
Sono nata in un carcere speciale agli inizi degli anni 80, adesso voglio capire

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Joy: la polizia stupra, lo stato si auto-assolve

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cie_stupriE' stato assolto con formula piena l'ispettore di polizia Vittorio Addesso, in servizio al Cie di Milano, accusato di violenza sessuale aggravata per aver molestato nel 2009 Joy, una ragazza nigeriana detenuta nel lager di Stato per migranti del capoluogo lombardo. La sentenza di assoluzione è stata emessa oggi con rito abbreviato dal gup di Milano, Simone Luerti. Lo stesso pm Gianluca Risco aveva chiesto l'assoluzione. "Ci chiediamo se tanta attenzione alle garanzie dell'imputato sarebbe stata osservata a parti inverse -hanno detto i legali di Joy, gli avvocati Eugenio Losco e Mauro Straini-. E' infatti la parola di una straniera contro un rappresentante dello Stato".

L'avvocato Eugenio Losco ai microfoni di Radiondadurto

Il commento su Radio Onda Rossa dell'avvocato e di una compagna che ha seguito tutta la vicenda

Maggiori info presto su: noinonsiamocomplici.noblogs.org

***

Joy. Il prezzo della dignità

Milano 2 febbraio. Vittorio Addesso, l’ispettore di polizia che tentò di violentare Joy, una ragazza nigeriana rinchiusa nel CIE di via Corelli a Milano nell’agosto del 2009, è stato assolto. Lo stesso pubblico ministero ha chiesto al giudice dell’udienza preliminare il proscioglimento dell’imputato.

Facciamo un passo indietro.
Torniamo a quel bollente agosto del 2009, quando il pacchetto sicurezza divenne legge e la reclusione nei CIE passò da due a sei mesi. Nelle gabbie degli immigrati divampò immediata la protesta, con scioperi della fame, episodi di autolesionismo, materassi bruciati, tentativi di fuga.
Per lunghe notti, dalle prigioni dei senza carte si sono levate grida. Grida nel silenzio.
Nel CIE di Milano la protesta è diventata rivolta. 18 uomini e 5 donne sono arrestati.
Le ragazze si chiamano Joy, Hellen, Priscilla, Debby, Florence: alla prima udienza del loro processo – all’apparire in aula dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso – hanno gridato forte. La loro rabbia andava oltre la paura. Addesso aveva provato a violentare a Joy, convinto che una ragazza in prigione, africana e prostituta non si sarebbe ribellata. Invece la dignità è più forte della violenzadello Stato, più forte del giogo patriarcale.
Il racconto della ragazza la dice lunga su chi, vestendo la divisa, pensa di poter disporre liberamente dei corpi rinchiusi dentro al CIE. Gente senza carte, senza diritti, senza futuro. Durante la rivolta la violenza dei poliziotti si è concentrata su di lei e le ragazze che avevano assistito ai violenti palpeggiamenti di Addesso. A terra, ammanettata, è stata più volte manganellata. Il suo rifiuto le è costato anche un pugno in faccia dall’ispettore-capo in persona.
In settembre le ribelli e i ribelli del CIE sono stati condannati a sei mesi. Uno di loro a dicembre l’ha fatta finita uccidendosi. Sapeva che, per gente come lui, le gabbie non finiscono mai. E la forza che l’aveva sorretto nel deserto, nel mare, nel CIE per migranti, l’ha infine abbandonato.
Le cinque ragazze, finiti i sei mesi, sono state (ri)portate nei CIE.
Joy alla fine di maggio ha ottenuto il permesso in quanto vittima di tratta.
Vittorio Addesso è stato rinviato a giudizio.
Ieri l’assoluzione. Un processo per calunnia attende ora Joy ed Hellen, l’altra ragazza che ha testimoniato contro l’ispettore. Un esito probabilmente scontato. Lo Stato non ingabbia i suoi servitori.
Il prezzo della dignità è sempre molto alto per chi nasce dall’altra parte del muro, che separa chi ha troppo e chi nulla.

Ascolta le interviste rilasciate a Radio Onda d’Urto e a Radio Onda Rossa dall’avvocato di Joy, Eugenio Losco.
Per approfondimenti sulla storia di Joy e delle tante ragazze vittime della tratta e delle leggi razziste leggi quest’articolo uscito nel maggio dello scorso anno su A rivista anarchica.

tratto da http://senzafrontiere.noblogs.org

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Ultimo aggiornamento Sabato 05 Febbraio 2011 12:24

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