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CORPI E POTERE

Decreto Flussi stagionale 2011 - Le domande dalle ore 8.00 del 22 marzo

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Annunciata per il 21 marzo la pubblicazione del testo in Gazzetta Ufficiale

immigrati_posteSarà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 21 marzo il testo del decreto flussi per l’ingresso di lavoratori extracomunitari da impiegare nel lavoro stagionale.

Dal 28 febbraio è garantita la possibilità di accesso al sito del Ministero per la compilazione.

La principale novità riguarda la possibilità (prevista dalla legge ma mai applicata finora) di richiedere l’ingresso pluriennale. In tal modo verranno garantite procedure semplificate per gli anni successivi ai lavoratori stagionali per cui con questo decreto sia stato autorizzato l’ingresso nel 2011.

-Info, quote, procedure e requisiti

http://www.meltingpot.org

[ venerdì 18 marzo 2011 ]

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Cosa si celebra insieme all'Unità d'Italia? Note sul 17 marzo

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mameli_salmaContributo del Laboratorio Sguardi sui Generis

17 marzo 2011: si celebra in grande stile il 150° anniversario dell'Unità d'Italia, l'origine e la formazione del paese inteso come stato-nazione moderno. A Torino – la città in cui viviamo, per nascita, per adozione o anche solamente di passaggio – la ricorrenza appare particolarmente sentita, fosse anche solo per volere istituzionale. Ai balconi numerosi tricolori, qualche volto dipinto per le strade, un calendario fitto di iniziative.

Torino, la città del fordismo e del modernismo architettonico, il luogo in cui il tempo, la vita e lo sviluppo urbanistico sono stati scanditi dalla fabbrica, dal lavoro salariato e dalle lotte. Questa Torino sembra oggi riscoprire un secondo passato – più vecchio e più lontano – in cui risplendono le glorie del risorgimento. Dalle rovine della capitale industriale, sembra riemergere la capitale sabauda. Una memoria epica e autocelebrativa sostituisce così un passato le cui cicatrici sono ben più visibili nel tessuto urbano. Nel momento in cui, smaltita l'ubriacatura delle Olimpiadi, viene meno l'illusione di una transizione soft dalla città industriale a quella post-industriale, ecco che compare la città risorgimentale. Una sorta di memoria consolatoria, una boa di salvezza a cui aggrapparsi nel bezzo della tempesta.

Come spesso accade, gli interpreti d'eccellenza di tanto spaesamento politico e culturale sono gli esponenti del Partito Democratico. Nei loro discorsi, infatti, si può scorgere una formulazione specifica e una rifunzionalizzazione civica del patriottismo e del nazionalismo che si affianca a quella più tradizionale di matrice destrorsa. «Oltre a tutto, resta l'Italia unita» - così recita lo slogan dei molti cartelloni PD affissi a Torino e nelle altre città italiane. Il tutto, evocato in stile sibillino e oltre cui si vorrebbe andare, indica – più semplicemente – la realtà, il mondo vero in cui vivono persone in carne ed ossa. Il tutto sono i problemi quotidiani, i conflitti, le differenze, la scuola fatta a pezzi, il lavoro precario, il razzismo istituzionalizzato, la salute come bene di lusso, etc... etc... Un calderone, appunto, un pentolone in cui ribolle la vita sociale piena di tensioni e contraddizioni. Un contenuto che il Partito Democratico non sa nominare se non come un tutto amorfo in cui, evidentemente, non sa mettere le mani.

Tuttavia, la confessione involontaria – il lapsus ripetuto come un mantra sui cartelloni affissi in città – allude a una via d'uscita, a una soluzione possibile. Di fronte a una realtà indomabile, infatti, gli italiani vengono invitati a riesumare un senso di appartenenza nazionale, a ricercare nella loro presupposta “comunità di sangue e spirito” un modo di sentire comune,

virtuosamente concepito come un ordine civico e morale condiviso. Ci si appella, per così dire, a una sorta di “nazionalismo buono” che si pretende immune dalle responsabilità storiche del “nazionalismo cattivo”. Sull'opportunità, la desiderabilità e la possibilità di una simile operazione conviene, tuttavia, avanzare qualche sospetto.

In primo luogo colpisce il recupero in termini naturalizzati dell'entità statuale Italia. Che, oggi e in futuro, la geografia del mondo resti invariata rappresenta una minaccia piuttosto che un auspicio. Considerati i flussi migratori reali, infatti, la permanenza di confini statuali ottocenteschi costituisce un enorme problema etico e politico di fronte al quale il richiamo alle identità nazionali appare inadeguato e inquietante. Il nazional-patriottismo odierno, anche se presentato in forma soft e apparentemente aggiornato al XXI secolo, veicola pur sempre una concezione etnica del territorio che promuove politiche di esclusione o di inclusione differenziale. Che piaccia o meno al perbenismo democratico, infatti, i confini del paese Italia vengono tracciati ogni giorno sulla pelle degli immigrati clandestini. La figura dell'apolide, dello sradicato in senso territoriale, costituisce un'eccedenza che la tradizione democratico-liberale, radicata nell'orizzonte dello stato nazione, non è in grado di tematizzare. Travalicare i confini nazionali, anziché celebrarne l'immutata compattezza, costituisce – di fatto e di principio – la condizione primaria per la costruzione di uno strumentario politico-giuridico che sia all'altezza dell'epoca dei numerosi sans papier.

Il richiamo enfatico alle celebrazioni del 150° anniversario dell'unità d'Italia si mostra sospetto anche sotto un'altra luce. In una fase storica caratterizzata dalla crisi assoluta dello stato-nazione come luogo della decisione e dell'azione politica, la celebrazione del cadavere assume una valenza simbolica radicale. Il rituale richiama alla mente i funerali medioevali del sovrano in cui si riteneva che la morte toccasse soltanto il corpo fisico del re, ma lasciasse intatto il suo corpo politico. Allo stesso modo, di fronte allo sfacelo dello stato di diritto democratico – che si vuole eroicamente prodotto dal risorgimento – si celebra la presupposta permanenza del suo corpo politico al di là della crisi delle sue condizioni reali. Mentre le garanzie di wellfare vengono rase al suolo, il principio della rappresentanza annichilito dal ritorno di un potere carismatico, la decisione politica sostituita dalle esigenze acefale e predatorie dell'economia capitalistica, si celebra la sopravvivenza di un feticcio.

La retorica dell'anniversario, tuttavia, non si limita a riesumare il cadavere ma auspica di rianimarlo: il senso di appartenenza alla nazione, infatti, dovrebbe produrre una sorta di riscatto,

di ripresa in senso civico e moralistico. A tamponare le ferite del paese, i suoi acciacchi e la sua vecchiaia, sono chiamate in primis le donne. Dalla manifestazione del 13 febbraio, passando per l'8 marzo, la politica istituzionale ha infatti operato una vera e propria chiamata alle armi delle donne italiane. Le ha chiamate ad essere – ancora una volta – custodi dell'onore e della dignità della patria, a ri-produrre e ribadire inviolabili valori tradizionali, ad essere i corpi fecondi della terra dei padri, a «rimettere al mondo l'Italia» come recita – inequivocabile – l'appello stilato in area PD in occasione della Festa della donne. Se, da sempre, il nazionalismo contempla le donne come madri, il patriottismo del 150° anniversario dell'unità d'Italia le invita a prendersi cura di un corpo morto. A questa litania le donne hanno molto da opporre.

tratto da www.infoaut.org

17 marzo 2011

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La vergogna degli Ospedali psichiatrici: "Condizioni disumane per gli internati"

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La denuncia della commissione del Senato che ha visitato le sei strutture giudiziarie italiane: "Muri cadenti, malati lasciati senza cure e nella sporcizia; tre Opg sarebbero da chiudere subito". C'è chi è dentro per essersi travestito da donna 25 anni fa. Domenica sera tutte le immagini a "Presa Diretta"

carcere_violenze_sessualiROMA - Le lenzuola sporche, i muri scrostati dall'umidità, la muffa, i materassi accatastati, gli uomini, soprattutto, lasciati senza cure e costretti in condizioni disumane. Sono i fotogrammi della realtà dimenticata che si cela oltre i cancelli degli ospedali psichiatrici giudiziari (opg) italiani, i luoghi in cui gli internati sono condannati a scontare una sorta di ergastolo bianco. Qui la malattia mentale è ancora uno stigma, una ferita da nascondere alla società. Eppure, oltre agli autori di crimini efferati, negli Opg italiani c'è anche chi è finito dentro 25 anni fa per essersi travestito da donna e aver spaventato i bambini di una scuola.

IL VIDEO1/FOTOGALLERY2

A fare il punto sulla situazione in cui versano gli Opg è la Commissione d'inchiesta del Senato sull'efficacia ed efficienza del Servizio sanitario nazionale, presieduta da Ignazio Marino, che ha presentato oggi un documentario che racconta la vita dietro le sbarre. Dall'indagine condotta sugli ospedali di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), Aversa (Ce), Napoli, Montelupo Fiorentino (Fi), Reggio Emilia

e Castiglione delle Stiviere, emerge un quadro chiaro: in queste strutture che avrebbero dovuto sostituire i manicomi criminali, in realtà, le cose non sono cambiate di molto.

Il problema è che quando si entra si rischia di non uscire più. Secondo i dati della Commissione, su 376 internati dichiarati 'dimissibili', per ora solo 65 sono stati effettivamente rilasciati, mentre per altri 115 è stata prevista una proroga della pena. Di questi ultimi, solo cinque sono ancora internati perché ritenuti socialmente pericolosi, tutti gli altri non sono stati liberati perché non hanno un progetto terapeutico, non hanno una famiglia che li accolga o una Asl che li possa assista. E' come se fossero rifiutati dai "loro" territori perché mancano le risorse e, secondo la Commissione, è rimasto sulla carta l'impegno del governo di stanziare 10 milioni di euro (5 dal ministero della Salute e 5 dalla Giustizia) per agevolare l'assistenza e garantire le cure a chi può uscire e tornare alla vita.

Le immagini scattate dai commissari e il documentario girato nel corso dell'inchiesta raccontano una realtà in cui non c'è rispetto per l'identità della persona, dove non viene garantito il diritto all'igiene e persino alle terapie. Le medicine non curano ma 'contengono', i medici, in ciascuna struttura, sono presenti solo quattro ore a settimana e devono prendersi cura anche di 300 persone. Sono gli internati stessi a raccontare il degrado o l'umiliazione di chi, ad esempio, è costretto a infilare le bottiglie d'acqua nel buco dei bagni alla turca - come è stato racocntato all'ospedale di Aversa - per farle rinfrescare d'estate o per impedire la risalita dei topi.

E poi stanze da quattro che ospitano nove internati su letti a castello (proibiti in un ospedale) e uno spazio disponibile di tre metri quadrati a "malato", in netta violazione di quanto sancito dalla Commissione europea per la prevenzione della tortura.

La Commissione sta monitorando ogni settimana ogni struttura per avere notizie degli internati che dovrebbero essere stati dimessi già da mesi o anni, persone rinchiuse anche se hanno commesso un reato minore, e mai più uscite a causa delle infinite proroghe delle misure cautelari.

"Raccogliere i primi dati non è stato per niente semplice - spiega il presidente della Commissione d'inchiesta, Ignazio Marino - : reticenze, diffidenze, inesattezze hanno scandito le prime settimane di lavoro soprattutto negli Opg più degradati. Ci sono, tuttavia, realtà come quella di Reggio Emilia dove gran parte dei dimissibili hanno già lasciato la struttura. Speravamo di poter fare molto e al più presto, ma abbiamo bisogno di collaborazione delle realtà sanitarie locali. Anche i territori devono acquistare consapevolezza riguardo ai diritti di queste persone: non dobbiamo tollerare degrado e condizioni di vita incompatibili con il più elementare rispetto della dignità e lesivi dei principi della nostra Costituzione".

La Commissione vorrebbe chiudere almeno tre ospedali su sei e, comunque, arrivare all'individuazione di nuove strutture a custodia 'attenuata' da destinare al trattamento sanitario degli ospiti. Bisogna intervenire su queste realtà, ribadisce la Commissione, anche alla luce degli ultimi fatti di cronaca che hanno coinvolto l'Opg di Montelupo Fiorentino, dove un internato è morto per aver inalato del gas, ed Aversa, dove due agenti della polizia penitenziaria sono state poste agli arresti con l'accusa di aver abusato di un internato transessuale.

"Gli ospedali psichiatrici giudiziari - afferma il senatore Michele Saccomanno, relatore di maggioranza dell'inchiesta sulla salute mentale - devono essere superati. Non possiamo più ignorare, di fronte agli ultimi fatti di cronaca e alle risultanze dell'indagine effettuata dalla Commissione d'inchiesta, le condizioni disumane e di degrado in cui vivono questi cittadini. Gli internati sono persone malate e come tali vanno curate e recuperate nel pieno rispetto della dignità umana e dei diritti costituzionalmente garantiti. Lo sforzo economico a sostegno della riabilitazione e della presa in carico di questi cittadini da parte della sanità regionale non solo è possibile, ma rappresenta un impegno concreto preso da Governo e Parlamento per cancellare questa vergogna".

Dello stesso parere Daniele Bosone, relatore di minoranza dell'inchiesta: "È  indispensabile  che  l'aspetto sanitario prevalga su quello carcerario: attualmente, infatti, le condizioni in cui i pazienti sono  costretti a  vivere costituiscono un insulto alla dignità  dell'essere umano e nulla hanno a che fare con la cura delle malattie mentali. Per questo appare indifferibile una prospettiva che in tempi rapidi conduca alla chiusura degli Opg".

Per la prima volta in onda a "Presa Diretta" le terribili immagini  che la Commissione d'inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale ha girato negli ex manicomi giudiziari. Le telecamere di Francesco Cordio hanno seguito il lavoro dei parlamentari che  sono entrati senza preavviso nelle fatiscenti strutture. Quello che  hanno trovato è atroce. Il senatore  Ignazio Marino del Pd, presidente della commissione sarà in Studio con Riccardo Iacona per raccontare il lavoro di inchiesta svolto con Michele Saccomanno  del Pdl e  Daniele Bosone del Pd. Appuntamento su Rai3 alle 21,30.

tratto da www.repubblica.it

16 marzo 2011

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Donne massacrate nel lager di Ponte Galeria perché vogliono la libertà

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Pestaggi a Ponte Galeria dopo il presidio di sabato

cie_pontegaleria_donnaUna donna che si trova rinchiusa nel Cie di Ponte Galeria da cinque mesi, telefona a Radio OndaRossa per raccontare – in un misto di italiano e inglese – il pestaggio subito stamattina [ascolta la telefonata].

La donna racconta ai microfoni che gli uomini delle forze dell’ordine l’hanno portata in un ufficio all’interno del centro, per picchiarla, insieme ad altre donne.

Evidentemente polizia e carabinieri, ma anche il direttore del centro, non hanno gradito la presenza dei manifestanti sotto alle mura del Cie e hanno voluto farne pagare le conseguenze alle recluse.

Gli uomini in divisa, infatti, hanno spiegato chiaramente alle donne che il pestaggio è una risposta al “casino” che hanno fatto sabato, durante il presidio, e hanno assicurato loro che saranno deportate al più presto nei rispettivi paesi d’origine.

Al momento la situazione nel centro è più tranquilla ma la donna chiede assistenza medica per la sua compagna che sta male.

Al nostro redattore che le chiede se sia pericoloso per le recluse il fatto che si svolgano delle manifestazioni al di fuori del centro, lei risponde che le dovremmo fare ogni giorno!

Perché qua non va bene – spiega la donna – l’acqua non va bene, il mangiare non va bene, i vestiti non vanno bene… fa sempre freddo! Qua non dovrebbe essere una galera – noi non siamo ladre! – eppure ci trattano peggio che in galera.

Infine, a una domanda su cosa vogliono che facciamo dal di fuori, per sostenerle, lei risponde con decisione: just we want freedom! vogliamo solo la libertà!

Dal sito di Radio Onda Rossa

15 marzo 2011

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 16 Marzo 2011 18:26

Quando la truffa non è l’eccezione, ma un mercato organizzato dalla legge

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Un mercato sommerso di permessi, una compravendita permanente del diritto di soggiorno: questa è la reale applicazione della legge Bossi Fini.

sanatoria_truffaLa chiamiamo sanatoria truffa ma non riguarda solo la legge di emersione. Li chiamiamo truffatori ma in realtà non sono una banda che agisce in maniera eccezionale.

Ciò che è emerso più che in altre occasioni con le truffe nell’ambito della sanaotoria 2009 non è altro che la punta dell’iceberg di un circuito di compravendita del diritto di soggiorno dei migrnati in questo paese che quotidianamente si riorganizza intorno alla Legge Bossi Fini.

A guardarla da lontano, la truffa della sanatoria, potrebbe sembrare una variante criminale che si inserisce negli interstizi della normativa, ma avvicinando lo sguardo alle tante storie dei truffati, al tessuto culturale ed economico che regola l’accesso al titolo di soggiorno in questo paese, ci accorgiamo che le truffe, i raggiri, l’indebitamento che rasenta l’estorsione, sono la realtà permanente della Legge Bossi Fini, un mercato della vita che si regge sugli istituti principali della normativa sull’immigrazione.

Non c’è insomma una organizzazione che raggirando la legge "favoreggia l’immigrazione illegale" ma appare sempre più evidente come vi sia una regolazione dela condizione del diritto di soggiorno dei cittadini migranti che passa sempre più attraverso la circolazione di denaro, lo scambio di favori, una legge le cui maglie si aprono e si restringono a seconda dei livelli di corruzione.

Non siamo a Bogotà, neppure a Casablanca o Benin City: qui, nel cuore dell’Europa non occorre vedere bande criminali che scorrazzano su auto cabriolet con il mitra in mano salutando gli agendi per vedere la stretta relazione tra legge e raggiri.

Qui basta leggere le pagine principali del testo Unico sull’immigrazione e poi fare una passeggiata intorno alla Stazione per capire che non esiste alternativa.

O meglio, l’alternativa c’è ma è una finta scelta tra l’ingiustizia di chi una volta licenziato perde dopo sei mesi il diritto di soggiorno, lo sfruttamento nel lavoro e nella vita di una esistenza irregolare, sottopagata, ricattata, i CIE, la deportazione, il carcere, o la speranza (anche se spesso finta) di poter comprare il tuo progetto di vita, la tua legittimità di soggiorno.

Non si tratta di una separazione tra ciò che è legale e ciò che è illegale, tra chi correttamente obbedisce alla legge e chi invece la raggira fraudolentemente. Qui si tratta di una faccia oscura di una legge che tra maniacale legalità ed ingiustizia produce una distorsione della vita che passa attaverso cash o vaglia postali.

Il problema insomma, anche nell’ambito della sanatoria, non sono i truffatori, che pure abbiamo la voglia ed il desiderio di fermare, ma una legge che, producendo ingiustizie e compressione dei diritti, ha prodotto e trovato nel corso del tempo anche la sua soluzione, culturale prima che politica ed economica, nel mercato sommerso della vita, nella compravenditas del diritto di soggiorno.

Puoi pagare per accedere ad una sanatoria ma puoi e devi farlo ogni qualvolta sei chiamato a rinnovare e non hai un contratto di lavoro, ogni volta che hai bisogno di una ospitalità, ogni volta che devi dimostrare la residenza, ad ogni conversione. Si paga anche il visto per entrare, ma anche il traffico dei visti è organizzato da qui.

Nel Veneto, realtà emersa ormai da tempo ma portata all’attenzione dell’opinione pubblica con l’occupazione, da parte dei migranti truffati, della facciata della Basilica del Santo, il businness dei permessi ha avuto ed ha dimensioni enormi.
Non è assolutamente escluso che, dalla Puglia alla Lombardia, dal Veneto alla Sicilia, vi siano legami apparentemente inesistenti tra le truffe.

Nella Regione di Norde Est, stranamente, gli stessi truffatori già arrestati per il businness nell’ambito della sanatoria 2009 contano una serie di inchieste a loro carico per altre truffe ed altri raggiri in cui è presentela mano della ’ndrangheta e del clan camorristico dei Casalesi. C’è da chiedersi poi come verranno messi in circuito i milioni di euro accumulati con le domande di emersione.
Ma i legami oscuri non riguardano solamente l’esterno. Sembra via via sempre più evidente come, anche nelle ramificazioni interne alle diverse città, si configura una vera e propria stabile organizzazione con esponenti di punta che contano un curriculum "invidiabil" quanto a truffe e raggiri, collegati a professionisti e datori di lavoro insospettaili che hanno csotruito una vera e propria rete negli ambienti frequentati da stranieri. Un meccanismo culturale prima che criminoso che fa leva sui canali preferenziali concessi a questi soggetti, sulla loro impunità, sull’idea che pagando è possibile comprare ogni cosa, anche la libertà.

Non è una battaglia per la legalità la nostra, perché questa legge ci ha insegnato come la legaliutà sia ingiustizia. Si tratta di una battaglia culturale e politica, si tratta di affrontare l’individualismo che va diffondensodi, di costruire una idea collettiva di affrontare l’ingiustizia di questa legge perché ognuno, lasciato solo, non debba vendere la propria dignità per barattarla con il diritto di soggiorno. Si tratta certo di dare uno stop a questi mercenari della legge Bossi-Fini che in barba alla legge ed ai controlli sembrano godere di una impunità garantita e spesso di legami privilegiati con la Questura.

Qui non si tratta di affermare la legalità della legge di emersione e di combattere i suoi utilizzi, così come non si tratta di cristalizzare i dettami di una legge ingiusta per affermarli come dogma, come necessità di obbedienza a disposizioni ingiuste e disumane.
Non prendiamoci in giro. La sanatoria 2009 è stata una grande finzione, lo sappiamo noi come lo sanno a tutti i livelli le autorità: molte sono state le "badanti o colf" che hanno potuto accedere ad un titolo di soggiorno grazie a l’emersione, una infinità sono state quelle per cui il datore di lavoro ha preferito continuare in "nero" il rapporto di lavoro perché più conveniente, moltissimi altri sono stati i lavoratori impegnati in altri settroi regolarizzati come lavoratori domestici, altri, lavoratori o meno, sono stati regolarizzati simulando rapporti di lavoro inesistenti perché altra strada non esiste per liberarsi dall’irregolarità forzata, dalla sfruttamento e dai ricatti.
A poco valgono le stime dei Carabinieri o della Guardia di Finanza sui controlli effettuati, sugli accertamenti di rapporti di lavoro fasulli. Qui si tratta di interrompere l’estorsione permanente che la legge produce e riproduce sulal condizione di vita di chi è senza permesso o è minacciato di perderlo, che è cosa ben diversa e strettamente connessa alla legge.

Dal canto nostro non possiamo che lavorare insieme per costruire collettivamente una idea di giustizia e dignità che non sia barattabile, non sia quantificata in denaro, che passi attraverso la presa di parola e l’affermazione di democrazia e diritti di cittadinanza
Gli strumenti non mancano e neppure dal punto di vista legale è impossibile intervenire per interromprere questo circuito di malaffare e dare un segnale diverso,anche se è proprio la legge a rendere fragili le garanzie per le vittime.

Le organizzazioni che hanno agito con la truffa sono vere e proprie associazioni a delinquere (artt 416, 416 bis cp), hanno sfruttato la condizione di soggiorno irregolare per trarne ingiusto profitto (art 12, comma 5 TU), spesso hanno agito mettendo in campo vere e proprie estorsioni (art 629 cp), sicuramente lo hanno fatto truffando lo Stato (oltre che i migranti), sfruttando la condizione personale degli stranieri (art 640, commi 2 e 3 cp, - art 61, comma 5 cp), non è neppure esclusa l’ipotesi di riduzione in schiavitù (art 600 cp) che recita come segue:
"Chiunque esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà ovvero chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all’accattonaggio o comunque a prestazioni che ne comportino lo sfruttamento, è punito con la reclusione da otto a venti anni. La riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione ha luogo quando la condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona".

Sorgono spesso dubbi sull’eventualità di esporre i cittadini stranieri a procedimenti penali proprio in virtù di una eventuale querela nei confronti dei truffatori. Da un lato è paventato (anche se debole) il rischio di considerare correi i migranti, anche se la qualità dei reati contestati ai truffatori e la situazione oggettiva in cui sono avvenute le truffe paiono escludere questo rischio. Impossibile considerarli partecipi dell’associazione a delinquere, tantomeno complici di essersi auto-sfruttati (come se l’usurato fosse complice dell’usuraio), difficile considerarli responsabili di truffa visto che le domande venivano inviate da uffici pubblici abilitati ad inoltrare le pratiche al Ministero, con l’ausilio di professionisti (commercialisti, ragionieri, avvocati) e che mai c’era un contatto con Questura e Prefettura. Inoltre lo straniero aspirante regolarizzato doveva solo consegnare un documento di identità. E’ la stessa Corte Costituzionale ad aver attentuato le disposizioni dellart 5 del cp che non ammettono l’ignoranza della legge, con la Sentenza n.364/1988 posta a fondamento di sentenze di assoluzione di diversi imputati cittadini stranieri(Pret. Pescia, 21 novembre 1988, S., in Foro it., 1988, II, 247; Trib. Genova, 30 maggio 1989, K., ivi, 1989, II, 540; Trib. min. Firenze, 27 novembre 1989, M., ivi, 1990, II, 192; Trib. min. Genova, 14 novembre 1994, S., ivi, 1995, II, 274).
Deve infatti essere fatta una valutazione complessiva sulla situazione dei soggetti, sul loro livello di scolarizzazione, sulle loro condizioni di vita, etc, etc, etc.

Rimane invece un forte dissuasore a denunciare le truffe da parte delle vittime l’impianto normativo proprio della legge sull’immigrazione, messo solo ora in discussione dalla direttiva 115/CE/2008. Il rischio, permanente in realtà, visto che si tratta di soggetti che si sono auto-denunciati con la sanatoria, è quello per cui, venendo a contatto con l’autorità giudiziaria in qualità di vittime, si aprano procedimenti per il reato di ingresso e soggiorno irregolare (art 10 bis TU), ed eventualmente per inottemperanza all’ordine di allontanamento del Questore (art 14, comma 5 ter).

Rimane invece di difficile soluzione la questione della protezione possibile concessa alle vittime della truffa. Il nostro ordinamento, al difuori dei casi previsti dall’art 18 del TU non prevede strumenti adeguati per la tutela degli stranieri vittime di reati. Ma una attenta applicazione della normativa internazionale e nazionale potrebbe certo fornire strumenti utili a garantire le testimonianze degli stranieri raggirati, unici depositari delle informazioni che possono dare conto della reale dimensione dell’organizzazione criminale, dei suoi legami apparentemente inesistenti, dei suoi confini ancora non circoscritti.

Non è possibile escludere la possibilità di adottare le disposizioni contenute nell’art 11 del Regolamento di attuazione che regolano il rilascio del permesso di soggiorno per motivi digiustizia, così come, per quanto riguarda lo stesso art 18 del TU (prot sociale) vale la pena considerare non escluso a priori il rischio per l’incolumità delle persone querelanti visti i legami sospetti degli stessi imputati con organizzazioni di stampo mafios/ocamorristico.

La Convenzione 143 OIL del 1975 inoltre, dispone che "ogni Membro deve adottare tutte le disposizioni necessarie ed opportune, sia che siano di sua competenza, sia che richiedano una collaborazione con altri Membri (...) contro gli organizzatori di movimenti illeciti o clandestini di lavoratori migranti, ai fini dell’occupazione, in provenienza o a destinazione del proprio territorio, o in transito attraverso lo stesso, e contro coloro che impiegano lavoratori i quali siano immigrati in condizioni illegali, per prevenire ed eliminare gli abusi di cui all’articolo 2 della presente convenzione."

Esiste, nel caso della truffa nell’ambito della sanatoria, una situazione di sfruttamento della immigrazione clandestina che è interesse della Convenzione reprimere.
Per adottare misure efficaci per stroncare l’organizzazione criminale (misura dovute per effetto di un obbligo convenzionale) diviene necessaria la collaborazione delle vittime: la loro "regolarizzazione" si rivela quindi lo strumento necessario per la repressione dell’associazione che ha sfruttato i migranti clandestini.
L’obbligo internazionale di rispondere ai dettami della Convenzione OIL ha copertura costituzionale nell’art. 117, primo comma, Cost., si potrebbe così aprire la possibilità per la concessione di permessi di soggiorno per ragioni umanitarie, previsto dall’art. 5, comma 6, del Testo Unico anche per rispondere agli obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano.

Rimane sullo sfondo, ma con priorità assoluta, la necessità di sradicare profondamente questa legge, di stravolgerla, di cancellarla, di aprire una stagione di conflitti che pongano, su terreno della democrazia e della presa di parola sociale, il nodo dei diritti di cittadinanza. Perchè i diritti o sono per tutti o non sono per nessuno.

tratto da www.meltingpot.org

12 marzo 2011

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