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CORPI E POTERE

Migranti: cittadini solo per il fisco

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Mentre ancora si discute di ius soli e di riconoscimento della cittadinanza a chi nasce nel nostro paese, di diritto di voto per chi lavora in Italia, del marchio di sangue e di altre fesserie razziste a metà tra il folclore e il nazionalismo spinto, gli stranieri sono già italiani per le casse dello Stato. Una bella mossa, ipocritamente taciuta, di chi ha recuperato dalla soffitta l’inno dell’Italia agli italiani.

I migranti, infatti, dati della Fondazione Leone Moressa alla mano, rappresentano il 6,8% dei contribuenti e da loro arriva il 4,1% del gettito complessivo. Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia le regioni in cui il peso delle contribuzioni degli stranieri su quelle totali all’IRPEF è più consistente. Oltre 2,1 milioni gli stranieri contribuenti del nostro Paese. Gli stranieri di Lazio e Lombardia sono quelli che versano di più, rispetto a tutte le altre regioni.

E’ chiaro che il confronto con i contributi dei lavoratori italiani segna un forte divario di gettito, che aumenta soprattutto nelle aree del meridione, ma che è dovuto ai redditi minori guadagnati dagli immigrati e alle conseguenti maggiori detrazioni di cui beneficiano in virtù di questo. Pagano l’IRPEF il 64,9% degli stranieri contro il 75,5% degli italiani.

Nelle aree del Nord, dove il lavoro degli stranieri, è più presente e diffuso, la situazione cambia molto e la differenza diminuisce. Peraltro se si riducesse la grande quota di lavoro nero, utilizzato per far guadagnare di più i datori di lavoro italiani, il contributo degli stranieri alla finanza pubblica crescerebbe di molto.

Basta pensare che il 90% del lavoro agricolo nelle regioni del Sud, Campania in testa, è in nero. Schiavi e caporali i protagonisti di una spietata catena di sfruttamento che arriva a 25 euro per più di dieci ore di lavoro, fino a violenza vera e propria: percosse, terrore e razionamento dell’acqua.

In qualche misura l’integrazione e l’abbattimento dei pregiudizi può venire anche dall’elementare constatazione di come il lavoro degli stranieri vada al paese Italia e ai servizi pubblici. Cade, in un colpo solo, il mito dell’usurpazione, dell’invasione, dello sfruttamento del paese Italia senza nulla in cambio.

Se questo è vero, vale solo per tutte le volte in cui gli stranieri lavorano nell’illegalità, diventando carne da macello e veri e propri schiavi per volontà di quegli italiani che preferiscono evadere il fisco, contando sulla penuria di controlli seri.

In un clima culturale che utilizza miti ideologici a buon mercato, spesso da tutte le parti, si deve forse ritornare ai numeri: quelli del lavoro e di certi lavori, quelli dei figli che gli italiani non fanno più, quelli delle tasse dove la maestria italiana dell’evasione, la vera causa delle disuguaglianze sociali interne al Paese, non ha bisogno di utilizzare il capro espiatorio degli stranieri per spiegare tutto quello che c’è da spiegare. L’Italia dei poveri, questa si, che è tutta degli italiani.

Rosa Ana de Santis

tratto da http://www.altrenotizie.org

30 dicembre 2011

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Se a diciassette anni incontri un obiettore

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Premetto che la storia non è la mia e dunque non posso e non voglio dare tutti i particolari, solo raccontare un’ingiustizia che ho vissuto da testimone e che ancora fatico a mandare giù. Ho sempre pensato tanto alla correttezza di appropriarsi di una storia non mia e di una denuncia che in teoria non dovrebbe essere mia, ma poi penso alle mille e mille storie uguali a questa e penso forse che se i protagonisti non possono raccontarla, io ho il dovere di farlo per loro.

aborto_prochoiceIo ho conosciuto l’aborto prima ancora di imparare a fare l’amore. Erano le feste di Natale di sei anni fa, di anni ne avevo 17 e noi compagni di scuola si aveva deciso di farsi tre giorni di vacanza insieme. Poi la mia amica che dice: “ieri sera si è rotto il preservativo, accompagnami in ospedale devo prendere la pillola del giorno dopo”. “Certo. La pillola, non c’è problema amica”, le ho detto con l’aria sicura, “tranquilla che risolviamo”. All’ospedale ci siamo andate con l’autobus e là abbiamo chiesto del ginecologo di guardia per avere la ricetta: è un obiettore, hanno detto, niente da fare ragazzine. E noi con i nostri 17 anni e l’ingenuità, la stupida ingenuità di chi non ha mai avuto lezioni di educazione sessuale a scuola, di chi vive in un paese dove “certo, possono esistere gli obiettori di coscienza ed è un loro diritto”, abbiamo salutato e siamo tornate a casa. “Perché doveva succedere proprio a noi e proprio quella volta?”, pensavamo. Abbiamo incrociato le dita e fatto finta di niente. Ci ho ripensato molto a quel giorno, quella sera, quella stupidità. Ma immaginate voi di avere 17 anni, non avere macchine, autobus o altro per andare in chissà quale ospedale, a cercare medici che non siano obiettori, a implorarli di esistere, nella speranza che firmino una ricetta. A 17 anni non si fa, o almeno noi non lo abbiamo fatto. La mia compagna di classe quel giorno è rimasta incinta e dopo un mese era in un ospedale ad abortire di nascosto. È la storia di un’ingenuità che ho nel gozzo, la storia che ho sempre paura a denunciare, perché non è mia e forse dovrei solo starmene in silenzio.

Un giorno, mi hanno spiegato che è illegale: se non ci sono altri medici di guardia, l’obiettore deve prescrivere per forza la pillola. Me lo hanno spiegato anni dopo, quando ero grande e le spalle avrebbero avuto la forza per affrontare tutto quell’ambaradam lì. Me lo hanno spiegato troppo tardi.

tratto da http://femminismo-a-sud.noblogs.org

31 dicembre 2011

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A Catania il sessismo uccide ancora

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stefania_cataniaOgni giorno che passa è un giorno in cui aggiornare il triste bollettino che vede le donne vittime della violenza di padri, mariti, fidanzati, zii e fratelli. I dati d’altronde parlano chiaro: in Italia sono 136 le donne uccise dall’inizio del 2011 e circa nell’ottanta per cento dei casi di violenza quotidiana (ma alcuni dati parlano addirittura del novantaquattro per cento) l’aggressore aveva le chiavi di casa. Non lo straniero, l’immigrato violentatore che arriva nel nostro paese per fare razzie e violenze, come i razzisti (sessisti) vogliono far passare ma il maschio italiano che vive sotto lo stesso tetto delle proprie vittime.

Una vera e propria guerra a bassa intensità fatta di silenzi, di cronaca nera e di ordinario sessismo perpetrato ai danni di donne ree soltanto di essere persone, di rifiutare quel ruolo imposto dalla società e dalla famiglia, che le relega ad essere semplici corpi di proprietà dell’uomo di turno, che si tratti del padre o del fidanzato, e di voler autodeterminarsi vivendo la propria vita decidendo per sé stesse in base a ciò che è meglio per loro.

La storia di Stefania, una ragazza della provincia di Catania, in questo senso non fa eccezione: Stefania era una studentessa di Lettere e Filosofia che qualche giorno fa è stata massacrata a coltellate dal fidanzato. Fidanzato che non ha risparmiato nemmeno i nonni, i quali, nel tentativo disperato di difenderla, sono stati massacrati insieme alla nipote.

Stefania aveva appena 24 anni era una compagna, una che aveva partecipato intensamente al movimento dell’Onda rendendosi protagonista delle lotte studentesche con l’ostinata testardaggine che contraddistingue coloro che non accettano di subire il destino di sfruttamento e precarietà imposto dai potenti.

Una che nel triste panorama della provincia di Catania, in quel minuscolo paesino di Licodia Eubea dove abitava, rappresentava l’anomalia che in qualche modo doveva essere normalizzata per essere ricondotta al triste ruolo di fidanzata perfetta domata e domabile. Nessun movente passionale o raptus di un folle, come tentano di far passare i media ufficiali in un’ottica giustificazionista, ma lucido progetto di un uomo, il fidanzato, incapace di accettare il rifiuto di chi ha deciso di vivere la propria vita per sé stessa, lasciandosi il passato alle spalle. Rifiuto, quello di Stefania, pagato a prezzo della vita stessa, sublimato in quell’omicidio carico di tutta la brutalità e la violenza indirizzata contro chi merita di essere punita per la propria insubordinazione.

Gesto di un fidanzato ancora legittimato da una società che vuole le donne investite di stereotipi che le relegano ai ruoli (solo apparentemente dicotomici) o di arriviste disposte a tutto pur di scalare la vetta o di angeli del focolare disposte a qualunque sacrificio pur di salvare la morale e la famiglia. Rappresentazioni queste del tutto fuorvianti che in comune hanno il fatto di dipingere la donna sempre come oggetto e mai come soggetto delle proprie azioni e della propria vita e che fungono da cornice al sessismo dominante e al femminicidio (perché di questo si tratta) che avviene ogni giorno nel Bel Paese.

Fermare questa guerra è possibile e necessario e Stefania in qualche modo ne aveva tracciato l’esempio: bisogna rifiutare con forza ogni logica vittimista e di delega che vuol le donne sempre in secondo piano, riappropriarci di quel protagonismo nella vita come nelle lotte, avendo presente che l’unica emancipazione possibile sta nella rivolta e nell’abbattimento dello stato di cose presente.

tratto da http://www.infoaut.org

28 dicembre 2011

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E adesso tutti nei Cie! Come si fa l'accredito stampa

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cie_altDalle parole ai fatti. Per mesi migliaia di persone si sono mobilitate chiedendo il diritto di entrare nei Cie, per poter raccontare all'esterno la violenza istituzionale di quelle strutture. E adesso è arrivato il momento di adempiere a quell'impegno. Ieri è caduta la censura. E già molti di voi ci hanno chiesto come districarsi nella burocrazia delle Prefetture per ottenere l'accredito. Oggi vi spieghiamo tutto. E invitiamo tutti i giornalisti che frequentano questo blog a seguire la procedura. Affinché ogni settimana ci siano storie che rompano il muro del silenzio, in attesa di romperne altre di mura, e liberarci una volta per tutte di questi luoghi di sospensione dello stato di diritto e del principio di inviolabilità della libertà personale.

Partiamo da zero. Con l'abrogazione della circolare 1305, i giornalisti possono visitare i centri di identificazione e espulsione (Cie), i centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) e i centri di prima accoglienza (Cpa). Ad autorizzare le visite sono le Prefetture sul cui territorio si trovano i centri. I contatti si trovano su questa pagina del sito del Ministero dell'Interno. Dovete telefonare e farvi passare il Capo di Gabinetto del Prefetto, a cui chiedere un contatto (fax o mail) a cui spedire la richiesta di accredito stampa per visitare il centro. L'ideale è fare spedire il fax o la mail direttamente dalla testata giornalistica per cui lavorate. Oltre ai vostri dati e a quelli della testata, dovete specificare quando volete fare la visita, chi volete intervistare, quanto tempo vi servirà, se volete fare foto, video, audio, o soltanto prendere appunti. Se iscritti all'albo dei giornalisti o dei pubblicisti, anche i free lance possono fare richiesta, pur senza essere incaricati da nessuna testata specifica.

L'autorizzazione resta comunque a totale discrezione del Prefetto, che decide fondamentalmente sulla base delle condizioni del centro. Il che vuol dire che se sono giorni di rivolte, incendi e tensioni, tendenzialmente rinviano o vietano proprio la visita. In quel caso basta insistere, perché comunque nella maggior parte dei casi le risposte sono positive. I tempi di attesa per la risposta possono variare da una settimana ad alcuni mesi.

Una volta dentro, avete diritto a chiedere all'ente gestore i costi della struttura. Potete parlare con i responsabili dell'ufficio immigrazione della polizia e, soprattutto, avete diritto a parlare con i detenuti. Tenete presente che in alcuni centri la polizia tende a sconsigliare, e in alcuni casi a vietare, i colloqui con i detenuti, con la solita scusa della sicurezza dei giornalisti. In realtà avete diritto a incontrarli, e a incontrarli dentro le gabbie dove sono rinchiusi. Dunque insistete, non avete nulla da temere. Al contrario i detenuti hanno sempre una gran voglia di raccontare e denunciare quanto accade loro nei Cie.

Per comunicare con i prigionieri, l'ideale è conoscere almeno l'inglese e il francese, meglio se anche l'arabo. La maggior parte dei reclusi infatti sono arabi e africani (anglofoni e francofoni), e spesso il loro livello di italiano è scarso, o inesistente se sono appena arrivati. Se non avete padronanza delle lingue, fatevi accreditare con un collega che possa aiutarvi con le traduzioni. Altrimenti fatevi aiutare nelle gabbie dai detenuti che parlano meglio l'italiano. Sconsiglio di utilizzare i traduttori degli enti gestori. Cercate di parlare anche con i medici per la questione dell'abuso di psicofarmaci.

Per verificare le informazioni raccolte dalle interviste con i detenuti, è sempre meglio chiedere loro i contatti dei loro avvocati e dei loro parenti e ex datori di lavoro fuori dal Cie. Per fare ciò, è sempre buona cosa insistere con le autorità per avere un tempo sufficiente per raccogliere le testimonianze. L'ideale è farsi mettere per iscritto dalla Prefettura l'orario di durata della visita.

Prima di pubblicare non dimenticatevi però di tutelare la privacy dei vostri intervistati. Alcuni reclusi preferiscono restare anonimi, altri non vogliono essere riconoscibili nelle foto. Ogni scelta è legittima e come tale va rispettata.

I Cie attualmente in funzione, si trovano a Torino, Milano, Modena, Bologna, Gradisca d'Isonzo (Go), Roma, Bari, Brindisi, Lamezia Terme, Trapani (Vulpitta, e Milo). Mentre i Cie di Caltanissetta, Trapani (Chinisia), Crotone, Palazzo San Gervasio (Pz) e Santa Maria Capua Vetere (Cs), sono al momento chiusi. Se vi interessano le sezioni femminili, ce ne sono nei Cie di Torino, Roma, Bologna e Milano. Le sezioni transessuali sono invece a Milano e a Roma. A Cagliari si trova un centro di prima accoglienza (cpa) usato di fatto come un Cie. Il cpa/cie di Lampedusa è al momento chiuso. Prima di andare, studiate le notizie disponibili sul nostro tag CIE.

Per i Cara, vedete la sezione apposita del sito, tenendo presente che nel frattempo è stato aperto il mega Cara di Mineo, a Catania, che probabilmente è il più interessante da visitare nell'immediato.

tratto da http://fortresseurope.blogspot.com

dicembre 2011

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Egitto: i militari e la violenza sulle donne

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egitto_violenza_donnaC’è questo post di Baruda, che copincolliamo sotto, sull’esercito egiziano, le donne e le violenze a sfondo sessuale. Racconta di una barbarie senza fine che avviene in quel contesto che Baruda sta seguendo e a proposito del quale trovate degli aggiornamenti anche sul suo twitter.

L’articolo in inglese che lei linka parla del odio in cui vengono trattate le donne che vanno in piazza a protestare. Donne che scendono in piazza e basta, non mi pare si dica altro che questo.

Poi leggo questo articolo pubblicato sull’Unità in cui addirittura si immagina la causa di questa crudeltà e si dice che vengono colpite le donne per “scatenare la reazione dei loro compagni”. Come dire che queste femmine sono in piazza sempre accompagnate, mai indipendenti, e che altrimenti la polizia con le donne in generale nelle piazze è buonissima. A voi risulta? Non so. Lo stupro è sempre stata un’arma di guerra in generale e il fatto che le donne siano considerate come appendice dell’uomo ha sempre fatto si che fossero colpite in quanto di proprietà. Ma la piazza egiziana, con le donne a fare la rivoluzione, mi era sembrata un po’ diversa. Approfondirò. Se qualcun@ di voi sa delle cose diteci. Intanto: che ne pensate voi? Buona lettura!

>>>^^^<<<

Una piccola serie di scatti e poi il video raccapricciante, che non hanno bisogno di parola alcuna.
Un articolo di Al-Arabiya che parla di queste foto: LEGGI
Il massacro è stato di una violenza inaudita…i corpi a terra sono troppi e come si vede chiaramente dal video e da molti altri, i colpi di pistola volavano come i sassi e le molotov.
QUI qualche riga sui fatti delle ultime due giornate al Cairo.

Il video

tratto da http://femminismo-a-sud.noblogs.org

20 dicembre 2011

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