Dintorno al Festival della Sociologia


Lo scorso Sabato, ho deciso di recarmi al Festival della Sociologia che si teneva nella città di Narni, in provincia di Terni, e che vedeva partire la sua seconda edizione il giorno precedente. Quest’anno, la kermesse culturale era dedicata allo scomparso Zygmunt Bauman, professore emerito, sociologo, con un passato da soldato dell’armata rossa durante la seconda guerra mondiale, e pensatore contemporaneo di un’importanza fondamentale per capire le trasformazioni in atto nel nostro presente.

Incuriosito da alcuni dibattiti, sono rimasto allo stesso tempo stimolato dall’altezza dei discorsi prodotti, ma anche impietosito dalla bassezza delle conclusioni e delle soluzioni offerte.

Da diversi anni oramai, la sociologia è relegata a un posto di seconda fila tra le discipline scientifiche, tirata in ballo giusto per sostenere qualche teoria economica o per mostrare – con vigore – l’assolutezza del dato quantitativo e statistico come unico indicatore capace di descrivere la realtà.

Bauman era un sociologo esattamente all’opposto di ciò.

Faceva partire le sue teorie più dalle riflessioni che quotidianamente produceva osservando il mondo, che non basandosi su statistiche o dati quantitativi.

Dava una lettura della complessità contemporanea e lo faceva con un rigore scientifico inopinabile. Un qualcosa che troppo spesso manca nelle tantissime discussioni politico-sociali sull’oggi, sempre alla ricerca di un appiglio per non venire smentite.

Bauman non aveva paura di ciò. Qualcuno dirà che era semplicemente un filosofo, che interpretava il mondo, ma Bauman, ha avuto un’educazione accademica marxista e il suo è sempre stato un impegno verso il trasformare questo mondo in un posto migliore.

Quello che ci insegnava era di andare oltre, oltre quell’ordine e quella categorizzazione razionale della realtà cui è tanto caro il pensiero dominante (e scientifico) attuale. Cercava di insegnarci che per comprendere meglio il mondo – e cambiarlo in meglio – bisognava andare verso l’informe, l’imprevedibile, l’indecidibile, l’incontrollabile, l’incalcolato, l’indeterminabile. In poche parole, si deve andare verso l’immaginazione, l’immaginazione di qualcosa che potrebbe essere, ma ancora non è.

Durante uno dei dibattiti è venuta fuori una cosa interessante: che le idee hanno sempre una propria matrice storica e ambientale; aggiungo io, che non nascono dal semplice caso, ma dalle connessioni che sono presenti nel mondo che un essere umano può più o meno comprendere.

Ecco, a me torna in mente allora la tanto cara frase di Marx “non è la coscienza degli uomini che determina il proprio essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. E in un mondo come quello di oggi, cosa, il nostro essere sociale, produce?

Questo è un interrogativo che di certo non possiamo tentare di risolvere in questo contesto. Ma ci basta capire che è un interrogativo giusto, e che forse ci stiamo facendo la giusta domanda.

Ecco, la sociologia in questo ci può essere utile. Per tantissimi anni ha prodotto analisi e teorie sul mondo moderno, sforzandosi di comprenderne meccanismi, funzionamenti e significati. È stata una scienza al servizio del potere certo – giustificandone la necessità e il bisogno – ma è stata ugualmente al servizio di chi, il mondo, avrebbe voluto cambiarlo.

Interessante allora, ascoltare in questi dibattiti di sabato, tanti sociologi chiedersi, non tanto “cosa studia la sociologia?”, bensì “a che cosa serve e che obiettivi ha?”.

Ecco, ripartire da questo punto. Può essere la sociologia una scienza al servizio della libertà?

Anche qui, purtroppo, non riusciremo a dare una risposta al quesito, ma possiamo lo stesso interrogarci sulla questione e cercare di riflettere. Perché è nella riflessione (e nella connessione delle idee) che si trovano le risposte. E questa domanda è una domanda fondamentale – a mio parere – che mi ha letteralmente spinto a scrivere e condividere queste riflessioni.

Bauman parlava di etica. Un’etica della contemporaneità che manca alla società contemporanea, che ha preferito barattare in cambio della libertà di accesso al mercato.

Curiosa idea. Giusta, peraltro.

L’etica è una costruzione sociale di una comunità, un qualcosa, un insieme di regole e codici non scritto, che permette una coesistenza libera e serena. Un qualcosa insomma che permette l’esistenza della società stessa.

Ma quale etica vive oggi giorno?

A questo, i sociologi presenti al festival, non hanno risposto. Si sono limitati ha citare Bauman quando dice che nel suo cammino verso la modernità, l’uomo va incontro a una prigione, a una strutturazione delle coscienze, verso il mettere ordine, razionalmente. Quindi, un percorso di fuga dal confronto con la differenza, l’alterità, ciò che a noi è nascosto, ciò che potrebbe essere ancora libero.

Ed ecco allora che la libertà diventa una semplice eccedenza che il maniacale controllo della realtà vuole in qualche modo far scomparire; oggi la libertà te la puoi comprare sul mercato, funziona così. Perché è l’etica capitalistica quella che domina le nostre coscienze, e questo Bauman lo scrive a chiare lettere. È l’etica del pluralismo, dove lo stesso ci logora costantemente sovraesponendoci alla scelta, un qualcosa di cui forse non abbiamo bisogno.

Abbiamo perso quella spinta soggettiva al cambiamento, immersi in questo logorio dell’estrema scelta, senza riuscire più a scegliere nel modo corretto. O quantomeno verso i nostri veri interessi.

Ciò che manca è quindi una nuova etica? Un qualcosa che possa nuovamente re-indirizzarci verso le “giuste” scelte? Che possa ricostruire quella soggettività del cambiamento?

Curiosa questa visione.

Che fa il paio con un altro dibattito cui ho partecipato, che parlava di scuola e lavoro al tempo dei robot.

Qui la disamina degli argomenti era decisamente meno “libera” e neutrale. Qua si esponeva espressamente che il nostro problema attuale è che in Europa abbiamo una forza-lavoro poco produttiva, che per questo motivo ha dei salari bassi, e che quindi l’economia non gira. Se poi introduciamo maggiore automazione nei processi produttivi, questo non farà che peggiorare la situazione.

Andrebbe allora ripensato il concetto di lavoro, dicono tutti, e soprattutto quello di formazione.

Basta con il lavoro fisso, basta con un’educazione che si limita a quella giovanile, l’essere umano deve cambiare costantemente mansione e lavoro, deve continuamente formarsi e rimanere aggiornato sui cambiamenti tecnologici, se vuole tenere il passo del mondo che cambia. Serve maggiore elasticità, maggiore comprensione, maggiore duttilità del lavoratore.

Sì ma aspettate, fermiamoci un attimo.

A me questo ragionamento fa rivenire alla mente Marx quando afferma che l’uomo, nello sviluppo capitalistico, diverrà sempre più un’appendice della macchina.

Sembrerebbe, che da questo discorso, esca una visione di questo tipo. Visto che la tecnologia avanza – il lavoratore di domani, se vorrà continuare a rimanere competitivo sul mercato del lavoro – dovrà inseguire il cambiamento tecnologico, formandosi continuamente e cambiando sempre mansione.

Tutto chiaro, insomma.

Qui allora mi preme però, fare un passo di lato da questo discorso che vi ho riportato, e tentare di lanciare un’idea diversa: ma se cambiassimo la concezione stessa del lavoro? Se lo slegassimo dalla produttività e dal salario?

Qualcuno nella storia ci ha già provato. Quest’anno sono i cent’anni dalla rivoluzione d’ottobre. Un evento che innescò un processo di cambiamento incredibile, un qualcosa che l’uomo aveva soltanto immaginato fino ad allora. Liberare l’essere umano dallo sfruttamento e dall’oppressione.

Che poi quella società, quell’esperienza, sia realmente riuscita in quell’intento, non sta a noi giudicarlo. Già la storia lo ha fatto. Erano presenti delle contraddizioni, che andavano forse risolte prima o diversamente, e lì è crollato il sistema. Ma ciò non vuol dire che la scommessa sia stata persa. Al contrario, la posta è ancora in tavola. Il ragionamento di prima lo dimostra.

Perché scrivere allora un articolo di commento alle discussioni di un festival della sociologia? Perché la sociologia può servire a questo. A porsi delle domande – giuste – nei confronti delle sfide dell’attualità. A capire come si muove il mondo e su quali questioni scommettere. Dalle mobilitazioni in difesa dei diritti civili, politici e sociali, a quelli in solidarietà ad altre popolazioni che combattono per la propria autodeterminazione. Altrimenti si fa del mero simbolismo e della mera descrizione dell’esistente. E con le cronache non ci si fa un bel niente se non le chiacchiere da bar. Peggio ancora con i simboli, che il giorno dopo al mercato non hanno più valore.

Inviato a Senza Soste da Simone Di Renzo

17 ottobre 2017

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