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Guerra dei gasdotti: ecco perch

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gasdotto_iran_pakistan_500.jpgLink: Intrigo internazionale e funghi atomici su Teheran. Alta tensione

A giugno c'è stata la firma di un accordo tra Pakistan e Iran per la costruzione di un importante gasdotto. La firma, giunta dopo 14 anni di negoziati, segna una tappa di fondamentale importanza nella battaglia globale in atto per aggiudicarsi le risorse energetiche dell’Asia – un passo che avvantaggia l’Iran, la Cina e la Russia, rappresentando invece una sconfitta per Washington.

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La terra ha tremato per alcuni giorni in tutto il “Paese delle pipeline”, nel cuore dell’Asia – con impressionanti ripercussioni per tutti i grandi protagonisti del nuovo Grande Gioco in Eurasia. Gli strateghi delle politiche afghano-pachistane del presidente Obama non si erano neanche accorti di ciò che stava per accadere.

Una guerra subdola e silenziosa è andata avanti per anni fra il gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI) ed il suo rivale, il gasdotto Iran-Pakistan-India (IPI), anche noto come il “gasdotto della pace”. La settimana scorsa è emerso un vincitore. E non è nessuno dei contendenti appena citati: è invece il gasdotto IP (Iran-Pakistan, senza l’India), del valore di 7,5 miliardi di dollari, per una lunghezza di 2.100 km.

Questa saga ebbe inizio nel 1995 – quando la californiana Unocal cominciò a far circolare l’idea della costruzione di una gasdotto attraverso l’Afghanistan. Ora, l’Iran e il Pakistan hanno finalmente firmato un accordo a Teheran, in base al quale l’Iran venderà al Pakistan gas proveniente dal suo enorme giacimento di “Pars Sud” per i prossimi 25 anni.

Secondo le dichiarazioni rilasciate all’agenzia ISNA dai responsabili delle politiche energetiche iraniane, l’accordo conclusivo verrà firmato tra meno di tre settimane, poco dopo il primo turno delle elezioni presidenziali iraniane. Gli ultimi 250 km di un tratto di gasdotto lungo 900 km in Iran, tra Asalouyeh e Iranshahr, vicino al confine con il Pakistan, devono essere ancora costruiti. L’intero gasdotto IP dovrebbe essere operativo entro il 2014.

Il fatto che Islamabad abbia infine deciso di andare avanti in questo progetto è pregno di significato. Per l’amministrazione di George W. Bush l’IPI era semplicemente un anatema: immaginare l’India e il Pakistan acquistare gas dall’Iran, un membro dell’ “Asse del Male”. L’unica alternativa praticabile era il TAPI  – un’estensione della puerile convinzione dei neocon che fosse possibile vincere la guerra in Afghanistan.

Ora l’IP rivela che gli interessi di Islamabad sembrano aver prevalso su quelli di Washington (a differenza di quanto è accaduto con l’offensiva dell’esercito pachistano contro i Talebani nella valle di Swat, virtualmente imposta da Washington). L’amministrazione Obama fino a questo momento ha taciuto a proposito dell’IP. Ma sarà davvero illuminante ascoltare cosa ha da dire a questo proposito l’ex prediletto di Bush, Zalmay Khalilzad (ex inviato americano in Afghanistan e in Iraq (N.d.T.) )– il quale attualmente si sta infiltrando come una sorta di primo ministro non ufficiale dell’Afghanistan. Il sogno di Khalilzad, fin dalla metà degli anni ’90, è sempre stato un gasdotto trans-afghano in grado di bypassare sia l’Iran che la Russia.

IP, IP, hurrà

L’India, per una serie di ragioni (il sistema dei prezzi, le tasse di transito, e soprattutto la sicurezza), aveva di fatto accantonato l’idea dell’IPI lo scorso anno. Altrimenti, l’IPI sarebbe divenuto un potente strumento per l’integrazione regionale nell’Asia meridionale – contribuendo a stabilizzare le relazioni indo-pachistane molto più di qualsiasi azione diplomatica. Ciò nondimeno, sia l’Iran che il Pakistan hanno tuttora lasciato la porta aperta all’India.

La (momentanea?) perdita dell’India sarà una vittoria per la Cina. Fin dal 2008, mentre Nuova Delhi pensava ad altro, Pechino ed Islamabad avevano concluso un accordo – la Cina avrebbe importato la maggior parte di questo gas iraniano, se l’India fosse uscita dall’IPI. In ogni modo, la Cina è un partner più che benvenuto sia per l’Iran che per il Pakistan. Solo in diritti di transito, Islamabad potrebbe raccogliere circa 500 milioni di dollari all’anno.

Per Pechino, l’IP non potrebbe essere più essenziale. Il gas iraniano affluirà verso il porto di Gwadar, nella provincia del Baluchistan, sul Mare Arabico (un porto costruito dalla stessa Cina, dove ora i cinesi stanno costruendo una raffineria). E si prevede che Gwadar sarà collegata ad una progettata pipeline diretta a nord, in gran parte finanziata dalla Cina, lungo la “Karakoram Highway” (che fu in gran parte costruita tra gli anni ’60 e ’80 da ingegneri cinesi…).

Il Pakistan è assolutamente il corridoio di transito ideale per la Cina al fine di importare petrolio e gas dall’Iran e dal Golfo Persico. Con la costruzione dell’IP, e con i multimiliardari accordi per la vendita di gas fra Teheran e Pechino, la Cina si può finalmente permettere di importare meno energia attraverso lo Stretto di Malacca, che Pechino considera eccessivamente pericoloso, e soggetto alla sfera di influenza di Washington.

Con l’IP non vince solo la Cina; anche la russa Gazprom vince. E, per estensione, vince la Shanghai Cooperation Organization (SCO). Il viceministro russo per l’energia Anatoly Yankovsky ha dichiarato al quotidiano economico russo “Kommersant”: “Siamo pronti ad unirci al progetto non appena riceveremo un’offerta”.

La ragione è così lampante che i responsabili della Gazprom non si sono neanche presi la briga di dissimularla. Per la Russia, l’IP è un “dono da cielo” utile a deviare il gas iraniano verso l’Asia meridionale, in modo da non farlo entrare in competizione con il gas russo. La grande posta in gioco, in questo caso, è il mercato dell’Europa occidentale, dipendente per quasi il 30% da Gazprom, e che rappresenta la fonte dell’80% dei profitti di Gazprom derivanti dalle esportazioni.

L’Unione Europea sta cercando disperatamente di mantenere a galla il progetto del gasdotto Nabucco, che bypassa la Russia, in modo da ridurre la propria dipendenza da Gazprom. Ma come tutti sanno a Bruxelles, Nabucco potrà funzionare soltanto se riceverà gas sufficiente dall’Iran o dal Turkmenistan. Il sistema di distribuzione del Turkmenistan è controllato dalla Russia. E un accordo con l’Iran implica che non vi siano più sanzioni USA – una prospettiva ancora molto lontana. Con la messa a regime dell’IP – ragiona Gazprom – Nabucco verrà privato di una fonte chiave da cui potersi rifornire.

Tutti gli occhi puntati sul Baluchistan

Con l’IP saldamente in corsa, i riflettori si spostano ancora di più sul Baluchistan. Innanzitutto, vi è una questione interna pachistana da sistemare. Un editoriale sul quotidiano pachistano “Dawn” ha sottolineato come Islamabad debba mostrare serietà nell’assumere manodopera indigena del Baluchistan ed assicurarsi che “i benefici dell’attività economica…siano concentrati sul Baluchistan a vantaggio della sua popolazione colpita dalla povertà”.

Il porto di Gwadar, nel Baluchistan sud-occidentale, vicino al confine iraniano, è in effetti destinato a diventare una nuova Dubai – ma non come avevano sognato Dick Cheney e la sua cricca a Washigton. Il gas del giacimento di “Pars Sud” in Iran affluirà una volta per tutte in direzione di questo porto. Quanto al gas del giacimento di Daulatabad in Turkmenistan, anche assumendo che il TAPI verrà prima o poi costruito malgrado la guerra che infuria in Afghanistan, è molto più improbabile che andrà verso Gwadar.

Tutto ciò solleva un interrogativo di importanza cruciale: come si porrà Islamabad nei confronti dello strategico Baluchistan – situato a est dell’Iran, a sud dell’Afghanistan, e che vanta tre porti che si affacciano sul Mare Arabico, incluso Gwadar, praticamente all’imboccatura dello Stretto di Hormuz?

Il nuovo Grande Gioco in Eurasia stabilisce che il Pakistan è un elemento chiave sia per la NATO che per la SCO, di cui il Pakistan fa parte in qualità di paese osservatore. Il Baluchistan di fatto candida il Pakistan come corridoio di transito strategico per il gas iraniano proveniente dall’enorme giacimento di “Pars Sud”, ed in misura molto minore per la ricchezza energetica del Caspio proveniente dalla “Repubblica del gas”, il Turkmenistan. Per il Pentagono, la nascita dell’IP è assolutamente una cattiva notizia. L’ideale per il Pentagono sarebbe infatti che fossero gli USA a controllare Gwadar.

Con Gwadar direttamente collegata all’Iran e virtualmente sviluppata come un deposito cinese, il Pentagono perde anche l’allettante opportunità di una lunga via di comunicazione terrestre che attraverso il Baluchistan giunga alle province dell’Afghanistan sud-occidentale, dove ben presto vi sarà un’altra mega-base americana nel “deserto della morte”. Dal punto di vista del Pentagono e della NATO, dopo la perdita del Passo Khyber, questa sarebbe stata una via di rifornimento ideale per le truppe occidentali nell’eterna, ed ora rinominata, GWOT (“global war on terror”).

Islamabad ha promesso “a giorni” una conferenza con tutte le parti coinvolte per affrontare seriamente la questione del Baluchistan. Ma nessuno sta trattenendo il respiro. Più di un anno fa, al Baluchistan fu promesso un maggior controllo sulle sue immense risorse naturali – è questa la rivendicazione principale dei baluchi – ed un sostanzioso pacchetto di aiuti. Ma non è accaduto granché da allora.

I punjabi si riferiscono con toni derisori all’ “arretratezza” del Baluchistan. Ma il nocciolo del problema è il sistematico saccheggio delle risorse della regione da parte di Islamabad, affiancato da una dura repressione e dalla  sistematica “scomparsa” di attivisti politici e nazionalisti baluchi – qualcosa che ricorda lo stile dei paesi dell’America Latina negli anni ’70. Per non parlare della quasi totale assenza di investimenti nel settore della sanità, dell’istruzione e della creazione di posti di lavoro. Questa “lista dei disastri”, degna di una dittatura del Terzo Mondo, alimenta il nazionalismo e il separatismo del Baluchistan.

La paranoica preoccupazione di Islamabad è il “coinvolgimento straniero” nelle diverse correnti dei movimenti nazionalisti baluchi. In altre parole, si tratterebbe della CIA, dell’MI5 e del Mossad israeliano, tutti impegnati in progetti sovrapposti volti a manipolare il Baluchistan per balcanizzare il Pakistan e/o come base per destabilizzare il vicino sud-est iraniano. Mentre i Talebani, afghani o pachistani, possono girare liberamente per il Baluchistan, i nazionalisti baluchi vengono intimiditi, perseguitati ed uccisi.

Studi dimostrano che la povertà rurale in Baluchistan, mentre Musharraf era al potere, è cresciuta del 15% fra il 1999 e il 2005.

Sanaullah Baloch, segretario del Partito Nazionale del Baluchistan (Mengal), accusa periodicamente le “elite civil-militari” del Pakistan di essere implicate nella sistematica repressione in atto in Baluchistan; “Senza il loro consenso, nessun regime politico può cambiare le loro politiche di continua repressione”.

E la sua analisi del perché Islamabad aveva concluso un accordo con i Talebani nella valle di Swat, ma non farebbe invece un accordo con i baluchi, non potrebbe essere più illuminante: “L’establishment in Pakistan si è sempre sentito a proprio agio con i gruppi religiosi, poiché essi non sfidano l’autorità centralizzata dell’establishment civil-militare. Le richieste di questi gruppi non sono politiche. Essi non chiedono l’uguaglianza economica. Chiedono un governo religioso centralizzato che è filosoficamente più vicino alla versione del totalitarismo appoggiata dall’establishment. Le elite di Islamabad invece si oppongono fermamente alle genuine richieste dei baluchi: di governare il Baluchistan, di avere il possesso delle risorse, e di avere il controllo sulla sicurezza della provincia”.

Dunque Islamabad ha ancora a propria disposizione tutto il “necessario” per scompaginare “abilmente” ciò che ha ottenuto con l’approvazione dell’IP. Per il momento, vincono l’Iran, il Pakistan, la Cina e la Russia. Vince la Shanghai Cooperation Organization. Washington e la NATO perdono, per non parlare dell’Afghanistan (che perde tutte le tasse di transito). Ma vincerà anche il Baluchistan? Se non sarà così, potrà scoppiare un nuovo inferno, con i disperati baluchi che cercheranno di sabotare l’IP, e le “interferenze straniere” che cercheranno di manipolarli per creare una crisi regionale di proporzioni ancora più vaste.

Pepe Escobar è un analista e corrispondente di ‘The Real News Network’; è autore di ‘Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War’ (Nimble Books, 2007)

Titolo originale:

Pipelineistan goes Iran-Pak

tratto da www.medarabnews.com

giugno 2009

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