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La tempesta su Goldman Sachs

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Un qualsiasi Greg Smith ha scatenato l’inferno

goldman-sachs_towerNon è facile capire come e perché Greg Smith sia arrivato sulle pagine del The New York Times e da lì si sia tolto i proverbiali sassolini dalle scarpe tirandoli all’indirizzo del potentissimo ex datore di lavoro.

È invece molto facile capire come le accuse contenute nella sua lettera, su tutte quella non tanto velata di fregare i clienti, abbiano immediatamente dato fuoco alle polveri di una serie lunghissima di reazioni, nonostante Smith non fosse esattamente un pezzo grosso di Goldman, anche se il pomposo titolo di vice-presidente del “business dei derivati statunitensi in Europa, Medio Oriente e Africa” di Goldman Sachs, come lo definisce il NYT, potrebbe far credere diversamente. Deve trattarsi di un espediente come un altro per impressionare i clienti, quello dei titoli pomposi, almeno a giudicare dai dati con i quali Lloyd C. Blankfein e Gary D. Cohn, che hanno firmato la risposta per Goldman Sachs, hanno cercato di ridurre Smith alla minore dimensione possibile: quella di un qualunque impiegato scontento.

Di  ”vice presidenti” come Smith in Goldman Sachs ce ne sarebbero 12.000 su 30.000 dipendenti, un dato che da un lato rende quasi irrilevante il pulpito di Smith e dall’altro dice molto su una cultura aziendale che da sempre si veste di autorevolezza e credibilità riuscendo ad impressionare i più. Un patrimonio che disgraziatamente è andato in fumo insieme a una montagna di miliardi di dollari degli investitori e dei risparmiatori americani e non solo, letteralmente incenerita dalle pessime pratiche di Goldman Sachs e delle sue principali concorrenti.

Pratiche che hanno portato la società al fallimento, per aver contratto scommesse folli ed averle perse e per aver creato ogni genere di artificio contabile per moltiplicare le transazioni finanziarie e con esse i propri profitti. Passata indenne attraverso la grande crisi grazie al salvataggio offerto gentilmente dai contribuenti americani, Goldman Sachs resta comunque l’icona di tutto quanto non ha funzionato e continua a non funzionare nel mondo della finanza angloamericana. Come tale è bersaglio di ogni genere d’accusa, alcune spesso spassose e quasi tutte inutili, visto che quanto è già stato accertato a suo carico basterebbe a giustificarne la messa in liquidazione coatta. Non è successo e non sembra che potrà succedere a breve e forse anche per questo il lamento di Smith è stato accolto da una robusta salva di cinismo e d’ironia, in un crescendo davvero notevole.

Imperdibile la top ten degli ex di Wall Street che negli anni si sono distinti per le loro dichiarazioni contro il sistema. Tra quelli che hanno avuto il privilegio della notorietà per i propri pensieri spiccano trader finiti in galera per aver provocato disastri, ex dirigenti pentiti e persino il capo di un hedge fund di successo, che dopo averlo chiuso in attivo ha comunicato, nella sua ultima lettera a partner collaboratori e clienti,  il suo ritiro a vita privata. Motivato dal fatto di non riuscire più a frequentare un tale branco d’idioti e chiuso lanciando un appello per la legalizzazione della marijuana. Di lui non si è saputo più nulla.

Tuttavia le sue accuse a Goldman Sachs, per nulla clamorose e molto generiche, una volta amplificate dal NYT sono finite sulla ferita aperta nella credibilità della finanza americana, che ha le dimensioni di un 41% degli americani che ha poca o nessuna fiducia nell’onestà delle compagnie d’investimento, un giudizio diffuso attraverso tutte le fasce di reddito, non può quindi essere scambiato per la manifestazione di qualche populismo a buon mercato. Un dato enorme in un paese che sulla sostanziale capacità del mercati di autoregolarsi e sulla credibilità degli investimenti finanziari e dei conti deve aver fiducia, visto che affida alla salute e al buon funzionamento delle istituzioni finanziarie private anche le pensioni e le indispensabili assicurazioni sanitarie dei cittadini americani.

Quando negli Stati Uniti quelli che fanno il tuo lavoro sono considerati peggio degli avvocati, hai un enorme problema d’immagine. E quello dell’immagine è forse oggi il principale problema di Goldman Sachs e sorelle, oggi ritenute meno oneste e affidabili degli avvocati. Non sfugge a nessuno negli Stati Uniti che il problema delle corporation finanziarie “troppo grandi per fallire” non potrà essere risolto solo dall’introduzione della “Volcker rule” e di qualche altro provvedimento che andrà ad impattare appena sui mostruosi conflitti d’interesse  che incarnano e per nulla sul gigantismo che le rende virtualmente intoccabili anche nel peggiore dei casi.

Il castello a protezione di Goldman Sachs è quello di un’enorme public company depositaria di buona parte delle ricchezze degli Stati Uniti, garantita di fatto dal governo e di fatto esentata da ogni responsabilità. Una situazione di privilegio che consente ai suoi dirigenti e dipendenti d’intraprendere qualsiasi azzardo e persino d’infrangere le severe (in teoria) leggi americane senza il rischio d’incorrere in alcuna perdita o punizione. Per di più con l’invidiabile peculiarità di potersi aumentare le retribuzioni in piena autonomia e anche in presenza di bilanci fallimentari.

Una situazione della quale i dirigenti di simili istituzioni finanziarie hanno piena coscienza, fortificata dal fatto che le loro controparti nel governo sono loro ex-dipendenti o futuri dipendenti e che la maggior parte dei politici riceve i loro contributi e s’abbevera alle stesse fonti che ne cantano la gloria e le virtù. E non ce l’hanno solo loro, tanto che l’uscita di Smith ha suscitato un coro di sberleffi all’indirizzo di una tale principessa sul pisello, che ci ha messo 12 anni a scoprire che sotto il materasso aveva un’anguria. Un panorama che spinge a credere che la lettera di Smith non possa essere in grado di sollevare più di qualche polemica estemporanea.

Non si tratta di azioni di delegittimazione o di piccole meschinità, come quella del tizio che è accorso a ridimensionare l’abilità di Smith nel gioco del Ping pong, della quale il tapino si era incidentalmente vantato, ma di genuine reazioni di stupore di fronte al clamore suscitato da dichiarazioni che in definitiva non rendono alcun onore allo stesso Smith, che non ne esce particolarmente bene, visto che ha raccolto pochi consensi e moltissime critiche. Tra queste la reazione più divertente è stata sicuramente la parodia di The Daily Mash, che a Greg Smith ha sostituito Dart Vader in una sovrapponibile lettera d’addio e di denuncia contro il malvagio Impero di Guerre Stellari. Reazioni che rendono l’idea di come la denuncia di Smith non abbia apportato alcun elemento di novità a un quadro già conosciuto alla perfezione e abbia fatto più rumore per i modi e i tempi con i quali è apparsa che per i suoi contenuti.

Il che è terribilmente preoccupante, perché all’universale identificazione del male non corrisponde alcun tentativo coerente di correzione e di cura, infatti non si parla dei necessari limiti antitrust e non si parla di ridurre le dimensioni di questi illogici buchi neri nel già opaco mondo della finanza globale, mentre oggi come ieri si ripropongono come soluzione di tutti i problemi, le stesse politiche che hanno provocato e amplificato il disastro. Considerazioni che fanno ritenere che Goldman Sachs dovrebbe riuscire a superare l’uragano Greg con relativa facilità e pochi danni, probabilmente limitati al secco calo delle sue quotazioni di borsa registrato nella giornata di ieri.

tratto da Giornalettismo

15 marzo 2012

Link: La “rottura dell’omertà” è costata a Goldman Sachs 2,15 miliardi

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