Friday, Feb 10th

Last update:12:55:53 PM GMT

You are here:

Lo spettro della disoccupazione permanente si aggiura sull'Europa occidentale

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 
crisiRiprendiamo questo articolo dal domenicale del Manifesto perchè ha inquadrato il contesto economico e finanziario verso il quale sta precipitando l'Europa. Un contesto fatto di altissima disoccupazione e speculazione finanziaria, nel quale lo scellerato dibattito italiano tra i due schieramenti sul "chi riduce davvero le tasse" brilla per cecità e cialtroneria. Da questa situazione infatti si uscirà solo con una robusta tassazione dei profitti e delle rendite, con una significativa riduzione del ruolo delle imprese nella società, con una programmazione pubblica degli investimenti e con obiettivi di piena occupazione. Tutte politiche che fanno orrore a chi ha scelto il totem della moneta e l'illusione dei "conti in ordine" come strumenti di regolazione della vita sociale e di aumento dei profitti delle grandi corporation. Sul piano europeo ormai è evidente che lo squilibrio delle politiche fiscali continentali, che favoriscono le grandi imprese e i paesi capitalisticamente forti, non è più sostenibile nei paesi UE. Pena la disoccupazione di massa permanente e quindi la trasformazione degli anni '10 in una replica delle tragiche condizioni strutturali dell'Europa a cavallo degli anni '20 e '30 del ventesimo secolo.

(red) 7 febbraio 2010

La situazione in Europa è gravissima. La zona dell'euro sta andando verso una deflazione di lunghissima durata e quindi verso una disoccupazione palese e - ancor più - nascosta di enormi proporzioni. Lo stato di cose è reso più grave dallo scellerato patto Maastricht-Dublino che sancisce il dominio neomercantilistico della Germania e la pretesa egemonia politica della Francia in Europa. Infatti per capire la situazione dei paesi in più vulnerabili, Grecia, Spagna e Portogallo, bisogna partire da quelli in surplus nei conti esteri.
Sono questi i paesi su cui deve ricadere l'aggiustamento aumentando la loro spesa e abbassando le esportazioni nette. Così facendo non metterebbero in pericolo i loro livelli occupazionali mentre sosterrebbero quelli dei paesi in deficit. Quest'ultimi infatti non possono che effettuare un aggiustamento in negativo, riducendo spese, domanda ed occupazione. Il processo si ripercuoterebbe anche sui paesi in surplus, i quali possono pure rimanere in eccedenza, come succede in Germania, ma venderanno all'estero meno Bmw, macchinari e via dicendo. Essi stessi saranno costretti a licenziare lavoratori. Ma che bel meccanismo di trasmissione!
Della Grecia abbiamo già scritto; concentriamoci ora sulla Spagna. Contrariamente ad Atene, il cui deficit pubblico in rapporto al pil è elevato da decenni (-16% nel 1990, l'Italia era a -12%), Madrid non ha avuto un alto disavanzo pubblico rispetto al pil: era meno del -4% nel 1990 e, con alterne vicende, era appena del -1% nel 2000, toccando poi un'eccedenza del +2% del pil nel 2006. L'impennata del debito pubblico è avvenuta con lo scoppio della crisi dal 2007 in poi. Grecia, Spagna e Portogallo si caratterizzano ormai da tanto tempo per un forte deficit estero prevalentemente a livello intra-europeo e con l'Asia orientale. È evidente che in mancanza di una politica europea di sostegno alle finanze pubbliche i titoli pubblici catalizzano sia i desideri speculativi che la paura speculativa dei «mercati finanziari» tanto nei confronti della spesa pubblica quanto verso la posizione estera del pease. In parole povere nei confronti di questi tre paesi manca fiducia nella solvibilità riguardo ambo gli indebitamenti. La richiesta di un alto tasso di interesse come prezzo di strozzinaggio sul rischio del titolo pubblico diventa sempre più un indicatore di fuga dei capitali (verso gli Usa). Ora i tre paesi sono costretti a promettere a Francoforte, sede della Bundesbank e del suo braccio europeo Bce, di volere e potere ridurre il deficit al 3% nel giro di pochissimi anni.
Si deve notare che la vera vulnerabilità europea risiede negli squilibri dei conti esteri intraeuropei e in particolare nella loro struttura gerarchica che pone la Germania al vertice seguita a breve distanza dall'Olanda. Invece di essere attenuata attraverso istituzioni di coordinamento fiscale e delle bilance dei pagamenti, questa vulnerabilità viene ampliata mettendola completamente in mano ai mercati finanziari che, a loro volta, la scaricano, speculativamente, sui titoli del debito pubblico. Con quasi il 20% di disoccupazione ufficiale la Spagna ha più che mai bisogno di spesa pubblica, ciò è tanto più vero se si addizionano i tre succitati paesi. Nel Trattato di Lisbona, che con poche modifiche ad hoc, ha rimpiazzato la carta costituzionale europea bocciata dall'elettorato francese e olandese, non vi è alcun strumento per il coordinamento delle politiche fiscali. A Madrid, Lisbona e Atene non resta che promettere di ridurre i loro deficit ad un assurdo 3% in un brevissimo spazio di tempo. Speriamo che intendano imbrogliare e che se invece fanno sul serio si trovino con milioni di persone in piazza e sui tetti, altrimenti un bel pezzo d'Europa occidentale rischia di implodere come è gia successo all'est dopo il 1990-91 e sta oggi accadendo nei paesi baltici. Sono questi i paesi su cui deve ricadere l'aggiustamento aumentando la loro spesa e abbassando le esportazioni nette. Così facendo non metterebbero in pericolo i loro livelli occupazionali mentre sosterrebbero quelli dei paesi in deficit. Quest'ultimi infatti non possono che effettuare un aggiustamento in negativo, riducendo spese, domanda ed occupazione. Il processo si ripercuoterebbe anche sui paesi in surplus, i quali possono pure rimanere in eccedenza, come succede in Germania, ma venderanno all'estero meno Bmw, macchinari e via dicendo. Essi stessi saranno costretti a licenziare lavoratori. Ma che bel meccanismo di trasmissione!
Della Grecia abbiamo già scritto; concentriamoci ora sulla Spagna. Contrariamente ad Atene, il cui deficit pubblico in rapporto al pil è elevato da decenni (-16% nel 1990, l'Italia era a -12%), Madrid non ha avuto un alto disavanzo pubblico rispetto al pil: era meno del -4% nel 1990 e, con alterne vicende, era appena del -1% nel 2000, toccando poi un'eccedenza del +2% del pil nel 2006. L'impennata del debito pubblico è avvenuta con lo scoppio della crisi dal 2007 in poi. Grecia, Spagna e Portogallo si caratterizzano ormai da tanto tempo per un forte deficit estero prevalentemente a livello intra-europeo e con l'Asia orientale. È evidente che in mancanza di una politica europea di sostegno alle finanze pubbliche i titoli pubblici catalizzano sia i desideri speculativi che la paura speculativa dei «mercati finanziari» tanto nei confronti della spesa pubblica quanto verso la posizione estera del pease. In parole povere nei confronti di questi tre paesi manca fiducia nella solvibilità riguardo ambo gli indebitamenti. La richiesta di un alto tasso di interesse come prezzo di strozzinaggio sul rischio del titolo pubblico diventa sempre più un indicatore di fuga dei capitali (verso gli Usa). Ora i tre paesi sono costretti a promettere a Francoforte, sede della Bundesbank e del suo braccio europeo Bce, di volere e potere ridurre il deficit al 3% nel giro di pochissimi anni.
Si deve notare che la vera vulnerabilità europea risiede negli squilibri dei conti esteri intraeuropei e in particolare nella loro struttura gerarchica che pone la Germania al vertice seguita a breve distanza dall'Olanda. Invece di essere attenuata attraverso istituzioni di coordinamento fiscale e delle bilance dei pagamenti, questa vulnerabilità viene ampliata mettendola completamente in mano ai mercati finanziari che, a loro volta, la scaricano, speculativamente, sui titoli del debito pubblico. Con quasi il 20% di disoccupazione ufficiale la Spagna ha più che mai bisogno di spesa pubblica, ciò è tanto più vero se si addizionano i tre succitati paesi. Nel Trattato di Lisbona, che con poche modifiche ad hoc, ha rimpiazzato la carta costituzionale europea bocciata dall'elettorato francese e olandese, non vi è alcun strumento per il coordinamento delle politiche fiscali. A Madrid, Lisbona e Atene non resta che promettere di ridurre i loro deficit ad un assurdo 3% in un brevissimo spazio di tempo. Speriamo che intendano imbrogliare e che se invece fanno sul serio si trovino con milioni di persone in piazza e sui tetti, altrimenti un bel pezzo d'Europa occidentale rischia di implodere come è gia successo all'est dopo il 1990-91 e sta oggi accadendo nei paesi baltici.

Joseph Halevi, Il Manifesto 7 febbraio 2010
AddThis Social Bookmark Button