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Passa alla Camera la riforma sanitaria di Obama

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usa_riforma_sanitariaCon una maggioranza di 219 voti contro 212, nella tarda notte è passata al senato degli Stati Uniti la riforma del sistema sanitario, il primo e forse più importante passo in politica interna per il presidente democratico Barack Obama. Dopo mesi di dura lotta e tensioni politiche, recentemente Obama aveva deciso di affrontare l’opposizione repubblicana direttamente in parlamento, rinunciando ai tentativi, che si erano rivelati fallimentari, di cercare compromessi. Così, cosa più unica che rara nella storia degli USA, la legge è passata senza neanche un voto repubblicano.

Durante la campagna elettorale Obama aveva promesso un sistema di sanità pubblica che permettesse a tutti di ottenere le cure indispensabili per una dignitosa sopravvivenza. Non appena eletto, però, aveva fatto marcia indietro, parlando semmai di nuove regolamentazioni dell’attuale sistema privato. Nel sistema USA il cittadino che vuole ottenere cure mediche, dai rimedi contro l’influenza alle cure contro il cancro, dalle operazioni dentistiche ai rimedi per la leucemia, è tenuto a consultare su internet le diverse offerte delle compagnie private, basate – come avviene con qualsiasi altra compagnia assicurativa – su complessi rapporti tra quanto il cliente paga e ciò che gli viene offerto, in quale forma e a quali condizioni. Se il cittadino non è assicurato, e moltissimi, tra i più poveri, non lo sono, un ricovero di poche ore può costare 15.000 o 20.000 dollari.

 

 

Il sistema rimarrà di questo tipo, senza l’introduzione di alcun “welfare” su modello europeo. L’idea di partenza della presidenza Obama, una volta accantonate le passioni “socialiste” – si fa per dire – della campagna elettorale, era rendere obbligatoria, per legge, l’assicurazione privata di tutti i cittadini, con cospicui aiuti governativi a chi non poteva permettersi tali spese. Durante il percorso della legge, quando Obama sperava di ottenere un voto bipartisan, i repubblicani, ma anche la componente conservatrice del partito democratico, sostanzialmente contraria alla riforma, hanno introdotto una serie di modifiche volte a diminuirne i costi per lo stato e a tutelare gli interessi delle compagnie assicurative. Il risultato – la legge approvata ieri – è un provvedimento che rende obbligatorio essere assicurati e copre le spese, spesso in parte, solo in alcuni casi.

Ma il risultato più importante della legge, e il danno più grande per le compagnie, consiste nella parte che vieta di calibrare il costo dell’assicurazione sui malesseri pregressi. Fino ad oggi una persona che era stata operata per un tumore poteva pagare fino al 300% in più l’assicurazione, rispetto ad una che non aveva avuto tale sventura. Questo perché le compagnie che, se lasciate libere sul mercato, ragionano esclusivamente in base al profitto, calcolano i rischi effettivi di ricadute e quindi delle spese di assistenza, calibrando il costo di conseguenza. Il risultato è che negli Stati Uniti soprattutto chi ha più bisogno è escluso dal sistema, in quella che è una delle caratteristiche maggiormente barbariche di questo paese. Da oggi, o meglio da quando Obama firmerà la legge, questo non sarà più possibile: le informazioni sulle malattie pregresse del cittadino non potranno più influenzare il prezzo dell’assicurazione sanitaria.

La popolazione statunitense è molto cosciente dell’importanza di questo passaggio. La prima volta che venne tentata una riforma sanitaria fu nel 1933, quando presidente era Roosvelt, la seconda volta nel 1965, quando in carica era Johnson. Clinton tentò di far approvare una riforma negli anni Novanta, ma fallì. Se si comparano i diversi momenti storici, ci si accorge di quanto paradossale sia la vittoria di Obama. Gli anni Trenta erano gli anni del new deal a seguito della crisi del 1929, delle politiche d’ispirazione keynesiana, che prevedevano un importante ruolo dello stato, non senza uno sguardo ai risultati dell’industrializzazione sovietica, in un’epoca precedente la guerra fredda. Gli anni Sessanta erano anni di una spinta internazionale in senso progressista, dei movimenti per i diritti civili e dell’allentamento delle tensioni con l’URSS. Il 2010, al contrario, è l’anno che segue la decade più reazionaria, probabilmente, della storia nordamericana: un’epoca in cui, dopo il 1989 e il 2001, il baricentro della politica statunitense si è spostato clamorosamente a destra.

Non a caso Obama ha dovuto lottare anzitutto con il suo partito, dove gran parte dei senatori era contraria alla riforma (bisogna ricordare che la maggioranza delle leggi da stato di polizia dell’era Bush jr è passata anche con il voto democratico); ma quel che più ha messo in difficoltà Obama è stato il pressing esercitato dai mezzi d’informazione, in particolare televisivi. Li ha rimproverati, recentemente, di essere interessati più allo scoop di una sua eventuale vittoria o sconfitta che al merito della questione – ciò che è senz’altro vero – e ha dovuto vedersi accusare non solo di mettere le mani nelle tasche dei cittadini, ma persino di socialismo o “stalinismo”. Questo tipo di aggressione verbale – sono pochi gli statunitensi che prenderebbero questi termini come un complimento – ha prodotto scetticismo verso la riforma e ha rafforzato il movimento di estrema destra più radicato e forte degli ultimi decenni, il Tea Party Movement, che ha manifestato a Washington di recente contro la riforma sanitaria con grandi numeri. Sulle t-shirt Obama era rappresentato con un osso sotto il naso, come si usa presso alcune tribù africane.

Gran parte dei voti di Obama andranno dispersi proprio grazie a questa vittoria. Da un lato gran parte della base studentesca che il presidente si è creato in campagna elettorale – portando l’attivismo politico nelle università ai livelli più alti dal 1968 – è delusa dall’indebolimento del significato politico e sociale della legge e dai tentativi di Obama di accordarsi con i repubblicani (oltre che da vari altri aspetti della sua presidenza, ad esempio la guerra); dall’altro molti cittadini si vedranno obbligati a spendere un sacco di soldi per assicurarsi presso privati, e solo in alcuni casi avranno un sostegno dallo stato, la cui entità varierà di caso in caso, visto che si è voluto ridurre l’impatto della riforma sulla spesa pubblica.

Rispetto alle elezioni del 2005, quelle del 2009 avevano visto un flusso elettorale enormemente più grande. La vittoria di Obama è stata possibile anche grazie all’entusiasmo che aveva saputo instillare nei giovani cresciuti nell’era Bush e in molti di coloro che normalmente non si registravano neanche per votare, credendo impossibile qualsiasi cambiamento. Al tempo stesso, molti si erano recati alle urne per il solo scopo di contrastarlo: questi ultimi continueranno a opporsi, ma che ne sarà dei primi? Per questo molti commentatori parlano di una vittoria che è al tempo stesso un suicidio politico per i democratici, in un paese dove, di fronte a un sistema di lobby impressionante e a un’informazione compattamente schierata in senso conservatrice – anche quando indossa ipocritamente i panni del progressismo di facciata – le aspettative per il cambiamento da parte della base elettorale del presidente sono immense. Ieri sera, mentre la gente seguiva in tv, a casa o al bar, il procedere della votazione in tutto il paese, decine di migliaia di immigrati sudamericani manifestavano sotto la casa bianca: chiedevano che venissero mantenute le promesse di una nuova legge sull’immigrazione, rivendicavano di essere una forza produttiva per gli Stati Uniti, e già urgevano per un nuovo, e altrettanto difficile, “next step”.

      tratto da www.infoaut.org

      22 marzo 2010

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