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Un altro giro di Borsa. Ancora panico?

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Potrebbe essere l’inizio di un’ulteriore puntata della crisi globale. E’ di nuovo panico!

borse_crolloIeri (4 feb.) le Borse europee hanno bruciato sui 150 miliardi di euro, oggi altri 100 miliardi. Ribassi consistenti anche in Asia e a Wall Street. Causa immediata, secondo gli analisti, il timore per la tenuta dei debiti sovrani del fronte sud della UE: Grecia, Portogallo e ora anche la ben più robusta Spagna. Ma anche la scarsa consistenza, finora, della decantata ripresina americana che continua a non riassorbire la disoccupazione ferma al 10%. Qualunque sia il fattore immediato, il New York Times dà voce alla preoccupazione che l’incendio possa espandersi.
La situazione della Grecia è critica fin dall’inizio della crisi globale per la disastrosa situazione debitoria. Già da mesi sotto osservazione il paese è ora sotto dissezione da parte degli eurocrati che hanno imposto due giorni fa al governo di Atene una cura di tagli drastici all’intera spesa pubblica sotto la diretta tutela di Bruxelles: Un segno della “solidarietà” europea. In alternativa: passaggio sotto la curatela del Fmi - il che però darebbe un colpo al prestigio della Bce - o default .
Ora l’effetto contagio si sposta verso la penisola iberica. Il tre febbraio è andata buca la vendita titoli di stato portoghesi con i rendimenti schizzati in alto. Quindi è toccato alla Borsa spagnola con un -6% ieri e un -5% oggi. Imputati: un deficit pubblico pari all’11,4% del Pil, la disoccupazione che sfiora il 20% (4 milioni), lo scoppio della bolla immobiliare con gli strascichi delle banche indebitate. Nel frattempo salgono rapidamente i credit default swaps per i titoli pubblici di questi paesi, cioè le assicurazioni sul rischio di fallimento dello stato, e cala l’euro.

E’ un film già visto anche se oggi si gira principalmente in Europa. Potremmo dire: con due conferme e una novità non da poco.
La novità è che il circolo vizioso della crisi finanziaria oggi investe direttamente gli stati. E’ il risultato del colossale bail out del sistema finanziario che ha scaricato sul groppone dei bilanci pubblici il rischio (titoli tossici) divenuto così “sovrano”. E se il debito greco è in fondo solo il 3% di quello emesso dai paesi dell'Euro, non può sfuggire che Zapatero - leader di un paese non proprio secondario dell’Europa, fino a non molto tempo fa decantato per i suoi successi economici - deve dichiarare pubblicamente che il paese è solvibile. Ma attenzione: è sempre di ieri la notizia che il deficit statale francese è salito al livello record di quasi 140 miliardi di euro nel 2009 contro i 56 dell'anno precedente. Inoltre, e questo è un dato di pressoché tutti i paesi occidentali, non ci sono avanzi primari, cioè al netto degli interessi sul debito che quindi è destinato a crescere se il trend economico non diviene decisamente positivo e se quindi la raccolta fiscale non migliora (altro che tagli alle tasse!).

C’è qui anche la prima conferma. Non si sta dando un’effettiva, consistente ripresa economica che permetta in prospettiva un rientro dai deficit pubblici (vedi: Ripresa in corso?!). Al contrario è solo grazie agli enormi pacchetti di stimoli statali e alla liquidità immessa dalle banche centrali nei mercati che si è potuto evitare un ulteriore tracollo e non certo per l’innesco di una domanda indipendente. Lo stesso rimbalzo delle borse mondiali nel 2009 (soprattutto nella prima parte dell’anno e sulle piazza non occidentali, in Occidente il recupero è stato del 30% ca. sui picchi pre-crisi) è stato possibile solo ed esclusivamente grazie a quegli stimoli. Di qui il dilemma: ritirare i pacchetti di aiuti vorrebbe dire ritornare nella piena recessione; proseguire su questa strada però mette a rischio la solvibilità degli stati (puntuale l’analisi dell’Economist).

Seconda conferma. Riguarda la formazione di una nuova bolla speculativa già da più parti segnalata con preoccupazione. Quanto sta succedendo in questi giorni è infatti anche effetto dell’operato dei fondi speculativi - i fantomatici “investitori” - che si sono ri-riforniti di denaro a basso costo sulla piazza americana, grazie alla politica dei tassi a costo zero e del bail out dell’amministrazione Obama, per investirlo in Europa in euro e dove i rendimenti erano più alti (e più a rischio!) e ritirarsi al momento buono (in gergo è il meccanismo del carry trade). E’ bastato l’allarme Grecia o la prospettiva del rialzo dei tassi di interesse statunitensi e del dollaro a far fare marcia indietro a questa caterva di soldi. Il nodo di fondo, anche politico, lo ha espresso con la massima chiarezza l’economista Stiglitz: “I governi hanno contratto molti debiti per salvare il sistema finanziario, le banche centrali tengono i tassi bassi per aiutarlo a riprendersi oltre che per favorire la ripresa. E la grande finanza che cosa fa? Usa i bassi tassi di interesse per speculare contro i governi indebitati. Riescono a far denaro sul disastro che loro stessi hanno creato» (Stiglitz: fanno soldi sul disastro che loro hanno creato). Va però ricordato, per evitare nostalgie populiste e stataliste, che sono gli stessi stati e i ceti politici a disfarsi dei mezzi per il controllo della finanza subordinando ai mercati i beni comuni!

Ultima considerazione. Non è estraneo a queste dinamiche l’attrito sia tra Usa e Ue (su chi può permettersi più a lungo una politica di aiuti statali alla finanza e sul rapporto dollaro-euro) sia all’interno della comunità europea in merito al problema se salvare o meno gli “anelli deboli”. Senza che ce ne accorgessimo, l’Europa è già mutata sotto i colpi della crisi globale: i parametri di Maastricht sono morti, la coesione stessa della comunità è a rischio. E siamo agli inizi…
Per intanto, la ricetta che gli eurocrati sanno varare, quella non è cambiata ma solo peggiorata: austerity!

tratto da www.infoaut.org

5 febbraio 2010

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