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EDITORIALI

Istat prevede 80 anni di austerità.Verso un governo organico Pd-Pdl?

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pdlpdl_pdl-lpdNon è uno scherzo o un tentativo maldestro di mettere in piedi una trama di fantapolitica. Sapevamo che la tragica approvazione, tramite Pd-Pdl, del fiscal compact e del pareggio di bilancio in costituzione avrebbe provocato danni permanenti a questo paese. Danni dei quali non si ha ancora chiara l'effettiva portata. Pensando magari che "la crescita" arriva davvero "risanando" parte dello stato del paese. L'Istat, che non è una casa editrice di fantascienza ma l'istituto nazionale di statistica, mette invece in guardia su quanto sta realmente accadendo in questo paese. Ha infatti pubblicato una simulazione su quanti anni occorrono a due paesi dell'eurozona, praticando l'austerità, per raggiungere i parametri fissati dal fiscal compact, e dal pareggio di bilancio in costituzione, grazie alla guida del Six e del Two Pack (gli accordi tra stati dell'eurozona che prevedono rigidità di bilancio e sorveglianza ferrea di Bruxelles).

Per quanto riguarda un paese della taglia della Germania gli anni di austerità da percorrere, per arrivare alla situazione di bilancio definita ottimale dai vari accordi nell'eurozona, sono sette. Non è comunque poco per un paese che deve far fronte a una situazione interna dove sono emerse nuove povertà. Il problema è che, secondo le simulazioni Istat, l'Italia per rispettare il fiscal compact, secondo le regole che si è data l'eurozona, dovrebbe impiegare almeno 80 (!) dei propri anni in politiche di austerità. In una sorta di liturgia perpetua dei sacrifici da tramandarsi di generazione in generazione. E' però impensabile che un quadro così fallimentare, non di una congiuntura economica ma di un modello di sviluppo, non abbia effetti sulla politica istituzionale.

Si guardi al dibattito sulla riforma elettorale. Dopo la sentenza della corte di cassazione, che contesta la costituzionalità del premio di maggioranza nell'attuale legge elettorale, si discute su "poche modifiche" delle legge in vigore. L'effetto però sarebbe di ottenere una legge quasi proporzionale. In sè non sarebbe un problema ma guardiamo all'effetto politico: renderebbe obbligatoria, alle élite di questo paese, una alleanza organica Pd-Pdl. O, se si preferisce, la stabilizzazione di quella attualmente al governo che altro non è che la prosecuzione dell'alleanza Monti. Tutto per salvare le esigenze dell'oligarchia al potere in Italia, che vampirizza le risorse del paese garantendo l'austerità per l'"Europa", e non dover rimettere in discussione un assetto politico-economico che fa bene solo alla finanza globale.

Poi, per far sembrare che tutto, più o meno, sia come sempre ci sono le solite strategie di banalizzazione. Repubblica, Corriere e telegiornali lavorano in questo senso. Resta solo da capire però a chi scoppierà in faccia, e quando, questa situazione.

redazione

la fonte

L’Istat certifica la follia del Fiscal compact

http://www.formiche.net/2013/05/22/listat-certifica-la-follia-del-fiscal-compact/

redazione

23 maggio 2013

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Maurizio Landini e il futuro della costituzione

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scatola_vuotaTre sono i filoni di discussione sul futuro della costituzione italiana, escludendo dibattiti più coperti o più tecnici, che tanto occupano la scena pubblica quanto sono destinati all'inefficacia politica.

Il primo è il dibattito, parte etico e parte epistemologico, sulla classificazione dei beni comuni. Si nutre dell'illusione politica che vuole, dichiarando "comune" un bene, il processo di conversione al pubblico di un qualcosa posseduto dal privato come un processo già messo ad attivazione. La vicenda del referendum 2011 dovrebbe invece insegnare molto. Ovvero che, ad esempio, è il durissimo lavoro di sradicamento, su un piano sia microfisico che altamente complesso, delle multiutility dell'acqua e della loro governance finanziaria che è realmente efficace. Persino più della affermazione formale della volontà popolare tramite referendum. Ogni dichiarazione di "bene comune" in questa Twilight Zone delle privatizzazioni, che si serve della forza capillare di una finanziarizzazione della vita che è a livelli sconosciuti ai dibattiti politici attuali, è buona o cattiva retorica del piano etico ma terribilmente inefficace sul piano sia comunicativo che concretamente politico.

Il secondo è il dibattito sui poteri che contano che non sono più in Italia, ma immancabilmente altrove, in una Europa della quale si confondono i processi di integrazione economica e finanziaria con quelli di costruzione del legame sociale e politico. Non è infatti la sola propaganda della governance Ue a confondere Europa ed eurozona come si trattasse dello stessa dimensione. Anche a livello di movimento si pensa che  la necessaria rottura della suicida gabbia d'acciaio dell'eurozona, che rischia di allontanare l'Italia dal mondo globale per decenni, nasconda una qualche nostalgia per uno stato-nazione non più riproponibile. Ci sarebbe piuttosto da riflettere come mai, vicini al quarto di secolo da Maastricht, non si sia mai prodotto un movimento europeo permamente ed inciviso. Responsabilità dell'eurozona? Non solo ma più di quanto si pensi visto che l'eurozona è un pretesto per una più feroce competizione nazionalista sulle risorse (in termini finanziari e di quote di mercato) fattesi scarse o difficili da ottenere. Così arriviamo al paradosso, visibile in molti mondi di sinistra, che si accusa di nazionalismo chi critica l'eurozona legittimando un dispositivo neomercantilista della competizione tra stati ed aree geografiche, che sposa governance e nuove forme feroci, aggressive di silenzioso, implicito nazionalismo.

Passiamo al terzo di filone di dibattito o, se si preferisce, di attenzione ai temi costituzionali. In questo caso Maurizio Landini rappresenta la dimensione di massa, un pò ristretta e sfiduciata ma pur sempre massa, di una tensione collettiva alla riaffermazione del nesso inscindibile tra costituzione e lavoro. E qui sorgono, per la verità sono sorte da decenni ma è giusto ribadire il problema, almeno due questioni non facilmente eludibili. Pena l'espulsione dalla sfera della politica nonostante i tentativi di Repubblica, per motivi editoriali e di tattica, di rappresentare l'esistenza di un'ala sinistra del Pd. La prima è se la costituzione ha un futuro, non quella italiana ma la forma costituzionale in sè, e la seconda se il lavoro stesso ha, anche lui, un futuro. Entrare in questi temi, dai quali Landini e i suoi supporter si tengono lontani, non è fare avanguardia culturale, l'espressione non ha più senso da anni, ma posarsi finalmente su un robusto e concreto terreno politico.

Cominciamo dalla questione legata al futuro della costituzione. La versione che arriva al dibattito politico pubblico, quella mediata dal mainstream, su questi temi esclude di netto molti dibattiti tecnici di notevole importanza. Risulta stupefacente infatti che, in tutte le discussioni sulla costituzione, ci si dimentichi di andare ad approfondire i dibattiti sul suo futuro. Eppure proprio dalla Germania, il paese comunque percepito come vincente dal processo di instabile e progressiva unificazione dell'eurozona, sono partite significative discussioni proprio su questo interrogativo. Ci si riferisce, per semplificare, al dibattito aperto da Dieter Grimm già nei primi anni '90 (Dieter Grimm, Die Zukunft der Verfassung, Suhrkamp, 1991). Grimm, che è forse il più importante costituzionalista tedesco vivente, scrisse questo testo dal titolo "il futuro della costituzione" in contemporanea con la chiusura del trattato di Maastricht e pochissimi anni dopo la caduta del muro di Berlino.
Per Grimm già allora con lo sviluppo dei processi di governance europea, e l'eurozona e l'Ue come le conosciamo dovevano ancora evolvere, si intravedeva un processo di svuotamento della costituzione. Nonostante infatti, già all'epoca, pochissime nazioni non fossero dotate di costituzione si intravedeva quindi un processo di svuotamento materiale della forza reale di un dettato costituzionale. Perchè sottoposto a vincoli di sovranità popolare i cui risvolti in materia di diritti concreti non erano, già allora, materialmente esigibili. A causa dei nuovi vincoli della governance europea che non solo si pone, dal punto di vista dei poteri, come gerarchicamente superiore (pur rispettando le forme) alla costituzione di un singolo paese. Ma anche aspira risorse dalla dimensione nazionale per redistribuirle ovunque in modo ineguale e di fatto senza mandato di sovranità popolare. Sappiamo oggi che la Germania tende a risolvere questa contraddizione tra costituzione nazionale e governance continentale, in qualche modo, europeizzando le necessità materiali e giuridiche di Berlino. L'ormai storica sentenza della corte costituzionale di Karlsruhe del 2009, che ribadiva il primato della costituzione nazionale sulla governance europea, rappresenta il punto di mediazione su questi temi tutto interno ad esigenze tedesche. Così come l'attesa della sentenza del 2012, sempre della corte di Karlsruhe, sul fiscal compact perchè diventasse operativo e quella sulle elezioni politiche tedesche del 2013 per capire il futuro politico dell'eurozona.

Lo scorso anno, per fissare un ventennio di dibattito su questi temi, Dieter Grimm ha pubblicato un Die Zukunft der Verfassung II (Suhrkamp, 2012) e, a questo punto, una domanda sorge spontanea.Ma Maurizio Landini, assieme a chi lo supporta a vario titolo, è consapevole di guidare un sindacato, e dietro di lui un movimento di opinione, che sui temi della costituzione è vicino a sfiorare il ridicolo? Già perchè sul piano italiano, a parte alcuni dibattiti specialistici e non politici, la discussione sul futuro della costituzione è assente. E l'epoca è impegnativa per cui il dibattito, quello politico non quello storiografico, non è deve stare solo sul tema del futuro della costituzione italiana (che è comunque in preda al binomio dell'orrore Violante-Quagliarello) ma anche su quello del futuro della costituzione in sè. E qui sorgono alcune domande. Se la Germania tende a risolvere la contraddizione tra costituzione nazionale e governance continentale, spaccatura aperta dai processi di cessione di sovranità richiesti da finanza ed economia globali, germanizzando i processi europei quale è il destino della costituzione italiana? Delle due l'una: o in questo paese si ripristina il primato della costituzione nazionale sulla governance continentale, e allora la governance non dura lo spazio di un trimestre travolta da un effetto domino in Europa, oppure la costituzione del '48 non ha futuro. Destinata ad essere progressivamente, come accade da un ventennio, disgregata dalle evoluzioni della governance europea. O da un federalismo a guida berlinese come auspicato dalla Merkel. Oppure si teorizza il mantenimento dell'equilibrio tra poteri costituzionali e governance in un paese solo, la Germania, qualche decennio dopo le teorie sul socialismo in un solo paese. Il problema del futuro della costituzione italiana e della costituzione in sé sono quindi assenti dall'orizzonte politico, e di implicito dibattito, promosso da Landini e dai suoi sostenitori.

Ma ci fosse solo questo problema,  che già fa guardare le bandiere della Fiom come un fenomeno che sta a metà tra l'archeologia politica e quei bagliori ai confini della realtà,  in fondo si potrebbe ancora ragionare in termini classici. E' che quando la realtà irrompe nei codici autoreferenziali del dibattito politico mainstream lo fa senza argini. Già perchè non è solo in discussione il futuro della costituzione, cosa vuoi che sia, ma anche il nesso tra costituzione e lavoro. La Grundorm, la norma fondamentale della costituzione italiana, dell'articolo uno sul diritto al lavoro. E non perchè la costituzione non garantisce di fatto ciò che tutela normativamente. Perchè è il fenomeno in sé, il lavoro, che si sta esaurendo come forma generale della riproduzione della ricchezza individuale e sociale. Anche qui il fenomeno era ampiamente rilevabile dagli anni '80, analizzato in forma matura già negli anni '90 (ad esempio il breve e brillante Andrè Gorz, Il lavoro debole. Oltre la società salariale, Edizioni Lavoro, 1994). Perchè il lavoro, oltre ad essere un processo sociale di subordinazione al capitale (ed in miriadi di forme nuove ed antichissime), oggi stabilmente non garantisce più le risorse per la riproduzione del sè e del legame sociale. I working poor degli anni '90 sono diventati la forma generale del lavoro, nelle società occidentali, anche per professioni più astratte e complesse del lavoro manuale. E per far si che il lavoro torni a pagare in termini di reddito si deve distruggere tanta di quella ricchezza da far impallidire i più cinici. Per fare un esempio su tutti: i lavoratori dell'auto serbi che sono tornati ad essere operai pochissimi anni fa. Dopo esserlo stato a 1000 marchi il mese ora lo sono a 400 euro. Dopo diverse guerre civili, distruzioni di capitali e città e severe ristrutturazioni economiche, sociali, politiche e organizzative. Davvero meglio che il lavoro non torni a rendere in Italia visto ciò che ci vuole per farlo rendere. La crisi generale del lavoro occidentale, come forma sociale di riproduzione della ricchezza, non può quindi essere risolta dal lavoro che in termini devastanti. Distruggendo il salario presente per riprodurre, dopo, condizioni salariali peggiori. Meglio non percorrere quella strada. Che poi è quella greca dove il lavoro è tornato a "rendere" dopo una distruzione di economia e salario così impressionante che si stima una ripartenza autonoma dell'economia greca attorno agli anni '30 di questo secolo. E sull'Italia bisogna ricordare che l'attuale ministro del lavoro, prima di diventare ministro, è stato chiaro sul destino materiale dell'oggetto lavoro. Mostrando dati di crescita dell'un per cento annuale fino al 2050. Questo significa che il lavoro ha davanti a sé un processo di contrazione della sua presenza della società. Un tema di impressionante importanza, e portata, ma non proprio una sorpresa dal punto di vista dell'antropologia economica. La disciplina che vede le economie regolate sul "lavoro" e sul "mercato di capitali" come un'eccezione nella storia e non come la norma.

Se il futuro della costituzione è in discussione, se la contraddizione tra governance europea e costituzione del '48 è evidente, salvo le retoriche ecumeniche (e quelle furbe e generiche sul "ricontrattiamo lo stare in Europa"), se il nesso tra costituzione e lavoro è saltato (non solo perchè è in discussione il futuro della costituzione ma anche quello del lavoro) è chiaro che lo spazio politico, e sindacale, di Maurizio Landini è poco più che testimoniale. E non c'è niente di male che lo sia. Perchè alcuni diritti vanno comunque presidiati e certe retoriche sono utili in qualsiasi modo al dibattito pubblico. Solo, come si intuisce, il futuro della politica e dell'economia sta da un'altra parte. La crisi della costituzione e del lavoro ce lo indicano, pieno di pericoli e di zone ai confini della realtà, ma vivo, sconfinato e vero. Il resto è materia per i numeri del giornale diretto da Ezio Mauro.

per Senza Soste, nique la police

19 maggio 2013

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100.000 euro di condanne per l'occupazione di Fortezza Nuova

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Ancora repressione a Livorno dove la procura ha condannato 20 persone a pagare 5100 euro a testa per aver occupato la Fortezza nel 2010. Un’occupazione ormai riconosciuta da tutta la città e che in questi anni è riuscita a riaprire alla città, anche se per solo qualche giorno, un luogo bellissimo che la nostra amministrazione è stata incapace a valorizzare nonostante inaugurazioni e promesse

fortezza_pontile100.000 euro per Fortezza Nuova. Non è un nuovo stanziamento dell’amministrazione per la riapertura del parco pubblico e del monumento più belli della città, ma è la multa che venti persone dovrebbero pagare per occupato la Fortezza per qualche giorno a cavallo del 1 maggio del 2010. Il reato consisterebbe nell’aver aperto la Fortezza Nuova, ormai chiusa da più di 4 anni, averla pulita e averci organizzato, come avviene in modo pressoché costante da 15 anni, dibattiti, concerti e cene. Ma perchè la questura di Livorno e la Procura si sono svegliati improvvisamente dopo una ventina di volte che la Fortezza veniva occupata e hanno notificato questi decreti penali di condanna?

Sempre più repressione. Nel numero 78 aprimmo in prima pagina col titolo “La polveriera” mentre stava divampando la polemica sul cosiddetto “assalto alla Prefettura” con oltre 1.000 persone scese spontaneamente in piazza per denunciare le violenze della polizia del giorno precedente in piazza Cavour. A Livorno negli ultimi 3 anni il livello repressivo si è alzato in modo esponenziale e questura e procura colpiscono scientificamente tutti coloro che cercano di fare opposizione sociale in una città dove sfratti e disoccupazione iniziano a determinare un cambiamento di vita per molte persone. Scrivemmo che è ormai chiaro ormai che di fronte alla ritirata della politica rispetto soluzione o alla mediazione dei conflitti che si apriranno in questo contesto economico e sociale, polizia e magistratura diventano i principali regolatori delle dinamiche di un territorio. Questi 20 decreti penali di condanna però, sono solo la punta dell’iceberg di una serie di denunce, processi e misure restrittive che stanno colpendo molti militanti politici, in particolare quelli della ex caserma occupata. In questi ultimi anni, con l’arrivo del pubblico ministero Masini, siamo arrivati a una sorta di persecuzione. Perché a carico di quello che una volta, in senso lato, si chiamava “movimento” non ci sono solo i 36 indagati per i fatti del 2 dicembre in prefettura e per il comizio di Bersani (di cui 24 con giudizio immediato e una decina con misure cautelari) ma ci sono anche tante altre denunce che a volte sfiorano il ridicolo come l’accensione di lamperogeni durante un corteo, un tatuaggio ritenuto offensivo verso le forze dell’ordine, adesivi goliardici attaccati sui bancomat, una “resistenza” per aver cercato di attaccare uno striscione sulle scalinate del comune durante uno sciopero generale insieme agli autisti dell’Atl. Si calcola che al momento ci siano circa un centinaio di procedimenti a carico di militanti facenti parte varie aree politiche e strutture sul territorio. Ma il carattere persecutorio si può notare anche da altri aneddoti che vedono sempre protagonista il pm Masini anche su vicende private. Basti pensare che un procedimento per una presunta discussione fra alcuni militanti e i vigili urbani per motivi di viabilità che era a pochi giorni dalla prescrizione, è stato ripreso in mano da Masini stesso che ha aggiunto delle aggravanti per poter spingere più in avanti la prescrizione.

Le occupazioni in Fortezza Nuova. La stupenda fortezza medicea oltre che unico parco pubblico del centro cittadino, da 15 anni è tenuta viva da quell’area che viene definita e si definiva antagonista, con manifestazioni, iniziative, assemblee pubbliche, occupazioni, volantini, documenti. Che Il Tirreno non se ne ricordi o non ne abbia mai dato grande conto non vuol dire che le cose a Livorno non accadono. Il 25 aprile e il 1 maggio in fortezza sono appuntamenti che in maniera continua dal 2003 sono ormai diventati una tradizione per la città. Ma già dal 1997 con la federazione anarchica, nel 1998 con l’assemblea spazi sociali e nel 1999 con una nuova assemblea spazi sociali, le Bal e i giovani comunisti, le feste in fortezza erano diventate un appuntamento fisso  politico, musicale e culturale di autogestione per i giovani nati fra gli anni ’70 e primi anni ’80. Ricordiamo come nel maggio del 2003 gli organizzatori della Festa per i diritti, confederazione Cobas, Rifondazione Comunista, il Csoa Godzilla e il Livorno Social Forum, denunciarono il degrado, l’abbandono e la cattiva gestione degli spazi della Fortezza, Sala degli Archi in particolare (sempre nel 2003 tra gennaio e febbraio viene negata con scuse varie la sala per due eventi promossi da Social Forum e Prc). Da quell’anno poi, sotto diverse forme e sotto diversi nomi (Sagra del Precario, Fortezza dal basso ecc…), il 25 aprile o il 1 maggio si è sempre festeggiato lì. E non solo per queste due ricorrenze visto che negli anni scorsi la Fortezza Nuova, sempre sotto regime di occupazione, ha ospitato la rassegna musicale “Livorno Brucia” e le assemblee e le feste del coordinamento studentesco. L’apice probabilmente fu il 2009 quando decine di militanti di tutte le organizzazioni politiche di base della città dettero vita a 9 giorni di “Fortezza dal basso”, dal 24 aprile al 3 maggio dove circolarono nello splendido prato sotto piazza della Repubblica migliaia di persone, compresi quei turisti italiani e stranieri che in quei giorni partecipavano al Tan e che altrimenti avrebbero vagato a caso per la città come di solito fanno i crocieristi. In una città dove gli spazi pubblici sono in continuo degrado, riteniamo dunque che quel tipo di appuntamento, politico e culturale sia un valore per questa città e non un atto da sanzionare con 100.000 euro di decreti penali di condanna.

Le promesse e le inaugurazioni. Nel giugno 2003 l’allora assessore Baldi rilasciò dichiarazioni in merito alla fortezza: “Nella Fortezza Nuova a settembre partirà un programma di lavori di sistemazione e di recupero e a seguito di questo sarà definito un modello d’uso al quale tutti dovranno adeguarsi perchè la libertà è anche rispetto dei limiti di salvaguardia delle persone e delle cose”. A queste belle parole del giugno 2003 si passò direttamente all’8 novembre 2004, giorno in cui la Fortezza venne chiusa al pubblico con l’insediamento del cantiere per i lavori di “risanamento” dell’imponente fortificazione cinquecentesca. I lavori si dice dureranno 6 mesi e prevedendo il recupero architettonico della sala degli archi destinata ad ospitare eventi culturali e spettacolari, per una spesa di 329.069,72 euro.

Arrivò poi 19 settembre 2006 (altro che 6 mesi…), giorno della riapertura. In realtà fu restaurata la Sala degli Archi e i servizi igienici accessibili anche dall’esterno. Ad ogni modo il giorno dell’inaugurazione coloro che ogni anno occupavano la fortezza volantinarono rivendicando la riapertura di tutta la fortezza e soprattutto il mantenimento della sua vocazione di spazio pubblico aperto e libero. Naturalmente nel maggio 2007 gli stessi che volantinarono erano tra coloro che dettero vita, non senza fatica e nonostante l’ostruzionismo dell’amministrazione alla Sagra del Precario. Chissà se la stessa fatica fu necessaria qualche settimana dopo, il 18 agosto, a Paolino Ruffini che nella fortezza ci fece addirittura la festa di matrimonio con tanto di buttafuori all’ingresso.

Cosimi viene rieletto per un secondo mandato con le elezioni del giugno 2009 dopo aver chiuso i battenti alla Fortezza nel gennaio dello stesso anno, messo sotto pressione dagli articoli del Tirreno che denunciava un raid vandalico nella Sala degli Archi. Mario Tredici diventò assessore alle culture e nel dicembre 2010 dichiarò che la fortezza avrebbe riaperto i battenti entro il mese di luglio con un investimento pari a 200.000 euro. Ovviamente a luglio 2011 la Fortezza è stata riaperta, ma solo perché il Csa Godzilla e gli studenti la hanno rioccupata e liberata per due giorni. E figuratevi se qualche giornalista è andato a chiedere conto a Tredici delle promesse del 2010.

In tutta questa rivisitazione di fatti passati e presenti che girano intorno alla Fortezza c’è anche da sottolineare che quasi ogni anno gli occupanti di fortezza hanno cercato farsi dare le autorizzazioni e che dopo estenuanti trattative gli uffici tecnici del Comune le hanno sempre negate oppure costringevano gli occupanti a rifiutare viste le assurde limitazioni che volevano imporre. Nel 2009 fu raggiunto anche un accordo per avere autorizzato il prato sotto piazza della Repubblica. Asl e vigili urbani poi mandarono multe per sforamento di qualche decina di minuti dell’orario della musica per oltre 5000 euro senza nemmeno mai essere venuti a notificarle e a verificare con gli organizzatori l’orario e il livello del rumore. Il giudice di pace ha dato poi ragione agli organizzatori.

redazione

tratto da Senza Soste n.81 (aprile-maggio 2013)

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Le orge di Arcore dell'alleato del PD

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peter_pan_orgiaGradimir Smudja è un virtuoso del fumetto serbo, residente in Italia, che ci risulta essere anche un'ottima forchetta. E' autore di una serie di raccolte dedicate alle vicende di donne di bordello nella Parigi di Tolouse Lautrec. La prostituzione in Smudja è un pretesto per suggerire un passaggio d'epoca. Quello tra '800 e '900 in una metropoli, per quanto nell'ottocento già rappresentata come spavento e ignoto, leggibile ancora con categorie e figure romantiche ma preludio ad una in cui il concetto di città si faceva sempre più complesso, inquieto ed inafferabile.

C'è oggi da chiedersi quale passaggio d'epoca sia rappresentato dalla prostituzione di Arcore, sfruttata persino in forma orgiastica, i cui effetti politici chiamano il Pd a sostegno dell'artefice ed utilizzatore finale di un simile commedia umana. Sicuramente quello in cui i due partiti principali, precedentemente alternativi ma funzionali al neoliberismo italiano dell'ultimo ventennio, sono costretti a trovare una più stretta convivenza politica. In nome di una governance europea che produce disastri e i cui effetti accompagneranno il paese ancora per diversi lustri.

Le orge di Arcore, che si sostiene essere frutto del tardo berlusconismo, accompagnano così storicamente il passaggio dalla sola responsabilità Pdl, nel sostegno alla governance europea, a quella in cui il Pd assume il pieno peso politico dell'alleanza con il centrodestra in questo genere di appoggio. Ruby, Nicole Minetti, Maristelle Polanco e la loro sistemazione giudiziaria, e nel dibattito politico, sono il carico di responsabilità, verso il paese, assunto dal Pd in nome della governabilità e del senso di responsabilità (verso la posizione processuale di Lele Mora, evidentemente).

In questo gravoso compito di governo sono scomparse velocemente le figuranti, le donne di centrosinistra che hanno inscenato, un paio di anni fa, la protesta più blanda possibile contro i comportamenti del reuccio di Arcore. Protesta blanda perchè, con l'Olgettina, non ci si poteva giocare un alleato che sarebbe tornato utile in vista di possibili larghe intese. Sembrano le cronache dal demenziale eppure è quanto è accaduto. Cesare Damiano, uno a cui sfugge il senso del patetico abbondantemente presente in sé stesso ed nel suo partito, ha affermato che bisogna separare le vicende giudiziarie di Berlusconi da quelle del governo. Come se i reati di concussione, di corruzione, fondi neri e induzione alla prostituzione, da parte di uomo che aspira a mantenere il controllo del paese, fossero questioni personali quanto una multa per divieto di sosta o un conguaglio Iva. Del resto, come segretario aggiunto della Fiom, Cesare Damiano si è abituato a svendere lavoratori figuriamosi se oggi si impressione di fronte ad un affare di prostituzione di uno strategico alleato.

L'accordo tra Pd e Pdl, sul quale si regge instabilmente il governo Letta, non ha niente del profilo politico. Difficile, a parte l'esigenza di aspirare risorse da parte dell'Ue e delle banche, un qualche tentativo di legittimazione di questo governo che uno affondi in un profondamente vertiginoso senso del ridicolo.
E per chiudere il cerchio della vergogna ecco scendere in campo uno dei principi delle svendite, di diritti e di salario, oggi segretario del Pd: Guglielmo Epifani.

Nel discorso informe di investitura, nel quale non è riuscito a nominare una sola volta la parola "Pdl" e quella "Berlusconi, il discorso pubblico del Pd regge solo con questi effetti Orwell, Guglielmo Epifani in cerca di qualche consenso si è messo a parlare di femminicidio. Evidentemente pensa ad un elettorato in piena dissociazione mentale dove si ascoltano discorsi aulici sul femminicidio mentre si sta al governo con il più famoso organizzatore di ammucchiate, a quanto pare a pagamento e con minori, dell'intero pianeta.
E questo mentre la presidente della camera censura la contestazione "sessista" nei  confronti delle deputate Pdl a Brescia tacendo che, nelle stesse ore, di sessismo nel comportamento dell'ex presidente del consiglio vi si trova corposa e monumentale materia di studio e persino con inedite sfumature.

Ma che importa, l'accordo politico a protezione delle orge di Arcore veglia sul patto di stabilità, sull'Europa e sul rigore. In una maniera così sinistra che difficilmente un Tolouse Lautrec potrebbe addolcire questo passaggio storico nella sua rappresentazione.

redazione 13 maggio 2013

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Epifani: il simbolo

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Guglielmo Epifani è il nuovo segretario del Partito Democratico. Traghettatore? Reggente? No, semplicemente un simbolo. Di cosa? Del connubio Cgil-Pd che negli ultimi anni ha fatto tabula rasa dei diritti dei lavoratori italiani.

epifani_bonanni_angelettiEpifani ha guidato la Cgil dal 2002 al 2010, proprio in quegli anni nasceva il Partito Democratico, e il più grande sindacato italiano doveva decidere se seguire i suoi riferimenti politici nell'ennesima svolta a destra o mantenere una maggiore autonomia. Epifani non ha mai avuto alcun dubbio, e la Cgil è sempre rimasta il braccio sindacale del Partito. Lo ha seguito in tutte le sue mosse, in tutte le sue scelte, in tutte le sue strategie, abbandonandosi ad un destino triste e drammatico per il paese, ossia quello di difendere i lavoratori non nel modo in cui dovrebbe farlo un sindacato, ma nella maniera in cui voleva difenderli il Pd. Ossia al contrario. Sì perché il Pd, fin dalla sua genesi, ha sempre avuto il classico approccio del partito neoliberista e antilavoratori, firmando e difendendo (dalla legge Biagi alla legge Fornero) tutti gli arretramenti nelle condizioni dei lavoratori italiani. E la Cgil in questo scenario ha sempre svolto il ruolo del "sindacatone che spalleggia il partitone" senza però dirlo apertamente, piazzando scioperi generali (debolissimi) in date strategiche che facevano comodo al Pd e con parole d'ordine rigorosamente digeribili al Partito. Mai un passo in avanti, una parola in più, una cambio di passo. Mai. Sempre e solo a braccetto col Pd.

La visuale piddina e cigiellina sul lavoro coincide: "creare occupazione favorendo gli investimenti in Italia". Sanno bene che quella formula prevede che venga intesa come la possibilità per gli investitori di trovare vita facile e quindi pochi vincoli. Traduzione: "flessibilità in uscita per favorire quella in entrata" (formula dall'efficiacia mai dimostrata, anzi), guarda caso alla base dell'ultima riforma Fornero e prima di quella di Sacconi. Mai abbiamo letto (e mai leggeremo) il concetto di redistribuzione nelle linee politiche piddine (e quindi in quelle cigielline). Mai leggeremo che è inutile crescere se insieme al Pil crescono anche le disuguaglianze. Il loro dogma è la crescita così come il libero mercato chiede, niente di più. Un dogma tipico di chi non sa proporre un modello dotato di strumenti che riducano la forbice fra ricchi e poveri, un dogma che vede come suo elemento cardine il concetto di "merito" (in un paese dove il merito è misurato in base a clientelarismo e nepotismo), un dogma che fa tanto comodo ai Marchionne e a tutti coloro che hanno bisogno, per continuare a fare i loro comodi, di una democrazia bipolare in cui sulla tematica del lavoro non ci siano diversità di vedute fra i due schieramenti.

Epifani alla guida della Cgil ha poi lanciato la Camusso, che per fugare ogni dubbio poco prima delle ultime elezioni ha convocato una kermesse/endorsment per Bersani. Oggi il Pd governa con Berlusconi (prima col governo Monti-Fornero e ora con Letta), con la benedizione di Epifani, della Camusso, della Cgil, e dei suoi 5 milioni di iscritti.

Per Senza Soste, Franco Lucenti, 12 maggio 2013

vedi anche

Epifani, il socialista alla guida del Pd

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