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EDITORIALI

Orwell in Italia e il calo dello spread

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monti_monotono_bancheHe that dies pays all debts
(Shakespeare, La tempesta)

Cominciamo dalle frasi pronunciate a reti unificate, in tono levigatamente mortuario, dal presidente del consiglio Mario Monti. Una differenza tra l'ex consulente di Goldman Sachs e il precedente presidente del consiglio sta sicuramente nell'uso dei processi unidirezionali della comunicazione mediale. Mentre Berlusconi dava spettacolo, eredità di un mondo anni '80-'90 quando il potere era scenografico, Mario Monti alimenta l'utilizzo morale del potere del broadcasting. Quest'uso morale è moneta sonante: si usa la capacità di pressione cognitiva dei media generalisti per tranquillizzare la popolazione con perizia tecnica "lo spread calerà" (caldo potere pastorale di rassicurazione). E per imporre precetti orwelliani come "le tutele [al reddito e alla continuità del posto di lavoro, ndr] possono essere dannose".

ORWELL IN ITALIA

Il tratto di continuità tra Monti e Berlusconi sta invece in questa possibilità di condizionare i processi connettivi del tessuto sociale operando a reti unificate. Ma questo pericolo permanente per la democrazia, e per l'ecosistema dell'informazione, resterà tale fino a quando residui di partiti, movimenti, sindacati non entreranno nel XXI secolo imponendo la centralità del problema. Per adesso vanno alla grande le ristrutturazioni del lessico: tutto è declinato, fortunatamente, in "comune" ma senza una una democratizzazione e una pubblicizzazione dei grandi network generalisti il comune è destinato a rimanere sulle carte di diritti, principi e intenti. La mediatizzazione della società, e della politica, è un fenomeno irreversibile e in via di ulteriore, impetuoso sviluppo. E' uno degli effetti più naturali di società che si connettono e si guardano reciprocamente anche a grande distanza senza mediazione territoriale, tramite dispositivi di informazione istantanea. E' la democratizzazione di questo processo che è il problema presente e a venire. Non solo, la stessa crisi finanziaria non ha soluzione senza una democratizzazione e una ristrutturazione dell'accesso alle fonti di comunicazione, pubbliche e private, sui grandi network in materia di economia. Una soluzione puramente economicista della crisi è qualcosa che non tiene conto del fatto che la connessione sociale non avviene secondo le regole della differenziazione sociale dell'otto-novecento. Chi non ha una soluzione mediale è quindi destinato a perdere anche sul piano della proposta economica. Figuriamoci poi su quello della politica.
Successivamente l'uso di internet può decostruire quanto vuole, e tradurre istantaneamente nelle lingue del globo, il discorso di Monti. Ma il potere di connessione complessiva, il potere del simbolico e la forza dell'icona che unifica linguaggi e attira l'attenzione, è oggi tutto nelle mani della politica istituzionale nel momento in cui è innestata nel mainstream mediale. Che ripete vecchi mantra economici dell'inizio degli anni '30. Il mantra di Mario Monti è composto di due frasi apparentemente sconnesse: "lo spread calerà" e, appunto, "il posto fisso è noioso". A differenza di Berlusconi, che iniettava nel corpo sociale dichiarazioni senza senso giocando sul potere dell'intrattenimento, Monti rilascia invece dichiarazioni verificabili che devono far strada a precise politiche. Poi se queste politiche funzionino o meno, che siano mantra da stregoni dell'economia liberale degli anni '30 è un altro capitolo.
Quando Monti dice lo spread calerà, a differenza di Berlusconi, quindi non mente. Si tratta solo di analizzare l'informazione che ci fornisce. E anche di comprendere quali dispositivi sociali intenda attivare.

Per capire cosa sta accadendo dobbiamo quindi andare indietro di un paio di mesi.
A inizio dicembre, per essere sintetici, c'è un intervento di emergenza coordinato di sei banche centrali sui mercati globali. Due sono i problemi: nell'eurozona la massa di liquidità disponibile si sta facendo scarsa, e i tassi di prestito interbancario americano si stanno facendo troppo alti. Mancanza di liquidità europea e tassi di credito tra banche americane troppo alti creano il rischio di un collasso sistemico. Qui sotto un report molto utile con grafici della situazione al dicembre 2011. L'intervento coordinato della banca centrale europea, di quelle britannica, canadese, americana, giapponese e svizzera, e il supporto delle autorità  cinesi, risolveranno la situazione d'emergenza.

http://intermarketandmore.finanza.com/credit-crunch-in-evidenza-con-ted-spread-e-massa-monetaria-37592.html

Sui tg, in quei giorni, sono apparsi rumorosamente i titoli "le borse festeggiano". Un intervento d'emergenza a cuore aperto su una crisi di sistema generata dai mercati è stato venduto, ai telespettatori e agli inserzionisti pubblicitari, come notizia sulla capacità dei mercati di risollevarsi. Ma per Orwell in Italia (un combinato di pratiche comunicative comuni, nonostante i ruoli differenti e la reciproca concorrenza, tra tg1,tg2,tg3,tg5 e la 7) è un gioco da ragazzi imporsi sulla società con questo genere di strategie di comunicazione. Chi avrebbe interesse ad opporsi è perso nella centralità delle primarie o nel tentativo di ripristinare una concertazione sindacale irricomponibile, in miriadi di inziative di nicchia o a preparare la prossima manifestazione europea tra qualche mese. Detto con enorme rispetto, ma anche con senso clinico della politica: tutti fenomeni lontani e subalterni dal vero campo di forza del potere delle società neoliberali: la connessione tecnologica, comunicativa, semantica tra media, politica istituzionale, economia liberale e finanza.

Orwell in Italia non domina però verticalmente, ordinando dagli schermi come comportarsi dal primo mattino, ma si salda attorno a questo campo di forza strategico per riprodurre l'ordine neoliberale. Quello che non è minimamente scalfito da nessun genere di contestazione e che è persino indicibile per la babele di rivendicazioni, movimenti, proclami in corso. Eppure basta accendere un televisore per verificare tenuta e consistenza di questo campo di forza. Ed è persino inutile accanirsi più di tanto sui giornali o capire quanto virale sia la forza di certi messaggi tipicamente unidirezionali: il cuore del potere neoliberale sta attorno alle ristrutturazioni tecnologiche del piccolo schermo. Quanto più Samsung cambia le coordinate del fare televisione, mantenendo la centralità del suo messaggio, Mario Monti potrà dormire sonni tranquilli. Vista poi la dinamica centrifuga e di bassa cognitività politica delle opposizioni.

PERCHE' CALA LO SPREAD

Si comprende poi, vista la crisi di liquidità europea di dicembre (il grafico del link prima indicato è di chiara lettura) che qualcosa in questi due mesi è accaduto visto che lo spread è realmente in calo . Qualcosa che ci fa capire di che cosa stia affettivamente parlando Monti.
Infatti da prima di natale, la banca centrale europea, vista la situazione di rischio, ha adottato una politica detta di LTRO (Long Term Refinancing Operation).

http://www.rischiocalcolato.it/rischio-calcolato-wiki/ltro-long-term-refinancing-operation

In poche parole, la banca centrale europea non può per statuto stampare moneta. Come ha fatto in questi anni la Federal Reserve americana con il quantitative easing per "rilanciare" credito ed economia. Causando, specie per il secondo quantitative easing, un aumento globale dei prezzi dei generi di primo consumo di un livello tale da essere da essere una causa materiale scatenante delle rivolte del nord Africa. Come si deduce da questi due semplici grafici del Telegraph. Il secondo, quello del rapporto tra prezzo del pane e rivolte tra il 1848 e il 2011, è illuminante come solo sa esserlo una trama della storia quando tiene.

http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/8492078/How-the-Fed-triggered-the-Arab-Spring-uprisings-in-two-easy-graphs.html

La Bce invece, non potendo stampare moneta, ha adottato la Long Term Refinancing Operation. Che significa, detto in estrema sintesi, prestare alle banche a tasso bassissimo per fare in modo che si rifinanzino e che possano acquistare debito sovrano europeo. Eliminando il problema del Portogallo e della Grecia, che comunque esiste, il debito sovrano in paesi come l'Italia ha cominciato ad alleggerirsi.
Quando Monti dice "lo spread calerà", dopo che fino alla metà di gennaio è rimasto più o meno al livello dell'epoca Berlusconi non mente. Conosce perfettamente i termini dell'operazione LTRO, sa che i prestiti overnight (quelli che la banche fanno alla Bce depositando il denaro per 24 ore evitando il prestito tra banche quando è rischioso) sono in diminuzione ma sa anche altre cose. Che fanno parte della seconda frase che compone il mantra dell'attuale presidente del consiglio. Quella che riguarda il lavoro.
L'operazione LTRO è andata, dal punto di vista delle banche, piuttosto bene. I bilanci e i problemi del prestito interbancario hanno ricevuto un certo giovamento. E lo spread in Italia è calato. I tagli di Mario (Monti) e lo LTRO di Mario (Draghi) hanno agito in sinergia.
C'è però un problema: nonostante questa iniezione di risorse nel sistema bancario la massa di liquidità presente in Europa è ancora scarsa, ai livelli di dicembre, per capirsi.
E' quindi previsto un LTRO II, e se ne ipotizza addirittura un terzo atto per giugno.

http://intermarketandmore.finanza.com/ltro-ii-sara-un-grande-successo-per-i-bilanci-delle-banche-41318.html

Fonte Financial Times l'atto secondo del LTRO sarà di circa 1000 miliardi

http://www.fareforex.com/bce-inietta-1000-miliardi-alle-banche/12709/

Secondo Soros l'operazione ha dei rischi ma, a differenza del quantitative easing americano,  fa direttamente guadagnare le banche. Prendono soldi dalla Bce e li reinmettono sul mercato, guadagnandoci, dove vogliono.

http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/mf-dow-jones/italia-dettaglio.html?newsId=949475&lang=it

Ovviamente si tratta di quantità ciclopiche di denaro pubblico, per far funzionare un mercato che funziona solo nell'ideologia liberista, che pagheremo noi. Anche perchè il credito alle imprese, alle famiglie e ai singoli non ne trarrà benefici. Basta leggere il primo di questa serie di link sopra per farsi un'idea. Si tratta di soldi che circolano nel sistema bancario, nei mercati ufficiali e over-the-counter (i non regolamentati), tra fondi sovrani e di investimento. Li paghiamo noi ma non entrano nel sistema economico.
E' questo il costo del calo dello spread. Al quale vanno aggiunti i tagli permanenti alla spesa pubblica. E quelli derivati dall'assenza di investimenti strutturali nella società visto che i soldi rimangono nel circuito finanziario. La crisi di liquidità rimane infatti sullo scenario nonostante quest'enorme iniezione di capitali.
Quando Monti dice "lo spread calerà" va quindi letto in termini di potere pastorale rassicurante per la popolazione e, ancor di più, per la complessità dei problemi di bilancio delle banche. Il fatto di aver reso popolare il lessico della finanza, con lo spread, è poi garanzia di egenomia culturale naturalizzata dalla popolazione e che rassicura invece solo le banche. Il campo di forza del potere neoliberale che mette in connessione mediale finanza, economia liberista e politica istituzionale sembra così guardare il mondo come un qualcosa di significato a propria immagine e somiglianza.

MARIO MONTI, IL LAVORO, IL GOVERNO DEI CONFLITTI

La seconda frase che compone il mantra di Mario Monti, quella vagamente esistenzialistica sulla monotonia del posto fisso, sta in strutturale connessione con la questione dello spread. Se c'è scarsezza di liquidità nella cosiddetta economia reale i costi di questa scarsità di capitale produttivo dovranno essere pagati, ma guarda te il caso marxiano, dal lavoro. Non basta quindi che lo spread si abbassi, sempre che non accada un incidente sistemico in uno scenario irto di pericoli, bisogna ricominciare a produrre valore. Sul modello tedesco, paese egemone dell'euro, ovvero esportando, irrigidendo i bilanci pubblici in un modo che in verità per l'Italia nasconde il modello polacco. Ovvero un'economia che basa la propria forza, quando ne ha, sul basso costo del lavoro. Per cui la flessibilità, in entrata ed in uscita, diventa la pietra angolare di un modello economico.

Anche qui Monti non mente quando dice alla Orwell "le tutele possono essere dannose". Semplicemente cerca, via piattaforma mediale, il consenso di differenti strati della società provando a persuadere che l'unica praticabilità, sulla strada del reddito, è il sentiero polacco. Entro quel modello di sviluppo, e di estrazione di profitto, le garanzie sono oggettivamente insostenibili. Come lo sarebbe il profitto nell'industria chimica in certi paesi asiatici se si garantissero le norme di sicurezza ambientale. Con la differenza che in quei paesi non si trova il piddino pronto a smantellare diritti, magari con fare sofferente, in nome del "senso di responsabilità" e della "crescita".

La precettistica di Monti, reiterata a reti unificate, non guarda però alla sola dimensione del governo del consenso sul tema dello smantellamento dei diritti del lavoro. Nè al solo legame, per quanto questo sia strutturale, tra spread e riduzione del salario e delle garanzie sul lavoro. Proprio perchè è espressione di una piattaforma mediale, che ha completamente risucchiato i comportamenti dei partiti istituzionali da un ventennio, la precettistica di Monti si muove in senso preventivamente biopolitico. Cerca cioè di utilizzare i media generalisti per costruire un dispositivo di comunicazione unidirezionale che neutralizzi gli effetti sociali delle politiche LOTR. Per impedire cosa è accaduto in nord Africa con gli effetti del quantitative easing usando il potere biopolitico di persuazione delle piattaforme generaliste. Da integrarsi con quello di coercizione delle norme, del mercato e con l'uso dei prefetti in casi di conclamato ordine pubblico. Ma se si arriva a quest'ultimo piano si rischia di bloccare un paese. Come abbiamo visto per la vicenda dei Tir. A Monti, che è un tecnico vero, questi problemi non sfuggono. E' che sfuggono agli eventuali oppositori: l'uso precettistico di queste frasi orwelliane sul lavoro, basta vedere la carriera del consulente alla comunicazione di Monti (consapevole per professione dell'importanza biopolitica dei media generalisti), serve in modo preventivo per cercare di neutralizzare sgraditi effetti sociali ove si manifestassero comportamenti come quelli nordafricani quando si sono sentiti gli effetti del quantitative easing americano. Il LOTR, si capisce, non avrà effetti sociali zero. L'importante è quindi lavorare con senso della prevenzione
A dire il vero qualcosa è già accaduto: una regione chiave, la Sicilia, bloccata per giorni uno sciopero dei trasporti che ha paralizzato parte del paese, una miriade di iniziative locali antiliberiste. La precettistica mediale di Monti ha già trovato i primi banchi di prova.

Eppure, analizzando le politiche di Monti, viene proprio a mente una frase di George Bernard Shaw "per ogni soluzione complessa c'è una soluzione semplice che è quella sbagliata". La soluzione semplice, alla tedesca, di Monti, riduzione del debito e crescita attraverso le esportazioni, sembra proprio quella realmente sbagliata. Un economista tedesco, intervistato dalla Deutsche Welle a Davos, ammetteva candidamente che c'è un solo paese in Europa che può praticare con profitto questo modello: la Germania. E l'Italia?
Qui paradossalmente, sul piano puramente politico, non ci sono problemi. In Italia si trova sempre un centrosinistra disposto a tutto: a massacrare un paese in nome della presunta verità di semplici precetti della politica che si rivelano completamente sbagliati.
E si troverà anche una sinistra del centronistra disposta ad aspettare che il maggior partito della coalizione corregga  degli errori che non correggerà mai.

Calvino nel Barone Rampante, alla fine degli anni '50, scriveva "viviamo in un paese dove si verificano sempre le cause e non gli effetti". Era evidente il riferimento al nostro paese e ad una cultura, oggi si direbbe bipartisan, allora ancora speculativa che faceva fatica a confrontarsi con il tipo di realtà imposta dalla società che era uscita dalla seconda guerra mondiale.
Ad oltre cinquant'anni dall'uscita del capolavoro di Calvino possiamo tranquillamente affermare che la situazione nel nostro paese si è rovesciata. Orwell in Italia è capace di speculare all'estremo sugli effetti, lo spread o il costo del lavoro, per far scomparire la visione di ogni tipo di causa. Chiamando il tutto "fine delle ideologie". Statene sicuri: finchè i dispositivi di comunicazione generalista riusciranno a far circolare nella società formule da magia nera come "flessibilità in entrata", "in uscita", "liberalizzazioni", "competitività", "riformismo", "stabilità", "rigore" da questa situazione non ne usciremo.

per Senza Soste, nique la police

2 febbraio 2012

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Effetto Pd. A Livorno e provincia il tasso più alto di indebitamento famiglie in Italia ultimi quattro anni

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povertConosciamo la propaganda del Pd e del Tirreno. Quando si parla della crisi di Livorno ad un certo punto scatta l'uso speculativo dei luoghi comuni. Quelli che "in fondo le famiglie si arrangiano con le pensioni d'oro dei nonni" e che con il nero in qualche modo ci si adatta. Considerazioni che avevano un senso fino alla fine degli anni '90, con le ondate della monetizzazione della dismissione del lavoro, e che oggi invece altro non sono che luoghi comuni con sempre meno base reale di riferimento.

Ce lo dimostra questa ricerca dell'ufficio studi degli artigiani di Mestre, ultraliberista tra l'altro, che è stata resa nota alle agenzie di stampa. La Cgia afferma che dal 2008, inizio della crisi, le famiglie italiane si sono indebitate in media del 36 per cento. Per garantirsi non tanto lo stesso standard di vita, che è calato rispetto a quattro anni fa, ma per contenere quanto possibile i dannni della crisi. Livorno e provincia risultano in testa a questa speciale classifica, con un aumento del tasso di indebitamento del 57,1 % che, i numeri non mentono, altro non è che più del 50% della media nazionale. Già alta e già indice di grosse difficoltà delle famiglie italiane.

I livornesi e gli abitanti della provincia pagano (non solo simbolicamente) così l'effetto Pd e la sua politica di assoluto disimpegno, quando non di aggravamento, rispetto alla crisi. I motivi grosso modo sono tre: il primo è il ritrarsi dei servizi sociali di ogni genere sul territorio che provoca un costo diretto per le famiglie. Basti vedere il collasso dell'assistenza alle famiglie. Genera la necessità di assumere privati che vanno ad aggravare giocoforza i bilanci familiari. Il secondo sta nell'accesso al credito per le famiglie che, con tutta evidenza, è del tutto insostenibile a livello locale. Siccome il Pd è immerso nel gioco delle banche, vero tesoretto del potere locale, non si è sviluppato un sistema di banca etica territoriale e se ne vedono i risultati. Il terzo ci fa capire i costi diretti, tutti scaricati sulle famiglie, di una politica istituzionale impantanata sul settore speculativo immobiliare (oltretutto il settore edile è in calo occupazionale e nel 2011 sono fallite decine di ditte nel settore). Il tasso più alto di indebitamento d'Italia e una previsione di aumento, fonte camera di commercio, del 30 per cento di disoccupati a Livorno per il 2012. In compenso Livorno ha un sindaco che, in pubblico e di fronte ai giornalisti, afferma "la giunta è l’espressione antropomorfica della mia volontà politica". Oltre al danno il delirio, insomma.

Non c'è da stupirsi, questo è solo uno dei dati che mostrano quanto costi carissimo ai livornesi mantenere il Pd al governo di Livorno. Incarichi, gettoni, vitalizi sono solo una piccola parte, quella minore, di una voce di spesa che per mantenersi al governo adotta un tipo di politica che genera impressionanti costi sociali ed economici.
Eppure, al centro come a sinistra, sperano tutti di allearsi con il Pd alla prossima tornata elettorale del 2014. Nella speranza di condizionarlo. Il mito di questo condizionamento però costa. Perchè conti di questo genere fanno parte dei costi per mantenere il Pd al potere. Livornesi riflettete perchè ogni scomposto spettacolo del sindaco in consiglio comunale sono, letteralmente, fogli da cinquanta che vanno via.

(red) 30 gennaio 2012

la fonte

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Cresce-indebitamento-famiglie-Cgia-In-quattro-anni-+364_312912505755.html

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Rigassificatore a Rosignano: la V.I.A. favorevole e la Concordia

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rigassificatore_edison_rosignanoE’ stato pubblicato il documento di VIA (valutazione impatto ambientale) sul Rigassificatore GNL definito “Variante Progetto Rosignano” proposto dalla Soc. Edison il 1° settembre 2005 da parte del Ministero dell’Ambiente. L’esito della valutazione è favorevole per cui si correda la progettazione oltre del NOF (nulla osta di fattibilità) già ottenuto nell’ottobre del 2006 dell’atto più importante dal punto di vista dell’autorizzazione che riguarda sia l’impianto che i suoi effetti sul territorio.

Nel documento è riportato il superamento dell’orientamento della Giunta Regionale Toscana guidata da Martini secondo il quale si osservò il dettaglio del Piano Energetico Regionale che permetteva la sola realizzazione del terminale off shore di Livorno. Sono state anche ritenute non vincolanti le numerose osservazioni a firma di vari soggetti portatori di interessi diffusi contrari a questo progetto. Nel documento non sono riportati dei fatti molto importanti che invece fanno parte della storia amministrativa di questo impianto industriale che hanno una sostanza tecnica e politica insieme. Nella primavera del 2008 alcuni giorni dopo l’entrata in carica del Governo Berlusconi con chiare linee di sviluppo delle politiche energetiche nel Comune di Rosignano venne fatta una Commissione Consiliare dove erano presenti il Sindaco Nenci e l’Ing. Marotta consulente del Comune oltre che ai consiglieri delle varie forze politiche. La discussione si spinse anche su aspetti tecnici ma emerse l’evidente cambio di rotta del Sindaco che dichiarò l’inappropriatezza del progetto là dove se ne richiedeva la collocazione e il suggerimento di pensare ad una zona costiera diversa per ridurre la percorrenza delle tubazioni criogeniche. La proposta fu nell’indicazione dell’area antistante compresa tra la vecchia discarica prossima al Fiume Fine e Punta Lillatro. L’Ing. Marotta espresse tutte le sue perplessità sul progetto.

Questi elementi non sono menzionati nel documento di VIA che riporta invece un atto del Consiglio Comunale dove veniva espresso “parere sostanzialmente favorevole” da parte della maggioranza consiliare. Certe dichiarazioni in commissione da parte del Sindaco sono da considerarsi sostanziali ai fini della valutazione che quindi oltre all’orientamento della Giunta Regionale presieduta da Martini ha avuto un altro momento di contrarietà da parte del Sindaco che in precedenza aveva dimostrato in maniera inequivocabile il proprio favore addirittura permettendo all’Edison di presentare il proprio sito web direttamente durante una seduta del Consiglio Comunale in occasione dell’ottenimento del NOF. Così la storia del rigassificatore a Rosignano continua ad essere complessa e piena di interrogativi visto che quest’impianto prevede la coesistenza di due pericolosissime sorgenti di rischio di incidente industriale quali il metano liquido e l’etilene.

Ricordiamo una osservazione che venne fatta in occasione della procedura e che riguardava nello specifico le limitate profondità marine in cui si sarebbe andati a manovrare ed attraccare sia la nave del metano che quella dell’etilene. Dopo l’esperienza della Concordia dovrebbe essere fatto anche un calcolo del rischio industriale relativo a questa particolare criticità aggiuntiva cosa che sicuramente manca nella valutazione attuale.

per Senza Soste, Jack RR

29 gennaio 2012

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L'euro fa riemergere il nazionalismo: la Germania vuole nominare un commissario all'economia in Grecia

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germania_ueOrmai è chiaro. Sullo scenario globale si sovrappongono due tipi di conflitti: uno legato alla guerra finanziaria tra stati, per assicurarsi il predominio nel nuovo contesto geopolitico dettato dall'ascesa dei Bric, l'altro dalla feroce lotta sull'estrazione di valore dal capitale finanziario tra fondi di investimento, fondi sovrani, banche, assicurazioni e miriadi di soggetti ibridi tipici di questo genere di mercato.
E' la classica guerra tra stati alla quale si sovrappone la guerra civile tra soggetti della finanza. I quali, a differenza dello schema militare classico, si mostrano più forti degli stati e in grado di attaccarli. Ma è lo schema della guerra per sovrapposizione di conflitti , per il posizionamento sulle risorse (quella tra stati) e per l'estrazione di profitto (tra soggetti finanziari) che spiega quello che sta accadendo in questi anni. Recentemente Giorgio Gattei su sinistrainrete.it e su Politica e Classe riprendeva l'ormai classico testo di Qiao Ling e Wang Xiangsui "Guerra senza limiti". Testo nel quale si parla della guerra finanziaria, una «forma di guerra non militare il cui potere distruttivo è almeno pari a quello di una guerra cruenta, ma nella quale, di fatto, non si versa alcuna goccia di sangue».
Una delle tappe di questa guerra distruttiva è il tentativo di commissariamento dell'economia greca da parte della Germania. Non più commissariamento di fatto, come accaduto per Berlusconi quest'estate, ma per legge. La Csu tedesca, fonte Financial Times Deutschland, sta lavorando per rendere questa proposta accettabile ai greci. Da episodi come questi si capisce come l'euro, e l'architettura della Ue abbiano fallito proprio sul piano costitutivo: invece di favorire la cooperazione tra stati fa riemergere il nazionalismo. Per cui se un paese debole è in difficoltà, l'altro lo fa commissariare. I posizionamenti geopolitici non ammettono il rispetto della sovranità nazionale. Mentre i grandi fondi di investimento sembrano attendere l'esito di questa vicenda.

(red) 29 gennaio 2012

la fonte

«La Grecia resterà nell'area euro». Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha ribadito la sua determinazione in un'intervista al quotidiano popolare Bild, che verrà pubblicata stamattina. Ma la Germania intende condizionare la permanenza della Grecia nell'Eurozona e il prossimo salvataggio da 130 miliardi di euro in discussione in questi giorni al "commissariamento", in senso letterale, della politica di bilancio di Atene.
Avendo fallito tutti gli obiettivi di aggiustamento dei conti pubblici fissati nel primo pacchetto di aiuti internazionali, la Grecia dovrebbe cedere gran parte della propria capacità decisionale su spesa pubblica e tasse a un commissario nominato dai ministri finanziari degli altri Paesi europei, secondo una proposta presentata dagli sherpa tedeschi venerdì al gruppo di lavoro sulle future regole dell'Eurozona. In base al piano tedesco, l'ipotesi del commissariamento si applicherebbe non solo alla Grecia, ma, in futuro, anche a tutti quei Paesi che si dimostrino incapaci di mettere in atto i programmi di bilancio annunciati e falliscano gli obiettivi concordati con l'Europa. Fonti governative hanno ieri sera attenuato solo in parte la portata della proposta, sostenendo che dovrebbe avere comunque il consenso di Atene.
Inevitabilmente, nonostante l'intenzione tedesca di lasciare il caso Grecia fuori dall'agenda del vertice europeo di domani a Bruxelles per concentrarsi sull'approvazione del "fiscal compact" (le nuove regole per la politica di bilancio fortemente volute dalla signora Merkel), le vicende del debito di Atene finiranno per occupare un posto di rilievo nella discussione.
La proposta della Germania prefigura una perdita di sovranità senza precedenti per la Grecia e gli altri Paesi eventualmente inadempienti, con un trasferimento di poteri all'Europa. Il commissario avrebbe potere di veto sulle decisioni del Governo in materia di politica fiscale se queste non fossero in linea con i target fissati nel pacchetto di salvataggio. L'aggiustamento dei conti verrebbe quindi portato sotto stretto controllo europeo. Il commissario avrebbe una supervisione su tutte le maggiori voci della spesa pubblica. La Grecia dovrebbe poi adottare una legge per assegnare le entrate fiscali in via prioritaria al servizio del debito, limitandosi alla spesa pubblica ordinaria, e, in caso di mancato esborso di una tranche di aiuti causato dall'incapacità di centrare gli obiettivi, la spesa primaria verrebbe tagliata in misura corrispondente.
L'iniziativa tedesca è dettata da due considerazioni. La prima è il totale fallimento dei Governi greci ad adottare la maggior parte delle misure promesse negli accordi con l'Unione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario. Un'incapacità che - osservano in Germania - si è confermata anche con il Governo tecnico di Lucas Papademos, l'ex vicepresidente della Bce. Un po' come l'insediamento di Mario Monti in Italia, l'arrivo di Lucas Papademos era giudicato in Germania come l'ultima chance di ottenere qualche risultato sul risanamento. Oggi, si nota l'enorme differenza nell'attuazione dei due Governi tecnici. A questo punto, la situazione in Grecia, secondo i tedeschi, può essere rettificata solo sollevando i greci di parte della sovranità. Il secondo elemento è di natura politica. Non a caso, il cancelliere ha scelto di parlare alla Bild, considerandolo il veicolo che maggiormente può influenzare l'opinione pubblica. Questa e, di riflesso, la classe politica hanno mostrato negli ultimi tempi un irrigidimento sulla questione degli aiuti ai Paesi europei in difficoltà. Anche ieri diversi esponenti della maggioranza che sostiene la signora Merkel, sia del suo stesso partito, la Cdu, sia dei liberaldemocratici della Fdp, si sono espressi contro ulteriori fondi alla Grecia e a favore del commissariamento. Il settimanale tedesco Der Spiegel sostiene che, secondo le stime della troika dei creditori internazionali, la Grecia avrà bisogno di 145 miliardi di euro, 15 in più del pacchetto in discussione finora. In un'eventuale discussione in Parlamento che si renderebbe necessaria in caso di nuovi oneri a carico dei contribuenti tedeschi, la maggioranza sarebbe a rischio. La signora Merkel ha ricordato nell'intervista i vantaggi che l'euro ha portato ai tedeschi. I suoi rappresentanti nella discussione europea sono al lavoro perché sia un euro più tedesco.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-01-29/berlino-commissario-atene-081056.shtml?uuid=Aabd5pjE

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Tav, Tir, forconi. Il governo di unità nazionale di fronte al problema dell’uso della forza

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polizia_estintoriIl procuratore capo Giancarlo Caselli ha provato a rappresentare l’operazione di polizia ai danni del movimento no-tav come una sorta di provvedimento neutro che non criminalizza la protesta. Al netto del gergo da magistrato, e della cura che storicamente Caselli adopera nell’uso di un linguaggio orecchiabile verso l’opinione pubblica di centrosinistra, ci sono dei segnali da cogliere in questo genere di operazione di marketing.
Il primo è tutto legato al contesto della lotta per la tav. E’ il consueto (stavolta vano) tentativo di spaccare, dopo una serie di provvedimenti giudiziari, un movimento e di impedire che la solidarietà nei confronti degli arrestati rafforzi la protesta contro un mostro di acciaio e cemento legittimato solo dai fatturati che può generare. E’ una premura, nell’uso del linguaggio da parte di Caselli, che è marketing giudiziario che deve andare, in ultima istanza, tutto a vantaggio delle cooperative del Pd e delle grandi ditte appaltatrici che temono l’impantanarsi del progetto. Quando si dice che la magistratura non è autonoma dalla mistica delle grandi opere e dei loro flussi di finanziamento: Caselli parla in termini diplomatici, non solo per salvaguardare l’autonomia del giuridico nella lotta politica (stavolta il Pdl non protesterà) ma per neutralizzare l’opinione pubblica, riducendo così il rischio di impresa nella tentata attivazione di 22 miliardi. Il secondo segnale, nel linguaggio di Caselli, è tutto rivolto al contesto nazionale dell’ordine pubblico. Che è tutt’altro che pacifico con rischi di pericolosa precipitazione per la tenuta del governo di unità nazionale.
Si tratta di un tipo di governo che in questo paese abbiamo già visto: il governo Andreotti ‘76-79 con il decisivo appoggio esterno del Pci e con Napolitano capo delegazione del partito guidato da Berlinguer per i rapporti con l’esecutivo. A differenza di allora, al netto quindi di Napolitano, il governo di unità nazionale ha però solo l’appoggio della propaganda dei media generalisti e il voto in parlamento. Manca cioè di quell’appoggio infrastrutturale, organizzazione dei partiti come dei sindacati e del mondo delle associazioni, in grado di fare tessuto connettivo con la società governando le frizioni più gravi con quei settori sociali strategicamente condannati dalle politiche di una grande coalizione.  In poche parole, non c’è nessuno sul campo, dove si esercitano i conflitti più acuti, a difendere il governo e a prendere le sue parti. Sul campo ci sono solo i giornalisti e le volanti. Di fronte ad un’assenza così grave di consenso diffuso, ed organizzato, nei confronti di un governo che carica a testa bassa settori interi di società non bastano quindi i sondaggi e la spettacolarizzazione degli indici di gradimento del presidente del consiglio.
Manca, come allora, un Luciano Lama che si immola sulla piazza, una Cgil che fa una svolta dell’Eur, abbandonando progressivamente la difesa del salario, per prendersi in carico la difesa del capitalismo in Italia. La Camusso che ruggisce contro gli autotrasportatori a giorni alternati è solo un eco lontanissimo ai caselli autostradali occupati, nelle pagine dei giornali e figuriamoci sui social network. L’ordine pubblico in questi casi, come Caselli sa, non può essere gestito con gli squilli di tromba ordinati dal questore prima delle cariche. Non c’è consenso verso il governo, non c’è strutturazione della società civile che gli sia favorevole, c’è una società frammentata che però può coalizzarsi contro l’esecutivo in caso di repressione spettacolare. Non a caso fino ad adesso sia in Sicilia che verso gli autotrasportatori si è proceduto con una certa cautela. Persino gli incidenti tra polizia e pescatori davanti a Montecitorio, per quanto non siano mancate le manganellate contro persone che erano a mani nude, rientrano dal punto di vista del Viminale entro la logica della gestione cautelare delle proteste.
Perché problema vero è che il combinato dei decreti Monti, e di enormi problemi sociali che si sono sedimentati nel corso degli ultimi anni, non provoca tanto la protesta delle “corporazioni” (fa veramente presto il capitalismo a rappresentare come medievale ogni categoria che gli si oppone con il lessico delle “corporazioni” e dei “privilegi”) ma la reazione di qualsiasi componente organizzata nella società o comunque semplicemente dotata di un‘opinione sul mondo. E si tratta di una reazione frutto di una sovrapposizione, come abbiamo visto in Sicilia, tra aggregati sociali e politici molto diversi. L’utopia delle “riforme” del liberismo, importata in Italia per via europea e con zelo coloniale, vorrebbe una società formata da imprese che “concorrono” e da individui che si adattano positivamente. Giusto Herbert Spencer nell’ottocento poteva pensare esistenza e funzionalità sociale di una simile empatia tra mercato, norma e società. Dietro i decreti Monti, che scompongono reddito e forme di vita, c’è un genere di reazione anche scoordinata, di settori di società anche diversi tra loro,  che se permane può portare ad una ingovernabilità di fatto. Senza strutture sociali d’appoggio convinto al governo , come durante l’unità nazionale degli anni settanta, la società può avvitarsi in una dinamica centrifuga ingovernabile nonostante i moniti di Napolitano. E con l’ingovernabilità elevata non si fanno profitti. Come sanno le aziende in crisi a causa del blocco dei trasporti.  Quindi, come sanno Caselli e la ministro Cancellieri, è il caso di frasi e comportamenti misurati per non alimentare il mostro. Perché l’eventuale ingovernabilità di un paese, una volta scatenata, non la si neutralizza con i sondaggi e neanche con uno spettacolo a settimana di una catastrofe come quello della Costa Concordia. Nel frattempo però alla ministro degli interni è arrivata una telefonata dall’Ue, riportata dalle agenzie. L’Ue, come si nota, parla direttamente al ministro degli interni e non al presidente del consiglio. Chiede  il ripristino immediato dell’ordine in materia di trasporti. Vedremo se prevarrà  la prudenza dei Caselli e delle Cancellieri o la necessità di mettersi sull’attenti in nome dell’ “Europa”.  In quel caso il neoliberismo italiano non avrebbe altre soluzioni che ripescare le politiche del vecchio liberalismo politico dei governi Rudinì e Pelloux: prima contenere, anche ferocemente, le masse poi si vedrà. Nel caso, appunto, auguri: l’Italia dell’inizio del XXI secolo non è comunque quella della fine del XIX. Ma queste sono cose che il linguaggio ufficiale della politica italiana non conosce. E’ troppo intento a disseminare concetti di “liberale” e “liberalizzazioni” come il classico inquinatore indifferente all’impatto dei propri prodotti.  Ma se il tempo volge al brutto stabile, e le condizioni ci sono, anche il mainstream politico e mediale potrebbe accorgersi che non sono più i tempi né del giovane né del vecchio Benedetto Croce. E un risveglio che prevede che il mantra delle “liberalizzazioni” sia ridotto al rango di rito inefficace potrebbe rivelarsi particolarmente traumatico, per chi crede a questo genere di magia nera.

per Senza Soste, nique la police

26 gennaio 2012

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