Senza Soste

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EDITORIALI

Manifestazione PDL di Roma: la noia vince sempre sull'odio

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sangiovanniSe c'è un elemento pacificatore, e neutralizzatore delle tensioni politiche, ottenuto dalla manifestazione del PDL a Roma è sicuramente l'effetto noia.

Sicuramente la manifestazione di oggi non crea l'effetto pacificazione nazionale desiderato dai vertici del centrosinistra, che attendono la fine delle elezioni regionali per lanciare gli appelli alle "riforme condivise", ma questo non si ottiene con i cortei. Piuttosto, l'effetto noia la pacificazione finisce per favorirla per inerzia invece che grazie ad un solido attivismo diplomatico.
Il PDL esce dalla manifestazione di Roma con un non evento, senza forza propulsiva di massa e con nessuna novità politicamente dirompente all'orizzonte.
La preparazione del non evento, questo va rimarcato, ha avuto connotati pericolosi e preoccupanti. L'intera informazione pubblica e privata delle televisioni di questo paese, mettendo in secondo piano ogni altra notizia, ha fatto da piattaforma di lancio della manifestazione. Se l'opposizione pensa di fronteggiare questo fenomeno ripetendo il mantra, nel confine informativo cui è confinata, "Berlusconi pensi ai problemi reali degli italiani" probabilmente durerà ancora a lungo lo spettacolo di un piazzista di comunicazione politica che parla a reti unificate come un padre della patria rispettando appena la forma democratica.
Perchè il berlusconismo può sopravvivere ben oltre il fondatore se non si ne disarticolano gli assetti proprietari, tecnologici, e di contenuti, che rendono possibile questo fenomeno. Cosa che il centrosinitra, persino nelle sue componenti più (si fa per dire) ardite, oggi non è neanche in grado di concepire.
Comunque attualmente il male si presenta nella sua forma regressiva. Il non evento della manifestazione di Roma è indice di questa regressione. Poche persone in piazza, riunite sotto un palco gigantesco che restringeva di molto lo spazio da riempire, sono sfilate alla spicciolata e in alcune vie solo in una direzione di marcia mentre nell'altra le auto sfilavano tranquillamente (e, come tutti sanno, questo è impossibile se in una città manifestano un milione di persone come da cifre ufficiali).
In Piazza San Giovanni la collaudata regia televisiva, con ampio uso di telecamere a volo d'uccello per esaltare l'effetto folla, ha poi assolto in pieno il compito di rappresentare per i tg una piazza spendibile nei servizi di prima serata. Il punto è che la regia televisiva non è più un evento in sé, come accadeva anni fa, la folla non è epocale e i messaggi di Berlusconi sono sempre gli stessi.
Un corteo, dove la noia l'ha fatta da padrona, che non sembra in grado di ottenere un effetto dirompente in campagna elettorale. Almeno non da solo e non come evento di punta, rappresentativo di un desiderio del premier di rompere gli argini dello stallo politico in cui si trova, stretto tra crisi economica, desiderio di dare una spallata all'ordinamento, controffensiva della magistratura e necessità concreta di vedere le carte dell'opposizione sulle "riforme". Se Berlusconi otterrà qualcosa da queste elezioni, e dall'attuale fase politica, non sarà quindi grazie alla manifestazione di Piazza San Giovanni. Che va archiviata come una produzione di un non evento, utile per gli studiosi dei fenomeni di comunicazione mediale, inutile ai fini della politica reale.
E così, in un paese che si sta sfilacciando gravemente per il sovrapporsi della crisi nazionale e di quella globale, tutto quello che sa produrre il governo è un nulla a reti unificate.


per Senza Soste, nique la police

20 marzo 2010

Ultimo aggiornamento Sabato 20 Marzo 2010 19:53

Arresti in Comune: C'è del marcio in Danimarca

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livorno_palazzo_comunaleLivorno come Parigi di fine ‘700?  No, non stiamo parlando della straordinaria somiglianza (?) di Piazza del Municipio con Place Hotel De Ville, ma dello spettacolo al quale si assisteva quando qualche nobile era portato verso il tragico destino di vedersi mozzare la testa. Allora, le urla del popolo si levavano contro quei “poveracci” (si fa per dire) ed era un bene se riuscivano ad arrivare sani e salvi davanti al boia. Così oggi a Livorno le grida del popolo vengono fuori dalle locandine dei quotidiani che annunciano l’arresto di alcuni personaggi eccellenti. Si tratta, com’è noto, di Dirigenti del comune, liberi professionisti e imprenditori, il tutto annaffiato da versamenti su conti correnti e sequestro di documenti compromettenti. Nei bar e nei ritrovi popolari la voce è: ”C’è del marcio in Danimarca”. La sensazione che invece si ha, parlando con chi conosce quei personaggi, ci lavora o ci ha lavorato insieme, è l’incredulità. Pare impossibile che dirigenti e persone del genere, stimati da colleghi e amici, oltre che dai politici che li hanno scelti come dirigenti, siano finite in questo tritacarne.

Ci vorrà del tempo per conoscere i particolari di tutta la vicenda, e per i notiziari locali ci sarà occasione per riempire ancora paginate di cronaca. Certo è che a Livorno fino a quando non si muove la magistratura sembra che tutto vada bene e guai a chi osa mettere in dubbio la regolarità del sistema. Poi arrivano i giudici e, per la gente comune, un indagato o un arrestato è una carogna di sicuro, salvo che non sia Berlusconi, perché in quel caso, secondo la maggioranza degli italiani, sono i giudici a essere carogne.

Il fatto che sconcerta di questa vicenda livornese (almeno a leggere le cronache) è che un Dirigente comunale, socio (quindi comproprietario) di una ditta possa assegnare a quella stessa ditta lavori per centinaia di migliaia di euro. Legittimo, non legittimo, di sicuro inopportuno per un dirigente pubblico. Forse sarebbe stato meglio passare attraverso una procedura pubblica come una gara d’appalto.

Ma meccanismi di controllo interno non ce ne sono praticamente più perché sia  nel campo dell'affidamento dei lavori sia nel campo dell'assunzione di personale hanno smantellato praticamente tutte le regole, con il pretesto di aziendalizzare.
Non vorrete mica che dei top manager come quelli che mettono a gestire le aziende perdano tempo con lacci e lacciuoli... E allora il più delle volte oggi le procedure sono lente lo stesso ma i lavori li danno a chi vogliono, così come assumono gli amici degli amici. Ci sarebbero i revisori, ma anche loro il più delle volte “tengono famiglia”: ricordiamo qualche anno fa quando nella delibera regionale di nomina dei revisori delle ASL venne candidamente indicato il partito di appartenenza, come se fossero stati dei consiglieri comunali... e anche questo gli sembrava normale...
La sensazione che si ha è che in un sistema profondamente imbevuto di clientelismo come il nostro si sia perso perfino il senso di quello che è regolare e quello che è irregolare, tanto che l’irregolare diventa addirittura prassi comune e tante “brave persone” lo fanno disinvoltamente. Così come altre brave persone ti passano avanti nei concorsi truccati e gli sembra normale, perché ormai trovare le maniglie fa parte della "preparazione", e se arrivi dopo di loro è come se tu avessi studiato di meno.

E il problema oggi è proprio questo, che sembra tutto perfettamente normale.

Per senza Soste, Al Vino Tempola e Ciro Bilardi

19 marzo 2010

I bambini fuori dall'asilo

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soldiLa situazione economica, ma soprattutto politica del bel paese non risparmia più nessuno; neanche i bambini. Infatti mantenere un bambino all’asilo è divenuta un’impresa. Ennesima impresa che le famiglie devono accollarsi oltre a quelle ormai croniche e note come poter far fronte agli affitti, ai mutui, al pagamento dei servizi sanitari.

Da qui una semplice riflessione; non esiste più una pianificazione della vita sociale. Difronte all’emergenza lavoro, dove per vivere servono ben due stipendi, diventa però difficile se non addirittura impossibile per le famiglie con figli piccoli poter lavorare entrambi i genitori. Proprio perché non sempre “i nonni” possono essere in grado di badare ai nipoti per giornate intere. Perché spesso anche i nonni avrebbero bisogno di un assistenza che ironia della sorte ormai viene sempre meno. Insomma, uno scenario davvero inquietante se si considera che né i saggi né le nuove generazioni possono mantenersi e portare avanti la loro vita e la vita della comunità. Nel mezzo una generazione di uomini e donne, sempre più ricattate, precari, ultimi e destinati ad un futuro “non futuro”.

Andando a prendere alcuni dati estrapolati da “Cittadinanza Attiva” ecco quanto emerge:

I costi per mantenere un bambino all’asilo partono da 290 euro al mese e nell’arco di un anno scolastico gravano sui bilanci delle famiglie per circa €3.000.

Da regione a regione ci sono differenze sui prezzi, ma non cambiano il volto della situazione.

A Lecco la spesa per la retta mensile, di € 572,00, a Roma è di € 146,00, a Milano è di € 232,00.

A Savona € 279,00 a Perugia € 271,00

L'analisi, svolta dall'Osservatorio prezzi & tariffe di Cittadinanz attiva ha considerato una famiglia tipo di tre persone (genitori e figlio 0-3 anni) con reddito lordo annuo di € 44.200 e relativo Isee di 19.000€.

I dati sulle rette sono elaborati a partire da fonti ufficiali rilevati dagli anni scolastici 2006/07 e 2007/08 delle Amministrazioni comunali interessate all'indagine (tutti i capoluoghi di provincia). Oggetto della ricerca sono state le rette applicate al servizio di asilo nido comunale per la frequenza a tempo pieno (in media, 9 ore al giorno) e, dove non presente, a tempo ridotto (in media, 6 ore al giorno), per cinque giorni a settimana.

I risultati di questa analisi sono facilmente comprensibili e pertanto fotografano l’inquietante situazione a cui le famiglie italiane devono far fronte per mantenere i bambini all’asilo:

incremento medio delle tariffe, +1,8% rispetto al 2006/07,  26 città che hanno ritoccato all'insù le rette di frequenza.

Si nota che in media il 23% dei richiedenti rimane in lista d'attesa

Giustino Trincia, vicesegretario di Cittadinanzattiva commenta così i dati dell’analisi:

"L'indagine evidenzia l'ennesimo ritardo accumulato dal nostro Paese e l'abisso che ci separa dall'Europa: a più di trent'anni dalla legge 1044/1971 che istituì gli asili nido comunali, quelli esistenti sono poco più di 3.100, a fronte dei 3.800 asili pubblici previsti già per il 1976. Inoltre, siamo ben lontani dalla copertura del servizio del 33% come auspicato a livello comunitario entro il 2010. I dati confermano come il nostro Paese continui a soffrire della mancanza di una politica basata sulla promozione di servizi sociali, con la conseguenza che il Sud continuerà a perdere colpi, il Centro-Nord a rincorrere condizioni più adeguate alle proprie esigenze, mentre migliaia di giovani famiglie saranno costrette ad arrangiarsi da sole. Una classe dirigente all'altezza del Paese la si può verificare dalle scelte politiche che vengono fatte proprio su temi come questi".

Forse servirebbe un’attenzione maggiore a queste situazioni, perché questi bambini che ora sono fuori del loro asilo, significa che conoscono subito il significato della parola “esclusione”, arma che oggi è sventolata come soluzione e non riconosciuta come cancro dell’economia e dell’umanità.

Domani saranno uomini e donne con a loro volta bambini fuori di casa.

Per Senza Soste, Giuliano Turchi

18 marzo 2010

Camerata Zarate, presente! Insieme alla Polverini...

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zarate_saluto_romanoQuesta foto, scattata domenica all'Olimpico in occasione di Lazio-Bari, dimostra tutta la cultura politica di una curva e di Mauro Zarate, attaccante della squadra biancoazzurra. Per Zarate non c'è nemmeno la scusante delle umili origini e magari di una bassa cultura. Il numero dieci della Lazio proviene infatti da una famiglia piuttosto ricca e, probabilmente, magari piena di nostalgie verso la dittatura di Videla (quella che i dissidenti li gettava in mare dall'elicottero). Illuminante il confronto tra le reazioni a questo gesto (nessuna) e quelle che sono seguite nei confronti di Balotelli quando ha manifestato insofferenza per i cori razzisti a Verona. Balotelli è stato colpevolizzato ed accusato di non saper fare il calciatore mentre, per Zarate, fare il saluto romano e contribuire a propagandare il fascismo in un luogo pubblico fa parte della più tranquilla normalità. Siccome un calciatore può essere squalificato anche per i gesti allo stadio, e non solo se sta giocando, il paragone con Paolo Di Canio è illuminante.
Cinque anni fa Di Canio, per un saluto romano dopo Livorno-Lazio, fu squalificato per una giornata. E al governo c'era il centrodestra. Oggi è tutto nella norma anzi, i media ritengono che non sia neanche opportuno sollevare l'attenzione su questo gesto. Questa naturalizzazione del fascismo dovrebbe far capire qualcosa al centrosinistra. Non è che omettendo di denunciare questi gesti pubblici che il fenomeno si sgonfia. Anzi, l'apologia del fascismo e dello squadrismo finisce per essere considerata naturale come se si trattasse di una conversazione durante una passeggiata. Del resto uno striscione enorme "Roma è fascista", in occasione di un Roma-Livorno, non trovò neanche un filo di critica presso l'allora sindaco della capitale Veltroni (che nello stesso anno intitolò una via al fascista Paolo Di Nella). Il centrosinistra, a furia di cercare di assorbire fenomeni, sta quindi giocando con un fuoco che rischia di bruciarlo (e noi con lui).
E che dire di quel genialoide di consigliere comunale del centrosinistra che a Livorno voleva ripristinare "la sovranità democratica in curva" contro la cultura di sinistra della nord ?
Lo vogliamo vedere subito al campo di allenamento della Lazio a chiedere il ripristino della sovranità democratica.
Il difensore della democrazia si vede nei momenti difficili.

P.s: Inutile rammentare che insieme a Zarate era presente in balaustra anche la candidata del PdL alla Regione Lazio Renata Polverini. Una scena pietosa che racconta senza ulteriori commenti la ridicolezza sia della candidata che della curva-business della Lazio

(red) 16 marzo 2010

Blocchi in TDT: scontri di potere sulle banchine

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portowebIncredibile, ma vero. Una volta quando ad essere licenziato era il direttore, sulle labbra degli operai spuntava un sorriso. Sarà perché il direttore è sempre stato, uomo o donna che fosse, la lunga mano del padrone, sarà perché non si vede spesso un direttore mandato a casa, semmai è più facile che il direttore resti e vadano a casa centinaia di operai come accade sempre più spesso a Livorno.

Ma al Terminal Darsena Toscana il direttore, come dice Italo Piccini, è figlia della compagnia portuale e, insomma quel direttore non si deve toccare. Lo dicono forte i proprietari al 50% del terminal (i portuali), ma gli altri proprietari (Contship) non ci sentono. Per loro quel dirigente ha sbagliato e deve andare a casa. Ecco che allora piovono uova, si grida più forte, si invitano i giornalisti (chi sa se avevano l'autorizzazione dell'Autorità Portuale ad entrare) ad assistere al reinsediamento del direttore defenestrato, insomma si monta il caso. Si monta al punto che piovono denunce per l'effrazione di una porta chiusa a chiave (almeno così dicono le cronache dettagliate di quei momenti di rabbia). Le ultime notizie dalle banchine parlano di un terminal bloccato, non si lavora a bordo di una nave Zim e questo comporterà nuove tensioni anche perchè il mancato lavoro crea danni per l'armatore che non apprezzerà i ritardi onerosi. Alcuni portuali (sempre leggendo le cronache dettagliate riportate dai giornali) hanno dichiarato che loro c'erano e che Contship è arrivata dopo concludendo con un “rischiamo di passare da padroni a garzoni”. Tutto quello che viene detto è vero, è vero che i portuali erano già in Darsena Toscana quando il terminal era governato da loro e dalle tre grandi famiglie (Neri, Dalesio, Fremura) ma è anche vero che a quei tempi il terminal non faceva investimenti e ogni anno rimetteva miliardi di lire. Oggi, arrivata Contship, il terminal ha fatto investimenti, cresciuto in termini di occupazione e traffici e, non ultimo, chiude i bilanci con buoni guadagni. Merito di tutti, dei lavoratori, dei funzionari, del direttore che è stato licenziato, ma sopratutto di chi ha preso in mano la gestione del terminal, cioè Contship. Ai portuali non va giù che le decisioni siano prese senza la necessaria consultazione tra soci e sopratutto non va giù che a fare le spese di un clima non certo idilliaco sia uno di loro, un socio della compagnia che ha sempre ricoperto incarichi di prestigio e di fiducia. Ma al tempo stesso i portuali, sentendosi padroni (anche se al 50%) ritengono di poter chiedere al direttore di riferimento di andare in Via San Giovanni per conferire senza, per altro, informare della cosa l'amministratore delegato che fa capo all'altro 50% di padroni. Una vicenda,  che a guardarla in controluce, sa tanto e soltanto di guerra di potere (anche se la cosa viene da lontano e non riguarda solo l'ultimo episodio). Ma se poi guardiamo un po' più avanti si scopre che tra qualche mese ci saranno le elezioni in seno alla compagnia portuale e tutti, a cominciare dal numero uno, Raugei, per arrivare a Boccone (presidente TDT minacciato dalla base perchè reo di non possedere gli “attributi”) a Mannocci e Dalli (consiglieri in TDT) rischiano di dover tornare a lavorare perchè il bilancio della Compagnia, luci ed ombre, non è dei più lusinghieri.

Ma la cosa che più meraviglia è che in tutto questo caos l'Autorità Portuale non abbia sentito il bisogno di richiamare la società per capire e sopratutto far capire a quei signori che in porto non ci sono padroni, ma solo concessionari di un bene pubblico, cioè di tutti, e che se qualcosa non funziona tra i soci è comunque fondamentale che, questa battaglia di potere, non crei danni al porto. Ma forse Roberto Piccini è distratto dalle interpellanze parlamentari della destra sull'uso o il mancato uso di pontoni, (a proposito ma è vero che è stato confermato l'affitto del pontone per un altro anno?) al punto di non sapere niente di quanto sta accadendo in TDT?

Per Senza Soste, Gino il Barcaiolo

16 marzo 2010

Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Marzo 2010 09:03

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