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EDITORIALI

Dopo Berlusconi ecco il nome del nuovo presidente del consiglio

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rehn_tremontiLa precipitazione, grave quanto annunciata, della crisi italiana impone di anticipare il nome del presidente del consiglio. Il successore di Silvio Berlusconi. Che sta prendendo confidenza con questa carica da settimane, se non da mesi, e ha anche fatto qualche errore, e qualche furberia, in un comportamento da tipico neofita.
Perché di neofita si tratta almeno per la politica della nostre latitudini. Coerentemente con il commissariamento dell’Italia, avvenuto quest’estate e notificato con la lettera Draghi-Trichet, il nuovo presidente del consiglio è finlandese e si chiama Olli Rehn. Lasciamo allo spettrale Napolitano il rito delle consultazioni per il nuovo governo, della nomina del presidente del consiglio. Soprattutto lasciamo alla stampa e ai media tutta l’inutile discussione su quale schieramento guadagna da un comportamento piuttosto che da un altro. La politica, ovvero finanza come fisco ed ecomomia, di questo paese è, dopo il crollo di Berlusconi, in mano a questo signore finlandese. Che sarà meglio imparare a conoscere, non solo come commissario agli affari economici dell’Ue, anche perché si tratta del presidente del consiglio di fatto di due paesi: Grecia ed Italia. Per quanto riguarda questo paese, basta leggere il lancio Ansa che pubblichiamo qui sotto per capire chi comanda in Italia. Già blandito da chi conosce il linguaggio del potere, Casini parla infatti di “autorità europee” non di partner, temuto dal centrosinistra come la voce della storia, Rehn governa, senza essere eletto, un paese senza neanche metterci piede. La road map del bagno di sangue imposto all’Italia, come appunto da lancio Ansa, prevede la presenza degli ispettori non del vero presidente del consiglio in persona.

Non si tratta però di felicitarsi. L’Italia non ha trovato un padrone e quindi, nel controllo, acquisito la sicurezza della vita assicurata al dominato. Sarebbe roba da filosofie dell’800. Quello che la stampa italiana non osa dire è infatti l’altro motivo per cui c’è una fuga dai titoli italiani. Quello interno ormai lo conoscono tutti: l’Italia non sarebbe compatibile con la gabbia d’acciaio, fatta di moneta e di bilancio pubblico, prevista per avere un euro forte e a bassa inflazione (come se la bassa inflazione sviluppasse le società e non fosse una convenzione monetaria regolabile. Ma vallo a dire a Napolitano..). Ma il motivo esterno all’Italia, conosciuto su tutte le piazze finanziarie, è che l’Europa in sé non esiste. Non ha una politica unitaria nemmeno di stampo ultraliberista. Per questi due motivi la speculazione attacca l’Italia, che vede debole all’interno e all’esterno, e gli investimenti fuggono dal nostro paese. Perché se il ceto politico italiano è ritardato di default, i severi commissari dell’Ue non hanno un percorso di uscita dalla crisi che sia uno. Fmi e Germania, e anche qui la stampa italiana minimizza e mette nelle pagine interne, hanno già ammesso pubblicamente che minimo ci vorranno dieci anni per uscire da questa situazione.

Olli Rehn governa quindi sull’Italia e sulla Grecia tenendo un timone senza avere una rotta nel breve e nel medio periodo. Ne lungo periodo chissà. Sui media appare meno ridicolo di Berlusconi solo per quella necessità antropologica, di affidarsi a una autorità nei momenti di crisi, che tutte le società hanno. Figuriamoci quelle mediali, che funzionano in tempo reale.
Intanto Napolitano sta scandagliando i recessi di una complessa crisi politica italiana per costruire quella convenzione simbolica detta “governo italiano”. Che serve al signor Rehn per governare in quanto autorità di controllo formale della Repubblica italiana. Entrambi, la repubblica italiana e il signor Rehn, non hanno una rotta certa e potrebbero davvero incontrare l’iceberg. Stavolta sotto forma di un doomsday finanziario dalle proporzioni epocali. Degna fine per l’Italia dei Cadorna, dei Mussolini, degli Andreotti, dei Berlusconi. Il problema è che in mezzo a questo ciclone, che non sarà breve, ci siamo noi umani. Auguri a tutti con la speranza che il signor Rehn in Italia si trovi male come è accaduto all’ultimo governatore straniero, Kesserling.

(red) 9 novembre 2011

la fonte

(ANSA) - BRUXELLES, 9 NOV - L'Europa cerca di riportare ordine nel caos Italia: gli ispettori Ue-Bce, a sorpresa, anticipano la partenza per Roma per mettere all'angolo da domani le autorita' italiane, e Bruxelles da' tempo al governo fino a venerdi' per rispondere al questionario dettagliatissimo sulle misure, che chiede anche ''sforzi aggiuntivi'' considerando ormai irraggiungibile il pareggio di bilancio nel 2013. E le risposte dovranno arrivare, anche se il governo dovesse cambiare, perche' quello che ora importa alla Ue e' che l'Italia ''esca dall'impasse politica'' e ridia fiducia ai mercati.

''Le risposte sulle misure da attuare in Italia ci devono arrivare il prima possibile, con questo governo o con un altro'', dice il commissario agli Affari economici Olli Rehn al termine dell'Ecofin, dove il ministro Giulio Tremonti era un assente giustificato, visto che i suoi colleghi seguivano attentamente gli sviluppi della situazione politica a Roma.

Auspicando, come Rehn, che l'impasse politica sia superata in fretta e l'Italia la smetta di essere ''un bersaglio mobile'', dove gli sviluppi sono imprevedibili.

Perche' il ''fattore tempo'', spiega il commissario, e' indispensabile per un Paese che e' sotto la forte pressione dei mercati, dove ''gli spread preoccupano molto'' e occorre ristabilire la fiducia per non mettere a rischio ulteriormente le prospettive di crescita, gia' comunque minate secondo Bruxelles: ''Per raggiungere gli obiettivi fissati dall'Italia in materia di finanza pubblica per il 2012 e il 2013 ''saranno necessarie misure aggiuntive'', si legge nel 'questionario' inviato da Bruxelles a Roma venerdi' scorso.

Composto da 39 domande dettagliatissime, dalla riforma del lavoro a quella della giustizia, da quella della scuola all'utilizzo dei fondi strutturali, Bruxelles vuole sapere tutto degli impegni presentati da Berlusconi il 26 ottobre, e vuole averne esatto conto per venerdi'. Interrogativi talmente precisi che difficilmente troveranno risposta in un momento delicato come questo. Bruxelles, consapevole della difficolta', ha quindi gia' pronte le mosse successive per non lasciare all'Italia alcun margine per divagare.

La missione Ue-Bce ''sara' solo il primo passo'' della sorveglianza sull'Italia, ha avvertito Rehn, non lasciando piu' spazio di contrattazione al governo di Roma. Le tappe successive del controllo europeo prevedono ''un monitoraggio regolare'' per seguire le riforme passo dopo passo. Una ''vera anomalia'', secondo fonti comunitarie, perche' all'Italia, che non e' sotto programma di assistenza, viene pero' riservato lo stesso trattamento di Grecia, Irlanda e Portogallo, ovvero una sorveglianza strettissima. Ma per Rehn non c'e' nessuna anomalia, solo una novita': ''L'Europa sta testando sull'Italia i poteri della nuova governance economica rafforzata'', che costringe i Paesi a fare fino in fondo la loro parte sul risanamento dei conti.

La missione Ue-Bce, a cui sara' affiancata quella del Fondo monetario internazionale tra breve, come ha oggi confermato il direttore del Fmi Christine Lagarde, non parte con le condizioni migliori: dovranno visitare tutte le amministrazioni e diversi ministeri, con il rischio di non trovare interlocutori in grado di rassicurare sul futuro di misure che devono ancora passare al vaglio della politica.

Ma l'Europa non concede proroghe: gli ispettori di Bruxelles e Francoforte, impegnati in una missione senza scadenza, dovranno stendere un rapporto che Rehn presentera' all'Eurogruppo entro il 29 novembre. (ANSA)

http://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2011/11/09/visualizza_new.html_641974446.html

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Il muro del tempo. Cosa non scomparirà con la fine del governo Berlusconi

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PIL_italy_long_term_GDPChiedersi cosa non sparirà dopo la fine del governo Berlusconi non è così difficile. Basta guardare un’occhiata a questo elementare grafico, costruito su fonti Istat e del fondo monetario internazionale. Riguarda le variazioni del Pil italiano dal 1980 ad oggi. Bene, il Pil italiano dal 1980 è andato progressivamente declinando. Nonostante siano state rimosse, nel corso degli anni, quelle che erano state ufficialmente indicate come le cause del suo declino.  Scala mobile, costo del lavoro “alto”, stato sociale, primato dei contratti a tempo indeterminato. Se si ha la pazienza di osservare un attimo il grafico si può anche notare che dal 1994, nell’alternanza di governi di centrosinistra e centrodestra, il Pil non smette di declinare. Anzi, da quell’anno in poi non toccherà più il tre per cento di crescita annua. Eppure in quel periodo si erano realizzate tre delle condizioni che il mainstrem, mediatico e istituzionale, riteneva fondamentali per “la crescita”. L’entrata dell’Italia nell’area di Maastricht, salari bassi al di sotto dell’inflazione e un sistema politico dell’alternanza. Quando sia stata, anche dal punto di vista capitalistico, efficace questa cura per questo paese lo si capisce dalle semplici, impietose linee al ribasso di questo grafico.

In trent’anni l’Italia ha quindi intrapreso una sorta di strada spontanea alla decrescita. Possiamo dire che, nel lungo periodo, è uscita dal fordismo semplicemente dismettendolo.
Il Financial Times Deutschland in questi giorni ha affermato esplicitamente che l’Italia sta seguendo un destino simile a quello greco. In un sistema di proporzioni economiche, e una complessità sociale, maggiori. Ovvero una strada di tagli, privatizzazioni e riduzioni di spesa che porta verso un’ulteriore depressione del Pil. Sentiero già annunciato per la Grecia nel 2010, e dagli analisti del Financial Times inglese, e previsto a questo punto anche per l’Italia. La fine del governo Berlusconi, a parte qualche rally di borsa favorevole nell’immediato, non solo non rimuoverà nessuna delle cause strutturali del declino italiano ma rischia quindi seriamente di portare verso una strada di “riforme” che porterà dritta verso la ripetizione della situazione greca. Ma sarebbe un’errore, ripetuto da molti di questi tempi, pensare il problema solo in termini nazionali. Un doomsday dei conti pubblici, del debito sovrano italiano sarebbe, come si sa ai quattro angoli del globo, una potente esplosione nucleare nel sistema finanziario mondiale. Per cui Bce e Fmi sembrerebbero voler intraprendere una strada. Separare la questione dei conti pubblici italiani da quella della crescita del Pil del paese. La prima sarebbe questione internazionale, e di tenuta del sistema finanziario globale, la seconda problema nostro, compresi gli straordinari effetti collaterali sul piano sociale. Ma qui va considerato che, al momento, neanche sulla questione del “salvataggio” dei conti pubblici italiani c’è accordo tra Bce e Fmi. Al G20 di Cannes mentre i media italiani si preoccupavano della perdita di prestigio dell’Italia, dovuta alla presenza di Berlusconi al vertice, si è svolto uno scontro molto serio. Pochissimo rappresentato dai media italiani: non si può preparare un paese all’ennesima tornata di sacrifici spiegando che non c’è un percorso reale verso il quale vanno indirizzatti. Infatti la proposta del Fmi di creare un fondo di stabilità specie su Italia e Grecia, è stata bocciata dalla Bundesbank (per i tedeschi esiste ancora la banca nazionale, eccome) che non ha voluto cedere oro e titoli come garanzia per l’operazione. Allo stesso tempo il fondo di stabilità europeo, quello voluto dagli stati membri della zona euro, non è stato finanziato dai partner del G20. In poche parole, anche in una logica ultraliberista la soluzione per il rischio default italiano al momento non c’è.

Se la situazione dovesse precipitare, e i segni ci sono, non c’è a disposizione un vero fondo Fmi né il fondo di stabilità europeo. Infatti, fonte Der Spiegel, le autorità europee stanno cercando velocemente di mettere in piedi un piano di emergenza in grado di finanziare questo fondo in caso di precipitazione della vicenda italiana. Ma, e la distinzione non è solo lessicale, i tedeschi parlano di “piano C” per finanziare, “alla greca”, la crisi italiana mentre i francesi di “piano B”. Le Monde infatti, riprendendo una serie di dibattiti francesi, parla infatti della necessità di socializzare, non alla greca quindi, i debiti di tutta l’eurozona, abbassare il valore dell’euro per favorire le esportazioni, reintrodurre le monete nazionali a uso interno per favorire i consumi.  Si tratta di percorsi diversi, quello francese e quello tedesco, che esprimono interessi diversi. I tedeschi continuano infatti a voler giocare in autonomia entro la zona euro, i francesi possono giocare in autonomia solo riducendo il peso politico dei tedeschi. Nonostante la retorica di Napolitano sui “necessari sacrifici per l’Europa” è quindi proprio l’oggetto in nome del quale bisognerebbe fare i sacrifici, l’Europa, che sembra al momento non esistere.
Chi ha seguito poi la lunga, straziante e tortuosa vicenda dei fondi europei per la Grecia sa comunque che se una strada verrà intrapresa o non sarà percorsa tanto velocemente o si rivelerà dannatamente costosa per un paese. Le questioni, pietosamente nascoste dalla stampa italiana (più eccitata dagli scandali che interessata all’informazione politica), delle condizioni della Finlandia o  del veto della Slovacchia sugli aiuti alla Grecia potrebbero ripetersi in scala più drammatica e dolorosa per il nostro paese.

L’Italia è quindi stretta, impossibilitata a muoversi perché bloccata da pareti fatte di muro del tempo. Una parte è un muro di lungo periodo, costruito con il lento incedere del declino del Pil nazionale. L’altra parte è stata costruita velocemente, nel tempo istantaneo della proliferazione dei tassi di interesse, nei movimenti della speculazione internazionale e dei giochi globali di borsa. Questo muro non sparirà con la fine del governo Berlusconi che avviene comunque troppo tardi. E le forze politiche nazionali, non in grado di intervenire a breve sul declino del Pil (oltretutto in uno scenario di recessione globale), si sdraieranno il più possibile alla parete del muro dei tassi di interesse, del “risanamento” dei conti pubblici. In questo modo la ripetizione della tragedia greca dovrebbe essere garantita. Ammesso che la terribile crisi partita con i subprime nel 2008 non partorisca altri mostri.

Comunque la cantilena di un disastro politico, economico, sociale, della forma stessa della civiltà di un paese tutto da compiersi in nome del “senso di responsabilità” è destinata, nel tempo, a ripetersi ossessivamente. Questo archetipo di una cultura morta come quella borghese, quello del senso di responsabilità, è quindi destinato a fare danni anche come spettro di un mondo che non esiste più.  Come diceva Marx, e pare che la formula venisse dal diritto ereditario francese, è il classico caso in cui il morto afferra il vivo. L’eredità sedimentata nel lungo periodo dal declino del Pil e nel breve, dal precipitare della crisi del debito, è il morto che reclama il proprio diritto sui viventi che siamo noi.

E questo paese rischia di essere risucchiato da due tipi di morti: gli interessi sul debito, tutto lavoro morto improduttivo che reclama pesantamente la propria presenza, e la vecchia cara propaganda piccolo borghese sul senso di responsabilità nell’accettare le ragioni del debito. Del resto è l’Italia minimale, minore, straprovinciale che ha il potere da trent’anni. E si vede.

per Senza Soste, nique la police

8 novembre 2011

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Novembre 2011 20:26

Il rischio alluvionale a Livorno. Il punto della situazione

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livorno_allagataI disastri ambientali abbattutisi in Italia in questi giorni meritano una riflessione estranea al pietismo degli inutili quanto complici media, così come alla semplice e sterile indignazione. Ma soprattutto devono dare l’occasione di interrogarci sulle condizioni idrologiche del nostro Comune.

Sarebbe possibile a Livorno una catastrofe quale quella che ha coinvolto la Lunigiana e le Cinque Terre prima, Genova e il piemontese poi?

Parliamo intanto della connotazione orografica e del clima labronico. I livornesi ben sanno che la collocazione che ha la loro città è tra le migliori d’Italia. Mai troppo caldo o troppo freddo, aria (inquinata ma) spazzata dal salmastro, siamo un comune a basso rischio terremoto, frane e alluvioni. In effetti Livorno non è in collina, le ha giusto alle spalle ma le loro pendenze sono lievi e tengono botta. Infine non è sulle sponde di qualche grande fiume. Potrebbe quindi far fronte ai 400-500 millimetri d’acqua caduti in sei ore, senza subire danni? No.

Sgombriamo il campo da falsi miti: piogge con intensità pari a 100 mm/h sono difficilmente gestibili da qualsiasi tipo di sistema fognario o corpo idrico (laddove la fognatura bianca confluisce i pluviali). Anche se gli alvei dei fiumi fossero puliti e non ridotti al lumicino da lottizzazioni selvagge, qualora le precipitazioni continuassero per ore come accaduto nell’episodio del 25 Ottobre, renderebbero impossibile un deflusso senza allagamenti. Stiamo infatti vivendo straordinarietà climatiche. Per chi non se ne fosse accorto o fosse ancora scettico, già da cinque-sei anni il riscaldamento globale è realtà. La Terra si è trasformata in una pentola d’acqua con sotto il fuoco acceso sempre più alto. E la catena degli sconvolgimenti climatici conseguenti è in atto: oltre a estati infinite e torride si osservano precipitazioni sempre più intense (perché ricordatevelo l’acqua non può andarsene dall’atmosfera). Per cui, c’è da metterselo bene in testa, la condizione in cui viviamo adesso è quella di emergenza. Di anomalia rispetto gli standard su cui la nostra società ha accampato buona parte del suo sviluppo e della sua progettazione civile. Questo sottolinea quanto sia imprescindibile e obbligatorio che oggi le opere di ingegneria civile e ambientale siano concepite in maniera da far fronte a queste emergenze così come la manutenzione di pendii, fiumi e vecchie infrastrutture. Perché limitare i danni si può e si deve.

E qui arriva il ruolo dei politici, degli economisti e dei media che spingono ogni giorno al diktat dello sviluppo per poi stringersi nelle spalle quando accade qualcosa di brutto. Nell’Italietta della crisi, dello scempio ambientale e dell’abbandono dell’alta valle o dei terrazzamenti (quelli che sono venuti giù a Vernazza e Monterosso) è già scritto lo scarto rispetto le necessarie risposte di adattamento al global warming.

E allora torniamo a Livorno.

Livorno, come è stato detto, non ha particolari problemi con la pioggia ma nello scorso 6 febbraio 2009 è finita sott’acqua. Si trattava di una di queste bombe d’acqua dei giorni nostri? Beh, alla luce di quanto avviene oggi, potremmo dire una “bombetta”. L’alta intensità durò solamente per mezz’ora e nel totale piovvero 125 mm. Poco rispetto quanto avuto in Lunigiana. Il risultato comunque fu mezza città allagata, in particolar modo le zone di confluenza della pioggia, e nella parte Nord si assistette all’esondazione di un torrentello che a mia memoria non aveva mai dato problemi, l’Ugione.

Tutto questo per 125 mm di acqua. Non sono tanti. Se gli scienziati calcolassero, attraverso complessi calcoli matematici, “il tempo di ritorno” di un evento del genere con le frequenze condizionate dal global warming otterrebbero un periodo inferiore ai dieci anni. Tradotto in altri termini: tra meno di dieci anni si ripeterà una pioggia del genere.

Ed allora uno si deve chiedere se quelli che amministrano il nostro territorio hanno nel frattempo fatto qualcosa per evitarci un bis in termini di allagamenti.

Vediamo in merito all’Ugione. Nei giorni seguenti l’alluvione livornese si venne a conoscenza che c’era in corso la progettazione di una nuova cassa di espansione sull’Ugione. Per quanto ne sia già presente una (o due) il Comune di Livorno nel 2008 approvò la variante al Regolamento Urbanistico per la realizzazione di questa opera ulteriore (http://www.comune.livorno.it/pages.php?id=500&lang=it) .

Sul Tirreno di quei giorni si trova un articolo che dice che “la cassa di espansione esistente non ha funzionato o meglio ha funzionato solo in parte” “l’argine di sinistra è franato e l’acqua è entrata solo parzialmente nella cassa”. Prosegue dicendo: “Per mettere in sicurezza la zona commerciale e industriale, la Provincia realizzerà - più a valle, sulla sponda sinistra del torrente nel comune di Livorno - un’altra cassa di espansione da 13.600 metri cubi.”

Si capisce quindi che la Provincia di Livorno nella persona dell’ignavo Kutufà è responsabile di quest’opera. Di fatto alle Provincie vanno le competenze in termini di Assetto del Territorio. Si può quindi immaginare quale sia stata la sorte dell’opera in mano al presidente noto per il suo non vedo-non so-non posso (vedi vicenda della Discarica di Limoncino, dei tagli al trasporto pubblico, dei tagli ai precari compiuti senza cercare troppe alternative) e del corrispettivo Dirigente di settore (tale Bartoletti): dal 2009 sulla stampa la cassa d’espansione viene menzionata solo annunciare l’aggiudicazione dei lavori, poi i soldi vengono a mancare, Kutufà scrive al Governo (e scrivi, scrivi…) e tutto finisce lì. Del resto se non ci sono i soldi… Mai però mancano a sufficienza per far arrivare certa gente a dimettersi.

Passiamo ad altro. Sotto accusa il giorno dell’alluvione finì anche ASA ed il sistema fognario colabrodo. ASA sappiamo benissimo quale inefficiente gestore sia stato nel corso degli anni. Conseguenza di ciò sono tubature fognarie (e così quelle del gas) rovinate e inadatte in certi punti.

A distanza di un anno dall’evento del 2009 ASA ha finalmente cantierizzato molte strade, in particolar modo nel centro, per la sostituire le condotte vecchie con delle nuove, più grandi (e non ostruite come erano le prime). Nell’auspicio che questi interventi siano stati progettati secondo le esigenze e che siano ampliati a tutta la città, in questo ambito registriamo meno immobilismo (beh visto che li paghiamo…), anche se c’è da aspettare il prossimo forte temporale per dare dei giudizi.

Ed infine restano le nuove lottizzazioni. Il Comune ha forse messo freno alla cementificazione dopo il 2009? No, in questi due anni si è deciso di lastricare migliaia di metri quadri con il progetto del Nuovo Centro, così come è stato fatto prima con Salviano 2 e Coteto 2. Tutta quell’acqua che non permeerà nel terreno finirà in quelli che noi chiamiamo fossetti ma che in realtà rappresentano le sole vie di defluizione dell’acqua piovana sul nostro suolo: il rio maggiore, il botro felciaio, il rio ardenza. Tutti corsi già in parte tombati con limitate capacità di gonfiare le loro portate.

Verrà preso in considerazione questo fattore ai fini del prossimo Piano Strutturale? A che punto siamo nelle capacità di sopportazione dei nostri invasi? Qualcuno lo sa?

Siamo in un contesto storico dove le amministrazioni volenti o nolenti sono diventate più “vuote”, attendere che siano esse a far qualcosa per noi è inutile. Se mai c’è stato un tempo dove potevamo permettercelo, adesso, per il bene del nostro futuro, è cosa quanto mai di più sbagliata non intervenire nella cosa pubblica.

Il clima e gli ecodisastri sono due cose che ci riguardano, nel senso che dipendono dall’azione dell’uomo. Quanto la criminalità o il successo di una trasmissione televisiva. Anche se la capacità di incidere su questi fattori parte da lontano, serve partecipare direttamente, con azioni positive nei loro riguardi (tipo consumare meno, riprendersi la campagna), così come indirettamente controllando in maniera decisa le istituzioni nel loro operato (vedi la vicenda Limoncino).

Dalle associazioni ai media, dai partiti politici fino agli ordini professionali, tutti questi soggetti livornesi dovrebbero essere i primi a porsi le problematiche indicate sopra senza trovarsi a condannare a freddo la cementificazione, dopo il prossimo diluvio. Trovare l’interesse e gli strumenti per lavorare in prospettiva e a priori sui punti di crisi, questa è la via d’uscita.

In ultima battuta, partendo dalla costatazione dello stato di emergenza citato sopra e dal concetto di partecipazione come diritto-dovere del cittadino, i singoli devono anche far proprie pratiche individuali che prescindano dalle autorità, specie qualora ne vada a discapito la propria vita. Lavorare, mettersi sul divano e delegare non sono condizioni sufficienti a tutelarsi. Informarsi delle situazioni di allerta e saper rinunciare in condizioni di pericolo imminente alle mansioni ordinarie collettivamente può servire quanto le dichiarazioni dello stato d’allarme da parte dei Sindaci. Tanto più che arrivano sempre in maniera tardiva.

per Senza Soste, Lady Godiva

6 novembre 2011

Nella foto: Barriera Margherita (V.le Sauro) il 6 febbraio 2009

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Ultimo aggiornamento Lunedì 07 Novembre 2011 09:35

Spazi comuni. Dieci anni di Godzilla in collegamento con la rivoluzione tunisina

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tunisi_rivoluzione_continuaL’autocelebrazione ha trovato poco spazio nei festeggiamenti per i dieci anni di occupazione del centro sociale Godzilla. Nonostante alle spalle ci sia una un’importante esperienza che ha offerto alla città uno spazio abbandonato riempendola di contenuti, socialità, cultura e conflitto, si è guardato soprattutto avanti, ad aprire nuovi scenari, come l’occupazione dell’ex caserma “Del Fante” ha dimostrato. Un’iniziativa che coinvolge nuove soggettività ma prosegue la scia di rivendicazione sugli spazi abbandonati, da occupare e far rivivere. Ma nella serata dei festeggiamenti si è pensato soprattutto a guardarsi intorno, a quello che si è mosso nel mondo arabo e che ha portato a un susseguirsi di rivoluzioni. La Tunisia è stata la capofila di questo processo, per cui quale miglior occasione per ascoltare direttamente dalla capitale la voce di un gruppo di protagonisti della rivolta. In diretta da Tunisi, attraverso un video-collegamento si sono quindi connesse le esperienze degli occupanti dell’ex caserma livornese con quelle dei giovani di Al-Ahl-Khaf, collettivo artistico militante, che tenta di diffondere non tanto l'arte della rivoluzione ma un arte rivoluzionaria. Alcuni problemi di connessione, altri di traduzione, ma alla fine i racconti passano.

Z. presenta il collettivo Al-Ahl-Khaf

“Il progetto è nato dall’idea di tre persone, ma di fatto siamo tanti e abbiamo dei militanti anche all’estero sparsi tra Parigi, Vienna, Damasco e Ramallah. Il collettivo sul piano teorico si ispira ai lavori di Gilles Deleuze, Michel Foucault, Toni Negri, Giorgio Agamben, Edward Said. In particolare, l’idea di Deleuze sulle forme di resistenza al di là del tempo capitalista. Non sappiamo come definire la nostra arte, nella quale operiamo attraverso stencil, pitture, graffiti, affiches. Al centro del nostro agire c’è la lotta contro il sistema mondiale del capitalismo e dell'orientalismo. Nella primavera scorsa abbiamo lavorato all’interno di una fabbrica abbandonata, riempendola dei nostri lavori e ora ci sono persone che vanno a passarci del tempo. Per noi è importante rivalutare gli spazi abbandonati, perché siamo convinti che occorra riportare al centro lo spazio comune. Anche per questo interveniamo sulla strada e siamo contrari ai musei e a tutto ciò che rinchiude l’arte. Ci opponiamo poi fortemente anche all'estetica orientalista, che vuole disegnare una figura di arabo che rifiutiamo”.

Un percorso personale in divenire, prima all’interno dei giovani del partito comunista, clandestino fino al marzo scorso, poi la rivoluzione vissuta in prima linea e la scelta di stare “in movimento”

“Per quanto riguarda la rivoluzione occorre precisare che la morte del ragazzo che si è bruciato a Sidi Bu Said ha avuto un impatto simbolico enorme, ma i germogli della rivolta si sono intravisti con le lotte operaie dei minatori di Gafsa, nel sud della Tunisia, nel 2008. Lotte che hanno portato scioperi e cortei ma che non hanno avuto la necessaria mediatizzazione e sono state soppresse. Anche le proteste che hanno avviato la rivoluzione di gennaio, sono partite dalle periferie e hanno coinvolto Tunisi solo alla fine, riuscendo però da subito a rompere la censura del regime di Ben Ali e a portate migliaia di persone per le strade. Ma come sento dire spesso, non è stata una rivoluzione per la fame, ma per la dignità, per riprendere la libertà di pensiero e di agibilità politica”.

Tanti fatti ci dicono che la rivoluzione è ancora incompiuta.

“Al momento sono sparite le facce del regime. Ma è rimasto il sistema che lo ha tenuto in vita. In giro però si respira più libertà, si può parlare di politica, mentre prima era impossibile. Se uno attaccava un discorso su Ben Ali in un bar, immediatamente restava solo”.

Ma le elezioni hanno avuto un esito insoddisfacente.

“Le elezioni sono state una novità assoluta per il paese, se si pensa che la maggior parte dei tunisini si recava al voto per la prima volta e con un grado molto basso di consapevolezza politica. Ma al di là di questo non mi è piaciuto il dibattito che ha attraversato le elezioni, monopolizzato dal confronto tra laicisti e islamisti. Non abbiamo fatto la rivoluzione per questo, per tornare a vecchie questioni. Abbiamo fatto la rivoluzione per abbattere un regime e ripartire rifiutando il sistema capitalistico. Di questo dobbiamo parlare. In ogni caso la Tunisia ha la capacità per non diventare un paese islamista, nonostante il rischio di alcuni cambiamenti esista: la proibizione dell’alcool, l’aumento vertiginoso delle donne velate, la possibilità che venga introdotta la poligamia. Anche se discutere ossessivamente su questi aspetti m’interessa meno: io voglio costruire uno paese anticapitalista, non voglio dibattere sul questioni religiose”.

La sua scelta è andata al POCT.

“E’ un partito con una visione comunista classica, ma in questo momento ha idee giuste, quelle che servono alla Tunisia. Hanno una base giovane, fatta di persone che hanno dato un contributo importante alla Rivoluzione. Ma l’esito delle elezioni ha penalizzato quelle forze di sinistra che più di tutte le altre hanno contribuito alla caduta del regime. Ad avanzare è il riformismo di sinistra, ma io quei partiti non li considero di sinistra”.

Interviene N., supporter del Club Africain. Spiega il ruolo che hanno avuto i tifosi di calcio tunisini nelle manifestazioni di strada.

“Il calcio tunisino si porta dietro un seguito enorme di giovani e lo stadio, anche ai tempi di Ben Ali è stato sempre uno spazio di conflitto contro il governo e la polizia. Durante le manifestazioni di piazza gli ultras delle squadre erano tutti nelle prime file, perché proprio nelle curve hanno maturato la rabbia e la capacità di affrontare gli scontri. I nomi dei gruppi, gli striscioni, i cori hanno sempre avuto dei richiami a delle esperienza di lotta (Zapatistas, Brigade Rouge, ecc…). La cultura ultras ha influenzato in qualche modo anche l’estetica del movimento rivoluzionario che per ritmare gli slogan ha ripreso soprattutto i canti dei tifosi. Non è stata la “rivoluzione dei gelsomini”, ma una dura battaglia, con morti e feriti. Ma per gli ultras tunisini non è stata certo una novità”.

La parola torna per un attimo a che Z. saluta il collegamento con una proposta.

“Mi piacerebbe un giorno venire nella vostra città e partecipare coi miei lavori a riempire i muri dello spazio che state occupando”.

Per Senza Soste, Orlando Santesidra

2 novembre 2011

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 02 Novembre 2011 11:54

La ruota della fortuna di Matteo Renzi

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RENZI_RUOTA_FORTUNA_MIKEUn editoriale che ripercorre la storia e delinea la strategia del personaggio politico piu pompato del momento. Il nuovo guru di destra che si candiderà per le primarie del centrosinistra. L'uomo del "Sto con Marchionne", "Sì al nucleare", Sì al Tav" e del "Io i referendum per l'acqua non li voto"

Prima di parlare dell’immagine di Matteo Renzi bisogna fermarsi telegraficamente agli interessi dai quali l’attuale sindaco proviene e a quelli che intende rappresentare. Dobbiamo infatti considerare che Matteo Renzi è figlio diretto di quel sottobosco politico dal quale oggi dice di volersi liberare. Suo padre Tiziano è stato in fatti un piccolo ras dei pacchetti di voti della declinante Dc toscana degli anni ’80, inizio anni ’90. Le insistenti voci sulle entrature di Tiziano Renzi nella massoneria toscana non sono provate o comunque andrebbero meglio certificate. Di certo però suo padre si distingue nell’impreditoria regionale in materia di giornali e di distribuzione pubblicitaria. Non solo, entra in affari con l’impresa Baldassini-Tognozzi-Pontello, oggi rilevata da Impresa Spa, che è  uno dei santuari del mattone toscano. Quindi quando Renzi difende la Tav non è tanto in conflitto ma in convergenza di interessi su un settore non proprio sconosciuto alla sua famiglia. E qui sarà probabilmente un caso quello che vuole la Baldassini-Tognozzi-Pontello vincere la gara d’appalto per la tramvia 2 e 3 a Firenze, come annunciato dallo stesso Renzi.

E quindi, quando Renzi dice di Firenze “basta costruzioni in centro”, c’è solo da capire per quale tipo di costruttori parla. La polemica sulla discontinuità generazionale nel centrosinistra per Renzi, sulla rottamazione degli “anziani” vale poi ovviamente solo nei confronti di Bersani. Simbolicamente, quando Bersani è andato in visita ufficiale a Firenze, Renzi è andato al compleanno del padre. Nei confronti del padre c’è invece continuità, per così dire, anche nel ramo di impresa. Dove il primo costruisce legami d’affari a livello regionale, il secondo li allarga su una dimensione di influenza nazionale. A prescindere dalle primarie. Comunicazione e grandi opere, rami aperti dal padre, godono della capacità di fare brand su questi temi da parte del figlio che, come stupirsi, ha benedetto ogni Tav di vario ordine e grado. E che inoltre guarda a Mediaset come un possibile partner, strategia non aliena per l’allargamento di interessi editoriali locali del padre, altro che interrogativi sulla centralità della televisione di Berlusconi.

Partendo da questa base materiale, anzi concretissima, i Renzi si candidano ad allargare la base territoriale del proprio core business fino a farla coincidere con il livello nazionale. La politica, come ha fatto un altro imprenditore del cemento e della comunicazione (che ha reso Arcore per adesso molto più famosa della Rignano dei Renzi) è qui sia lo strumento necessario per allargare il ramo di influenza degli affari che un nuovo terreno di business. Per far questo si deve costruire un collettore di grandi flussi elettorali che tuteli le tre tipologie di interessi che si pensa abbiano un futuro nella rappresentanza istituzionale: rendita immobiliare e finanziaria, grandi opere, riduzione del costo del lavoro. Il brand Renzi è questo collettore. Gli interessi non sono proprio nuovissimi, anzi è roba da liberalismo della feroce Italia postunitaria, ma per tutelarli l’immagine deve essere qualcosa di nuovo che intercetti la forte domanda di cambiamento dell’elettorato.

Capita la base materiale dell’immagine di Renzi, e gli interessi che vuole difendere, non resta che dare un’occhiata al potere attrattivo messo in campo dal brand. Il sindaco di Firenze è il primo prodotto nuovo, in senso cronologico, del nesso politica istituzionale-media generalisti che seleziona le candidature reali per le elezioni. Gli altri al più tardi sono entrati in questo circuito nei primi anni ’90. Lo stesso Beppe Grillo ha un’accumulazione originaria di immagine negli spettacoli del sabato sera degli anni ’80. Comunque prima della discesa in campo di Berlusconi. Che così ha anche un ruolo di king maker delle candidature su tutto lo schieramento. Perché è inutile raccontarsela: nonostante twitter, facebook e miriadi di social media il potere di connessione complessivo in Italia è ancora quello della televisione generalista. Quindi se non vai contemporaneamente su Rai e Mediaset come candidato non esisti. Renzi questa selezione l’ha passata, Berlusconi oltretutto non ha mai nascosto o smentito la simpatia nei suoi confronti.  Anche perché gli interessi dei Berlusconi e dei Renzi non sembrano lontanissimi. Ogni modo, l’effetto novità creato dal primo candidato inedito da un quindicennio potrebbe anche farsi valere. Specie in un paese confuso, pronto ad affidarsi al primo messaggio di cambiamento disponibile su piazza. Anche se bisogna considerare che la crisi richiede personaggi capaci di interpretare un certo pathos non personaggi alla Renzi che sembrano proiettati con la macchina del tempo dall’epoca della new economy.

La strategia di Renzi, dal punto di vista dell’immagine, è semplice. Costruire un’immagine ingenua, luminosa e generalista, del giovane che innova nell’interesse del paese nel momento della crisi, per fare da collettore di voti di differenti frammenti di elettorato. Giovani (così si sentono valorizzati), anziani (così hanno l’impressione di fare qualcosa per i figli) di destra (tutti i decisionisti di ogni schieramento politico e i soliti bisognosi di un capo meglio se giovane e forte) e di sinistra (tutti quelli inclini a buttarsi sulla retorica dell’innovazione e quelli privi di rappresentanza).  Dal punto di vista del calcolo fatto da Renzi e dal suo staff i voti presi a destra dovrebbero essere maggiori di quelli persi a sinistra. Spostando il brand Renzi verso un piano di rappresentanza politica forte, compatibile con gli interessi neoliberisti che si vuol rappresentare, ma anche sganciato dalla necessità di tutela di reali interessi materali di sinistra (diritti e beni comuni, per capirsi).

La convention di Renzi, e i relativi ritorni di immagine per ogni tipologia di elettore, è stata pensata per lanciare tre tipi di messaggio. Il primo, quello da chiacchiera di tutti i giorni,che è necessario per avere un consenso diffuso. Fatto per insinuarsi nei bar, negli autogrill alle stazioni,ovunque si parli di politica (il giovane che scende in campo rappresenta questa tipologia). Un altro, lanciato ad un pubblico più ristretto ma per niente esiguo, quello di chi si occupa di politica come mestiere o come opinione pubblica informata, tutto dedicato alla formula politica ed elettorale (primarie, alleanze, polemica tra personaggi). Un terzo è invece dedicato alle minoranze professionalmente specializzate e riflessive, quelle che lanciano tendenze (e allora vai con l’ostentazione del mac sul palcoscenico da sempreverde teatro off). Come sempre, vale per i manuali più consumati di propaganda elettorale, i tre messaggi possono essere ricevuti separatamente o combinati secondo la tipologia di elettore.
La logica del messaggio di Renzi è stringente e lacerante. Riducibile a questo slogan “togliere ricchezza e diritti a una parte della popolazione per darli a un’altra”. Ma non si tratta dell’antico linguaggio della socialdemocrazia legato al consenso nella redistribuzione sociale. In Renzi non c’è patrimoniale, controllo delle conseguenze sociali delle grandi ricchezze. Si tratta di togliere a chi è già stato abbondantemente attaccato dalla crisi liberista per dare a chi è stato attaccato ancora di più.  In un quarto di secolo questo progetto ha abbondantemente fallito ovunque. Per Renzi si tratta quindi di trovare una vasta platea di pubblico che coincida con la sua, ben interessata, ristrettezza di vedute. Già perché, al di là dello spettacolo, e qui Renzi non emoziona nessuno ma cerca solo di essere simpatico e ragionevole, ci sarebbe anche la politica. E qui si vede che il candidato più che da Firenze viene proprio da Rignano.

Renzi junior non è infatti riuscito a dire una parola che sia una di poltica estera, della sua visione dell’Ue, della crisi delle borse, delle relazioni internazionali. A popolarizzare la politica estera, oltre a fissarla nell’agenda di priorità, i democristiani ci riuscivano benissimo. E’ evidente che le filiazioni successive hanno problemi a parlare del mondo. Del resto cosa direbbe Renzi? Che il suo modello ha fallito ovunque? Che la cancelliera tedesca Merkel, democristiana, ha fatto una proposta pochi giorni fa sul salario minimo che è di ultrasinistra rispetto alle giaculatorie di Renzi sulle categorie protette?
Meglio fare la figura del ragazzo aggiornato davanti a Bersani, cosa che riuscirebbe a qualsiasi pari età di Renzi non colto da ictus,  che addentrarsi nella politica. Qui c’è da valorizzare un brand e dei rami d’impresa il resto, almeno per uno come il sindaco di Firenze, è roba da eruditi. Categoria ottima invece come pianta ornamentale, vedi la filosofia in esilio invitata alla Leopolda o Baricco, ma quando si parla di sostanza tocca alle vere truppe di Renzi. Che sono composte da vecchi magliari di pacchetti di voti e di relazioni sociali che battono i territori, da funzionari pubblici che taglierebbero ovunque e da giovani che lavorano nel marketing convinti di saperla lunga quanto lo staff di Obama del 2008. Insomma al di là dei contenuti, che non ci sono, il fenomeno Renzi è tutto logistica (tradizionale e di marketing) e gestione del brand. Peccato che un paese in crisi epocale avrebbe bisogno di politica. Ma quella è roba da vecchie distinzioni destra-sinistra, tutte cose alle quali Renzi non è avvezzo. Lui vuole solo i voti da qualsiasi parte provengano e prima possibile.

Infine, si candiderà Renzi a presidente del consiglio? Il sindaco di Firenze si è dato tre mesi per prendere una decisione. Sa benissimo di dover passare di fronte ad una vera e propria ruota della fortuna. Sulla quale, vista la complessità della crisi del paese e del centrosinistra, devono davvero uscire solo i numeri giusti. Ma dalla ruota della fortuna, quella di Mike Buongiorno, Renzi c’è già passato (guarda il video). Da giovane concorrente. Proprio quella trasmissione che fu definita, dopo un’inchiesta della magistratura, “la ruota della mazzetta” visto che per entrare come concorrente bisognava stare dentro reti clientelari piuttosto strette. Vedremo se Renzi finirà a fare il concorrente anche questa volta. Di sicuro ha aumentato il potere di attrazione, economico e relazionale, del brand che rappresenta. L’augurio è che la politica gli riveli direttamente, e in corso d’opera, quanto letali possono essere le sue regole. Se mai dovesse diventare premier il potere destituente della complessità sociale tipico delle crisi dovrebbe però disarcionarlo bruscamente. Dopo vent’anni di Berlusconi lo spazio eventuale di manovra per un suo imitatore fiorentino sembra parecchio ristretto. Perché se il cabaret imbarca volentieri imitatori fiorentini, pubblico lo portano sempre, la politica ha bisogno di chiudere una stagione e promuovere altri interpreti.

per Senza Soste, nique la police

31 ottobre 2011

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Ultimo aggiornamento Lunedì 31 Ottobre 2011 17:55

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