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EDITORIALI

La ruota della fortuna di Matteo Renzi

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RENZI_RUOTA_FORTUNA_MIKEUn editoriale che ripercorre la storia e delinea la strategia del personaggio politico piu pompato del momento. Il nuovo guru di destra che si candiderà per le primarie del centrosinistra. L'uomo del "Sto con Marchionne", "Sì al nucleare", Sì al Tav" e del "Io i referendum per l'acqua non li voto"

Prima di parlare dell’immagine di Matteo Renzi bisogna fermarsi telegraficamente agli interessi dai quali l’attuale sindaco proviene e a quelli che intende rappresentare. Dobbiamo infatti considerare che Matteo Renzi è figlio diretto di quel sottobosco politico dal quale oggi dice di volersi liberare. Suo padre Tiziano è stato in fatti un piccolo ras dei pacchetti di voti della declinante Dc toscana degli anni ’80, inizio anni ’90. Le insistenti voci sulle entrature di Tiziano Renzi nella massoneria toscana non sono provate o comunque andrebbero meglio certificate. Di certo però suo padre si distingue nell’impreditoria regionale in materia di giornali e di distribuzione pubblicitaria. Non solo, entra in affari con l’impresa Baldassini-Tognozzi-Pontello, oggi rilevata da Impresa Spa, che è  uno dei santuari del mattone toscano. Quindi quando Renzi difende la Tav non è tanto in conflitto ma in convergenza di interessi su un settore non proprio sconosciuto alla sua famiglia. E qui sarà probabilmente un caso quello che vuole la Baldassini-Tognozzi-Pontello vincere la gara d’appalto per la tramvia 2 e 3 a Firenze, come annunciato dallo stesso Renzi.

E quindi, quando Renzi dice di Firenze “basta costruzioni in centro”, c’è solo da capire per quale tipo di costruttori parla. La polemica sulla discontinuità generazionale nel centrosinistra per Renzi, sulla rottamazione degli “anziani” vale poi ovviamente solo nei confronti di Bersani. Simbolicamente, quando Bersani è andato in visita ufficiale a Firenze, Renzi è andato al compleanno del padre. Nei confronti del padre c’è invece continuità, per così dire, anche nel ramo di impresa. Dove il primo costruisce legami d’affari a livello regionale, il secondo li allarga su una dimensione di influenza nazionale. A prescindere dalle primarie. Comunicazione e grandi opere, rami aperti dal padre, godono della capacità di fare brand su questi temi da parte del figlio che, come stupirsi, ha benedetto ogni Tav di vario ordine e grado. E che inoltre guarda a Mediaset come un possibile partner, strategia non aliena per l’allargamento di interessi editoriali locali del padre, altro che interrogativi sulla centralità della televisione di Berlusconi.

Partendo da questa base materiale, anzi concretissima, i Renzi si candidano ad allargare la base territoriale del proprio core business fino a farla coincidere con il livello nazionale. La politica, come ha fatto un altro imprenditore del cemento e della comunicazione (che ha reso Arcore per adesso molto più famosa della Rignano dei Renzi) è qui sia lo strumento necessario per allargare il ramo di influenza degli affari che un nuovo terreno di business. Per far questo si deve costruire un collettore di grandi flussi elettorali che tuteli le tre tipologie di interessi che si pensa abbiano un futuro nella rappresentanza istituzionale: rendita immobiliare e finanziaria, grandi opere, riduzione del costo del lavoro. Il brand Renzi è questo collettore. Gli interessi non sono proprio nuovissimi, anzi è roba da liberalismo della feroce Italia postunitaria, ma per tutelarli l’immagine deve essere qualcosa di nuovo che intercetti la forte domanda di cambiamento dell’elettorato.

Capita la base materiale dell’immagine di Renzi, e gli interessi che vuole difendere, non resta che dare un’occhiata al potere attrattivo messo in campo dal brand. Il sindaco di Firenze è il primo prodotto nuovo, in senso cronologico, del nesso politica istituzionale-media generalisti che seleziona le candidature reali per le elezioni. Gli altri al più tardi sono entrati in questo circuito nei primi anni ’90. Lo stesso Beppe Grillo ha un’accumulazione originaria di immagine negli spettacoli del sabato sera degli anni ’80. Comunque prima della discesa in campo di Berlusconi. Che così ha anche un ruolo di king maker delle candidature su tutto lo schieramento. Perché è inutile raccontarsela: nonostante twitter, facebook e miriadi di social media il potere di connessione complessivo in Italia è ancora quello della televisione generalista. Quindi se non vai contemporaneamente su Rai e Mediaset come candidato non esisti. Renzi questa selezione l’ha passata, Berlusconi oltretutto non ha mai nascosto o smentito la simpatia nei suoi confronti.  Anche perché gli interessi dei Berlusconi e dei Renzi non sembrano lontanissimi. Ogni modo, l’effetto novità creato dal primo candidato inedito da un quindicennio potrebbe anche farsi valere. Specie in un paese confuso, pronto ad affidarsi al primo messaggio di cambiamento disponibile su piazza. Anche se bisogna considerare che la crisi richiede personaggi capaci di interpretare un certo pathos non personaggi alla Renzi che sembrano proiettati con la macchina del tempo dall’epoca della new economy.

La strategia di Renzi, dal punto di vista dell’immagine, è semplice. Costruire un’immagine ingenua, luminosa e generalista, del giovane che innova nell’interesse del paese nel momento della crisi, per fare da collettore di voti di differenti frammenti di elettorato. Giovani (così si sentono valorizzati), anziani (così hanno l’impressione di fare qualcosa per i figli) di destra (tutti i decisionisti di ogni schieramento politico e i soliti bisognosi di un capo meglio se giovane e forte) e di sinistra (tutti quelli inclini a buttarsi sulla retorica dell’innovazione e quelli privi di rappresentanza).  Dal punto di vista del calcolo fatto da Renzi e dal suo staff i voti presi a destra dovrebbero essere maggiori di quelli persi a sinistra. Spostando il brand Renzi verso un piano di rappresentanza politica forte, compatibile con gli interessi neoliberisti che si vuol rappresentare, ma anche sganciato dalla necessità di tutela di reali interessi materali di sinistra (diritti e beni comuni, per capirsi).

La convention di Renzi, e i relativi ritorni di immagine per ogni tipologia di elettore, è stata pensata per lanciare tre tipi di messaggio. Il primo, quello da chiacchiera di tutti i giorni,che è necessario per avere un consenso diffuso. Fatto per insinuarsi nei bar, negli autogrill alle stazioni,ovunque si parli di politica (il giovane che scende in campo rappresenta questa tipologia). Un altro, lanciato ad un pubblico più ristretto ma per niente esiguo, quello di chi si occupa di politica come mestiere o come opinione pubblica informata, tutto dedicato alla formula politica ed elettorale (primarie, alleanze, polemica tra personaggi). Un terzo è invece dedicato alle minoranze professionalmente specializzate e riflessive, quelle che lanciano tendenze (e allora vai con l’ostentazione del mac sul palcoscenico da sempreverde teatro off). Come sempre, vale per i manuali più consumati di propaganda elettorale, i tre messaggi possono essere ricevuti separatamente o combinati secondo la tipologia di elettore.
La logica del messaggio di Renzi è stringente e lacerante. Riducibile a questo slogan “togliere ricchezza e diritti a una parte della popolazione per darli a un’altra”. Ma non si tratta dell’antico linguaggio della socialdemocrazia legato al consenso nella redistribuzione sociale. In Renzi non c’è patrimoniale, controllo delle conseguenze sociali delle grandi ricchezze. Si tratta di togliere a chi è già stato abbondantemente attaccato dalla crisi liberista per dare a chi è stato attaccato ancora di più.  In un quarto di secolo questo progetto ha abbondantemente fallito ovunque. Per Renzi si tratta quindi di trovare una vasta platea di pubblico che coincida con la sua, ben interessata, ristrettezza di vedute. Già perché, al di là dello spettacolo, e qui Renzi non emoziona nessuno ma cerca solo di essere simpatico e ragionevole, ci sarebbe anche la politica. E qui si vede che il candidato più che da Firenze viene proprio da Rignano.

Renzi junior non è infatti riuscito a dire una parola che sia una di poltica estera, della sua visione dell’Ue, della crisi delle borse, delle relazioni internazionali. A popolarizzare la politica estera, oltre a fissarla nell’agenda di priorità, i democristiani ci riuscivano benissimo. E’ evidente che le filiazioni successive hanno problemi a parlare del mondo. Del resto cosa direbbe Renzi? Che il suo modello ha fallito ovunque? Che la cancelliera tedesca Merkel, democristiana, ha fatto una proposta pochi giorni fa sul salario minimo che è di ultrasinistra rispetto alle giaculatorie di Renzi sulle categorie protette?
Meglio fare la figura del ragazzo aggiornato davanti a Bersani, cosa che riuscirebbe a qualsiasi pari età di Renzi non colto da ictus,  che addentrarsi nella politica. Qui c’è da valorizzare un brand e dei rami d’impresa il resto, almeno per uno come il sindaco di Firenze, è roba da eruditi. Categoria ottima invece come pianta ornamentale, vedi la filosofia in esilio invitata alla Leopolda o Baricco, ma quando si parla di sostanza tocca alle vere truppe di Renzi. Che sono composte da vecchi magliari di pacchetti di voti e di relazioni sociali che battono i territori, da funzionari pubblici che taglierebbero ovunque e da giovani che lavorano nel marketing convinti di saperla lunga quanto lo staff di Obama del 2008. Insomma al di là dei contenuti, che non ci sono, il fenomeno Renzi è tutto logistica (tradizionale e di marketing) e gestione del brand. Peccato che un paese in crisi epocale avrebbe bisogno di politica. Ma quella è roba da vecchie distinzioni destra-sinistra, tutte cose alle quali Renzi non è avvezzo. Lui vuole solo i voti da qualsiasi parte provengano e prima possibile.

Infine, si candiderà Renzi a presidente del consiglio? Il sindaco di Firenze si è dato tre mesi per prendere una decisione. Sa benissimo di dover passare di fronte ad una vera e propria ruota della fortuna. Sulla quale, vista la complessità della crisi del paese e del centrosinistra, devono davvero uscire solo i numeri giusti. Ma dalla ruota della fortuna, quella di Mike Buongiorno, Renzi c’è già passato (guarda il video). Da giovane concorrente. Proprio quella trasmissione che fu definita, dopo un’inchiesta della magistratura, “la ruota della mazzetta” visto che per entrare come concorrente bisognava stare dentro reti clientelari piuttosto strette. Vedremo se Renzi finirà a fare il concorrente anche questa volta. Di sicuro ha aumentato il potere di attrazione, economico e relazionale, del brand che rappresenta. L’augurio è che la politica gli riveli direttamente, e in corso d’opera, quanto letali possono essere le sue regole. Se mai dovesse diventare premier il potere destituente della complessità sociale tipico delle crisi dovrebbe però disarcionarlo bruscamente. Dopo vent’anni di Berlusconi lo spazio eventuale di manovra per un suo imitatore fiorentino sembra parecchio ristretto. Perché se il cabaret imbarca volentieri imitatori fiorentini, pubblico lo portano sempre, la politica ha bisogno di chiudere una stagione e promuovere altri interpreti.

per Senza Soste, nique la police

31 ottobre 2011

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Ultimo aggiornamento Lunedì 31 Ottobre 2011 17:55

Livorno, diario della nuova crisi. Il fallimento della strategia del panettone

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panettone-fettaSiamo sinceri: di fronte alle prossime settimane che rischiano di crepare un continente, perché la crisi dell’euro è risolta solo nei tg,  il collasso del sistema politico livornese rischia di non essere neanche visto.
Oltretutto i protagonisti  della crisi livornese sono prevedibili, sbiaditi e incolori. In questo modo, con quello che sta accadendo tutti i giorni, diventano trasparenti e quindi invisibili. E’ forse il loro punto di forza: si tratta di persone più sconosciute che impopolari, che riescono a sopravvivere politicamente grazie alla dote dell’invisibilità.
Alla chiusura della crisi precedente, un mese e mezzo fa, avevamo scritto che il centrosinistra livornese, come maggioranza nel suo complesso, si stava disponendo alla strategia del panettone. Durare quindi fino a natale nella speranza che equilibri interni, cordate d’affari e situazione nazionale dessero uno spiraglio stabilità. Non avevamo fatto i conti con due fattori. Il primo è che questa maggioranza è incolore e invisibile, non ha alcun rapporto con la cittadinanza e prende voti sostanzialmente in virtù di un elettorato di opinione nazionale che non ha grosso rapporto (se in piccole percentuali di voto) con il territorio. Quest’assenza di legami permette alla maggioranza di dedicarsi alla lotta interna per la spartizione delle risorse senza avvertire la pressione del territorio. Il secondo è che il Pd livornese, per quanto diviso sui temi che contano in quel pretesto di partito che è (nomine, privatizzazioni, appalti) ha mostrato una immediata insofferenza davanti all’esito della crisi precedente che mostrava significative concessioni all’Idv.

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Ultimo aggiornamento Domenica 30 Ottobre 2011 14:54 Leggi tutto...

Elezioni in Tunisia, attesa per i risultati ufficiali. Intanto scoppia la protesta contro le presunte irregolarità di Ennhadha

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tunisia_proteste_isieNella giornata di oggi, l’ISIE (Instance Supérieure Indépendante pour  les Elections) dovrebbe annunciare i risultati dell’elezione per l’Assemblea Costituente, ammettendo ufficialmente un dato che è ormai di dominio pubblico: la supremazia nei dei saggi del partito islamistica Ennhadha. Mentre le altre forze politiche hanno già riconosciuto la vittoria del movimento di Gannouchi, da ieri è scoppiata la polemica sulle presunte irregolarità commesse da Ennhadha durante le elezioni. E’ tardo pomeriggio, siamo al tavolo di uno dei bar della rue Bourguiba, proprio accanto ai rotoli di filo spinato che separano del Ministero degli interni. La mia tazzina e quella di F. sono vuote da più di mezz’ora, mentre Z. in quello stesso tempo si è appena riscaldato le labbra. E’ il più intorpidito, dopo che insieme abbiamo seguito lo spoglio fino all’alba per poi discutere, scrivere commenti e dormire appena qualche ora tra letti e pavimenti, mentre la luce del sole e i clacson della auto riempivano abbondantemente le stanze.  La telefonata arriva a pochi passi da Porte de France e ci invita a raggiungere velocemente la sede dell’ISIE. E’ stata improvvisata una manifestazione che la polizia ha immediatamente circondato. Un centinaio di persone sono riunite in occasione della conferenza stampa che annuncia i primi dati sul voto dei tunisini all’estero e denunciano le presunte irregolarità di Ennahadha. C’è chi mostra i cartelli contre les infractions, chi sventola la bandiera del paese, chi urla a squarciagola. I toni sono alti e volano accuse un po’ a tutti, al governo, agli osservatori, ai giornalisti, tutti rei di aver ignorato le irregolarità: voti comprati, rottura del silenzio elettorale, propaganda interna ai seggi. Raccogliamo alcune testimonianze. Z. si occupa delle interviste in arabo, che spesso sfociano in discussioni tra lui e l’intervistato. A suo parere è un protesta elitaria, giusta in parte, portata avanti dalla bourgeoisie di Tunisi. Dopo ore di sit-in, la polizia ordina lo scioglimento della manifestazione. La massa scivola via subito, i più intransigenti restano. Poi l’accordo. Via tutti, ma domani si torna. Riordiniamo le idee in uno dei ristoranti nei dintorni del Passages davanti a un piatto di ojja. Raggiungiamo a pochi passi dal ristorante una delle sedi di Enhnadha, che non sembra proprio la sede di chi si appresta a diventare maggioranza dell’Assemblea Costituente. Il palazzo è minuscolo e le mattonelle davanti alla porta d’ingresso sono talmente smottate da formare delle piccole collinette sul pianerottolo. La persona che ci apre ci informa che è tardi per un’intervista. I militanti sono stanchi e stressati e i pavimenti appena puliti. Chiamiamo un amico che lavora a Radio Kalima, emittente indipendente della capitale, che ci informa sull’ubicazione della sede principale di Ennhadha. Il taxi si perde durante la ricerca. Un gruppo di ragazzini presidia l’ennesimo vicolo cieco dove siamo finiti. “Cerchiamo Ennhadha”. “Non sappiamo dov’è”. “Ci hanno detto che è da queste parti”. “Ma siete di Ennhada e non sapete dov’è?”. “No, non siamo di Ennhadha, siamo “giornalisti”. “Ah, ecco, allora Ennhadha si trova dall’altra parte della strada – sorride uno dei ragazzi più giovani – girate la macchina e poi prendete la prima a destra”. La sede ufficiale di Ennhadha è imponente. Al muro i manifesti elettorali con la facce dei candidati. Le donne compaiono tutte velate. Intervistiamo uno dei leader, che in 40 minuti racconta la partecipazione alle elezioni, i cambiamenti del paese dopo la rivoluzione, il paese a cui si ispira il movimento (“la Turchia è un buon esempio, ma possiamo fare di meglio”) e infine commenta le proteste respingendo le accuse. Z. che con un po’ d’imbarazzo ha condotto l’intervista commenta a sorpresa. “Mi è sembrato di parlare con una persona di sinistra”. Anche per noi è il  momento di staccare. Andiamo all’Underground a bere una birra e rivediamo diverse facce incontrare tra le elezioni e il sit-in. Tra queste c’è K., free-lance tunisina, piuttosto ubriaca.Alla prima domanda sulle elezioni ci mette in guarda: “Sono troppo triste al pensiero di abitare in un paese dove tutti votano per Ennhadha. Stasera non ho voglia di parlare di politica”. Continua a bere. Ed è proprio il caso di dirlo, per dimenticare.

From Tunisi, per Senza Soste, Orlando Santesidra

25 ottobre 2011

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Ultimo aggiornamento Lunedì 05 Dicembre 2011 20:22

Discarica Limoncino: cosa aspetta a dimettersi l'ignavo Kutufà?

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Forse deve chiederlo al Monte Putia?

mrmagooAlla fine ci è voluta la magistratura per sgomberare il campo da accuse e pregiudizi. Perchè fino a qualche giorno fa le uniche risposte che le amministrazioni (provinciale e comunale) hanno saputo dare sono stati attacchi al comitato del Limoncino e a tutti coloro che chiedevano chiarezza: "professionisti della partecipazione" tuonava Cosimi, "Affetti da sindrome da NIMBY" (secondo l'adagio, Non nel mio cortile) diceva Kutufà.

Invece alla resa dei conti, l'unico luogo comune rispettato è quello che la gestione dei rifiuti è un'importante questione per una comunità ma per i politici e alcuni imprenditori è prima di tutto un grande business.

Ed a prescindere dalle questioni tecniche e procedurali, che tuttavia hanno dei grandi buchi neri, il nocciolo della questione sta proprio lì: una discarica aperta in una località non certo anonima e nel mezzo ad una zona protetta è stata oggetto di accordi segreti e di procedure condotte sottobanco, fra l'altro con due parenti che hanno operato con ruoli determinanti all'interno di questo iter.

Un'abitudine storica in questa città che di fornte a tematiche di grande importanza (vedi il rigassificatore offshore) ha sempre cercato di porre agli occhi della cittadinanza il fatto compiuto, evitando referendum e dibattiti pubblici in modo meschino.

Ma il dato politico è anche un altro: le forze politiche di maggioranza hanno fatto un balletto osceno. Tutta la procedura della discarica è stata infatti portata avanti in Provincia dove l'Italia dei Valori aveva ben 3 assessori mentre nella sua fase conclusiva il massimo esponente del partito era addirittura vicesindaco, nonchè assessore all'ambiente. Insomma, laddove non c'e malafede c'è quantomeno impreparazione. Laddove non c'è impreparazione c'è sicuramente malafede. Lo stesso partito però, con una resa dei conti interna, ha sfiduciato lo stesso Toncelli per poi ritrovarsi a brindare per i sigilli alla discarica.

E qui è esplosa l'ira di Kutufà, Cosimi e del Pd che ora non vuole più l'Italia dei Valori in maggioranza. In particolare a tuonare è stato Kutufà la cui posizione è stata sempre imbarazzante: prima ha cercato di scaricare le responsabilità sull'amministrazione comunale, poi appena ha visto la brutta parata è corso in Procura con i documenti in mano senza mai abbozzare una difesa politica o un'assunzione di responsabilità per gli atti partoriti dalla sua amministrazione. Lo stesso Cosimi lo criticò per questo atteggiamento.

Ma tanto Kutufà è quello che non decide mai. E anche a questo giro la minaccia di ritiro delle deleghe agli assessori targati IdV non avverrà. Ci ha messo più di un anno per non nominare un assessore in quota a Sinistra e Libertà che lo chiede da anni e che minacciava di uscire dalla giunta. La sua amministrazione al momento non ha direttore generale (per fortuna), segretario generale e la macchina amministrativa è in difficoltà con un dirigente a ricoprire più ruoli. Ha gestito la situazione dei precari trascinandola fuori tempo massimo senza prendere decisioni se non quando era inevitabile ed esponendo le società partecipate a cause e ricorsi. Forse l'unico atto che ha fatto con estrema rapidità è stato proprio quello di impacchettare velocemente una bella cava all'amico Bellabarba.

La sua giunta è sempre a rischio, fra malumori e problemi di poltrone. Ora vuole far fuori l'IdV. Siccome, ribadiamo, che da buon democristiano non lo farà mai, chiediamo un atto di coraggio per una volta: si dimetta. Dopo l'ennesimo pasticcio sulla questione della discarica del Limoncino sarebbe l'unico atto sensato durante i suoi mandati. Sempre che non voglia dare la colpa ai dirigenti anche di questo.

red. 25 ottobre 2011

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 26 Ottobre 2011 10:06

Elezioni Tunisia: vincono gli islamisti moderati. Lo spoglio seguito dalla sede del Partito Comunista

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tunisia_elezioni1I caroselli di macchine imbandierate e i clacson suonati a festa sulle rue Bourguiba, sono l’ultimo segno di vita a Tunisi, al termine di un’intensa e movimentata giornata dedicata alle operazioni di voto. Per le prime elezioni libere del paese dopo 23 anni di dittatura e la rivoluzione del 14 gennaio, quasi il 70% della popolazione ha imbevuto un dito nell’inchiostro scegliendo di partecipare al voto. Lunghe code ai seggi, discussioni, speranze e qualche litigio in Rue de Marseille, quando, nella confusione, si tenta di sorpassare chi da ore attende di varcare il portone verde sorvegliato dai militari. Poi con il calar del sole le strade si svuotano e contrariamente alle mie previsioni, le sedi di partito chiudono senza attendere lo spoglio dei voti. Unica eccezione è la sede del PCOT, il partito comunista dei lavoratori, nel quartiere popolare La Fayette.

Al primo piano di un palazzo scalcinato, mentre i vecchi dormono sulle sedie, con un giornale in testa che li ripara dalla luce al neon, giovani militanti con i computer sulle ginocchia, seguono collegati a facebook le notizie che arrivano dalle varie città. Come previsto chi avrà più rappresentanti nell’Assemblea Costituente sarà il partito islamista El-Nahdha, che domina la tornata elettorale e può puntare al 40% delle preferenze. Il risultato passa di chat in chat tra i militanti della gauche tunisienne, e le reazioni non sono di certo entusiaste, ma in ogni caso nessun allarmismo. “Camarade – mi richiama uno dei giovani nella sala – il risultato di queste elezioni farà riflettere molto la sinistra”. Chi parla è uno dei membri dell’ufficio sindacale dell’UJCT (Union de la jeunesse communiste de Tunisie). Spiega che la vittoria schiacciante di El-Nahdha e il pugno di voti raccolti singolarmente dai vari partiti di sinistra non potranno che portare a un confronto, in vista del prossimo impegno elettorale, che più o meno tra un anno, deciderà la composizione del parlamento nazionale. Divisi si perde, è lì che vuole arrivare. Formula già sentita e sperimentata a diverse latitudini. “Occorre impegnarsi per un unico partito di sinistra – prosegue – ·è ciò che vuole la gente. Noi siamo pronti a lavorare a questo fin da subito: non andremo a dormire stanotte. E al di là di quanti posti prenderemo - possano essere 3 o 4 - ·nous continuons notre programme marxiste-leniniste”.

L’escalation degli islamisti non lo preoccupa più del dovuto. “Non ci sarà una svolta islamica nel paese, ma dei piccoli accorgimenti che potrebbero toccare alcuni costumi femminili. El-Nahdha è un partito nuovo, occorre valutarlo per quello che farà, al di là della propaganda: è la prima volta che arriva al potere”. Nella testa di entrambi passano le dichiarazioni di giornata del CNT libico, che dopo la morte di Gheddafi, ha annunciato l’introduzione della sharia, come legge di governo. “In Tunisia non ci sono le condizioni per affondare la tradizione laicista del paese. Il messaggio della Libia è indirettamente rivolto a noi, ma nessuno vorrebbe sottostare a un regime religioso”. Il principale problema resta la forma capitalista del sistema economico. “Vogliamo cambiare la mentalità della società, prima che la società cambi noi”.

per Senza Soste, da Tunisi, Orlando Santesidra

24 ottobre 2011

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Ultimo aggiornamento Lunedì 05 Dicembre 2011 20:29

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