I miei maestri, quando ero giovane, mi dicevano sempre che in un tema, un articolo, una lettera, quello che conta è l’attacco. Ora sono in difficoltà, non so come chiamare i 5 stelle di Livorno, compagni, amici, grillini, signori. Comunque, questo movimento, tra le altre, una caratteristica positiva ce l’ha, quella di dire tutto quello che pensa, anche quando magari farebbe meglio a tacere o, studiare, prima di parlare. Ora, nel caso delle riflessioni sul porto di Livorno, il movimento ha detto una marea di cose vecchie e stantie, alcune verità storiche, una buona dose di cose condivisibili, ma, anche alcune inesattezze e indeterminatezze pericolose per chi si candida a dirigere un territorio. Mi sarei aspettato dal movimento un approccio più scientifico, magari una attenzione a quanto in molti hanno già scritto sul futuro dei porti (non solo Bologna), ma sopratutto mi sarei aspettato dal movimento più coraggio e più fantasia, anzichè bere alla fonte di vecchi arnesi del pensiero politico-portuale.
Un esempio su tutti è quello relativo alla Darsena Europa. Dovete avere il coraggio di dire che NON SI FARA’, che NON DEVE ESSERE FATTA. I motivi sono semplici, non deve essere fatta perchè non possiamo andare a rincorrere i contenitori nel futuro quando ci sono porti già oggi meglio attrezzati del nostro e in grado di corrispondere alle esigenze di mercato dei prossimi 20-30 anni. Non si farà perchè nessuno intende investire in una opera faraonica che non porterebbe guadagni, visto l’ammortamento del capitale iniziale, per una cinquantina di anni, cioè peggio dei buoni del tesoro greci. Nè privati, nè pubblico e neppure, dico io, pubblico/privato. Anche sulle vasche di colmata, attenzione ai ragionamenti che fate perchè la prima vasca deve essere solidificata e passeranno ancora tanti anni prima di farla essere un piazzale. La seconda poi, con quella gara d’appalto vinta con un ribasso pauroso, vedrete che ne dovremo riparlare.
Un movimento come il vostro deve essere o può essere portatore anche di ideali innovativi, ad esempio quello dei prodotti e consumi del km zero (o comunque del territorio vicino). Se anche voi pensate che per far ripartire la produzione locale (lavoro) bisogna incentivare il consumo locale (consumo consapevole) allora anche la logistica ed i trasporti cambiano drasticamente. Ma cambia anche il nostro approccio con il consumo e la cultura del progresso, non più basato sullo sfruttamento di mano d’opera a basso costo grazie alla globalizzazione, ma sono sicuro che queste cose le sapete già per cui risparmio di scrivere oltre.
Ora se nel vostro approccio metodologico questa voglia di cambiare c’è, allora vengono meno molti dei vostri ragionamenti, come ad esempio quello delle crociere e del turismo. Personalmente sono scettico quando enunciate con enfasi la possibilità di sacrificare un bacino per consentire un attracco di nave da crociera. Può darsi che abbiate ragione nei vostri calcoli sul mercato delle riparazioni navali, io però ci andrei cauto e non prenderei per oro colato quello che dice lo studio del RINA. L’ho già scritto e lo ripeto, mi fido poco degli incarichi prezzolati a consulenti, finiscono per dire quello che si vuol sentir dire il committente. Poi mi domanderei quali sono i ritorni economici di un lavoro come quello delle crociere, tenuto conto che la nostra bella città non può competere con i gioielli toscani a km zero o quasi. Per cui o ci inventiamo un ritorno economico oppure non affanniamoci troppo attorno ai croceristi. Uno studio Chapman Taylor - Campenon Bernard, di alcuni anni or sono dava per scontato un ritorno economico dalle crociere e dai traghetti con la istituzione di una vera e propria città a loro dedicata. L’idea era quella di far diventare l’attuale porto passeggeri una sorta di disneyland delle grandi marche a poco prezzo. Erano talmente certi dei loro conti che oltre al progetto realizzarono anche un Business-plan ed avevano a disposizione anche gli imprenditori che volevano investire in questa operazione. Altro che libro dei sogni.... Non ne fecero di nulla perchè in quegli anni Lamberti si dava da fare per concludere la porta a terra e, subito dopo, a sostituire il cantiere navale con la cosiddetta porta a mare. In entrambi i casi gli investitori hanno guadagnato molto, sopratutto Benetti, grazie anche allo stato italiano che ha pensato bene di pagare una speculazione edilizia piuttosto che sostenere un cantiere navale.
Ma questa è storia antica, vediamo ora il presente. Abbiamo detto che ci vuole fantasia per intercettare lo sviluppo, ed allora perchè non puntare sui siti dismessi del porto (Giolfo e Calcagno? altri?) per realizzare magazzini a disposizione del catering di navi da crociera. Come saprete certamente i turisti americani o inglesi a bordo delle navi mangiano più male che bene. I prodotti alimentari arrivano dall'Olanda piuttosto che dall'America, probabilmente perchè costano meno o perchè qualcuno ci guadagna. Risulta che l’acqua San Pellegrino arrivi a bordo delle navi americane direttamente dagli States e non dall’Italia. Grillo ai tempi in cui faceva il comico ci sarebbe andato matto per questa notizia, ricordo ancora quando faceva la storia delle bottiglie d’acqua che passano sull’autostrada. Pensandoci bene già allora era un precursore dei prodotti a km zero. Ora. perchè non provare ad imporre, tra virgolette ovviamente, agli armatori i buoni prodotti toscani a prezzi ragionevoli? Incentiviamo in qualche modo i signori a mangiare toscano e puntiamo ad offrire un ormeggio sicuro e certo a quelle compagnie di navigazione che approfitteranno della convenienza/bontà, toscana. Questo è solo un modo per cercare di smuovere un volano economico a km zero senza dover distruggere un bacino e perdere un mercato delle riparazioni navali.
Ce ne sono altri? Certamente e voi del movimento potrete sfornarne a migliaia, pensate a quello che si produce dalle nostre parti e quello che potremo offrire ai croceristi, etc. etc.. Per quanto mi riguarda mi fermo qui anche perchè come diceva il mio poeta preferito, la gente da buoni consigli quando non può più dare cattivo esempio.
Non entro nel merito di tutte le vostre proposte e osservazioni, ci saranno altre occasioni, ma una cosa per chiudere però me la dovete concedere. Avete elencato una serie di opere incompiute limitandovi a dire: “silenzio assoluto”. Anche voi però siete rimasti in silenzio ed ancora lo siete di fronte ad un presidente dell’autorità portuale che non è riuscito a levare un ragno dal buco, tra l’altro non è neppure un presidente a km zero, viene da Genova, lavora 4 giorni e mezzo la settimana e non certo 12 ore al giorno come sarebbe necessario. Del resto è anziano e l’età aveva consigliato anche Napolitano a tirarsi indietro, non vorrei però che Gallanti aspetti a tirarsi indietro quando ci saranno le elezioni amministrative, magari favorendo qualcuno che non può più concorrere al posto di Sindaco e non disdegnerebbe una poltrona che garantisce potere e soldi.
Meditate, movimento, meditate e provate a confrontarvi, a mescolarvi, a contaminarvi con chi, come voi, ha la passione e la voglia di cambiare anche se è maledettamente sicuro che ci voglia più sinistra che discorsi.
per Senza Soste, Gino il barcaiolo
7 maggio 2013




Non è difficile scorgere, con la morte di Giulio Andreotti, il fatto che il processo di mitizzazione dell’ex pluriministro e pluripresidente del consiglio abbia subito improvvisamente un’impennata. Del resto lo stesso Andreotti, da vivo, aveva alimentato questa mitologia. Lavoratore febbrile, lettore, brillante autore di testi, divo prima letterario, poi televisivo ed infine cinematografico, fabbricante di aforismi e motti di spirito. Tutte qualità che compongono una mitologia politica piuttosto che la biografia collettiva di generazioni di democristiani. Mitologia alla quale amici e nemici hanno concorso alla tessitura in modo paritario ed infaticabile.
Il concetto di zombie bank non appartiene solo ad una qualche ibridazione tra letteratura, finanza e giornalismo. Indica piuttosto un preciso tipo di banca: quella di fatto morta, quindi fallita, ma tenuta in un qualche stato di vita dal trasferimento di fondi pubblici a copertura di irrimediabili voragini di debito dell’istituto bancario privato. Dovrebbe suscitare un qualche interesse il fatto che il Financial Times, il giorno della fiducia alla camera al governo Letta, ha parlato delle zombie bank (testuale) italiane come uno dei due principali problemi del paese. Assieme all’immancabile assenza di crescita che oramai appartiene al novero della categorie che ognuno interpreta veramente come preferisce.
Anche quest'anno ci ritroviamo a dover leggere le solite polemiche sulle aperture dei negozi nei festivi, e lo diciamo francamente, ci siamo veramente stancati di dover assistere alle recite di chi scarica le responsabilità su altri senza prendersi le proprie. Anche perché su questo tema sbagliano un po' tutti: l'amministrazione, i sindacati concertativi, ovviamente le insegne che decidono di stare aperte, chiaramente i clienti, ma anche i lavoratori.
Il vero boom boom di Palazzo Chigi di ieri non è rappresentato dagli spari che hanno ferito due carabinieri, di cui uno gravemente, nella mattinata di ieri. Ma dal fragore delle stupidaggini che sono state sparate dal mainstream televisivo e giornalistico a partire dal momento in cui si è sparsa la notizia sugli spari nel piazzale antinstante Palazzo Chigi. E sì che lo squilibrio delle forze in campo era praticamente titanico: a una parte una persona che aveva perso il lavoro, e la fiducia nella vita, dall'altra il coro dei media e degli eletti "responsabili e pervasi dal senso delle istituzioni".









