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EDITORIALI

Il contenimento dell'animale da corteo e il Fatto Quotidiano

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roma_corteo_28_marzo_bancaQuando e come è cominciata l’animalizzazione dei soggetti sociali nelle nostre società?
La domanda non è affatto oziosa se si tiene conto che la riduzione ad animale dei soggetti sociali si impone nelle nostre società dopo la fine del welfare e dei conseguenti processi di medicalizzazione dei comportamenti collettivi. Paternale, disciplinare, di controllo l’intervento pubblico comincia a ritirarsi dalla società tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.  Entro l’inizio di questo processo la stampa comincia a perdere una funzione paternale, socialmente medicale, ricompositiva. In qualche lustro è passata così dall’informare, investigare per scopi curativi, e per i poteri sottintesi a questo processo, a evidenziare dove si trovino i malati, i patologici, gli animali da isolare.
Oggi per i soggetti che, in qualche modo, impongono la loro presenza senza seguire le leggi di visibilità e connessione regolate dai media la stampa serve quindi da elemento regolatore di un processo di animalizzazione.  Non si tratta di un processo nuovo, la stampa inglese e quella francese dell’800 costruiscono enciclopedie di animalizzazione dei soggetti sociali della prima società industriale, ma piuttosto un fenomeno dettato dalla ritirata dell’intervento pubblico sulla società. Negli anni del welfare, grosso modo, la stampa denuciava aprendo un campo di intervento pubblico, di controllo, di sostegno ad ogni emergenza sociale individuata. Funzionava come un’ottica della spesa pubblica e della neutralizzazione dei conflitti, un dispositivo di visione anticipata dei processi. Spesso il giornalista anticipava l’investimento: la denuncia della situazione abitativa preludeva al piano casa, quella della mancanza dei presidi sanitari all’intervento pubblico nel settore etc.  I profitti del welfare seguono alle grandi inchieste giornalistiche.
Nei nostri anni la stampa, e la televisione che produce informazione non avrebbero ruolo, di connessione dei poteri che contano, se seguissero questa strada. Infatti, dopo il ritiro del welfare dalla società la stampa serve oggi come un’ottica della riduzione ad animali dei soggetti sociali che, in modi differenti, non seguono con docilità la ritirata dell’intervento pubblico dalla società. Come funziona quest’ottica l’ha descritto, suo malgrado, con efficacia proprio Tony Blair in una lettera al Guardian dopo i riot londinesi d’agosto.
Prima di tutto secondo Blair si tratta di negare pubblicamente qualsiasi rapporto tra crisi economica, ristrutturazione della società e il comportamento dei soggetti ritenuti animali. Per questo funzionano benissimo commenti, frammenti di articolo, articoli sulla retorica della responsabilità individuale,  per la quale la società è un campo neutro delle peripezie del soggetto, per la costruzione della colpa per ignoranza, trascuratezza, aggressività, disordine mentale dell’individuo. Questo processo di riduzione della questione sociale a deficit individuale, a mezzo stampa, va visto però in modo materialistico: più è efficace più legittima il mancato trasferimento di risorse dal privato al pubblico. Per cui il Guardian, via Tony Blair,  si è trovato a suggerire a Cameron non un piano sociale per le periferie ma l’intervento normativo, disciplinare e militare su alcuni soggetti mirati entro la dinamica sociale dei riot. Soggetti che vengono ridotti ad animali dalla stampa con servizi, foto, frasi ad effetto, scatenamento della strategia del panico contro l’individuo pericoloso, incontrollato e imprevedibile. Si passa così dall’ottica dell’animalizzazione della stampa al funzionamento dei dispositivi di controllo, come tra sensore che si attiva e cancello che si apre.
Con il metodo Blair si evita, con la riproduzione dell’opinione pubblica tradizionale a mezzo stampa, non solo la legittimazione del trasferimento di risorse dal privato al pubblico per mantere la coesione sociale ma anche il funzionamento di dispositivi concreti. Quale privato, infatti, potrebbe essere ricondotto al dovere di finanziare comportamenti privati altrui rappresentati sulla stampa come causati da animalità, colpa ed ignoranza individuale? Investire in responsabilità individuale, sovraccaricando sulle persone la rappresentazione dei loro deficit, significa disinvestire in quella collettiva. Così l’etica della responsabilità prodotta sui giornali fa miracoli per i profitti delle aziende e per le detassazioni.
I titoli che fanno opinione pubblica adorano un solo animale, il toro di borsa, verso il quale vanno dirette le risorse economiche e l’adrenalina del potere. Per la parte di società che è esuberante rispetto a questo processo c’è l’animalizzazione a mezzo stampa che potremo così definire una disciplina della scienza del risparmio nella spesa pubblica. E di quella della centralità sociale degli algoritmi di borsa.
In Italia l’ottica della animalizzazione dei soggetti sociali ha raggiunto, nella pressocchè assoluta indifferenza cognitiva della politica come delle scienze umane, una considerevole tradizione.  Forse la grande stagione di apertura delle retoriche, dei dispositivi di comunicazione necessari ad animalizzare i soggetti sociali è stata aperta con lo sbarco di massa degli albanesi a Bari nell’agosto del ’91. Quando 20.000 profughi furono trattati, dalla stampa e dai dispositivi governamentali, come altrettanti capi bovini, chiusi, recintati e riportati al terreno di pascolo originario. Come era prevedibile l’animalizzazione dei soggetti sociali che si rendono visibili, e che devono essere espulsi di nuovo nel vuoto da cui sono venuti, si è poi estesa rapidamente ai nativi. A tutti i nativi verso i quali spontaneamente scatta il dispositivo di animalizzazione: pensionati (ai quali si rimprovera di costare, come all’animale ormai sterile) giovani (che guidino, che vadano allo stadio, che ballino o che vadano in vacanza, figuriamoci dopo un riot. Innumerevoli sono le retoriche del dressage dell’animale giovane) soggetti maturi (verso i quali scattano le retoriche della sorveglianza nel momento in cui non appare ordinata la loro uscita dal mercato).
Ci sono testate che hanno prosperato, altre che hanno subito un declino grazie all’emergere delle retoriche di animalizzazione sulla stampa. L’Unità, ad esempio, troppo legata a schemi, linguaggi dei decenni precedenti non ha retto il passaggio epocale dal contenimento degli estremisti al quello degli animali. E oggi non ha gli strumenti retorici, la capacità di stare sulle piattaforme mediali, per assimilare con efficacia l’estremista all’animale. Repubblica è invece una testata che questo passaggio storico non solo l’ha retto benissimo ma lo ha anche governato. Per le testate di centrodestra va considerato che la loro fioritura coincide con una grande stagione di animalizzazione di qualsiasi soggetto al di fuori dei loro interessi. Su Libero e il Giornale animale è praticamente chiunque. Forse è questa mancata selezione dei soggetti da animalizzare che rende queste testate inabili per la prossima stagione politica.
In questo scenario da un paio d’anni è emerso il Fatto Quotidiano. Si tratta di un quotidiano anacronistico, nel linguaggio e nell’immaginario, che espone i propri lettori al rischio di ritardo cronico nella selezione dei processi cognitivi. Il Fatto ha decine di migliaia di lettori, e migliaia di soci, ma cosa ne ha determinato il successo? E quale il suo ruolo nel processo di animalizzazione dei soggetti sociali in politica?
Il Fatto segue spontaneamente un processo di regressione conoscitiva necessario per l’animalizzazione dei soggetti sociali ritenuti ostili. Quello della spiegazione del mondo attraverso la notizia infinita della violazione del rapporto di proprietà. Per cui sul Fatto la notizia principale è quella dell’individuazione e dell’esecrazione del ladro entro un processo di informazione emotivamente catartico per il lettore. Ma è lo schema antropologico sottostante al Fatto, quello della proprietà violata, che riduce il mondo alla casa da difendere, che incontra le dinamiche di parcellizzazione e individualizzazione della società. Come in Feuerbach la sacra famiglia è la proiezione mitologica delle virtù presupposte nella famiglia reale, nel Fatto l’individuazione del ladro è la proiezione narrativa dei timori della famiglia e dell’individuo reali del mondo liberista. In questo modo si opera la regressione di ogni complessità sociale a questione di furti e di onestà e il passo vero l’animalizzazione dei soggetti ritenuti ostili è breve. A differenza di altri quotidiani storicamente innestati nelle reti di potere, nei dispositivi di comando il Fatto assume una funzione differente nei processi di animalizzazione. Non innesta dispositivi concreti di potere ma un immaginario: quello semplice e mitologico del desiderio società liberata dal furto. L’ingenuità di questo dispositivo mitologico è compensata dal quotidiano ruolo catartico che il giornale ha nei lettori nel momento in cui la notizia si trasforma in processo di individuazione del ladro.
Il Fatto ha una rete di collaboratori eterogenea, dove si trovano anche persone veramente in gamba, legata a una serie di firme storiche che è un assemblaggio di nostalgici della destra berlingueriana, relitti del moralismo della stagione dell’unità nazionale, spiritosi cronisti, liberisti di sinistra. Con l’esplodere delle rivolte di piazza, tralasciando le demenziali ricostruzioni del caso Battisti quando semplicemente si chiedeva di restituire il grizzly all’Italia, il Fatto si è dedicato sistematicamente alla animalizzazione dei riot.  Dopo i fatti del 15 ottobre, si è semplicemente scatenato. Per cui via alle ricostruzioni su disagio, incoerenza e pericolo dei “black bloc”, a quelle sulle necessità di una “protezione” della polizia per i cortei, sull’oggettiva utilità per il nemico (Berlusconi) di questi comportamenti animali di piazza. Qualche venatura di cospirazionismo ed ecco il contributo del Fatto all’animalizzazione dei comportamenti di piazza. Con la variante, cospirazionista, del “fanno il gioco delle destre”, “sono infiltrati” l’animale black bloc è servito per decine di migliaia di lettori per qualche scarica di adrenalina in treno, in metro, in autobus prima di andare al lavoro. Animale e estremista qui si fondono in una rappresentazione emotiva che chiede solo l’intervento paternale e rassicurante delle forze dell’ordine.
Il Fatto contribuisce così alla animalizzazione dei soggetti sociali, funzione tipica e non solo editoriale della stampa di oggi, alla loro messa a fuoco nei dispositivi di controllo del liberismo contemporaneo. Ha funzioni decisamente meno sistemiche di altre testate ma alimenta un immaginario comune sul bestiario da contenere nelle società contemporanee.
Il Fatto costruisce dinamiche di contenimento degli animali di piazza come per qualsiasi minaccia alla proprietà. Tiene assieme due dinamiche di regressione del discorso pubblico: quella della riduzione della complessità sociale a questione di violazione della proprietà e quella della animalizzazione dei soggetti sociali. Le dinamiche sociali al Fatto non interessano: è l’animale black bloc che va rappresentato con tutto il panico morale possibile. Quello verso la violazione della proprietà, della legalità sottintesa (perché legalità e proprietà sono la stessa moneta), nell’invocazione di una calda e rassicurante pratica di polizia.
Berlusconi ha detto ai giornalisti del Fatto: “cosa scrivereste senza di me”. Si sbagliava: l’animalizzazione dei soggetti sociali ha grande futuro sulle pagine del quotidiano diretto da Padellaro. E si mette in concorrenza con quella operata dalle grandi testate nazionali come Repubblica e il Corriere. Che è meno coinvolgente, calorosa di quella operata dal Fatto. Dove si rappresentano assieme prostitute del potere, ladri, hooligans, black bloc in quei minuti dell’esecrazione, celebrati durante la lettura del giornale, che rappresenta l’unico calore umano che si può oggi permettere la regressione cognitiva di molti lettori di centrosinistra e di sinistra.

per Senza Soste, nique la police

19 ottobre 2011

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Dopo il 15 ottobre: l'Italia, la Grecia, gli scioperi...

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grecia_scontri_ott_11A tre giorni dalla manifestazione del 15 ottobre di cui tanto si è parlato e tanto ancora si parlerà, ci imbattiamo in questo articolo che descrive cosa sta avvenendo in Grecia. Leggiamo che è partito l'ennesimo sciopero generale (di 48 ore) contro le pesanti misure di austerità varate dal governo (di centrosinistra ndr), uno sciopero che fermerà ancora una volta il paese in tutti i suoi centri nevralgici. Si tratta del quinto sciopero generale dall'inizio dell'anno, e il secondo di 48 ore dalla fine di giugno. Numeri impensabili per l'Italia, dove di scioperi generali di media ce n'è uno all'anno, che dura solo un giorno e poi tutti a casa, e che di certo non provoca la paralisi del paese, visto che il pensiero dei sindacati che lo indicono è rivolto più alla passerella colorata a Roma che a un reale effetto sugli apparati produttivi del paese (obiettivo che invece uno sciopero da che mondo è mondo si deve proporre). Eppure siamo l'Italia. Dove governa la destra berlusconiana, dove gli stipendi sono rasoterra, dove la regola è la precarietà e l'eccezione il posto fisso, dove gli analfabeti figli di Bossi e Di Pietro stanno sulle poltrone di comando, dove Marchionne detta regole e leggi valide per tutti, dove si taglia giorno per giorno tutto ciò che rientra nel sociale e nel pubblico, e potremmo continuare all'infinito.

Sabato 15 ottobre in Italia non era sciopero (tralasciamo il giudizio sul fatto che milioni di italiani che il sabato lavorano non hanno potuto partecipare alla manifestazione romana...), ma i paralleli e le domande fra le modalità di protesta italiane e quella greca sorgono spontanei.

La prima domanda non può che riguardare i sindacati nostrani. Siamo sicuri che il (a detta di tanti, ma non di tutti) fallimento della manifestazione di sabato non sia da addebitare anche all'incapacità sindacale italiana di praticare un conflitto vero che abbia come proprio baricentro i lavoratori e il loro potenziale di lotta?
Lo schema "manifestazione colorata con giro turistico in centro città lontano dai palazzi che contano" ha infatti il marchio di fabbrica dell'"intellighenzia" sindacale italiana. Un marchio di fabbrica che è talmente radicato nella cultura italica da divenire ormai cosa ovvia e scontata quando c'è una data come quella del 15 ottobre. Solo che questo modus operandi è ormai ovvio che sa sempre più di stantìo e anacronistico, e che appare sterile a buona parte dei manifestanti, i quali (diciamo così) decidono di vivere la piazza in un'altra maniera (qui vogliamo smarcarci dai giudizi sulle "violenze", visto che se ne parla già ovunque, e concentrarci invece più sulle responsabilità di chi contesta le violenze ma in realtà senza magari accorgersene ha posto le basi perché quelle stesse violenze avvenissero).

Ma torniamo alle nostre domande, ai sindacati, e al parallelo con la Grecia. Perché i manifestanti "pacifici" italiani sono pronti ad esaltare le gesta dei greci che mettono a ferro e fuoco Atene e invece quando la stessa guerriglia accade nelle loro piazze scatenano la caccia al black bloc? Siamo di fronte a un fenomeno particolare di nimby (not in my back yard, non nel mio cortile di casa)? La rivoluzione va bene come diceva Gaber "oggi no, domani nemmeno, ma dopodomani sicuramente"? O forse la realtà è che in Grecia riescono a legare talmente bene tra loro le forme di conflitto (lo sciopero e la manifestazione) che il risultato finale che si percepisce è una lotta di popolo vera e partecipata di persone che per due giorni di seguito non vanno a lavorare e si piazzano sotto i palazzi del potere?

Le differenze, è molto probabile, stanno tutte lì. E le giustificazioni dei sindacati che non indicono gli scioperi perché sostengono che in Italia non c'è quella cultura non reggono affatto, visto che il modo di pensare e di agire di un popolo cambia anche e proprio in base a come sono pronte a modificare le proprie decisioni le organizzazioni che aggregano i lavoratori.

Servono nuovi schemi, nuove parole d'ordine, nuove forme di protagonismo delle fasce di popolazione più penalizzate. Non è utopia, non è retorica. Che non lo è ce lo dimostra la Grecia (che è a pochi chilometri da noi, non su un altro pianeta), dove 400 portuali bloccano per giorni il porto del Pireo, dove lo stesso fanno nelle stazioni i lavoratori delle ferrovie, dove per 48 ore la piazza del parlamento è assediata, dove in quei due giorni non puoi fare benzina e gli uffici pubblici sono sbarrati. Dove, in sostanza, i giorni di protesta sono di tutti ed entrano nella vita di tutti, che siano d'accordo o meno.
In Italia invece oggi funziona che c'è una parte di popolo che va a Roma (e al suo interno litiga su quanto sia utile spaccare tutto), e un'altra enorme parte invece sta a casa, guarda mangiando popcorn il film della manifestazione in tv e poi va su facebook a fare la spia contro chi ha tirato un sasso.

Per Senza Soste, Franco Lucenti

19 ottobre 2011

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Senza Soste: cronaca e commento sulla giornata del 15 ottobre

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La cronaca della partenza da Livorno, della composizione del corteo fino agli scontri a San Giovanni, cercando di fare chiarezza e sgombrando il campo dai ridicoli complottismi e dalla retorica.

scontri_roma_sky_tgNon è facile raccontare la giornata del 15 ottobre a Roma, per due motivi: il primo perché c’era tantissima gente ed ognuno ha visto e vissuto il corteo in base alla parte in cui era posizionato. Il secondo perché la manifestazione di sabato era già complessa di suo, per organizzazione, per composizione politica e sociale, per gli obiettivi che aveva, e gli eventi la hanno complicata ancora di più.

Ma andiamo con ordine.

I numeri

Impressionanti. Non sbaglia chi ha detto che potevamo essere 300.000. E non è un numero scontato anche se alla vigilia la speranza di una partecipazione di massa c’era. Numeri impressionanti se si tiene di conto che in passato questi numeri sono stati raggiunti con la partecipazione attiva ed economica di partiti e sindacati (Cgil o Fiom) che hanno messo a disposizione pullman a prezzi politici o gratuiti. Questa volta invece il grosso del corteo è giunto a Roma molto più spontaneamente. I pullman organizzati erano una parte che pesava molto meno sui numeri del corteo rispetto al passato e molta gente si è autorganizzata con treni, mezzi propri o pullman organizzati da movimento o intergruppi e collettivi vari.

Da Livorno

Livorno_centraleChe i numeri potessero essere imponenti si è visto fin dalla mattina a Livorno dove si sono ritrovate oltre 300 persone a cui poi se ne sono aggiunte altre a Rosignano e Cecina. Il tutto su un appuntamento lanciato dal Comitato “Dobbiamo Fermarli” e rilanciato solo dal nostro sito e da tanti ragazzi su Facebook, ma completamente ignorato dai media “mainstream” (Il Tirreno ad esempio nonostante i numerosi invii dell’appello per l’appuntamento alla stazione ha completamente ignorato la cosa). Numeri grossi se si considera che da Livorno sono partite anche auto private e due pullman organizzati da Rifondazione Comunista.

Alla stazione c’erano tanti giovani, un’età media molto bassa di poco più di 20 anni e molti “non militanti” che tuttavia sentivano il grande evento secondo il refrain: “Se non si fa qualcosa ora quando c’è da farla? Cosa ci devono fare per farci svegliare?”. Parole semplici che tuttavia indicano che nell’immaginario popolare e giovanile la misura è colma. Non sarà certo un corteo che cambia la storia ma questa voglia e questa presenza deve essere di stimolo per tutti coloro che sui territori si impegnano quotidianamente e devono rendersi conto che per molti, specialmente giovanissimi, la misura è colma e la sensazione è che tanto ormai il futuro non si intravede nemmeno e c’è veramente poco da perdere. Basta leggere i dati della disoccupazione giovanile nella nostra città.

A Roma

Scesi a Stazione Termini, appena i giornalisti che attendevano ai binari i treni hanno appreso che il grosso delle persone scese dal treno erano di Livorno è partito subito il tam tam sui livornesi e la curva nord presenti a Roma tanto che sia Repubblica che il Corriere della Sera hanno subito riportato la notizia a mezzogiorno. Questo aneddoto per far capire come il giornalismo vada avanti a colpi di luoghi comuni, di frasi fatte, di conoscenze e interpretazioni vecchie di 10 anni, di messaggi reimpostati da dare in pasto ai lettori sprovveduti. Questa impostazione, iniziata già da parecchi giorni, non è stata abbandonata per tutta la giornata del 15 e ci rincorrerà anche per i giorni prossimi. Leggete questo articolo ridicolo di quello pseudoquotidiano chiamato La Nazione sugli ultras del Livorno negli scontri e fatevi un'idea (uno degli indizi della presenza dei livornesi starebbe nella scritta ACAB sui muri della città, sigla, in inglese, utilizzata in tutto il mondo per offendere i poliziotti).

La prima sensazione in piazza è stata subito che eravamo in un corteo non controllato o controllabile perché nessun soggetto organizzato voleva o poteva controllare la piazza. La manifestazione d’altronde era nata come un appello europeo dal basso e al massimo qualcuno poteva provare a metterci un cappello politico senza però essere in grado di portare forze e organizzazione in piazza per determinare il corteo.

Subito in via Cavour questa cosa è stata palese visto che ogni spezzone aveva preparato azioni (simboliche o concrete) in modo indipendente e vari gruppi più o meno grandi sceglievano i propri obiettivi in modo del tutto autonomo. E a metà via Cavour infatti sono state dati alle fiamme due Suv e un paio di banche oltre che sfondate le vetrine a una catena di supermercati ad opera di un altro spezzone.

Il corteo poi è proseguito per i fori imperiali e il colosseo, come previsto, mentre dalla parte di piazza Venezia (la zona dei palazzi del potere), blindati e centinaia di poliziotti impedivano eventuali deviazioni.

I problemi veri sono iniziati a poche centinaia di metri da Piazza San Giovanni dove la polizia ha caricato il corteo rompendolo in tre tronconi dopo un’altra serie di incendi a auto e cassonetti e l’attacco a una casermetta della Guardia di Finanza. E da qui la polizia ha iniziato uno show conclusosi a piazza San Giovanni con i blindati montati fino in cima alla piazza a disperdere con gli idranti e a folle velocità la folla di manifestanti (molti dei quali nemmeno si rendevano conto cosa stava succedendo nella via parallela alla piazza) (video)

Da qui è partita una reazione di massa, che non c’entra niente con le azioni del corteo, e scontri di due ore per impedire alla polizia di entrare in piazza San Giovanni. Due ore di caroselli coi blindati gettati a folle velocità e dall’altra parte centinaia e centinaia di giovani che tenevano la piazza con sassi e bombe carta(video)

L’apice è avvenuto quando i blindati hanno cercato di entrare nella piazza al lato di San Giovanni dove stava confluendo il corteo. Per fare ciò i blindati hanno speronato il camion dei Cobas spingendolo di forza nella piazza dei manifestanti con gravi rischi per l’incolumità delle persone. Poi c’è stato l’incendio della camionetta dei carabinieri che si è fermata in panne dopo che aveva cercato di rincorrere le persone fino sulle scalinate della chiesa rimanendo incastrata.  Gli scontri poi sono continuati per altre 2 ore in altre zone della città.

Commento

La giornata del 15 ottobre era nata male. Per molti è finita peggio mentre per altri è andata come era pienamente preventivabile che andasse.

Era nata male perché è stato scelto un “format”, quello della grande manifestazione autunnale con passeggiata e comizio finale che oltre ad essere desueta, non rispondeva certo alle esigenze di chi ha partecipato in massa sull’onda degli eventi nelle altre città europee dove, anche se con diverse forme e contenuti, la parola d’ordine era l’assedio ai palazzi del potere.

L’Italia però non è la Spagna, ha altre tradizioni di movimento, altri numeri (più grossi) e altra organizzazione. Era improbabile riproporre il modello della “acampada”, anche perché in Italia le tende vengono caricate dalla polizia appena fa buio. Ma era sicuramente più legittimante cercare forme e forzature per andare verso i palazzi del potere e cercare di rimanere lì. In piazza era tangibile questo desiderio. Sia chiaro, per andare laggiù c’era da fare forzature e scontri perché la questura era stata irremovibile vietando quella zona. Quindi deve essere altrettanto chiaro a chi si straccia le vesti al primo scontro, che per come è oggi la situazione, senza forzature e rischi non vai da nessuna parte e l’unica alternativa è quella della passeggiata autunnale sotto il sole romano che pare parecchio inappropriata per la situazione che c’è in Italia. Passeggiata che naturalmente fa comodo a chi ha velleità elettorali o a chi vuole riniziare una stagione sull’onda dei social forum 2001.

Detto questo, non ci nascondiamo certo per dire che certe scene viste nel corteo non ci sono piaciute perché certi atti sono poco comprensibili dalla massa delle persone in corteo oltre che pericolosi (in primis il dare fuoco alle macchine mentre sta passando un corteo di centinaia di migliaia di persone). Fino a scadere nel qualunquismo che non è certo dote rivoluzionaria. Le banche buttate giù vengono comprese dai più, atti vandalici generici no. Era una manifestazione senza obiettivi precisi e ciò ha dato spazio a qualunque cosa.

Di questa manifestazione, tuttavia, non è tutto da buttare, anzi. I numeri sono giganteschi e l’età media dei partecipanti molto bassa. Due ingredienti che danno linfa, a partire dai territori, per lavorare affinchè ci sia una reazione politica quotidiana a una situazione di scippo permanente alla gente per foraggiare un sistema economico e finanziario che negli ultimi 20 anni nel mondo “occidentale” ha visto concentrare tutte le ricchezze in mano ad un numero sempre più esiguo di persone e ha visto peggiorare le condizioni concrete di vita delle fasce più povere e deboli della popolazione.

Riaprtire dai territori dunque. Perché è tangibile nell’aria che ci sia una necessità infinita di parlare di politica, di darsi modi e pratiche concrete per combattere concretamente questa crisi e lo scippo che ne consegue. E per fare ciò serve riprendere luoghi pubblici, dibattiti collettivi e confrontarsi. Sabato non è stato possibile, ma gestire una piazza di 300.000 persone non è certo facile. Specialmente in una situazione di tensione come si sta vivendo in Italia.

Basta con luoghi comuni o frasi prestampate ripetute da 10 anni

roma_blocconeroSia piaciuta o no la giornata di sabato, non c’è cosa più degradante e politicamente diseducativa che ripetere le solite frasi fatte per descrivere una situazione o giustificare una cosa che non è andata come si vorrebbe. Facciamo un piccolo elenco.

“Solo in Italia ci sono state violenze, siamo proprio un paese impazzito”

Ma perché, la situazione che c’è in Italia dopo 17 anni o poco meno di berlusconismo è paragonabile agli altri paesi? Pensiamo che il popolo italiano abbia reagito fino ad oggi con dignità e decisione a questa banda al potere? E perché, nelle settimane e nei mesi passati, gli scontri di Atene, la violenza improvvisa scoppiata a Londra, le banlieue parigine, gli sgomberi e le cariche a Madrid e Barcellona non appena gli indignados hanno alzato un po’ il tiro, le centinaia di arresti a New York e altre città americane, non sono mai esistiti? In questi ultimi mesi eravamo noi gli addormentati.

“I soliti infiltrati Black Bloc pagati da qualcuno”

Cosa c’è di così strano nel fatto che in Italia ci sia qualche centinaia di persone che sanno fare determinate azioni in corteo e che si muovano con l’obiettivo di scontrarsi con la polizia? Ci sono sempre stati. Molti si chiedono perché la polizia non intervenga. Quando interviene lo fa a modo suo e iniziano scontri poi più grossi di quello per cui interviene. Che una questura in combutta con un governo possa strategicamente lasciare che qualcosa accada perché fa comodo, oppure che infiltri dei provocatori è sempre successo e risuccederà. Ma non è che a ogni vetrina rotta o ogni scontro si deve per forza inneggiare all’infiltrato. Anche perché alla lunga si diventa ridicoli. Che la gente impari a motivare perché non è d’accordo con certe pratiche e quali misure servirebbero per evitarle. Ma smettiamola con le dietrologie e i complottismi. Da quello che abbiamo potuto vedere noi, in piazza San Giovanni non c’erano i fantomatici black bloc ma migliaia di giovani che facevano gli scontri con la polizia. Ognuno dia il giudizio che ritiene su questo fatto, ma la realtà è questa.

“Pochi cattivi hanno impedito di manifestare a tanti buoni”

Posto il fatto che tanti gesti e tanti atteggiamenti dei “pochi” possano essere legittimamente bollati come idioti, la moltitudine dei buoni non s’è ancora rotta i coglioni di fare le passeggiate per Roma? Cosa propongono? Si ricordino che tutto ciò che potrebbe essere proposto in alternativa al pascolo di massa per le vie di Roma comporta forzature, rischi e sacrifici perché nessun apparato poliziesco te lo permetterà. La rivolta, il cambiamento, l’indignazione (sostantivo bruttissimo che implica un moto di pensiero ma non di azione concreta che porti un cambiamento), chiamatela come vi pare, non è un pranzo di gala. Servono soluzioni e pratiche più intelligenti? Troviamole. Ma basta con le sfilate. E le migliaia di ventenni che erano in piazza sono i primi a pensarlo.

Postilla finale: Draghi ha detto che i giovani hanno ragione e che le violenze sono state un peccato. E' stato senz'altro il commento che più ha dato forza e legittimazione a chi è stato protagonista delle violenze e che ora potrà pensare: "Se Draghi pensa che sia sbagliato, allora è giusto". Come dargli torto. Ricordiamoci che il facinoroso Draghi e le sue velleità di governo tecnico saranno quelle che ci devasteranno. Il governo tecnico è quella forma di governo che, non avendo da confrontarsi con l'elettorato nell'immediato futuro, ti apre il culo definitivamente. Auguri.

red. 16 ottobre 2011

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Ultimo aggiornamento Domenica 16 Ottobre 2011 23:45

Montezemolo, il nuovo che avanza. Conversando con Bisignani e la Gelmini

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montezemolo_culoLuca Cordero di Montezemolo ha ormai dato segnali inequivocabili di una prossima entrata in campo in politica. Da più di un anno si susseguono articoli sui passaggi della trasformazione della sua fondazione in partito politico o, perlomeno, in lista elettorale.
Vista in modo clinico la discesa in campo di Montezemolo non sembra profilarsi come una passeggiata. Il centro, mitico luogo della politica istituzionale, è affollatissimo. L'idea dell'imprenditore che scende in campo non è solo un remake del '94 berlusconiano. C'è anche il fatto che sono già diversi gli imprenditori che occupano permanentemente il dibattito politico (Marcegaglia, Della Valle, Versace). E sono pure di peso i manager che stanno in stand-by (Profumo). Anche il tentativo di dare una veste populista alla figura di Montezemolo manca di una base reale. Non c'è paragone tra il Berlusconi presidente del Milan del '94 e il Montezemolo presidente della Ferrari di oggi, e lontanissimo presidente di una Juventus fallimentare di ieri, in termini di popolarità. Anche l'idea del politico "del fare", dinamico che fa cose di destra ma "concrete" trova già concorrenti (Renzi, per fare un nome).
Così a Montezemolo non resta che provare la carta di un movimentismo minore, fuori dalle grandi notizie, non privo di un marcato effetto ridicolo. Pochi giorni fa ha detto che gli indignati italiani hanno sostanzialmente ragione. Il problema, per lui, è che l'ha detto un attimo prima di montare sulla sua Maserati. Gli stessi giornalisti l'hanno notato, il tentativo di farsi un'immagine presso i giovani con la Maserati come testimonial è un qualcosa che non può non affondare nel ridicolo.
Inoltre il Fatto quotidiano ha pubblicato le intercettazioni sui colloqui tra Montezemolo e Bisignani e tra quest'ultimo e il ministro Gelmini. L'oggetto del colloquio tra Bisignani e la Gelmini era proprio Montezemolo. A parte il fatto che un candidato a riformare l'Italia che si consiglia politicamente con un faccendiere della P2 e capo della P4, attualmente in carcere, ricorda molto il presidente del consiglio che si vorrebbe sostituire. Non proprio un'ottima immagine per un'eventuale campagna elettorale e tantomeno per governare. Ma dai colloqui tra Gelmini e Bisignani ne esce Montezemolo per come è: un tentativo di dare continuità a un ceto politico fatto di sopravvissuti della prima repubblica e di faccendieri ultraliberisti della seconda.
Con la speranza che la retorica dell'antipolitica serva come ariete per dismettere, licenziare, privatizzare.
Speranza che, nonostante le drammatiche convulsioni del centrodestra, per il liberismo italiano non sembra quindi poter essere incarnata da Montezemolo. Tra i tanti personaggi patetici e pericolosi che ci hanno regalato questi ultimi vent'anni almeno questo probabilmente ci sarà risparmiato. A meno di un colpo di genio del PD. Se un giorno decide di affidarsi all'ennesimo generale senza truppe (dopo Dini o Prodi) per tentare la solita soluzione liberista e monetarista alle crisi di questo paese.

(red) 14 ottobre 2011

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Ultimo aggiornamento Sabato 15 Ottobre 2011 00:06

Alzate il culo! Perché è importante andare a Roma il 15 ottobre

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rabbia_silenzio_cartelloSiamo arrivati alla vigilia della manifestazione più attesa dell’autunno. I giornali del potere stanno già scrivendo, con assurdo allarmismo, che si rischia un’altra Genova, i movimenti stanno cercando di trovare un minimo di coesione su percorso e significato da dare alla manifestazione mentre una marea di cani sciolti cercherà di raggiungere Roma con ogni mezzo e rappresenterà una delle parti più consistenti del corteo. C’è molta attesa, quindi, ma anche molta incertezza perché nella tradizione politica italiana mai si era visto un corteo “di tutti”, senza un promotore specifico e qualcuno che cerchi nel bene o nel male di controllare la piazza.

Questo corteo è nato in primavera in Spagna, precisamente a Puerta del Sol a Madrid, dove il Movimento 15M (nome che proviene dalla grande manifestazione del 15 maggio scorso, detti anche Indignados) ha lanciato una grande mobilitazione europea contro la crisi e le istituzioni politiche e finanziarie che la vogliono far pagare a studenti, lavoratori, migranti e tutti quegli appartenenti alle lower-classes europee (i poveri e coloro che vivono del proprio lavoro) in termini di tagli a diritti, salari e servizi essenziali.

In Italia questo appello è stato ripreso da vari movimenti e rilanciato su scala nazionale. Nato come spinta dal basso degli indignados spagnoli ha mantenuto in questi 5 mesi questa caratteristica principale trasformandosi nel corteo “di tutti”, senza bandiere e senza cappelli, senza un’organizzazione specifica che ne detenga le redini. E questa è la cosa più importante che sta avvicinando a questo appuntamento migliaia di persone che non sono solite frequentare i cortei di protesta autunnali. Ma chi sono questi “tutti”? Sono i giovani senza futuro, morsi dalla precarietà e da un costo della vita che gli esclude da tutto, anche dall’avere una vita privata indipendente. Sono i lavoratori che si vedono erodere quotidianamente diritti conquistati dopo anni di lotte, con l’aggiramento dell’art.18 e l’ennesimo colpo alle pensioni. Sono tutti i cittadini che vedono operare tagli lineari su servizi come scuola e sanità che incidono quotidianamente sul peggioramento delle loro condizioni di vita. Sono i migranti attorcigliati quotidianamente nel perverso sistema di lavoro-permesso di soggiorno-sfruttamento che ogni giorno rischia di saltare e loro vedersi rispedire a casa. Sono tutti coloro che si sono resi conto che il sistema è saltato e il capitalismo e tutte le sue forme deteriori sono ormai alla frutta. Sono tutti coloro che hanno capito che pagheremo un debito infinito e pagheremo tassi di interessi infiniti a banche che poi dovremo anche salvare con i nostri soldi.

Il 15 a Roma la volontà comune è quella di assediare i luoghi del potere e rimanerci fino a quando non cambia qualcosa. Le polemiche su scontri, percorsi, accordi con la questura o velleità elettorali di qualcuno sono roba del passato, da qualunque punto di vista si guardino. A Roma bisogna essere tanti e decisi. Decisi a far vedere che non si scherza e qui è in gioco il futuro di tutti.

Naturalmente l’evento 15 ottobre non conclude niente se non viene interpretato come un possibile inizio da riproporre nella quotidianità e nei territori. Ma da qualche parte la scintilla dovrà pur partire e sabato a Roma potrebbe essere una giornata importante. Quantomeno è importante stare nei luoghi collettivi, guardarsi, vedere che siamo tanti e riabituarsi a confrontarsi in luoghi pubblici abbandonando per un giorno i discorsi da tastiera e tutti quegli strumenti (social network) utili per la comunicazione e la socializzazione, che però non riusciranno mai a sostituire una grande bolgia di piazza.

Alzate il culo! Sabato 15 ottobre appuntamento ore 7.30 stazione di Livorno

Non contate sul nostro silenzio ma solo sulla nostra rabbia

Per Senza Soste, Franco Marino

13 ottobre 2011

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Ultimo aggiornamento Giovedì 13 Ottobre 2011 17:36

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