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EDITORIALI

Nel cuore di tenebra della Libia

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La via d'accesso a Kurtz era lastricata di così tanti pericoli quasi fosse una principessa addormentata sotto l'effetto di un incantesimo in un favoloso castello. (Conrad, Cuore di Tenebra)

governance_globaleLa guerra di Libia del 2011, remake tecnologico dell’avventura coloniale italiana del 1911, può essere spiegata chiudendo con le metafore dell’impero e le categorie della governance delle relazioni internazionali che sono state utilizzate lungo tutto il decennio bushiano. Questo non certo per amore di polemica verso chi, a volte produttivamente altre meno, ha utilizzato queste categorie. Ma perché l’ibrido rappresentato dal tipo di guerra messa in atto dalla coalizione dei volenterosi, tra modalità di intervento tipiche del periodo Bush e altre del periodo Clinton, ha delle peculiarità che marcano la fine di un’epoca. Quando c’è infatti una guerra in corso che a qualche giorno dall’inizio non ha ancora trovato una catena di comando, né un’alleanza definita, è impossibile parlare di impero. Manca la sovranità diretta, di fondo, immediatamente riconoscibile del potere imperiale (anche se trasfigurato e dislocato nelle costellazioni politiche odierne). Certo, c’è l’impatto dal cielo delle tecnologie belliche. Che però, in assenza di un potere riconoscibile, somigliano più ad una maledizione che al segno imperiale del comando. Non sono perciò meno sinistre ma esprimono un potere politico indeterminato. E la composizione del “chi comanda” in guerra è decisiva per le sorti di un conflitto. E se manca un simbolico imperiale, in una guerra la cui origine politica è l’assenza di comando (per rispondere immediatamente ad un’assenza di governo in Libia), non è presente però una strategia di governance del conflitto. Se prendiamo Governing as Governance di Ian Kooiman, che è un’ottima classificazione delle tipologie di governance specie quando si intrecciano con le categorie tattiche di governo, ci rendiamo conto di come la guerra in Libia non risponda neanche alle leggi di quel mondo. Nella confusa ed improvvisata alleanza dei volenterosi, formatasi per la guerra di Libia, sono saltate immediatamente quelle due caratteristiche fondamentali dell’intreccio tra governo e governance visto per quasi un ventennio come costitutivo per il superamento delle crisi. E’ saltata la credibilità della razionalità di governo ovvero la meta-norma di governo (secondo Kooiman) che fa riconoscere una istituzione come tale in qualsiasi frangente e soprattutto all’interno, là dove si manovra. Ed è saltata poi la gerarchia, che è un prerequisito irrinunciabile della governance. Ovvero della gestione di un terreno di interesse pubblico (in questo caso il militare) che tenga conto di una pluralità di interessi ma anche di precise gerarchie di decisione che la rendono possibile. Nel caso della guerra di Libia, nel momento in cui non è chiaro chi partecipa, e c’è confusione sulla gerarchia, la governance passa dall’essere una tecnologia di governo al definirsi come semplice caso da manuale. Il punto più intelligente delle tecnologie politiche capitalistiche del mondo globale salta quindi da solo sotto la spinta della velocità della crisi, degli interessi delle corporation dell’energia, nel ridefinirsi precipitoso e conflittuale delle alleanze. Separare la formazione del terreno della strategia politica (il governo) dall’atto che mette in pratica le decisioni (la governance) a partire dall’inizio degli anni ’90 era ritenuto il comportamento politico più complesso ed efficace da adottare in caso di crisi. Alla prova dei fatti di oggi entrambi i piani si dissolvono. Ed è il campo, là dove si fa la guerra, che si registranno gli effetti di questa mutazione. Già l’Afghanistan, più dell’Iraq, aveva messo in crisi le pratiche di governance militare. Ancora oggi non è chiaro quali siano i livelli di razionalità politica per il governo della crisi afghana e le gerarchie di governance militare. La Libia ratifica la crisi di un modello entrato in grande difficoltà in Asia. Le prime ore di bombardamento di Tripoli sono, dal punto di vista della governance militare, una sorta di anarchia creativa nei bombardamenti e nelle incursioni. Ciò che si temeva, e si teme, a Kabul si è imposto come prassi a Tripoli.

Nonostante si sia alla quinta guerra umanitaria in vent’anni siamo di fronte ad un fatto storico: dalla prima guerra del Golfo di Bush padre (1991), mossa esplicitamente in nome di un new worldorder successivo alla caduta del muro,  hanno tenuto banco nel linguaggio della teoria politica la simbolica dell’impero e le categorie della governance. Sono entrambe saltate, la cosa fa sorridere se si pensa che James Rosenau, uno degli studiosi di punta di questo genere di categorie politiche, si era addirittura adoperato per la costruzione di una ontologia della governance. Ma radicalizzare fino alle categorie dell’Essere i concetti politici è sempre un sintomo della incombente crisi di questi ultimi. Ora ci penserano gli stregoni dello star-system internazionale delle scienze politiche, assieme a quelli del marketing, a costruire qualche nuovo rito teorico per l’esorcizzazione delle crisi.

Ma come leggere l’intervento della coalizione in Libia? Con quali categorie politiche? Se si danno risposte efficaci a queste domande allora si può prevedere quello che può accadere sul campo. E se gli eventi prendono una piega che prevede la mobilitazione della popolazione anche agire con una certa efficacia.

Qui in un punto dobbiamo prendere per vera la pesante retorica di Gheddafi. Quando, come un paio di giorni fa alla radio libica, parla di intervento dell’occidente come una nuova crociata. Dal punto di vista dell’antropologia politica si tratta proprio di questo. Ovviamente dobbiamo evitare inutili suggestioni sullo scontro tra civiltà. La civiltà capitalistica dei consumi ha unificato da tempo i mondi: lo scontro è sempre all’interno di questo genere di civiltà. Ma Gheddafi, pur utilizzando un simbolico utile per l’opinione pubblica araba, qualcosa ha indovinato. L’Onu non si muove, non determina potere politico secondo comportamenti da impero ma secondo logiche di papato. Precisamente con le modalità antropologico-politiche di creazione e di distribuzione del potere proprie della crociata. Ban Ki Moon ha infatti parlato della risoluzione 1973 del consiglio di sicurezza delle nazioni unite come di un “importante precedente”. Vediamo di quale tipo. La risoluzione autorizza qualsiasi nazione, organismo di cooperazione, coalizione ad agire immediatamente a difesa delle popolazioni libiche. Non fissa i requisiti degli organismi di cooperazione o delle coalizioni, quindi non ci sono metacriteri di governance, ma per accellerare l’intervento in Libia legittima chiunque sia in grado di intervenire. Ban Ki Moon ricorda quindi Urbano II dopo la prima vittoriosa crociata a Gerusalemme. Sotto la pressione di potenze politiche discordanti, ma unite dalla necessità di legittimazione per l’intervento, legittima una nuova crociata rendendo così politicamente possibile, a potenze alleate ma anche in conflitto tra loro, lo scatenarsi di un nuova guerra oltre i confini di Gerusalemme. In questo senso tra il Ban Ki Moon di oggi e il Kofi Annan del Kosovo c’è una forte differenza di ruolo politico. Annan fu ripescato da Clinton, e portato davanti alle telecamere, un paio di settimane dopo i bombardamenti umanitari sulla Serbia. Un gesto di concessione della governance militare alla forma legale del potere Onu. Ban Ki Moon legittima, e fa partire, una crociata tra interessi diversi e conflittuali. Un potere di legittimazione dell’intervento militare una volta saltati i livelli di governo e di governance. Dopo l’impero il simbolico della politica mondiale si volge così al papato. Molto più efficace come potere tra i poteri, che si specializza nel legittimare forze in contrasto tra loro, pur nella stessa azione, senza dover pagare il prezzo politico del logoramento sul campo. Una modalità di esternalizzazione dei rischi politici e militari, quella si erede della partizione tra governo e governance. Partizione che è stata alle radici della nascita della Ue, che viene definita un organismo di governance multi-livello, che infatti sulla Libia si è infatti evaporata su più piani.

Ma se la governance, con la Libia, salta come tecnologia politica di intervento militare, da cosa viene sostituita?

Nella sociologia delle organizzazioni, disciplina con minor spessore ontologico e cognitivo delle teorie della governance ma dotata di maggior agilità su un terreno operativo (quello del capitalismo che non ha alcuna nozione di valore), il caos non è un problema ma una modalità operativa. E il caos, all’apertura della guerra di Libia, è il dato fenomenico e politico più importante. Frutto della crisi di complessità contemporanea dei grandi organismi sovranazionali, come di quelli nazionali, dell’urgenza militare dettata dai tempi accellerati della crisi libica, della necessità di portare velocemente a bilancio la nuova situazione politica da parte delle multinazionali, delle merchant bank e delle borse globali. Nella sociologia delle organizzazioni il management, in questi casi di caos, deve essere consapevole di governare organismi imprevedibili. I cui difetti di funzionamento nel caos, pur opportunamente tenuti in conto, generano effetti a loro volta imprevedibili. Ecco la razionalità politica, in questo molto diversa dalla governance, con la quale si è entrati in guerra da parte dei volenterosi: con la consapevolezza logistica, diplomatica e militare di generare effetti imprevedibili, all’interno di alleanze variabili e non stabilizzate, naturalizzando il caos come modalità razionale implicita nella guerra moderna. E questo è possibile perché esiste un fattore di stabilizzazione dell’opinione pubblica, ovvero i media, che rende lineare, comprensibile ed accettabile il racconto sulla guerra neutralizzando i comportamenti della popolazione grazie all’egemonia che esercita nello svolgersi di questo racconto. Non a caso quindi siamo arrivati con la Libia al risultato, solo apparentemente paradossale, che ci rende il caos organizzativo come pratica di scatenamento del conflitto ed una uniforme tranquillità dell’opinione pubblica di fronte allo scatenamento della guerra. Il simbolico del papato e il caos organizzativo, a tattiche e alleanze variabili, sono le due categorie (antropologico-politiche e di tecnologia politica) che escono quindi dallo scoppio della guerra libica. Saranno sicuramente affinate. Le guerre accellerrano, per natura, le costruzioni del simbolico e le evoluzioni delle tecnologie, anche di quelle politiche.

Ma sul campo qual è il risultato politico-militare che, per quanto originato dal caos, porta a stabilità e quindi a profitti?

Sostanzialmente uno: quello che vuole Gheddafi colpito da un missile, o cacciato dagli insorti (opportunamente armati dalla coalizione), oppure neutralizzato fino all’eutanasìa politica da una forza di interposizione fatta dai paesi arabi, entro un quadro politico stabilizzato di alleanze tra volenterosi e soggetti che hanno peso nell’area. Una volta consolidatosi questo scenario può aprirsi la fase finale della guerra: quella che si svolge discretamente dietro le quinte per la ripartizione del potere e dei profitti generati dalla Libia (come accadde dopo la crociata del 1101, lanciata da Urbano II, per la ripartizione delle terre conquistate agli infedeli). E’ uno scenario dove tutti, a parte Gheddafi, vincono in diretta globale. Giocando il simbolico televisivo mondiale del ripristino dell’ordine. Anche chi, nelle segrete stanze di compensazione, di fatto ha preso meno di quanto calcolato all’inizio della guerra.

Fuori da questo scenario il caos originario della guerra di Libia non genererà stabilità ma aprirà al cuore di tenebra libico. Lastricato di così tanti pericoli, sul campo e in casa propria, da paralizzare governi, affari, azioni di guerra. Tanto più la Libia genererà effetti imprevedibili tanto più questi pericoli si faranno chiari. Sun Tzu ne L’arte della guerra diceva “in ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria”. La scommessa dei volenterosi trova una razionalità nel rovesciamento di questo assunto: partire dal caos, da una imprevedibilità non voluta, per arrivare a stabilizzare le forze evocate e quindi vincere.  Si vuole così arrivare, con altri mezzi, ad un Kosovo in poche settimane. Ma se questo non accade, se Sun Tzu ha ancora ragione, se la Libia da deserto si fa cuore di tenebra, si entra nel terreno dell’inedito e dell’inesplorato. Che è metodo di governo del conflitto, come abbiamo visto, materia da governare da parte dei media ma anche tema di forte inquietudine sociale (oltre che produttore di vittime). E, per dirne una, in questo paese si sono sovrapposte troppe tensioni per non pensare che non succeda qualcosa di serio se la guerra produce un effetto inedito e devastante. Il cuore di tenebra libico può essere quello che disintegra certezze morali e materiali di un paese moderno come avviene nella rilettura di Conrad da parte di Coppola. Che si chiama, appunto, Apocalypse Now.

Se così fosse arriveremo ad un rovesciamento dell’assunto politico di Schmitt che accompagna la filosofia politica da diversi decenni. Quello che vuole che sia sovrano il potere che decide in stato di emergenza. Ma davvero si tratta di una legge aurea dell’antropologia politica? Da Baghdad a Kabul chi ha deciso in stato d’emergenza si è trovato ad essere disarcionato come sovrano. Il cuore di tenebra libico può santificare questa tendenza, renderla a sua volta legge aurea. D’altronde Schmitt aveva una visione della politica che affondava, nonostante tutto, nella teologia cristiana e nel successo a lui contemporaneo delle guerre coloniali. Vedremo cosa accadrà nel mondo postcoloniale. Intanto un dato politico lo si può intravedere: se il cuore di tenebra libico farà valere la sua presenza, se la scommessa dei volenterosi sarà persa, si aprono scenari inediti per questo paese. E’ un soggetto politico quello che, eventualmente, saprà coglierli e portarli verso le rotte dell’eguaglianza.

per Senza Soste, nique la police

21 marzo 2011

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Ultimo aggiornamento Martedì 22 Marzo 2011 15:49

Rendere normale ciò che normale non è. Le domeniche lavorative secondo Il Tirreno

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chiuso-per-tristezzaIl Tirreno di oggi presenta una pagina sull'argomento del lavoro domenicale e festivo. Lo fa con una impostazione nettamente sbilanciata, mettendo in risalto i favorevoli e dipingendo come vagabondi i contrari.
Ma cosa NON dice il quotidiano di viale Alfieri sulla questione? Vediamo.

Gli operai Olimpias
La scintilla della campagna del Tirreno stavolta è stata quella degli operai dell'azienda tessile pratese Olimpias, che hanno rifiutato il lavoro domenicale chiesto dall'azienda per poter garantire un picco di lavoro. Tra le righe si cerca di insinuare l'idea che la scelta degli operai sia stata sbagliata ed egoista. Come? In due modi.
Innanzitutto sottolineando che ciò ha fatto saltare 15 assunzioni a termine. Non possiamo sapere se è vero, e non possiamo conoscere i dettagli precisi di quella trattattiva, ma è evidente che l'azienda ha posto in essere il classico ricatto occupazionale: nuovi posti di lavoro in cambio di maggior flessibilità, cercando di sdoganare il lavoro domenicale. Lo stile Marchionne. Anzi, peggio. Perché in questo caso si parlava di contratti a termine, quindi non di posti di lavoro stabili.
Viene drammaticamente omesso che tra le funzioni sociali delle imprese c'è quella di garantire un ritorno al territorio che utilizzano in termini di ricadute occupazionali, e per tali si intendono ricadute stabili, non precarie. Altrimenti fare impresa diventa troppo semplice: sfrutto il territorio impiantandoci la mia industria, e in cambio contribuisco tramite il principio del lavoratore usa e getta alla diffusione della precarietà lavorativa, vero e proprio cancro della società in cui viviamo. In altre parole: quei 15 contratti a termine erano pari pari quelli che servivano all'azienda per onorare la richiesta di maggior produzione che aveva per appena un trimestre (perché non dimentichiamoci che senza gli operai non si produce...), quindi non è che regalava qualcosa a qualcuno. Semplicemente, ne aveva bisogno per il suo profitto. Così come aveva bisogno del lavoro domenicale. C'è da meravigliarsi se gli operai di fronte a questa prospettiva hanno detto no?

Gli "eroi" delle domeniche
La seconda leva con cui Il Tirreno colpevolizza gli operai è quella del paragone con altri lavoratori che la domenica prestano volentieri la propria opera.
E quindi leggiamo del poliziotto 49enne da 1700-1800 euro al mese (i precari oggi guadagnano la metà quando va bene...) che ritiene normale lavorare la domenica, del vigile del fuoco 51enne che è spaventato (testuale!) dal rifiuto degli operai pratesi, del medico che dice di non pensare al fatto che è domenica, fino ad arrivare ai ristoratori che si lamentano del fatto che gli italiani non vogliono più lavorare la domenica e gli tocca prendere gli stranieri...
Anche qui la disonestà (o la leggerezza) intellettuale sta su due piani.
Il primo è quello della cosiddetta logica del ribasso. In sostanza il concetto che vuole essere fatto passare è: se c'è già chi lavora la domenica, perché voi non dovete lavorare? E' lo stesso ragionamento che porta a dire a una persona che guadagna 1000 euro che non si deve lamentare perché c'è chi ne guadagna 800, a chi ne guadagna 800 che deve stare calmo perché c'è chi è precario, a chi è precario che si deve ritenere fortunato perché almeno un lavoro saltuario ce l'ha mentre c'è chi è proprio disoccupato, a chi è disoccupato che la gente in Africa muore di fame e così via...
Il secondo è quello dell'equiparazione fra attività lavorative che non possono essere assolutamente paragonate fra loro. Medici, poliziotti, vigili del fuoco sono infatti servizi pubblici essenziali, e il loro lavoro nelle domeniche e nei festivi ovviamente ha un senso. Ma possono essere questi lavori paragonati ad una fabbrica tessile come quella di Prato? Può essere la spesa in un supermercato considerato un Servizio Pubblico Essenziale? Perché se l'unità di misura dell'essenzialità è totalmente arbitraria allora potremmo dire che la domenica devono stare aperte ad esempio anche le poste e tutti gli uffici pubblici, devono lavorare elettricisti e idraulici, così come devono tenersi regolarmente le sedute del Parlamento e dei consigli comunali. Ciò significherebbe rendere a tutti gli effetti la domenica un giorno normale. Ma siccome normale non è, appare sacrosanto che i lavoratori delle diverse realtà valutino caso per caso se lo scambio che gli viene proposto è soddisfacente dai punti di vista salariale e occupazionale.
Perché sia chiaro, qui non stiamo dicendo che il lavoro domenicale è sbagliato a prescindere, ma solo che lo scambio deve essere equo. E dove non è equo diventa normale che i lavoratori scioperino o rifiutino accordi a perdere.
Ciò che non è assolutamente normale invece è che gli operai che dicono no vengano messi sul banco degli imputati.

Dividere i lavoratori
Un altro aspetto che emerge dalla lettura della paginata del Tirreno sulla questione del lavoro domenicale è quello di far apparire divisi i lavoratori sull'argomento. E' il caso dell'Ipercoop di Livorno, citato prima come esempio di come il dissenso sia esploso con uno sciopero lo scorso 26 febbraio (anche se in quel caso oggetto del contendere era una serie di argomenti che non si riduceva al solo lavoro domenicale e festivo), salvo poi precisare che però "al loro interno si sono separati" e che "non tutti la pensano così" e dando voce a una dipendente che "in quanto figlia di militari" ritiene che come lavorano loro devono lavorare tutti...
La realtà è che uno sciopero che chiude un ipermercato ha come presupposto indispensabile una compattezza granitica del corpo dei lavoratori, e quindi parlare di loro divisione interna fa un po' ridere...

In fin dei conti comunque i giornalisti del Tirreno (così come quelli di altri giornali) un po' li capiamo, visto che loro sono costretti a lavorare domeniche e festivi per far uscire i quotidiani. Ci immaginiamo e auspichiamo una loro bella battaglia sindacale per chiedere che queste giornate vengano pagate meglio, o che in cambio ci sia una riduzione della precarietà che anche nel mondo del giornalismo imperversa. Sarebbe un bel segnale. E probabilmente la volta successiva sarebbero anche un po' più sensibili alle ragioni di chi si batte per i propri diritti.

per Senza Soste, Franco Lucenti

17 marzo 2011

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Ultimo aggiornamento Giovedì 17 Marzo 2011 16:59

Cosimi e il leghista Tosi mandano in tilt la città per parlare di sicurezza

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polizia_auto_radioOggi, come avevamo annunciato, il sindaco Cosimi incontrava il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi per un dibattito sulla sicurezza. Del personaggio sbarcato in città, conosciamo le posizioni: xenofobo, omofobo, "gemellato" con l'estrema destra. Non lo diciamo solo noi, ma anche una sentenza del tribunale che lo ha condannato per propaganda di idee razziste. L'incontro ha avuto luogo nel Palazzo della Provincia. Chi ha potuto recarsi in zona, è rimasto letteralmente allibito dal dispiegamento di forze dell'ordine e dall'incredibile blocco della viabilità che è stato messo a punto affinchè l'incontro sulla sicurezza avvenisse "in sicurezza". Un piano che ha generato la più totale confusione nel centro cittadino. Il palazzo della Provincia è stato blindato dalle transenne, così come tutta l'area nei dintorni. Via Avvalorati, che porta da piazza della Repubblica fino a Piazza del Municipio, chiusa al traffico e presidiata dalle forze dell’ordine.

Uno scenario di guerra, forse un sunto anticipato dello scambio di opinioni tra sindaci. I cittadini che si trovavano a passeggiare in zona sono rimasti sconcertati dall'inatteso servizio d'ordine che ha militarizzato il centro cittadino. Un vero e proprio paradosso: per parlare di sicurezza urbana si manda in tilt una città. Da un lato questa situazione rivela un aspetto senza dubbio positivo: la paura di una reazione popolare all'apertura verso la Lega a Livorno e la necessità di blindarsi, nascondersi, "come i tarponi", come avevamo già scritto. Peccato che ciò sia fatto a spese delle città, a cui si tagliano i fondi per ogni aspetto della vita sociale per poi impiegarli, in teatrini di guerra.

Chissà cosa avrà da dire il PD, a tal proposito. Ci piacerebbe proprio sapere quanto è costato alla collettività il check-point installato questo pomeriggio per difendere il sindaco e il suo ospite, che altro non ha fatto che umiliare la città con questo incontro.  Resta una certezza: la giornata di oggi è di quelle da segnare di rosso sul calendario. Da oggi, più che mai, ai problemi reali della città, casa, lavoro, istruzione, trasporti, settori in cui siamo in piena crisi, si risponderà cercando di mettere fumo negli occhi ai cittadini, alimentando lo sterminato patrimonio di retoriche su decoro, sicurezza e degrado.

Oggi i leghisti ( lo stesso giorno in cui abbandonano in Lombardia la sala del consiglio regionale perché si suona l'inno di Mameli) vengono invitati nei palazzi della politica per incontri non necessari a livello istituzionale, blindando il centro di Livorno, per non recar loro disturbo. Meglio così, meglio che questa corrente politica, sempre indecisa o poco chiara su tutto, si sia una volta per tutte rivelata. Ammettendo,  se non ora quando,  di tradire vigliaccamente un’idea, una città, i suoi abitanti.

Ancora una volta la questura di Livorno esce ridicolizzata dall’ennesimo utilizzo spropositato e del tutto irrazionale delle forze dell’ordine e dallo sperpero di risorse pubbliche. Bisogna abituarsi perché ormai anche l’ordine si gioca sulla mediaticità e la spettacolarizzazione del controllo della piazza, non sulle capacità di previsione e controllo concreto della stessa.

Un’altra giornata che mostra una classe dirigente allo sbando in una città sempre più confusa. Basta sentire l'intervista e a Tosi che esalta Verona come città modello "perchè sono stati fatti molti investimenti in sicurezza e ci sono vigili, poliziotti e telecamere in ogni angolo della città". E basta vedere la città blindata con il centro completamente chiuso e la polizia in assetto antisommossa per capire che è stato perso il senso di tutto. Questa è la società che loro creano, questa è la società che loro auspicano.

Video: L'intervista a Tosi

Video: La città blindata e gli sprechi della questura di Livorno

Link: Il sindaco di Verona Tosi a Livorno, nascosto come i tarponi

(red.) 15 marzo 2011

***

COME I TARPONI. IL FASCISTA TOSI VIENE A LIVORNO

Oggi il sindaco Cosimi incontra il sindaco di Verona Tosi nel Palazzo della Provincia.

Flavio Tosi, è uno degli esponenti leghisti più legati alla destra neofascista e al tradizionalismo cattolico. Tosi è il sindaco che andò a trovare in carcere i fascisti che nel 2008 avevano assassinato Nicola Tommasoli, giovane veronese, colpevole di non aver loro offerto una sigaretta. Tosi è stato condannato per propaganda di idee razziste e per questo non può partecipare a manifestazioni pubbliche. Tosi partecipò nel 2005 ad una processione contro gli omosessuali. Tosi è anche quello che mise lo scorso anno un fascista a dirigere l'Istituto Storico della Resistenza e che fece la propaganda elettorale con i tifosi della curva dell'Hellas e con Fiamma Tricolore. Ci limitiamo a questo, ma ci sarebbe ancora molto da dire su questo personaggio.

 

L'incontro previsto per oggi alle 18 dovrebbe essere un momento di confronto sulle politiche delle amministrazioni in merito a sicurezza e viabilità. Non stupisce che un sindaco PD come il Cosimi, si incontri con uno dei modelli di sindaco sceriffo come Tosi che ha portato avanti a Verona provvedimenti razzisti e di negazione di ogni libertà. In molte città infatti Lega e PD vanno sempre più a braccetto nelle politiche “per la sicurezza”, politiche razziste e di militarizzazione del territorio.

 

Il problema quindi non è Tosi, il problema sta nel tentativo di deviare ogni malcontento popolare con la paura del diverso, con la paura dello straniero. E' il campo del delirio securitario quello sul quale si svolge l'incontro di oggi tra Cosimi e Tosi. Il campo in cui si decide come scaricare paura e violenza sui migranti, sui lavoratori, sui precari, su chi è sfruttato, in modo da disinnescare ogni conflitto sociale.

 

Questo incontro avrebbe dovuto svolgersi inizialmente il 28 gennaio, in seguito alla mobilitazione degli antifascisti livornesi l'incontro venne annullato. Oggi, alla zitta e senza pubblicità, di nascosto come i tarponi, si terrà l'incontro. Sono costretti a organizzare le cose in questo modo, con un esagerato spiegamento di forze, per gestire un semplice incontro tra due sindaci.

Nonostante la notizia dell'incontro sia giunta oggi all'improvviso, noi siamo comunque in piazza, come sempre, come lo saremo anche domani quando Tosi se ne sarà andato.

 

SEMPRE IN PIAZZA

CONTRO OGNI RAZZISMO

CONTRO OGNI FASCISMO

PER LA RIPRESA DELLE LOTTE

 

Livorno Antifascista e Antirazzista

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 16 Marzo 2011 09:47

Happy Nuke. Perché per la propaganda l’attenzione al nucleare in Giappone non può che essere emotiva

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happy-nukeAll’atroce vicenda delle esplosioni alle centrali giapponesi in seguito al terremoto si sovrappongono le atrocità dei media italiani. Si potrebbe parlare del consueto rincorrersi tra tragedia e farsa se non fosse che la farsa, della propaganda nuclearista nazionale, lavora per preparare la tragedia delle centrali in Italia.

Quello che è cambiato, con il precipitarsi degli eventi giapponesi, è piuttosto il registro della propaganda a favore del nucleare.  All’inizio dell’anno la propaganda nuclearista si è strutturata come una rappresentazione ragionevole, si ricordi lo spot della partita a scacchi tra favorevoli e contrari, in grado di prevalere sulle argomentazioni opposte. Con il disastro giapponese si è passati direttamente alla rappresentazione di una sola parte ragionevole, quella ovviamente a favore del nucleare, che si contrappone ad una emotiva trascinata dalla forza degli eventi del potentissimo terremoto giapponese. Si vuole naturalmente evitare di legittimare un argomento forte degli antinuclearisti: quello, immediatamente comprensibile da tutti, che vuole che i fatti hanno dimostrato che non esistono centrali nucleari perfettamente sicure e previsioni in grado di dominare ogni evento. Le centrali giapponesi erano progettate per resistere ad un terremoto di 8 gradi della scala Richter e ne è arrivato uno di 8,9, evidentemente la natura (come sa chiunque si occupi di modelli di previsione di ogni genere) su questi argomenti mantiene il monopolio dell’imprevedibilità. In questo senso fanno impressione gli editorialisti, tipo quelli del Corriere della Sera, che dicono che in Italia non possono accadere eventi del genere. Appartengono allo stesso schieramento di propaganda di coloro che, appena due anni fa, attaccavano chi, osservando lo sciame sismico in Abruzzo prima dell’aprile del 2009 sosteneva che stava succedendo qualcosa di grosso. C’è quindi una robusta linea di continuità tra chi sostiene oggi la prevedibilità dell’impossibilità dei grandi terremoti oggi e l’imprevedibilità a L’Aquila: la ricerca di argomenti pronti per l’uso a favore di una propaganda che sostenga il gruppo consolidato di interessi in quel momento egemone. Ieri si trattava di Bertolaso, che denunciò per procurato allarme chi nel marzo 2009 parlava all’Aquila di rischio di grave terremoto, per tirare la volata a una ormai nota rete di costruttori, finanziatori e immobiliari (quelli che al cellulare esultavano perché era scoppiato il terremoto). Oggi si tratta di tirarla al conglomerato di interessi che si sta formando attorno al possibile progetto del nucleare in Italia. Possibile ma non certo, questo è bene dirlo.

Come sappiamo il mainstream dell’informazione italiana, a prescindere dalla collocazione politica o dell’assetto proprietario, ha argomenti strutturali che tratta con lo stesso linguaggio della propaganda. Per fare alcuni esempi: l’Afghanistan, dove il sostegno “ai nostri ragazzi” e i militari italiani come fonte di notizia privilegiata coprono quasi esclusivamente l’argomento; la borsa, dove si celebrano gli analisti finanziari e le agenzie di rating (comprese quelle che classificano i subprime come ottimi) con riti oracolari  ; l’economia  dove le retoriche dei “conti in ordine” e della “ripresa”, ripetute da un ventennio, sono rappresentate come oggettivamente scientifiche perché corredate di dati sullo schermo; la politica dove, dall’inizio degli anni ’90, è rappresentata come un qualcosa dove i segretari dei maggiori partiti commentano all’infinito i temi fissati da Berlusconi.

Tutti questi argomenti sono gli stessi da un ventennio (a parte le destinazioni delle missioni militari che sono cambiate, allora Somalia oggi Afghanistan), in un mondo che è radicalmente mutato (per dirne un paio: quando Berlusconi arrivò per la prima volta al governo Internet era neonata e gracile, la Cina era lontana dall’essere la seconda economia del mondo). Tutto questo sembrerà, nell’informazione mainstream, espressione di grande arretratezza. In parte lo è (Fede e Mentana dirigono ancora telegiornali; Mieli, Scalfari, Mauro hanno ancora un grande ruolo nei giornali. La retorica dell’onestà è ancora al centro di un discorso pubblico che dovrebbe essere ben più complesso. Berlusconi condiziona ancora telegiornali pubblici e privati) ma non dimentichiamoci che il mainstream assolve oggi ad una importante funzione di coesione sociale. Rappresenta l’impressione di continuità necessaria (i temi che si ripetono) per creare abitudini e quindi coesione attorno a temi e schieramenti. Poi sui temi veri o quelli specialistici si creano strumenti di informazione, pay o dedicati, secondo il ritmo delle evoluzioni tecnologiche. Creando una enorme contraddizione tra miriadi di nicchie di informazione, attente, specializzate e il grosso dei consumatori di informazione che sembra vivere in un’epoca diversa (e di fatto ci vive, usa schemi già inadatti all’inizio degli anni ’90). Però quest’ultimo fenomeno è importante perché, come sa ogni propaganda, favorisce costruzione e tenuta del blocco storico sul quale esercitare egemonia. Politica, economica, cognitiva.

Diventa quindi fondamentale, utilizzando gli schermi come strumento di coesione sociale, dare l’impressione di coerenza e universalità di argomenti. La propaganda nucleare, quando sceglie i propri argomenti, guarda proprio a questa struttura del mondo mainstream dell’informazione. La tattica è: far crescere i propri argomenti in modo da imporsi nello stesso modo con il quale militare, borsa, economia, politica si sono imposti a partire dall’inizio degli anni ’90. La strategia (il nucleare) non c’è ma che importa. Il business è un insieme di mondi legati da una sola concezione del tempo: quella che vuole che sei mesi rappresentino un’era geologica. Parlare di strategie serve per vendere propaganda gli altri, non a sé stessi.

Ecco quindi che nelle ore in cui si impone l’emergenza nucleare in Giappone che la propaganda si dissemina con quella che potremmo definire una tattica immanente. Una tattica cioè che non è pensata da uno stato maggiore della propaganda, e diffusa verso il basso delle gerarchie, ma di reazione spontanea da parte dei difensori del nucleare. Reazione spontanea che magari subirà, nel prossimo periodo, una verticalizzazione e la creazione di un centro di comando per la diffusione degli argomenti (capita anche nelle società a rete). Ma per adesso si è trattato di resistere al terremoto. Che non è quello che si è abbattuto in Giappone. Ma quello che ha sinistrato gli argomenti dei nuclearisti italiani che, fino a quel momento, sembravano andare sul velluto. Un’opinione pubblica abulica, un referendum antinucleare destinato all’indifferenza giusto il 12 giugno. L’inversione spontanea di tattica, rispetto a quelle pianificate (con 2 milioni di euro) dal Forum per il nucleare, ha due caratteristiche. La prima quella di minimizzare la portata degli eventi. La seconda quella di accusare di emotività chi, in diretta mondiale, vede semplicemente dei fatti che confermano le proprie ipotesi.

E qui notiamo che il mondo mainstream italiano, finchè possibile, si è disposto come un ambiente favorevole per questa tattica di propaganda. Innanzitutto nella scelta delle fonti per creare un campo di informazione in Italia. La principale fonte di informazione per gli eventi è, per adesso, la NKH world giapponese in inglese. Strettamente controllata dal governo che ha scelto, anche comprensibilmente, la linea della minimizzazione per quanto possibile della portata del disastro nucleare. In queste ore abbiamo visto quindi, in tv e alla radio, esperti (e meno esperti) italiani che si sono fatti spontaneamente portavoce del governo giapponese. Era dai tempi dell’Asse mussoliniana con Tokio che questo non accadeva e senza di bisogno di patti firmati solennemente nel palazzo di piazza Venezia. Eppure bastava uno sguardo a importanti settori dell’informazione mainstream globale per capire che i fatti andavano disposti in modo diverso. Il sito del telegiornale della Ard, primo canale tedesco, ha parlato molto presto di fusione del reattore 1 (l’ipotesi peggiore) nell’impianto di Fukushima I. Il Financial Times Deutschland, che riversa informazioni per gli operatori della borsa di Francoforte, già dalla mattinata di sabato 12 ha parlato con chiarezza di un disastro non minimizzabile e per il momento per niente sotto controllo. E si tratta di un paese dove la presenza di centrali nucleari è importante. Così come, di assenza di controllo della situazione, ha parlato il Los Angeles Times, collocato nella sponda del Pacifico opposta al Giappone. Invece il mantra del “sotto controllo” in Italia è stato ripetuto oltre ogni ragionevole evidenza. Per minimizzare ed accusare di emotività chi ha opinioni differenti. L’ultima trincea del nucleare che cerca ancora di farsi propaganda egemone come è accaduto per il militare, la borsa, l’economia, la politica. E se gli argomenti non ci sono i mezzi si e questo come sempre conta.

E così abbiamo sentito a Radio Rai 1 all’ora di massimo ascolto un conduttore, tra un dibattito ameno sulle donne che non sono più femmine e delizie simili, accusare di emotività gli antinuclearisti minimizzando quanto accaduto in Giappone. Abbiamo visto il Tg2 che non ce l’ha fatta ad aprire sulla centrale nucleare in pericolo, come hanno fatto Aljazeera e altri network globali, declassando la notizia, depotenziandola con ogni artificiio retorico, ad effetto collaterale collocandola ben dopo le immagini spettacolari dello tsunami (quelle che devono catalizzare tutta l’emotività). E che dire del ruolo degli esperti in studio? Perle di propaganda per dirla in gergo.

Tra giornalista ed esperto si gioca sempre in studio una strana partita. La posta è l’assegnazione del titolo “al di sopra delle parti” assegnato all’esperto. Titolo che vale non solo reputazione personale e professionale all’esperto ma anche un brand utilissimo in seguito per l’ottenimento di finanziamenti. Scientificamente parlando l’esperto al di sopra delle parti non esiste, il tema è molto più complesso ed interessante, ma dal punto di vista giornalistico il mito dell’imparzialità rende lo spettacolo della notizia molto più credibile. Rende vera la rappresentazione, scusate se è poco. Per cui il giornalista ha bisogno della legittimazione dell’esperto, per rendere vera la notizia, e l’esperto ha bisogno della legittimazione del giornalista per accrescere in prestigio e finanziabilità (fosse anche solo di una fondazione no profit). E’ nel tipo di partita che si gioca tra i due soggetti che si comprende quanto la notizia che si forma è vera (cioè semplice nella comprensione ma complessa nell’interpretazione) o è un puro prodotto di marketing. Sulla vicenda del disastro nucleare giapponese nei tg italiani abbiamo visto una prevalenza di esperti ai quali, in studio, è stato immediatamente concesso  dai giornalisti il titolo di “al di sopra delle parti”. I quali, guarda te il caso, hanno minimizzato quanto possibile, sterilizzato e tranquillizzato (ah, la funzione medica della scienza). Eppure bastavano un paio di semplici domande, come non mancano nei banali talk show americani, del tipo “è favorevole o no al nucleare in Italia?”, “riceve o prevede di ricevere finanziamenti su progetti assimilabili al nucleare?” per capire l’impianto di convinzioni che muove un ragionamento tecnico. Ma per minimizzare e accusare di emotività il campo avverso va riproposto il mito dell’esperto al di sopra delle parti. Mito al quale, in pieno ventunesimo secolo (!), non è solo patrimonio del credulità popolare di centrodestra ma anche dell’ anche l’opinione pubblica di centrosinistra. Alla quale è stata propinata l’imbarazzante intervista di Bianca Berlinguer all’esperto in studio a Rai 3. Una intervista in cui la domanda finale conteneva già la risposta: “l’incidente in Giappone è accaduto in una centrale nucleare di seconda generazione. Lei crede che una centrale di terza generazione questi incidenti si possano evitare?”. Messa così, lasciando all’ospite ogni possibilità di predeterminare i contenuti delle meraviglie del nucleare di terza generazione, non si tratta di una domanda ma di un assist. Prontamente raccolto dall’esperto in studio il quale, dovendo rispondere ad una opinione di centrosinistra, ha si prontamente raccolto l’assist generosamente offerto ma senza abusarne.

Qualunque piega prenderanno gli eventi giapponesi noi una certezza oggi ce l’abbiamo: abbiamo un sistema dell’informazione generalista generato da esigenze di propaganda, inadeguato alla portata e alla complessità degli eventi globali. E si tratta di un qualcosa che non si trasforma affatto con i cori delle voci bianche in piazza che leggono l’articolo 21 a difesa della libertà di informazione. Si tratta di comportamenti che potevano funzionare vent’anni fa. Come la propaganda che governa oggi.

per Senza Soste, nique la police

14 marzo 2011

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Il Tirreno e il reato di clandestinità: la disinformazione al potere

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Clandestinita_vauroMartedì 8 marzo Il Tirreno titolava così in locandina e in prima pagina della cronaca: “I giudici: non arrestate i clandestini”. A margine dell’articolo principale gli interventi del questore e del procuratore di Livorno. Tre articoli molto tecnici che spiegavano il contrasto fra normativa europea e nazionale rispetto all'arresto di chi aveva subìto un provvedimento di espulsione e le diverse interpretazioni fra giudici, procura e questura.

A livello giornalistico e politico però Il Tirreno ha fatto un disastro. Chiunque ha letto quella paginata ha capito che in Italia un clandestino che delinque non può essere arrestato. In una pagina il fogliaccio labronico non è stato in grado di spiegare in termini sostanziali cosa significa "reato di clandestinità" e in quali circostanze un immigrato si possa trovare per essere “colpito” da quel reato. L’unico messaggio che è passato è che gli immigrati possono agire impunemente in Italia alimentando le centinaia di luoghi comuni che già girano intorno al complesso mondo dell’immigrazione.

Perché Il Tirreno sceglie sempre questa linea approssimativa e becera per affrontare questi temi? Non lo capisce che in questo modo si propone come veicolo di un leghismo culturale che precede o prescinde da quello politico? Non era amico del PD e del centrosinistra? Per rispondere a tutto ciò esistono non una ma tre spiegazioni.

La prima è di carattere umano: basta spesso leggere la firma in fondo ad un articolo per capire che il materiale umano è veramente scarso e spesso sottopagato. Capire cosa dice un magistrato o un questore e poi rielaborarlo per tirarci fuori una notizia comprensibile ai più e contestualizzata per molti giornalisti del Tirreno è impresa ardua.

Seconda: non è detto che un giornale come Il Tirreno vada in contraddizione con se stesso facendosi promotore indiretto di un leghismo politico o culturale. Il provincialismo urlato e scandalistico che si porta dietro il leghismo fa vendere giornali e non è poi così lontano dallo standard e dalla funzione informativa e culturale che Il Tirreno ha promosso in questa città. Le paginate populiste, lo scandalo da balera, l’inchiesta scandalistica e i discorsi "da filobusse" sono un denominatore comune fra il mondo dell’informazione labronica e la Lega. Basta vedere come Il Tirreno lasci quotidianamente uno spazio o consulti come un oracolo il consigliere Ghiozzi, passato da poco alla Lega ma eletto nel PdL. Al di là dello spessore politico del personaggio (che lo accomuna a quello di molti giornalisti), per lui la soluzione è semplice e sempre la solita: una volante lì e una camionetta di là. Risolto tutto. Fosse per lui di fronte a tagli di assistenti sociali, insegnanti di sostegno, sanità, servizi pubblici, edilizia popolare basterebbe spostare qualche risorsa alla polizia e arrestare qualche balordo in più e i problemi sparirebbero.

Infine, la questione dell’orientamento politico di questo giornale. Il fatto che sia politicamente schierato con il centrosinistra non è affatto in contrasto con i messaggi che lancia. Il Tirreno è legato non tanto ad una cultura di sinistra ma ad un potere sessantennale consolidato. E in ogni caso un giornale che quotidianamente lotta contro gli ultimi e imbosca o assolve le magagne dei primi non è certo visto male da chi amministra una città.

Sul leghismo culturale poi il PD non si impressiona certo, basta spostarsi piano piano su quelle parole d’ordine e quegli slogan, basta rincorrere un po’ a destra e, vista l’inconsistenza dell’opposizione cittadina, la quota di potere rimane intatta.

Infine per fare chiarezza un breve excursus sul reato di clandestinità. Una buona parte di persone che martedì hanno letto Il Tirreno ha capito che un clandestino che delinque (ruba, ammazza o commette una violenza) non può essere arrestato. Questo è il vero risultato di quell’articolo. Il reato di clandestinità di cui si parla nell’articolo de Il Tirreno invece è un reato per cui l’Onu ha criticato il nostro paese prima che entrasse in vigore. In Italia è reato essere clandestino in quanto tale. Lo è un operaio immigrato che ha perso il lavoro per la crisi e quindi non può rinnovare il permesso di soggiorno così come lo è la badante non rientrata nella sanatoria che molti hanno in casa. In Italia prima del 2008 l’illecito era solo amministrativo poi dal 2008 con l’entrata in vigore del cosiddetto “Pacchetto sicurezza” l’essere clandestino è un reato penale. La Corte Costituzionale dopo molti dubbi sollevati anche da Napolitano ha dichiarato questa legge costituzionale. Si sono levate però molte voci in opposizione a questo reato sia fra le forze politiche, sia all’interno della Chiesa sia nel mondo della giustizia fino poi alla direttiva comunitaria 115 del 2008 che è entrata in contrasto con la legge italiana. Il nodo centrale del contendere è solo che alcuni tribunali hanno assolto alcuni clandestini che non avevano ottemperato al provvedimento di espulsione valutando la situazione caso per caso come spiega brevemente questo articolo. Senza considerare che il governo italiano aveva anche previsto "l'aggravante di clandestinità", cioè una pena superiore per chi commetteva un reato da clandestino, cosa che ha fatto impallidire il mondo. Il risultato di questa legge al momento è stato il congestionamento di carceri e tribunali e una serie di problemi di grande valenza pubblica: molti clandestini, ad esempio, temono di essere denunciati e hanno paura  a farsi ricoverare o a presentarsi ad un pronto soccorso. Fatto che crea un'emergenza di ordine igienico e sanitario.

Sulla questione del reato di clandestinità e sui luoghi comuni legati all’immigrazione consigliamo la lettura di questo piccolo dossierche analizza il fenomeno italiano partendo da dati statistici, articoli ed esperienze dirette di Ministero degli Interni, Caritas, Comunità di Sant’Egidio, Ismu, Istat, Il Sole 24 ore e tante altre fonti che quotidianamente scrivono rapporti o forniscono statistiche.

per Senza Soste, Franco Mrino

10 marzo 2011

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Ultimo aggiornamento Giovedì 10 Marzo 2011 15:15

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