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EDITORIALI

Tutti i luoghi comuni (da sfatare) sulle aperture domenicali dei negozi

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domenica_apertoAnche a Livorno sta impazzando la polemica sulla decisione del governo di liberalizzare le aperture degli esercizi commerciali per 365 giorni all'anno, quindi domeniche e festivi compresi. Allo schieramento dei favorevoli (pochi a dire il vero) si contrappone il fronte dei contrari, che vede affiancati i sindacati (tutti), le regioni (alcune di queste, fra cui la Toscana, hanno già presentato ricorso alla Corte Costituzionale per rivendicare la propria competenza in materia di commercio), le associazioni datoriali di categoria (Confesercenti e Confcommercio, che ritengono sia un provvedimento che va solo a vantaggio della grande distribuzione). Ma quali sono le argomentazioni più frequenti di chi sponsorizza il far west delle aperture? Un mix di ignoranza e luoghi comuni. Vediamole una per una.

"La liberalizzazione produce crescita dell'economia" - In realtà nessuno è mai riuscito a dimostrare numeri alla mano che l'economia di un territorio cresce se si aumentano orari e giorni di aperture degli esercizi commerciali. E non serve essere economisti per capire che se i soldi che girano sono sempre i soliti puoi aprire quanto ti pare, ma non è che la gente spende di più. Il termine liberalizzazione, se è applicato a settori in cui c'è poca concorrenza, ha come effetto solitamente un abbassamento delle tariffe (ci sarebbe comunque molto da discutere anche qui sugli effetti che spesso le liberalizzazioni hanno sul lavoro), ma nel commercio non si capisce bene quale dovrebbe essere l'effetto benefico. Anzi, di effetti se ne vede solo di malefici: dipendenti costretti a lavorare nelle domeniche e nelle festività, aumento dei costi di gestione per gli esercenti, favoreggiamento della concorrenza sleale, assecondamento del capriccio (perché di questo si tratta) di fare la spesa la domenica.

"Fare la spesa la domenica è una bella comodità per chi lavora tutta la settimana" - Chi pronuncia questa frase di solito è la stessa persona che poi quando il maritino o la mogliettina trova un posto di lavoro nel commercio ed è costretto/a a lavorare la domenica si lamenta perché non può passare i giorni di festa col proprio consorte... La gente che ragiona in questi termini dovrebbe capire che la loro "comodità" ricade sulla pelle di qualcun altro, nella fattispecie i lavoratori. Non mangiavano prima quando i negozi la domenica erano chiusi? Non crediamo proprio. E' semplicemente una questione di abitudine, e la spesa domenicale è una brutta abitudine (fatti salvi quei periodi come il mese di dicembre dove la necessità di maggiori aperture è molto più comprensibile).

"La liberalizzazione comporta vantaggi enormi per i consumatori" - Riprendiamo un virgolettato da Il Tirreno del 4 gennaio 2012 di Vincenzo Donvito, presidente dell'Aduc, un'associazione di consumatori: "consumatori sono il 100% dei cittadini, che non possono che trarre vantaggi dalla liberalizzazione degli orari, in termini di costi al dettaglio e qualità, che sprigionerebbe i propri benefici non solo sulla gamma delle merci e sulle specializzazioni dei commercianti che le propongono, ma anche sulla vita urbana: negozi sempre aperti significa minori intasamenti, meno problemi di parcheggio, meno costi per i controlli".
Effetti benefici su costi al dettaglio e qualità. Aprendo le domeniche? Ma perché? Gamma delle merci e specializzazioni dei commercianti. Aprendo 365 giorni all'anno? Ma per quale motivo? Meno intasamenti e problemi di parcheggio. Beh qui siamo alle comiche. Allora apriamo le poste anche la domenica, che nei giorni normali c'è troppe file e non si trova parcheggio... D'altronde se ho voglia di pagare una bolletta la domenica sarò pure libero di farlo! Ma per favore...

"I turisti che arrivano hanno diritto di trovare sempre tutto aperto" - Turisti? Quali turisti? A parte gli scherzi, indubbiamente deve essere fatta una distinzione di periodi e di località. Il piccolo centro balneare che vive di turismo quattro mesi all'anno è comprensibile che consenta aperture libere 7 giorni su 7 in quel determinato periodo, ma nel nostro caso Livorno è una normalissima città. Portuale certo, ci sbarcano le navi, ma sempre città. Quanti croceristi arrivano la domenica? E di questi quanti rimangono a Livorno? E quelli che rimangono a Livorno sono abbastanza per legittimare l'apertura dei negozi ad esempio di tutta la via Grande? A quanto pare no, se i gestori fanno i loro calcoli e decidono di rimanere chiusi.

"Ci sono già tante categorie che lavorano la domenica" - Certo, verissimo. Medici del pronto soccorso, vigili del fuoco, mezzi pubblici. Si chiamano "servizi essenziali", e spesso sono adeguatamente retribuiti per i loro turni disagiati. Ma fare shopping è un servizio essenziale da garantire 365 giorni all'anno? Su quale base di ragionamento? Perché se il confine fra servizio essenziale e non è assolutamente interpretabile e soggettivo allora si potrebbe esigere di avere sempre un idraulico o un elettricista a disposizione anche la domenica, o il medico di famiglia (che invece ci manda alla ricerca impossibile della guardia medica), oppure di avere un servizio di sportello all'Inps o in Comune anche nei giorni di festa. Ma non è così. Ed è normale che non lo sia, perché il riposo settimanale la domenica è un diritto sacrosanto di chi lavora.

24h"Più giorni di aperture significa più occupazione per i lavoratori" - E' assolutamente falso. I piccoli negozi quasi mai hanno risorse per assumere nuovi dipendenti, mentre quelli grandi (ad esempio super e ipermercati) hanno organici talmente ampi che riescono a risolvere semplicemente "spalmando" i dipendenti che hanno anche sul lavoro domenicale e festivo. Se c'è aumento di occupazione, è ravvisabile sotto forma di straordinari o forme contrattuali ignobili tipo i "contratti week-end" (splendida invenzione che consente ai datori di assumere personale per uno o due giorni...) o i contratti a chiamata. Insomma, ricadute occupazionali non ce ne sono, o dove ci sono trattasi di forme di autentico sfruttamento della peggior specie.

"I lavoratori del commercio avranno un altro giorno di riposo al posto della domenica, nonché le loro belle maggiorazioni salariali" - Sfidiamo chi pronuncia questa frase a provare anche solo per una settimana a fare il proprio riposo settimanale di martedì anziché la domenica (giorno in cui tutti i suoi affetti sono in festa), e poi di tornare a dirci che ne pensa... Per quanto riguarda le maggiorazioni salariali non ne parliamo neanche. I posti dove le maggiorazioni non ci sono neanche non si contano da quanti sono. E dove ci sono altro non è che un'elemosina che in busta paga fa appena il solletico. Il commercio è già di per sé un settore dove vige la legge della giungla e dove i diritti dei lavoratori spessissimo sono un miraggio, dove imperversa la precarietà più tremenda, dove la stabilità lavorativa è un miraggio. Di aggiungere disagio in questo settore non se ne sente affatto il bisogno.

Insomma, l'invito è quello di riflettere attentamente su un argomento che può essere considerato lo specchio della società del consumo in cui viviamo. Una società che ci vorrebbe tutti asserviti alla logica delle spese folli, continue e inutili. Le domeniche e i festivi teniamoceli stretti, per restare umani.

Per Senza Soste, Franco Lucenti

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Ultimo aggiornamento Lunedì 09 Gennaio 2012 10:50

Fine anno amaro per il Prc. Occupata la sede nazionale dai lavoratori di Liberazione

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liberazione_buio_silenzioUna notizia che a sinistra, nonostante i punti di vista molto differenti, non si sarebbe mai voluto dare. Nella sede nazionale del Prc a Roma, già ridimensionata dalle vendite di diversi vani per ripianare i conti del partito, è in corso l'occupazione dei redattori di Liberazione. Che sono in lotta contro la decisione dell'editore, in sostanza il Partito della Rifondazione Comunista, di cessare l'uscita del giornale.
Quattro sono sostanzialmente le cause che hanno portato alla cessazione della testata e quindi all'agitazione dei redattori. La prima è legata all'impossibilità di Rifondazione di ottenere un più cospicuo finanziamento pubblico con una presenza in parlamento. Poi ci sono i tagli al finanziamento pubblico delle testate giornalistiche, secondo alcune interpretazioni attorno al 90% e comunque estramemente duri, che costituiscono la ragione scatenante della chiusura. Da non trascurare le difficoltà della redazione di Liberazione nel ristrutturarsi in modalità di lavoro, e di linguaggi giornalistici, per allargarsi ad un significativo parco lettori. Inoltre c'è il processo di ristrutturazione della carta stampata, dopo lo sviluppo dell'informazione online, che se non intelligentemente attraversato porta inevitabilmente alla morte di un quotidiano.

Come si vede, molte sono le tegole che si sono abbattute sui redattori di Liberazione. Redattori che, giova ricordarlo, sono i "superstiti" di un considerevole processo di ristrutturazione dei dipendenti del partito e dei giornalisti operato dal Prc dopo la crisi finanziaria apertasi con la severa riduzione dei contributi pubblici. Liberazione è il primo giornale della sinistra italiana che entra in crisi ufficiale a seguito della politica di tagli all'editoria operata dal governo Berlusconi e non ancora invertita dal governo Monti. Ma anche Il Manifesto e Terra, quotidiano che è espressione dei verdi, rischiano di avvitarsi in una crisi non reversibile.

Francamente poi dispiace, nonostante le differenze politiche, che il Prc sia tornato a far parlar di sé più per questa vicenda che per il recente congresso conclusosi all'inizio di dicembre. Il piano delle critiche, e del sano conflitto, a sinistra dovrebbe esercitarsi sul problema dell'agire, del progettare non su quello delle responsabilità in caso di dismissioni. Resta anche da capire quanto la vicenda di Liberazione, che è comunque letta da un nucleo duro di militanti, incida nel consenso verso il Prc. Partito che in alcuni sondaggi, assieme al Pdci e a qualche ex ds, era dato a inizio dicembre in lieve ripresa (2%) proprio a scapito di Sel, che ha difficoltà a criticare a fondo l'esecutivo Monti per non compromettere una eventuale alleanza nazionale futura con il Pd.
Per i redattori di Liberazione continua quindi una vertenza che ci auguriamo si ricomponga positivamente. Invitiamo poi chi ci legge ad inviare contributi sia sulla vicenda di Liberazione che, più in generale, sul futuro dei quotidiani di sinistra. In una società che non solo è mutata politicamente ma anche nelle forme di lettura e produzione della notizia. Proponiamo poi un'intervista a Francesco Antonini, storico redattore di Liberazione.

(red)

Intervista

[a Francesco Antonini, redattore storico di Liberazione. Autore di una importante intervista sulla vicenda Aldrovandi]

Francesco, quali sono le ultime notizie dalla redazione occupata?

«Una lettera dell'editore che ci comunica la sospensione cautelativa delle pubblicazioni dal primo gennaio e a tutti noi giornalisti le ferie forzate, in attesa di una convocazione della Regione Lazio per discutere della cassa integrazione. Nel frattempo andremo avanti con l'occupazione della redazione, con due obiettivi chiari».

Quali?

«Il primo è sensibilizzare l'opinione pubblica sui tagli ai finanziamenti all'editoria. Noi siamo i primi a rischiare di chiudere, ma dietro di noi ci sono decine di giornali cui toccherà la stessa sorte. Questo vuol dire migliaia di giornalisti senza lavoro e un colpo mortale al pluralismo».

Ma è vero anche che un governo che taglia ovunque non poteva risparmiare proprio voi. Il finanziamento pubblico all'editoria ha finito per distribuire milioni di euro anche a giornali inesistenti...

«È vero, e noi siamo i primi a volere una severa regolamentazione di questi finanziamenti. Che i soldi si diano ai giornali veri, con giornalisti veri. Anche perché i finanziamenti pubblici sono l'unica strada per garantire un'informazione libera. Se un quotidiano è finanziato solo da pubblicità non è libero: come puoi fare un'inchiesta sull'Eni, o sulla Coca Cola, se il tuo stipendio alla fine del mese sono loro a pagarlo? Ci hanno raccontato per anni che il mercato avrebbe regolato tutto, anche il mondo dell'editoria, ma la verità è che è servito soprattutto ai pesci grossi, ai grandi gruppi editoriali, a discapito di noi piccoli giornali».

Il vostro editore, Rifondazione Comunista, ha dichiarato di non poter più sostenere il costo del giornale.

«Gli amministratori del partito si sono barricati dietro ragioni contabili. Hanno convocato un tavolo ma non hanno voluto ascoltare le nostre proposte: saremmo stati disposti a sobbarcarci altri sacrifici pur di arrivare a fine gennaio, quando il governo Monti avrebbe varato disposizioni sui finanziamenti all'editoria. Tuttavia l'editore ha deciso la sospensione cautelativa delle pubblicazioni dal primo gennaio. Credo sia stato un errore che pagheremo sia noi che loro, anche perché c'è uno zoccolo duro di militanti che sta dalla nostra parte».

Francesco, non credi che comunque una parte della responsabilità sia anche del giornale e di chi l'ha diretto? All'epoca di Sansonetti si maturò un debito di tre milioni di euro, parzialmente ripianato dal nuovo direttore (Dino Greco).

«Certo, non ci sottraiamo, le abbiamo anche noi. È chiaro che la scissione con Vendola o la nascita della Sinistra Arcobaleno hanno influito anche sul giornale, sulla capacità di chi l'ha diretto e di chi ci ha lavorato. La storia di Liberazione e del suo editore vanno di pari passo: quando il partito è stato debole noi lo siamo stati con lui. Ora però dobbiamo trovare una soluzione insieme. Liberazione ha sposato il movimento di Genova del 2001 e dieci anni dopo il Referendum sull'acqua. Possiamo dire che avevamo ragione e che siamo stati il primo quotidiano a sostenere quelle lotte. Non meritiamo di chiudere».

Eppure le prospettive sembrano tutt'altro che rosee...

«Tutto sommato continuo a sperare che si possa riaprire un tavolo con gli amministratori di Rifondazione Comunista, che occupano la redazione insieme a noi in segno di protesta verso i tagli all'editoria ma sembrano essersi barricati dietro la necessità irrevocabile di sospendere la pubblicazione il primo gennaio. Noi giornalisti rimaniamo a disposizione anche per discutere di come dovrà essere il nuovo Liberazione: un quotidiano online? Un settimanale d'inchiesta? L'importante è che Liberazione continui a vivere per continuare a dar voce alle tante lotte che ci so, e ci saranno, in tutta Italia».

http://www.agoravox.it/La-chiusura-di-Liberazione-la.html

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Ultimo aggiornamento Sabato 31 Dicembre 2011 11:48

La Grecia ha un piano per la creazione di posti di lavoro, Monti no

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grecia_kke_scioperoNella conferenza di fine anno del presidente del consiglio Mario Monti, piena di inguardabili pause televisive nonostante le lodi degli esperti di comunicazione più vicini al governo, si è parlato dell'Italia che "ha evitato di fare la fine della Grecia". Tralasciamo il fatto che la stessa affermazione è stata ripetuta lungo tutto il 2010, e quasi tutto il 2011, da Tremonti e Berlusconi. Focalizziamoci invece sul fatto che la Grecia sta facendo di tutto per non fare la fine dell'Italia. Stiamo parlando dei piani per la creazione di posti di lavoro che sono stati approntati dal pur contestatissimo governo Padademos.

E' infatti notizia della Frankfurter Allgemeine che la Grecia, con l'ausilio dei fondi Ue, ha preparato un piano di creazione di 150 mila posti di lavoro per far fronte alla grave disoccupazione creata dalle rigide politiche di bilancio. Bisogna notare come nelle dichiarazioni, e nelle intenzioni, di Mario Monti non esiste niente del genere. Eppure si tratta di un paese economicamente più piccolo dell'Italia che cerca di fare, con l'ausilio dei fondi europei, uno sforzo pari alla creazione di 6-700 mila posti di lavoro nel nostro paese. Dove invece si parla solo ed esclusivamente di abbassare tutele e costo del lavoro. E dove la disoccupazione è destinata ad aumentare. Bersani, segretario di un partito sempre più antisociale, ha parlato delle dichiarazioni di Monti come di "un bagno di realtà". Come se il comportamento del governo coincidesse con l'orizzonte del possibile. Evidentemente la visione del mondo di Bersani è piuttosto ristretta, è risaputo, infatti basta guardarla la realtà, anche in governi autoritari  e commissariati dall'Ue come quello di Papademos, che si capisce come si provino comunque ad implementare politiche di sostegno all'occupazione. Frutto anche dell'enorme pressione delle lotte greche. In Italia è invece d'obbligo sperare nella mano invisibile del mercato che crea posti di lavoro, come nell'estremismo economicista dell'Inghilterra del primo ottocento, invocata puntalmente nelle cerimonie di Napolitano.

Non si pensi che il governo Papademos regali, se ce la farà a portare avanti il piano, dei posti di lavoro. Piuttosto si contabilizzi, in termini di posti di lavoro ottenuti, la differenza tra le decine di scioperi fatti in Grecia e qualche sbiadita adunata organizzata dai sindacati ufficiali italiani in piena confusione politica, strategica e mentale.

(red) 30 dicembre 2011

la fonte

http://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/schuldenkrise-griechen-wollen-mit-eu-geld-150-000-jobs-schaffen-11584115.html

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“Padre Nike”, il Medioevo che parla giovane

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Padre-NikeLa quotidiana narrazione della realtà locale da parte del Tirreno contiene proprio tutti i personaggi della fiction all’italiana: il prete, il medico-sindaco, il carabiniere, l’imprenditore laborioso e onesto, tutti dediti al bene comune sullo sfondo di un paesone di altri tempi: una rappresentazione semplificata e rassicurante di cui pochi di noi saprebbero fare a meno la mattina al bar insieme al cappuccino e al cornetto di rito.

Uno dei più recenti attori protagonisti della fiction labronica è tale Maurizio De Sanctis, che recita il personaggio di “padre Nike” (in foto). Per De Sanctis la visibilità mediatica è una vera ossessione: prima ci ha provato con la danza (era nel corpo di ballo di Heather Parisi), poi ha trovato l’agognata collocazione nel mondo dello spettacolo inventandosi il personaggio del suddetto prete.

Nella fiction Padre Nike, "Skizzo" per gli amici, è un prete giovane che sa parlare ai giovani (come dimostra l’uso della “k”) e per questo riempie la chiesa. Anzi, per dirla con le parole del Tirreno, organo ufficiale della locale Curia, conduce i giovani “nella discoteca di Gesù”. Oddio, non è che De Sanctis sia più tanto di primo pelo, avendo ormai superato gli “anta”, ma quando uno è giovane di spirito l’età anagrafica conta poco.

Nato in un paesino abruzzese, “padre Nike” ha avuto un’infanzia tribolata e piena di traumi, essendo figlio di testimoni di Geova. Era un ragazzo un po’ portato alla trasgressione: come si legge in un’intervista, “è davvero nipote della generazione sesso droga e rock and roll; non la droga forte, quella up, magari qualche spinellata, quella sì”. Questa sua esperienza da bricconcello gli permette di conoscere alla perfezione il mondo dei giovani senza però scadere nel cliché dell’ex tossico redento, non adatto a un pubblico nazional-popolare.

“Padre Nike” è l’emblema di una Chiesa al passo con i tempi: Gesù cacciava i mercanti dal tempio, lui dai mercanti ha preso perfino il soprannome, e mentre San Francesco andava scalzo, fiero della sua scelta di povertà, lui ai piedi porta scarpe da 120 euro (dei quali solo 1 finisce alla manodopera minorile che le fabbrica). Ma le scarpe da tennis sono fondamentali: gli permettono di zompettare giulivo sull’altare lanciando il coro “Chi non salta peccatore è”.

Il linguaggio e l’abbigliamento casual però non devono far pensare a un eccessivo modernismo: la religiosità di “padre Nike” è sicuramente più vicina a quella della Chiesa spagnola sotto il franchismo che non alle esperienze di un Don Milani o della teologia della liberazione. La sua conversione è avvenuta a Medjugorie, il paesino bosniaco dove il 24 giugno del 1981 la Madonna avrebbe cominciato a manifestarsi a sei ragazzi del posto.

Neanche la Chiesa cattolica riconosce come soprannaturali le presunte apparizioni, anzi qualche suo esponente ha espresso dei giudizi piuttosto pesanti. Come l’ex vescovo di Isernia monsignor Gemma: “A Medjugorie tutto avviene in funzione dei soldi: pellegrinaggi, pernottamenti, vendita di gadgets. Cosicché, abusando della buona fede di quei poveretti che si recano lì pensando di andare incontro alla Madonna, i falsi veggenti si sono sistemati finanziariamente, si sono accasati e conducono una vita a dir poco agiata”. Nel 2009 Tomislav Vlasic, colui che viene definito come la “guida spirituale” dei sei veggenti,  è stato addirittura cacciato dall’ordine dei francescani per "divulgazione di dubbie dottrine, manipolazione delle coscienze, sospetto misticismo” e dulcis in fundo per aver avuto rapporti sessuali con una suora.

Niente di tutto questo appare nelle cronache del Tirreno, dove invece si può trovare dettagliato resoconto di tutte le iniziative promosse sul nostro territorio da “padre Nike” con cieche miracolate, veggenti assortite e personaggi dello spettacolo che dopo una vita di bagordi si sono reinventati un’immagine più castigata. Ma il quotidiano clericale di Viale Alfieri si premura di informarci che a corroborare la religiosità di “padre Nike“, oltre a certi poteri sovrannaturali, c’è anche una solida base scientifica: ce lo presenta come un laureato in psicologia, filosofia e teologia (!), che ha scoperto come siamo “biologicamente programmati a credere”. L’ateismo sarebbe dunque una deviazione e chissà che in futuro non si trovi uno psicofarmaco specifico per noi.

Dopo essere stato vice parroco a Castiglioncello, finalmente nel luglio del 2010 ”padre Nike“ diventa parroco a La Rosa, per la gioia del Tirreno che scriverà: “Prima l'asilo, poi una scuola di ballo e ora corsi di cucina.... [sai che novità...] cosa dovremo aspettarci ancora?” Lui promette di organizzare una specie di concorso sullo stile di Maria De Filippi. nikeL’esuberanza evangelizzatrice di “Padre Nike“ si esprime subito in due episodi particolarmente pregnanti, puntualmente documentati dal Tirreno: 1) adotta un cane di razza husky ospitandolo nei locali della parrocchia 2) minaccia di scomunica l’intero condominio adiacente alla chiesa (amministratore compreso) a seguito di una controversia su un passo carrabile. Dopo questo episodio sparisce dalle cronache per un bel pezzo, forse rampognato da qualche superiore poco propenso alle innovazioni.

Ritorna sotto i riflettori quasi un anno dopo per un'altra dimostrazione di profonda spiritualità: insegue due ragazzi del quartiere che gli avevano tirato una mattonata a una porta a vetri. Ma ancora più spazio sulle cronache se lo conquista un mese dopo, quando infastidito dal ritardo della sposa inizia a celebrare un matrimonio senza aspettarla. Poco dopo trova il tempo di tranciare un giudizio drastico su Lucio Magri, che gravemente ammalato ha scelto il suicidio assistito. “Lucio Magri ha fallito. È stato un atto di vigliaccheria” sentenzia l’ex ballerino dall’alto della sua autorevolezza. Per la verità, un impegno vero sui problemi dei giovani, degli immigrati o degli emarginati non lo abbiamo ancora visto, ma diamogli tempo, che diamine!

Nel frattempo, in questi giorni, si è guadagnato i titoloni della stampa locale e nazionale per aver deciso di supportare economicamente una famiglia che non poteva permettersi il quarto figlio, per cui la donna aveva deciso di abortire. La stampa esulta: “padre Nike adotta un bimbo” dimenticandosi di spiegare che quel bambino ancora non esiste a differenza di quelli che fabbricano le scarpe che lui porta ai piedi, spaccandosi la schiena per salari da fame, respirando colla e vernici, e il cui “diritto alla vita” non interessa a nessuno.

Comunque le giovani coppie livornesi che vorrebbero un figlio ora sanno come fare: basta che vadano in parrocchia minacciando di abortire e ci pensa la Chiesa cattolica. Del resto, con tutti i soldi che risparmia grazie all’esenzione dell’ICI, non gli mancano certo i mezzi finanziari per aiutare tutte le famiglie. Il Tirreno intanto aggiunge al suo invidiabile palmares anche la ciliegina della battaglia antiabortista. Un quotidiano sempre più impegnato nella difesa dei valori tradizionali dell’Occidente e per la crescita civile e sociale della nostra comunità.

Per Senza Soste, Ciro Bilardi

29 dicembre 2011

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Ultimo aggiornamento Giovedì 29 Dicembre 2011 16:35

L’economia solidale e l’autorganizzazione come risposta dal basso alla crisi

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Dicembre 2001: “QUE SE VAYAN TODOS ». Tra la situazione dell’Argentina di dieci anni fa e la crisi italiana di oggi vi sono moltissime  analogie: ci saranno anche le stesse risposte?

ticket_truequeNel dicembre 2001, dopo venticinque anni di indebitamento e di corruzione, l’Argentina crollò.

Era stata annunciata la sospensione della convertibilità alla pari peso-dollaro, e per evitare che i risparmiatori svuotassero i propri conti correnti vennero congelati i depositi bancari, mentre i grandi capitali erano già tutti al sicuro all’estero. La rabbia esplose: banche assaltate, supermercati saccheggiati, duri scontri con morti e decine di feriti.

Il 20 dicembre il il presidente De La Rua decretò lo stato d’assedio, ma fu costretto alle dimissioni.

Fu la fine di quell’inesistente “miracolo argentino” di cui per tutti gli anni ’90 avevano parlato i media di tutto il mondo.

Durante la dittatura militare il debito estero era passato da 8 a 45 miliardi di dollari e l’inflazione era arrivata al 4000%. I governi successivi per ottenere nuovi prestiti e attirare capitali stranieri nel Paese seguirono disciplinatamente i dettami del Fondo Monetario Internazionale.

Ci fu una gigantesca ondata di privatizzazioni: telecomunicazioni, gas, petrolio, aerolinee...

Si andava avanti a tagli della spesa pubblica nel tentativo di “riconquistare la fiducia dei mercati”.

Molte industrie chiusero e si diffusero i lavori “spazzatura”, precari e malpagati. Molti aprirono chioschi, alimentari, botteghe di gommisti e microimprese.

Nel 1993 viveva sotto la soglia della povertà il 17,8% degli argentini. Alla fine del 2001 si arrivò al 35,4% e nell’ottobre 2002 al 57,5%. La disoccupazione raggiunse il 21,5%.

Anche impiegati e professionisti furono ridotti in miseria. La gente raccoglieva cartoni per le strade.

La classe dirigente era ormai totalmente screditata e nelle piazze risuonava il famoso slogan “Que se vayan todos”.

Per sopravvivere alla crisi fu necessario autoorganizzarsi: molte imprese fallite furono occupate e autogestite, e si svilupparono i club di trueque (baratto), che nel 2002 videro la partecipazione diretta di 2 milioni e mezzo di persone. Considerando anche le famiglie, si può dire che più di un quinto della popolazione argentina poté soddisfare una parte delle sue necessità tramite questi

interscambi di beni o servizi, mediati da una moneta sociale (1).

I club si organizzarono in reti regionali o nazionali. Le più grandi furono la Red Global de Trueque (RGT) e poi la Red de Trueque Solidario (RTS). Erano queste reti ad emettere i buoni.

Con il trueque entrano in circolo beni esclusi dal mercato ufficiale, come alimenti e indumenti autoprodotti, oppure prestazioni professionali inutilizzate perché troppo care, come quelle di medici o avvocati, che ritrovano i loro clienti e possono continuare a lavorare.

Fino al 2002 infatti vi fu anche un’offerta di prestazioni sanitarie: medici generici, dermatologi, ginecologi o anche dentisti e psicologi. C’erano laboratori, terapisti ed infermieri. Il lavoro si pagava in crediti, mentre i costi per materiali in pesos.

C’era perfino la possibilità di andare in vacanza pagando fino al 50% in crediti o facendo trueque diretto. Aderivano vari hotel delle regioni turistiche non solo argentine ma anche del Brasile e dell’Uruguay.

Tramite il trueque vennero salvate molte imprese, come la Lourdes, nella provincia di Mendoza, che lavorava polpa di pomodoro, sottaceti e dolci. Aveva qualche centinaio di dipendenti, ma con la crisi aveva chiuso. I produttori, che ormai non raccoglievano più i prodotti per mancanza di compratori, accettarono di pagare i loro raccoglitori in crediti. I lavoratori raccolsero ed avevano una forma di reddito, mentre l’impresa riceveva la sua materia prima. Le ciliege venivano vendute a Buenos Aires in pesos. Con questi soldi fu possibile far riprendere la produzione dell’impresa.

I limiti del trueque e della moneta sociale sono diversi: il primo è che per produrre è inevitabile l’acquisto di beni e materiali in moneta ufficiale, per cui il sistema rimane parzialmente dipendente dall’economia formale.

Inoltre è necessario che sia disponibile la massima varietà di beni e prestazioni, altrimenti si corre il rischio di non poter spendere i crediti acquisiti. Ma eccessive dimensioni dei club portano anche a un allentamento dei rapporti di fiducia.

Basti dire che nel periodo della massima espansione si arrivò a fenomeni di falsificazione dei buoni e addirittura a un’inflazione del 500%.

Tutto queste difficoltà permettono solo l’investimento e la produzione su piccola scala e non si arriva mai a rappresentare un’alternativa generalizzata all’economia regolare.

Ma questo non è neanche l’obiettivo principale. Il trueque vuol essere invece un salvagente per la popolazione colpita gravemente dalla crisi, una piattaforma nella quale gli aderenti possano soddisfare i loro bisogni più impellenti tramite l’interscambio reciproco, creando una rete di protezione sociale che eviti forme di isolamento e disperazione e ponga le basi per un’alternativa politica.

(1) Sul trueque cfr. l’articolo di Barbara Rossmeissl http://www.eumed.net/cursecon/ecolat/ar/2005/br-trueque.htm, di cui possiamo fornire la traduzione a chi è interessato

Nello Gradirà

tratto da Senza Soste n.66 (dicembre 2011)

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Ultimo aggiornamento Martedì 27 Dicembre 2011 22:21

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